Lo spleen del ginnasio

Giorni che si succedono scanditi da un ritmo ineluttabile. E la data della fine che man mano si avvicina, la fine dei pochi momenti nella vita di un/una adolescente di provincia da potersi considerare realmente indimenticabili per la soddisfazione e la serenità apportate durante un arco di due anni…perché sembra che gli arabeschi del destino vengano ad interferire puntualmente nella felicità di una persona qualsiasi. Proprio adesso che sembrava che le cose andassero meglio mi ritrovo a contare i giorni che mi separano alla fine di maggio e a versare lacrime amare su questi fogli di calendario nelle mie mani. Proprio adesso che avevo raggiunto la mia stabilità interiore: il mio studio quotidiano mi ha permesso di raggiungere una media invidiabile e, quale sublime gioia se non i quadri dello scorso anno!!! E gli incontri scuola-famiglia: la soddisfazione dei miei genitori al sentirsi rassicurati da tutti gli insegnanti sul mio essere una ragazza studiosa, precisa ed impeccabile. Sempre. Mai un impreparato. Ci sono stati momenti in cui ho pianto e mi sono disperata per quella distrazione nella versione che mi ha impedito il voto pieno al posto di quel meno così mortificante. Ma tremo se solo penso all’idea di un quattro alla versione di greco. E adesso che fra 19 giorni il GINNASIO finirà, come sarà il LICEO?? Tutte quelle materie in più, i professori più severi: come farò? E se per caso dovessi ritrovarmi con un 5? Non devo deludere nessuno ma chissà se sarà di nuovo come adesso: i professori dicono che il crollo nel passaggio fra il ginnasio e il liceo è fisiologico. Se lo dicono loro poi, si tratta di una verità assoluta. Non bisogna mai contraddire un professore: non capisco tutte quelle persone che si prodigano in ragionamenti senza fondamento sui metodi della scuola. Scrivono sempre nei temi di italiano che i professori adottano metodi anacronistici, accusano gli insegnanti di non stare al passo coi tempi perché vivono in un’epoca arcaica, quasi ignorassero l’impressionismo, il jazz, il rock. Citano libri che i professori sconsigliano vivamente, prendi ad esempio un certo Brizzi o un altro squilibrato, De Carlo. Parlano di un sistema che sta scoppiando, ricordano il 68 e dicono che è stata tutta una fregatura, ma comunque di riforme se ne sono approvate e ci dobbiamo accontentare di quelle. Possiamo intrattenerci con discorsi suggestivi e verosimili, ma pur sempre utopici perché se il professore stabilisce le sue regole noi dobbiamo attenerci. Non conviene poi opporsi perché poi l’insegnante si offende e ti penalizza con il voto. Tanto poi non costa niente, perché ciò che devi fare è solo studiare secondo le loro disposizioni, invece di perdere tempo con pretesti assurdi, come lo studio di questi autori che i programmi del ginnasio non comprendono. Forse il liceo si, ma perché dovremmo affrettare i tempi? Accettare ciò che ti viene imposto è fondamentale, come ubbidire ai genitori, perché hanno vissuto più di te e conoscono le leggi della vita. Non vale la pena correre rischi inutili se poi loro, che stringono il coltello dalla parte del manico, potrebbero ferirti mentre cerchi di equiparare le posizioni: sei sempre una rampa di scale più in basso e se provi ad avvicinarti devi incrociarti con una lama fredda e spietata.

Così se ancora il liceo è un enigma, aspetto il classico tema sul bilancio di fine anno per ringraziare la mia scuola. Perché mi ha mostrato una prospettiva limitata, ma abbastanza esauriente di come funziona il mondo, dei suoi congegni in fondo prevedibili ed archetipici, come ad esempio l’apparenza di un voto alto presentata come un traguardo inderogabile, al posto di una cultura che non sia così nozionistica. Forse è giunto il momento per i docenti di capire che infondere paura come forma di controllo non crea più attenzione, non coinvolge, a meno di non plagiare una coscienza ad agire secondo le regole prestabilite o in alternativa autoescludersi dalla loro cara ed insistestentemente citata gerarchia. Come in un contratto di lavoro non sei costretto a firmare se non ne accetti le condizioni, a scuola la situazione è simile, anche se la società non è molto clemente con chi è privo di un titolo di studio. Sarebbe semplice biasimare i programmi ministeriali, ma l’accento si posa sull’interpretazione di questi che si è obbligati ad appoggiare per non incorrere nel dissenso dell’insegnante, sui metodi di insegnamento e sui valori che vengono trasmessi agli alunni, che già dopo il biennio sono legati tanto all’istrionismo da superpagella quanto dovrebbero esserlo per l’assimilazione della cultura da cui derivano i tempi attuali. Non contano le riforme, non ingannano i sorrisi dei professori che si spacciano per aperti e liberali perché esistono differenze incolmabili, squarci causati non tanto dalla differenza di età, quanto dalle posizioni che si assumono: chiusa la porta della classe, c’è tutto un universo di vicende personali da cui alienarsi per affrontare una massa di ragazzini che non immaginano niente di cosa la vita ha in serbo per loro. Una responsabilità notevole: la scuola ne condizionerà la cultura e la formazione, da cui dipenderà la scelta per un futuro mediocre, appagante o di successo. Ma questo sembra l’ultimo degli obiettivi.

De Sena Amalia 5 A

 

HOMEPAGE

HOMEPAGE