lunedi, 31 Marzo 2003

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Baghdad: undicesima notte di bombardamenti

Quattro esplosioni, fortissime: ed un incendio che ha rischiarato la notte irachena. L'attacco dell'una, ora di Baghdad, è arrivato di sorpresa, non segnalato dalle sirene, né è entrata in azione la contraerea. Solo, d'improvviso, il rumore delle esplosioni, di rara potenza, nell'immediata periferia meridionale ed in una zona più centrale. E poi, il rombo degli aerei che se ne andavano.

L'undicesima notte di guerra era già stata scossa da una trentina di esplosioni, meno potenti, un'ora e mezza prima. Il crescendo dell'offensiva anglo-americana è evidente, e quello che temono a Baghdad è che quello del sabato notte non sia stato ancora il culmine.

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Le tattiche Usa non cambiano dopo l'attacco suicida di Najaf

E' in un posto di blocco vicino alla città santa sciita di Najaf che un kamikaze iracheno ha ucciso quattro soldati statunitensi. E' il primo attacco di questo genere e per molti non sarà l'ultimo. Il monito arriva direttamente dal vice presidente iracheno Yassin Ramadan: "Questo è solo l'inizio. Non avete visto niente. Gli iracheni accoglieranno questi bastardi come meritano".Il kamikaze era un ufficiale dell'esercito iracheno già insignito da Saddam di due medaglie al valore. Prima una resistenza inaspettata, ora gli attacchi suicidi: per la coalizione angloamericana è tempo di cambiare strategia? Apparentemente no. "Ci sarà qualche aggistamento -ha detto un portavoce del Pentagono- ma le tattiche non cambieranno. Faremo solo in modo da rendere meno vulnerabili i nostri uomini ai posti di controllo".Le vittime della coalizione, i civili iracheni uccisi, le sbavature delle bombe "intelligenti", fanno montare le polemiche. Il bersaglio è Donald Rumsfeld. Il segretario alla difesa americano secondo la stampa Usa avrebbe a piú riprese respinto i consigli degli strateghi del pentagono e del generale Tommy Franks che chiedevano piú uomini e piú tempo prima di agire.

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Nassiriya: snodo strategico, ancora fuori controllo

Nassiriya è stata, ancora nella giornata di ieri, teatro di una cruenta battaglia: gli elicotteri Cobra hanno bersagliato alcune postazioni irachene, all'interno di edifici nel centro della città sull'Eufrate.

Nassiryia, nell'Iraq meridionale, è a nord di Bassora, ed è la città che ha offerto finora la più strenua resistenza alle truppe di terra anglo-americane, che hanno passato l'Eufrate qualche chilometro più in là ma non possono permettersi di lasciarsi alle spalle, ora, una città completamente fuori controllo. È in effetti uno snodo strategico, che rischia di tagliare il cordone ombelicale che unisce le truppe in rapida avanzata verso Baghdad alle basi kuwaitiane ed ai convogli che, più lentamente, trasportano i rifornimenti (ed i rinforzi) da sud verso nord.

Secondo voci non confermate, la testa di ponte si sarebbe fermata, in attesa di un consolidamento della situazione a sud.

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Bassora: ancora in mani irachene, anglo-americani sperano nella rivolta

Non c'è fretta per prendere Bassora. Ed intanto, si attaccano le sedi ed i simboli del potere nella città meridionale: questo, secondo i portavoce anglo-americani, era un palazzo del partito Baath, dove si trovavano in riunione circa 200 fedayn, i miliziani più fedeli a Saddam. È stato colpito dai missili a guida laser, lanciati da due F15 e capaci di esplodere solo dopo essere penetrati nell'edificio-bersaglio. Dei duecento fedayn, nessuno ne sarebbe uscito vivo. La televisione qatariota Al Jazira, la più seguita nel mondo arabo e l'unica ad avere una troupe all'interno di Bassora, dice che si trattava piuttosto, o anche, di un luogo di culto. Parla di 22 morti e sessantotto feriti, citando fonti ufficiali irachene, e mostra i feriti in ospedale. Si sa che si tratta dell'ospedale di Bassora e che i ragazzini non sono né Fedayn né membri del partito di Saddam. Naturalmente, però, non è certo che siano vittime dei missili sparati ieri su Bassora, vedete la città nella cartina. In città sono entrati anche due carri armati britannici, hanno distrutto altrettante statue di Saddam e se ne sono andati. Per ora il centro città resta in mano irachena, ma gli anglo-americani hanno voluto dimostrare che possono entrare quando vogliono. Sperano in un sollevamento della popolazione sciita, che però non si fida.

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Domenica, 30 Marzo 2003

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Ratrellamenti intorno Bassora alla ricerca di membri del Baath: 13 arresti

Mantenere il controllo intorno Bassora vuol dire passare al setaccio ogni possibile focolaio di resistenza. I marines britannici del quarantaduesimo gruppo Commando compiono un rastrellamento nelle case dei membri del partito di Saddam Hussein.

Anche quando non si spara regnano violenza e tensione. Gridare ordini in inglese non serve a farsi capire, ma a disorientare e intimorire.Tredici arresti, numerose granate requisite, quattro iracheni feriti è il bilancio di una mattinata di perquisizioni

L'obiettivo resta quello di convincere gli iracheni ad arrendersi, ma anche gli sciiti di Bassora che meno amano Saddam Hussein indugiano a credere alla missione liberatrice di un esercito straniero che ha portato la guerra in Iraq.

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Passano al setaccio ogni metro del deserto kuwaitiano gli uomini della Royal Marines...

Sono alla ricerca della base da cui sarebbe stato lanciato il missile che, intorno alle 23.45 di venerdí, è caduto nel parcheggio di un grande centro commerciale di Kuwait City...

16"Gli uomini della terza brigata stanziati nell'emirato con un reggimento artiglieria e 4mila unità di suppurto impiegano elicotteri e hovercrafts...Ardua impresa: il deserto a sud di Bássora è un altro nemico...

29" SOTIl maggiore Bill O'Dennel spiega che la ricercasi estende in una porzione molto vasta di deserto... "Fa parte della tattica dell'esercito iracheno - aggiunge - designare postazioni particolari in zone impervie per noi estremamanete difficili da individuare" .. . . .. . .. . . .. .. .

44"Già nel primo giorno di guerra la reazione irachena non si era fatta attendere quando una decina di scud erano stati lanciati, senza conseguenze, contro le postazioni angloamericane intorno a Kuwait City.. Venerdí l'esplosione che ha scosso la capitale dell'emirato...Un altro fronte da disinnescare...

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I curdi al fianco degli Usa consolidano le loro posizioni nel nord dell'Iraq

Le bombe americane piovono sulle postazioni irachene in cima alle colline del nord del paese. I soldati tentano di mettersi in salvo scappando nei rifugi.

I bombardamenti coprono l'avanzata dei combattenti peshmerga curdi alleati di Washington. L'esercito iracheno avrebbe indietreggiato per concentrarsi nella difesa di Kirkuk, che insieme a Mossul è la più importante località petrolifera del nord

Si sono udite almeno cinque esplosioni anche nella cittadina di Chamchamal, controllata dai curdi. Ma gli sporadicitiri dell'esercito di Bagdad non contrastano il consolidamento delle posizioni dei peshmerga che sono accompagnati da piccole unità delle forze speciali statunitensi.

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Kurdistan: l'avanzata dei Peshmerga

Nella parte orientale della regione curda, quella più vicina al confine iraniano, sono impegnati contro un gruppo islamico i peshmerga, cioè il braccio armato dell'Unione Patriottica del Kurdistan, una delle due principali fazioni curde irachene. Nel villaggio di Biara, nelle immagini, si sono verificati combattimenti molto intensi. Aiutati dalle forze speciali americane, i peshmerga dicono di aver ucciso 35 miliziani di Ansar al Islam, gruppo che si ritiene legato ad Al Qaida. La cifra dei morti è stata poi corretta da un alto responsabile americano in 130, ai quali si aggiungono tre caduti tra i Peshmerga. Ansar al Islam, la cui zona di influenza si estende in una regione limitata, tra la città curda di Halabja ed il confine iracheno, avrebbe perso il controllo di una serie di villaggi, ora controllati dai Peshmerga, mentre in mano agli americani sarebbe finita una nutrita documentazione, la cui natura resta per ora imprecisata.

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Il petrolio iracheno tra gli obiettivi Usa

Restano solo due pozzi in fiamme nel sud dell'Iraq, ma ci vorranno mesi per ritornare a pompare petrolio nella regione. Almeno stando agli esperti che stanno passando al setaccio i quasi 800 pozzi della zona alla ricerca di esplosivi.Tecnici e soldati avrebbero messo in sicurezza un tratto di circa 80 chilometri intorno a Rumaila, principale giacimento del sud iracheno.Le forze angloamericane intendono rimettere in moto al piú presto anche la raffineria di Bassora, una delle tre del paese: anche questa sarebbe ormai sicura. Larry Flak, tra gli esperti, spiega che tutto al momento sta andando per il verso giusto. "E' strano -dice- non siamo abituati a lavorare con i soldati di guardia, ma nessuno ha sparato, non ci sono state esplosioni. E' tutto in ordine".La situazione è ben diversa dalla prima guerra del Golfo, quando i pozzi dati alle fiamme furono centinaia. Eppure, per ogni incendio domato, il timore di nuovi roghi resta dietro l'angolo.

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Acqua per l'Iraq del sud

A Safwan, vicino al confine con il Kuwait, gli abitanti non hanno da bere dal 21 marzo, il secondo giorno di guerra. Anche qui le truppe britanniche e gli operatori della Croce Rossa Internazionale hanno distribuito i rifornimenti. Piú organismi evidenziano il rischio di disastro umanitario: la Croce Rossa teme epidemie di colera, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, 400 mila persone sono a rischio. Gli iracheni accettano gli aiuti, ma non risparmiano critiche contro britannici e statunitensi: "Penso che Saddam Hussein resterà a Baghdad -dice un giovane iracheno- e che l'esercito di Bush, distrutto, sarà costretto ad andarsene. Se abbiamo un problema con il nostro regime, siamo noi a dovercene occupare".Nel porto di Umm Qasr è ormeggiata da venerdí la prima nave britannica con tonnellate di cibo, acqua e medicine destinate alla popolazione. La situaizone piú critica attualmente è a Bassora, dove l'assedio delle truppe angloamericane non consente l'ingresso di rifornimenti.

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I morti alleati: 36 americani, 23 britannici

C'è il tempo anche per una messa: l'ha officiata il cappellano della marina americana, di sabato perché nessuno sa cosa succederà oggi, e se ci sarà il tempo di ricordare i compagni morti. Trentasei gli americani morti nei primi dieci giorni del conflitto, ai quali si aggiungono diciassette dispersi e sette fatti prigionieri dagli iracheni. A Winslow, nel Maine, un ufficiale dei marines ha consegnato la bandiera a stelle e strisce, ripiegata, alla madre del maggiore Aubin, morto nello schianto del suo elicottero durante la tempesta di sabbia di due giorni fa. La cerimonia, senza la presenza di un feretro, si è svolta nella chiesa di San Giovanni battista. Fuori, un picchetto d'onore ha salutato con ventuno salve la memoria dell'ufficiale. Il rientro delle salme dei militari americani non viene mostrato alla stampa, così come, nella gran parte dei casi, viene chiesto alle famiglie di non presenziare a funzioni o altre cerimonie. Al contrario di quanto avvenuto in Gran Bretagna, dove i primi dieci corpi, sbarcati da un c-130 alla base di Brize Norton, sono stati accolti con una cerimonia ufficiale, alla presenza del ministro della difesa e del principe Andrea. Sono ventitré i militari britannici deceduti nei primi dieci giorni del conflitto.


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Dieci giorni di guerra, dieci giorni di manifestazioni per la pace

Sabato a Boston decine di migliaia di americani sono scesi in piazza: per alcuni storici locali è la piú grande manifestazione degli ultimi 30 anni.Tra i manifestanti, il padre di un marine inviato in Iraq spiega che gli statunitensi sostengono le proprie truppe, ma non la decisione politica a monte, che potrebbe portare a numerose altre guerre".Anche a Londra un migliaio di pacifisti hanno detto no alla guerra insieme a numerose comunità arabe.Cortei anche in varie città italiane: a Torino tensioni e scontri tra polizia e manifestanti.Mobilitazione anche a Varsavia e a Parigi, dove si sono radunate 25 mila persone. Il doppio hanno attraversato le strade di Berlino. Ma le marce si sono tenute anche in Grecia, in Medioriente, in Pakistan, Spagna, Libano, Corea, Russia e Cina. Domenica nuove proteste.

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Sabato, 29 Marzo 2003

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A sud di Nassiryia si riarmano gli elicotteri in attesa dei rinforzi

I soldati statunitensi lo chiamano "viale delle imboscate", il corridoio a sud di Nassiryia. Gli attacchi iracheni sono all'ordine del giorno. Quattro marines risultano dispersi durante gli ultimi combattimenti venerdì.

Ancora più che altrove, a sud di Nassiryia il pattugliamento degli elicotteri Apache è necessario per tutelare la sicurezza delle truppe di terra.

Sono in arrivo rinforzi, nuovi contingenti di soldati e approvvigionamenti per le truppe. Il compito di questa unità è di provvedere a manutenzione e riarmamento di questi AH 64.

Utilizzati per sorvegliare ed attaccare, sono questi i mezzi più esposti al fuoco nemico. Consentire, come annunciato dal comando delle operazioni in Qatar, una sosta tencica di qualche giorno alle truppe coinvolte nell'avanzata di terra impone innanzitutto di garantire l'efficienza degli elicotteri utilizzati per proteggerla.

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Bagdad: strage in un mercato. Cinquantacinque i morti

In un venerdì di preghiera a Bagdad si è scatenato l'inferno. Circa settanta i civili che hanno perso la vita negli attacchi aerei. L'ultimo raid contro un mercato cittadino ha fatto registrare il bilancio pesantissimo di 55 morti. Una cinquantina i feriti. L'attacco è iniziato intorno alle 21 di venerdì, ora locale, le 19 nell'Europa centrale.

Le immagini della carneficina hanno fatto il giro delle televisioni arabe, che hanno indugiato sui particolari più macabri. Nel corso della giornata, la più sanguinosa dall'inizio del conflitto, un altro raid aereo aveva preso di mira una sede del partito Baath, partito al potere a Baghdad, distruggendola e facendo almeno otto morti e una trentina di feriti.

Le bombe hanno continuato a cadere sulla capitale irachena per tutta la giornata di venerdì, colpiti anche i centri delle telecomunicazioni, peraltro già danneggiati, con le terribili bombe antibunker.

In serata il ministro all'informazione iracheno aveva fatto un bilancio dei bombardamenti della notte precedente, bilancio che tristemente è stato aggiornato. La nuova carneficina di Bagdad arriva all'indomani delle aspre critiche dei media statunitensi rivolte al presidente Bush: in molti ritengono che la guerra lampo annunciata dall'inquilino della casa Bianca si stia tragicamente trasformando in un secondo Vietnam

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Bassora non cede. Distrutte navi irachene

Per espugnare la città, circondata da giorni, gli anglo-americani hanno distrutto alcuni simboli del regime iracheno: navi della marina ormeggiate al molo.

Con questo tipo di operazioni si cerca di rendere sicura la zona conquistata. Il porto, situato a sud dell'Iraq, nella regione dove confluiscono il Tigri e l'Eufrate, è uno snodo strategico per il successo della campagna bellica.

Una campagna macchiata dall'ennesimo episodio del fuoco amico. Un soldato britannico è morto e altri quattro sono stati feriti da colpi sparati dalle forze della coalizione.

L'aereoporto di Bassora, lontano dal centro urbano è nelle mani degli anglo-americani. Ma la città, a maggioranza sciita, è ancora amministrata dagli uomini del partito di Saddam Hussein.


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Il Consiglio di Sicurezza ha approvato all'unanimita' la risoluzione che

sblocca il programma umanitario Oil for Food, petrolio in cambio di cibo, bloccato dall'inizio della guerra in Iraq. Il voto di oggi, a conclusione di difficili negoziati fra i paesi del Consiglio, risoluzione e' stata presentata da tutti e quindici i membri del ConsiglioLa risoluzione consentira' al segretario generale dell'Onu Kofi Annan di girare i proventi della vendita del greggio iracheno all'acquisto di scorte alimentari e di medicine di cui i civili dell'Iraq hanno urgentemente bisogno.

La risoluzione autorizza Annan per i prossimi 45 giorni di fare "gli aggiustamenti tecnici necessari" al programma: questo significa che alcuni contratti gia' approvati potranno essere rivisti se il segretario generale individuera' la necessita' di spendere i ricavati del petrolio per necessita' umanitarie piu' urgenti. Il voto di oggi e' arrivato al termine di difficili negoziati tra i paesi del Consiglio. Siria e Russia si erano opposti al documento che avevano interpretato come un avallo implicito dell'invasione dell'Iraq. Oggi, nelle dichiarazioni di voto, gli ambasciatori di Damasco e di Mosca hanno precistao di aver votato si' "per ragioni puramente umanitarie".

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Stanotte l'ora legale


Come ogni anno, stasera, prima di andare a dormire, non dimenticatevi di spostare in avanti le lancette dell'orologio. Alle due di domenica 30 marzo entra in vigore l'ora legale. Solo il 26 ottobre recupereremo l'ora di sonno perduta questa notte. E per non perdere di vista l'attualità, l'ora legale comincia a Bagdad martedì.

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Venerdì, 28 Marzo 2003

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La guerra all'Iraq: e dopo Saddam?

Rovesciare Saddam Hussein. E' l'ossessione statunitense da oltre un decennio. Eliminare il raiss per installare un regime amico in uno dei paesi del petrolio. Varie operazioni sono state tentate, senza successo. Le ragioni di questi fallimenti: le caratteristiche del suolo iracheno, una geografia umana estremamente frastagliata e la capillare rete di controllo instaurata dal regime sul territorio.

A fronte di un'élite al potere composta in maggioranza da sunniti, che però rappresentano solo il 17 % della popolazione, ci sono gli oppositori curdi al nord, un quarto degli abitanti dell'Iraq è curdo. A sud est vivono gli sciiti, che rappresentano oltre la metà della popolazione totale e nel passato hanno tentato varie volte di sollevarsi.

Queste rivolte sono state sempre represse nel sangue, ma Baghdad ha saputo dosare anche la giusta quantità di aiuti per tenerli sotto controllo. Gli Stati Uniti, del resto, non avrebbero interesse a rimpiazzare Saddam con un governo sciita che sarebbe, gioco forza, vicino all'Iran.

Altrettanto impraticabile l'opzione curda, che trova la ferma opposizione di Ankara. Baghdad in mano ai curdi potrebbe dare delle idee ai curdi della Turchia, cosa che il fondamentale alleato degli Stati Uniti cerca di evitare con ogni mezzo.

Chi piazzare al posto di Saddam, dunque... Ci sarebbe la carta dell'opposizione in esilio. Una soluzione all'afghana, in una certa misura, che lascia però dubbiosi gli esperti. Molti dei dissidenti che si sono incontrati a Londra nel dicembre scorso, sono lontani dall'Iraq da troppo tempo per poter costituire un'alternativa credibile.

Esclusi loro, restano i militari. Un golpe interno al regime è la soluzione in cui gli americani avevano riposto le più grandi speranze, ma non si è mai concretizzato in passato.

La minoranza sunnita stretta intorno a Saddam Hussein ha creato una rete capillare di controllo. Dapprima attraverso il partito di regime, e poi, quando il partito baath a dato segni di cedimento, resuscitando la divisione per tribù. Tutto ciò ha originato una struttura sociale estremamente compatta.

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Tommy Franks, l'uomo della guerra in Iraq

Tommy Franks è il comandante in capo delle truppe americane nella regione del Golfo. A lui Washington chiede di vincere Saddam Hussein. A 57 anni il figlio di un meccanico del Texas è diventato il generale più potente del pianeta.Uomo di poche parole, Franks nel 2001, quando era alla guida delle truppe americane in Afghanistan, descrisse così la sorte del capo di al Qaeda Osama Bin Laden: "Potrebbe essere qui o altrove, ma trovarlo e solo una questione di tempo".Tutto un altro stile rispetto all'eroe della guerra nel Golfo, il generale Norman Schwarzkopf. Franks nei mesi scorsi è riuscito a vincere le resistenze del ministro della difesa statunitense Donald Rumsfeld: "Tom Franks sta facendo un grande lavoro -ha detto il capo del Pentagono- E' un uomo di grande talento e capacità.

Ha tutta la mia fiducia e quella del pèresidente degli Stati Uniti".Una visione differente della guerra divide i due. Gli esperti del Pentagono sostengono le operazioni mirate, condotte da squadre speciali. Franks, eroe del Vietnam, sposa invece la strategia applicata da Colin Powell, oggi segretario di stato, nel 1991 quando guidava l'operazione Desert Storm: azione di forza su grande scala. Il generale dagli occhi di ghiaccio ha sedotto Bush grazie alla sua tenacia. Franks è anche il solo in grado di persuadere le truppe americane sui vantaggi della guerra preventiva. E' dotato di grande diplomazia, una qualità sfruttata per negoziare col Pakistan la consegna del numero tre di Al Qaeda, lo scorso febbraio.

E potrebbe averne ancora bisogno: dovrebbe essere lui a gestire l'interim a Baghdad. Se saprà vincere la guerra.

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La guerra all'Iraq: le forze armate di Saddam

L'esercito iracheno è quantitativamente e qualitativamente inferiore a quello avversario. Malgrado l'ostentato, propagandistico ottimismo, Saddam Hussein sa bene che i 12 anni di sanzioni hanno considerevolmente ostacolato il rinnovo del materiale bellico a sua disposizione.

Le uniche cose su cui possono contare gli iracheni sono l'orgoglio del David contro Golia e la legge dei numeri. L'esercito ha infatti a disposizione un'impressionante riserva di soldati.

Ci sono 6 grandi basi militari impiantate ai quattro angoli del paese. Dentro, quel che resta, sono essenzialmente dei carri armati, stimati a 2.200 unità. I soldati regolari sono 350 mila, ma ad essi si devono aggiungere fra i 650 mila e il milione di riservisti.

Le basi aeree in attività sono ancora relativamente numerose, ma dispongono di scarso materiale e per lo più obsoleto. 90 aerei da combattimento: è meno di un decimo di quelli a disposizione del campo avverso.

Non si sa esattamente, invece, quali forze contraeree abbia a disposizione il regime. Le strutture più performanti sono state accuratamente dissimulate prima dello scoppio del conflitto.

L'arma più efficace di Baghdad è senz'altro la guardia repubblicana. Un corpo d'élite di 60/80 mila uomini destinati alla difesa ravvicinata del raiss.

Sono specializzati nella guerra in ambiente urbano ed è questo il tipo di battaglia che la controparte è forse meno preparata ad affrontare. I membri della guardia repubblicana sono tutti sunniti e scelti facendo attenzione alla loro provenienza tribale. Per definizione sono considerati dunque fedeli esecutori del regime, anche se negli ultimi mesi la loro lealtà è stata messa in dubbio.

Dal grado di devozione delle truppe dipenderanno molte cose. Non bisogna dimenticare che fra i riservisti e i coscritti dll'esercito ci sono anche molti sciiti che avrebbero qualcosa da guadagnare con la caduta di Saddam.

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La guerra in Iraq: le conseguenze per i civili

La guerra è una catastrofe per la popolazione civile irachena, ancora segnata della situazione di precarietà lasciata dalla prima guerra del golfo e da oltre un decennio di embargo. Già prima dell'inizio delle ostilità, le conseguenze dell'attacco erano state anticipate dalle ONG presenti sul campo e dall'ONU.

Proprio a causa del primo conflitto, su 23 milioni di abitanti il 60% vive in condizioni di povertà e un bambino su quattro è malnutrito.

Un'interruzione del sistema di razionamento degli alimenti ha conseguenze immediate sul 30, 40 % di iracheni che dipende dalle distribuzioni del governo. Grazie alle importazioni consentite nel quadro del programma "petrolio contro cibo", finora le famiglie avevano avuto diritto a una razione mensile di cereali, thè, olio, sapone e detersivo.

La società irachena è quella di un paese sviluppato, la popolazione vive soprattutto nelle città e dipende dalle sofisticate infrastrutture cui anche noi siamo abituati: trasporti pubblici, rete elettrica, acquedotti, nettezza urbana. Un blocco della distribuzione dell'acqua potabile o del ritrattamento dei rifiuti avrebbero conseguenze terribili sulla salute pubblica.

Che sono stati già calcolati: diffusione di malattie come il colera, con almeno mezzo milione di persone colpite, e almeno 900 mila profughi.

I primi a rischiare, i soggetti più vulnerabili, in primo luogo i bambini. Tanto più che, con una guerra in corso, come si è visto per altri conflitti, è difficile per le associazioni umanitarie continuare il proprio lavoro all'interno del paese.

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La guerra in Iraq: il petrolio curdo

Impedire che i curdi iracheni proclamino l'indipendenza.Questo è l'obiettivo principale dell'esercito di Ankara che teme un pericoloso contagio nel Kurdistan turco. E questo è stato un elemento di delicato negoziato fra Stati Uniti e Turchia per stabilire il prezzo, in certa misura, del coinvolgimento di Ankara nella guerra.

Nel nord dell'Iraq vivono 3,7 milioni di curdi che, attualmente, godono di un'ampia autonomia da Baghdad, strappata all'indomani della guerra del golfo. Obiettivo dei curdi sarebbe quello di inglobare nella zona da loro controllata anche le città petrolifere di Kirkuk e Mossul.

Si tratta di due dei principali centri petroliferi dell'Iraq. Da questi giacimenti proviene 1/3 dei profitti legati al greggio. In questa zona, Baghdad ha tentato di condurre una politica di arabizzazione forzata, espellendo molti curdi. Ecco la testimonianza di un profugo: "Dipende se sei curdo o meno. Degli inviati del governo sono venuti con una lista di nomi. Mi hanno portato via in un camion, me e la mia famiglia, fino al confine".

In quest'area, che suscita molti appetiti, però, c'è anche una minoranza turcmena che si dice, a sua volta, minacciata dai curdi. Un ottimo pretesto per un intervento turco. Massoud Barzani, capo del partito democratico del Kurdistan, che controlla la zona, ha posto un altolà alla Turchia.

L'altro leader curdo, Jalal Talabani, dell'Unione democratica del Kurdistan,invece, vede nella confusione della situazione una possibilità per recuperare la zona e le sue ricchezze.

Ecco dunque la necessità, per gli americani, di porsi come arbitri della situazione. Cosa che implica un imponente spiegamento di forze proprio in quest'area. Il Kurdistan iracheno si rivela come una delle zone a più alto richio per gli Stati Uniti.

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La guerra all'Iraq: i curdi

Il Kurdistan iracheno: uno stato nello stato con istituzioni sue proprie, oltre 3 milioni e mezzo di abitanti e una libertà di cui, dicono i curdi, nessun popolo della zona può ancora godere. Ci sono voluti più di 10 anni per stabilizzare tale autonomia di fatto. Paradossalmente i curdi iracheni guardano adesso con un po' di preoccupazione alla guerra. Il Kurdistan è patria negata per 23 milioni di persone divise fra Turchia, Siria, Iran e Iraq appunto. Per tutti questi paesi, la prospettiva di un Kurdistan iracheno indipendente sarebbe un precedente inaccettabile.

E' da quarant'anni che i curdi sono in contrasto aperto con Baghdad. I momenti di maggior tensione: negli anni '80, durante la guerra fra Iran e Iraq, e dopo la guerra del golfo del '91. Gli anglo-americani istituirono una delle due cosiddette "no fly zones" a nord del 36° parallelo per proteggere le popolazioni curde dai bombardamenti iracheni. Un'iniziativa che comunuqe l'ONU non ha mai riconosciuto ufficialmente.

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La guerra all'Iraq: i veterani del golfo

Per i veterani della "tempesta nel deserto", la guerra all'Iraq è un film già visto. E senza lieto fine. Per loro l'incubo non è ancora svanito. Otis Brook è uno delle decine di migliaia di soldati americani che 12 anni dopo vive con la sindrome. La sindrome del Golfo: fatica cronica, emicrania, eruzioni cutanee, perdita di memoria, dolori, problemi gastro-intestinali, vertigini, difficoltà motorie, fino ai linfomi e al cancro: sintomi di un male misterioso dalle cause ancora poco chiare.

Nella campagna del '91, Otis e il suo battaglione dovevano ripulire il terreno per permettere il passaggio delle truppe. E spostare centinaia di obici e bombe, senza alcuna precauzione particolare: "Nessuno ci ha avvertito che le testate di obice contenevano sostanze chimiche - dice - ci hanno solamente ordinato di distruggerle, ed è cio che abbiamo fatto".

Jeffrey Skinner, ex marine, anch'egli malato, probabilmente è stato contaminato dalle armi chimiche durante il bombardamento di un deposito iracheno. La guerra, per lui, comincia a casa: "Gli americani devono sapere che è facile dire ragazzi, si parte, andiamo alla guerra... il difficile è dopo, quando le prime bare cominciano a rientrare in patria...allora la musica cambia".

Dei 700 mila soldati americani nella guerra del Golfo, 132 mila si sono ammalati. Sul banco degli imputati, le sostanze chimiche dell'arsenale iracheno. Ma anche le munizioni americane nuove all'epoca, a base di uranio impoverito. Le stesse che hanno dato origine all'ondata di morti e malattie sospette nei Balcani. Ma i governi hanno preferito dare la colpa agli agenti chimici, pur di non rimettere in causa parte delle loro munizioni. Per i veterani, anche quelli britannici, la battaglia è solo all'inizio. Al governo restituiscono le loro medaglie: in cambio vogliono il riconoscimento del danno subito. Loro devono ancora ottenerlo, intanto nuove fresche leve si apprestano a diventare attori di un terribile remake.

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Aiuti, non arriva nulla. Bush: guerra lunga. Il Pentagono invia altri 110 mila soldati

di Piero Sansonetti

Il disastro umanitario c’è già. L’Iraq è sotto assedio, si sta trasformando in un cimitero. La gente ha paura delle bombe, ma soprattutto ha paura della fame e della sete. Ieri sono fuggiti a migliaia da Bassora, alla ricerca di un po’ d’acqua. L’acquedotto è a secco, distrutto dalle bombe inglesi. Gli occidentali avevano promesso aiuti agli iracheni, ma non arriva niente di niente, siamo sull’orlo della carestia. Dal porto di Umm Qasr si vede sempre quella nave al largo, ma non riesce ad attraccare. Sono quattro giorni che gli angloamericani dicono che domani attraccherà e che è piena di aiuti alimentari e acqua potabile, ma poi non succede. Evidentemente gli alleati non hanno ancora il controllo del porto. Finora gli unici aiuti arrivati in Iraq sono quelli inviati dal Kuwait: qualche camion con un po’ di cibo buono per sfamare per una giornata cinque o seimila persone. Basta.

Tanto che ora i problemi cominciano ad esserci pure per gli assedianti. Alcuni reparti americani sono a corto di scorte e hanno dovuto tagliare i pasti: due al giorno, non più tre. Quello che non manca sono le bombe. Ieri per l’ottavo giorno consecutivo Baghdad è stata colpita a tappeto. Ormai i morti tra i civili non si contano più. Gli aerei arrivano più o meno ogni due ore, giorno e notte, e le esplosioni sono quasi ininterrotte. Ieri hanno colpito un quartiere residenziale al sud della città, ed è stata un altra carneficina. Come quella del giorno prima al mercato. Per quanto tempo ancora gli americani pensano di tenere questo livello di «pressione aerea»? Molto presto Baghdad sarà ridotta a un mucchietto di macerie, e non è bello che la più moderna potenza mondiale, cioè gli Stati Uniti, cancelli dalla terra una delle città più antiche e più ricche di storia, di archeologia, di ricordi della nostra civiltà. Sul versante militare quella di ieri è una giornata abbastanza statica. È stato aperto dai paracadutisti americani un fronte nord, che dovrebbe permettere nei prossimi giorni di stringere l’assedio alla capitale. Ieri la Cnn ha fatto sapere che il Pentagono entro il prossimo mese mobiliterà altri 110mila uomini in più per la guerra, portando così a 400mila il numero dei soldati Usa nell’area. Le truppe che stanno avanzando da Sud sembrano per ora ferme, a un centinaio di miglia della città, accampate, e ogni tanto attaccate dai combattenti «saddamisti» irregolari. Al sud, situazione immutata. Bassora non cade e non cadono le atre città. Intorno a molte di esse si combatte ininterrottamente e i soldati muoiono a centinaia e a migliaia. Ieri il «New York Times» pubblicava a tutta pagina questo titolo: «L’Iraq offre fiera resistenza alle forze americane». La parola inglese usata dal New York Times è «fierce», che può essere tradotta o «fiera» o «feroce», quindi può avere un significato positivo o negativo. Però esprime lo stupore per una capacità di combattimento degli iracheni, e per un attaccamento alla patria che gli americani non si aspettavano assolutamente. Non l’avevano previsto nè i servizi segreti, né i politici, né i giornalisti , né l’opinione pubblica. È questa la novità essenziale: non è solo una novità militare, è anche politica. Gli Usa erano convinti che il regime di Saddam fosse piantato sulla sabbia. Che bastasse soffiare forte e dare una speranza di liberazione al popolo per spazzarlo via. È chiaro che non è così. Alcune informazioni giunte ad Occidente sulla brutalità dei metodi di governo di Saddam verso le minoranze e verso le opposizioni sono state scambiate per le prove di un regime senza consenso. È stato un errore di valutazione strategica molto grave. Con conseguenze che possono essere devastanti, sia nella condotta della guerra sia - eventualmente - nella gestione dell’Iraq dopo la possibile caduta di Baghdad. L’Iraq può trasformarsi per gli americani in quello che negli anni ‘80 fu l’Afghanistan per i Russi.
È probabile che di queste cose abbiano parlato ieri, nei loro lunghi colloqui a Camp David (Maryland), Bush e Blair. Tra loro non c’è più l’assoluta identità di vedute che c’era fino a un mese fa. Bush considera questa guerra la «sua» guerra, e si disinteressa ai problemi politici che gli vengono posti da Blair. Primo fra tutti quello del recupero di un ruolo per l’Onu e per l’Europa. A Bush tutto ciò non interessa. All’ipotesi avanzata da Blair di affidare all’Onu la gestione del dopo-guerra, Powell (cioè il più moderato tra i capi della Casa Bianca) ha risposto: «Non ci siamo accollati questo immenso peso per rinunciare a un controllo dominante sul futuro dell’Iraq». Sulla condotta della guerra invece - dopo l’incontro con Blair - è stato lo stesso Bush a rispondere ai giornalisti. Un po’ infastidito: «Quanto tempo ci vorrà? Ci vorrà tutto il tempo necessario per vincere. Tutto il tempo necessario: non c’è una questione di scadenze, è una questione di vittoria...». Blair e Bush hanno discusso anche della questione degli aiuti. Cioè delle possibilità di evitare una strage per fame della popolazione irachena. Non hanno trovato nessuna soluzione. Blair ha solo ottenuto una dichiarazione di principio. E cioè il via libero al ripristino del piano «oil for food» (petrolio per cibo). Si tratta del piano umanitario-commerciale stabilito dall’Onu nel ‘96, che permette all’Occidente di aggirare l’embargo (cioè il blocco di tutti i commerci con l’Iraq) e di scambiare cibo e medicine col petrolio di Saddam. Questo cibo e queste medicine sono l’unica fonte di sostentamento per il 60 per cento della popolazione dell’Iraq. Attualmente l’Onu è in possesso di 40 miliardi di dollari per i pagamenti di petrolio già inviato dall’Iraq, e dovrebbe trasformarli in cibo e medicine. Ma è impossibile, perché l’assedio degli anglo-americani ha bloccato le comunicazioni. Il cibo non può essere distribuito. Blair e Bush si sono dichiarati pronti a sbloccare «oil for food», ma a condizione che sia gestito non dal governo iracheno. Dal momento che il 90 per cento delle territorio abitato iracheno è sotto il controllo governativo, lo sblocco degli aiuti è puramente formale. L’Unicef ha chiesto l’apertura di corridoi umanitari, per fare arrivare il cibo alle popolazioni, ma non ha avuto risposta.
Ha avuto invece risposta l’Arabia Saudita, che aveva proposto un piano di pace basato sul cessate il fuoco. Il ministro americano Rumsfeld, nel corso di un’audizione al Senato, ha escluso che possa essere presa in considerazione qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco.
Intanto il super-ispettore dell’Onu, Hans Blix, ha dichiarato ai giornalisti che fino ad ora l'Iraq non ha usato nessun missile Scud (i missili proibiti a Bagdad dalla risoluzione dell’Onu del 1991). Il governo inglese però ha dichiarato ai giornalisti di «avere prove certe che Saddam Hussein sta pensando ad usare armi chimiche».
[FIRMA-DX]Piero Sansonetti


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Il disastro umanitario c’è già. L’Iraq è sotto assedio, si sta trasformando in un cimitero. La gente ha paura delle bombe, ma soprattutto ha paura della fame e della sete. Ieri sono fuggiti a migliaia da Bassora, alla ricerca di un po’ d’acqua. L’acquedotto è a secco, distrutto dalle bombe inglesi. Gli occidentali avevano promesso aiuti agli iracheni, ma non arriva niente di niente, siamo sull’orlo della carestia. Dal porto di Umm Qasr si vede sempre quella nave al largo, ma non riesce ad attraccare. Sono quattro giorni che gli anglo-americani dicono che domani attraccherà e che è piena di aiuti alimentari e acqua potabile, ma poi non succede. Evidentemente gli alleati non hanno ancora il controllo del porto. Finora gli unici aiuti arrivati in Iraq sono quelli inviati dal Kuwait: qualche camion con un po’ di cibo buono per sfamare per una giornata cinque o seimila persone. Basta.

Tanto che ora i problemi cominciano ad esserci pure per gli assedianti. Alcuni reparti americani sono a corto di scorte e hanno dovuto tagliare i pasti: due al giorno, non più tre. Quello che non manca sono le bombe. Per l’ottavo giorno consecutivo Bagdad è stata colpita a tappeto. Ormai i morti tra i civili non si contano più. Gli aerei arrivano più o meno ogni due ore, giorno e notte, e le esplosioni sono quasi ininterrotte. Ieri hanno colpito un quartiere residenziale al sud della città, ed è stata un altra carneficina. Come quella del giorno prima al mercato. Per quanto tempo ancora gli americani pensano di tenere questo livello di “pressione aerea”? Molto presto Baghdad sarà ridotta a un mucchietto di macerie, e non è bello che la più moderna potenza mondiale, cioè gli Stati Uniti, cancelli dalla terra una delle città più antiche e più ricche di storia, di archeologia, di ricordi della nostra civiltà.
Sul versante militare quella di giovedì è una giornata abbastanza statica. E’ stato aperto dai paracadutisti americani un fronte nord, che dovrebbe permettere nei prossimi giorni di stringere l’assedio alla capitale. Le truppe che stanno avanzando da Sud sembrano per ora ferme, a un centinaio di miglia della città, accampate, e ogni tanto attaccate dai combattenti "saddamisti" irregolari. Al sud, situazione immutata. Bassora non cade e non cadono le atre città. Intorno a molte di esse si combatte ininterrottamente e i soldati muoiono a centinaia e a migliaia. Ieri il “New York Times” pubblicava a tutta pagina questo titolo: «L’Iraq offre fiera resistenza alle forze americane». La parola inglese usata dal New York Times è “fierce”, che può essere tradotta o “fiera” o “feroce”, quindi può avere un significato positivo o negativo. Però esprime lo stupore per una capacità di combattimento degli iracheni, e per un attaccamento alla patria che gli americani non si aspettavano assolutamente. Non l’avevano previsto nè i servizi segreti, né i politici, né i giornalisti , né l’opinione pubblica. E’ questa la novità essenziale: non è solo una novità militare, è anche politica. Gli Usa erano convinti che il regime di Saddam fosse piantato sulla sabbia. Che bastasse soffiare forte e dare una speranza di liberazione al popolo per spazzarlo via. E’ chiaro che non è così. Alcune informazioni giunte ad Occidente sulla brutalità dei metodi di governo di Saddam verso le minoranze e verso le opposizioni sono state scambiate per le prove di un regime senza consenso. E’ stato un errore di valutazione strategica molto grave. Con conseguenze che possono essere devastanti, sia nella condotta della guerra sia - eventualmente - nella gestione dell’Iraq dopo la possibile caduta di Baghdad. L’Iraq può trasformarsi per gli americani in quello che negli anni ‘80 fu l’Afghanistan per i Russi.

E’ probabile che di queste cose abbiano parlato, nei loro lunghi colloqui a Camp David (Maryland), Bush e Blair. Tra loro non c’è più l’assoluta identità di vedute che c’era fino a un mese fa. Bush considera questa guerra la “sua” guerra, e si disinteressa ai problemi politici che gli vengono posti da Blair. Primo fra tutti quello del recupero di un ruolo per l’Onu e per l’Europa. A Bush tutto ciò non interessa. All’ipotesi avanzata da Blair di affidare all’Onu la gestione del dopo-guerra, Powell (cioè il più moderato tra i capi della Casa Bianca) ha risposto: «Non ci siamo accollati questo immenso peso per rinunciare a un controllo dominante sul futuro dell’Iraq». Sulla condotta della guerra invece - dopo l’incontro con Blair - è stato lo stesso Bush a rispondere ai giornalisti. Un po’ infastidito: «Quanto tempo ci vorrà? Ci vorrà tutto il tempo necessario per vincere. Tutto il tempo necessario: non c’è una questione di scadenze, è una questione di vittoria...».
Blair e Bush hanno discusso anche della questione degli aiuti. Cioè delle possibilità di evitare una strage per fame della popolazione irachena. Non hanno trovato nessuna soluzione. Blair ha solo ottenuto una dichiarazione di principio. E cioè il via libero al ripristino del piano “oil for food” (petrolio per cibo). Si tratta del piano umanitario-commerciale stabilito dall’Onu nel ‘96, che permette all’Occidente di aggirare l’embargo (cioè il blocco di tutti i commerci con l’Iraq) e di scambiare cibo e medicine col petrolio di Saddam. Questo cibo e queste medicine sono l’unica fonte di sostentamento per il 60 per cento della popolazione dell’Iraq. Attualmente l’Onu è in possesso di 40 miliardi di dollari per i pagamenti di petrolio già inviato dallIraq, e dovrebbe trasformarli in cibo e medicine. Ma è impossibile, perché l’assedio degli anglo-americani ha bloccato le comunicazioni. Il cibo non può essere distribuito. Blair e Bush si sono dichiarati pronti a sbloccare “oil for food”, ma a condizione che sia gestito non dal governo iracheno. Dal momento che il 90 per cento delle territorio abitato iracheno è sotto il controllo governativo, lo sblocco degli aiuti è puramente formale. L’Unicef ha chiesto l’apertura di corridoi umanitari, per fare arrivare il cibo alle popolazioni, ma non ha avuto risposta.
Ha avuto invece risposta l’Arabia Saudita, che aveva proposto un piano di pace basato sul cessate il fuoco. Il ministro americano Rumsfeld, nel corso di un’audizione al Senato, ha escluso che possa essere presa in considerazione qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco.
Intanto il super-ispettore dell’Onu, Hans Blix, ha dichiarato ai giornalisti che fino ad ora l'Iraq non ha usato nessun missile Scud (i missili proibiti a Bagdad dalla risoluzione dell’Onu del 1991). Il governo inglese però ha dichiarato ai giornalisti di «avere prove certe che Saddam Hussein sta pensando ad usare armi chimiche».

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Parà, l'Italia è direttamente in guerra. Ciampi obbliga Berlusconi a riferire alle Camere
di Pasquale Cascella

Parola di Silvio Berlusconi da palazzo Chigi: «Le autorità statunitensi hanno fornito esplicita conferma che la missione dei parà Usa di stanza a Vicenza esclude l’attacco diretto ad obiettivi iracheni». Dichiarazione del generale di brigata Vincent Brooks dal Comando centrale americano in Qatar: «Si tratta di una forza che può essere usata anche in attacco. La presenza di questa brigata di combattimento cambia considerevolmente le dinamiche». Chi dice la verità e chi il falso? L’unica certezza è che sono stati regolarmente autorizzati dal governo italiano a partire dalla base americana Ederle, in quel di Vicenza, i mille parà che l’altra sera sono stati protagonisti del massiccio avio-lancio direttamente nel Kurdistan. Tutto il resto è un giallo, anzi un brutto pasticcio. A cominciare dall’annuncio, in diretta tv, nel corso del «Porta a porta» a cavallo della notte, con Bruno Vespa a dar conto dell’apertura del «fronte nord» e il generale Arpino a spiegare il mutato scenario di guerra con quelle «specialissime» truppe. Ma il governo non aveva deliberato e comunicato al Parlamento l’«esclusione dell’uso di strutture militari quali basi di attacco diretto ad obbiettivi iracheni»? Piero Fassino non ha dubbi: «Sono state violate le direttive del Consiglio supremo di difesa sull’uso passivo delle basi». In effetti, il goffo inseguimento di precisazioni che non smentiscono alcunché, di ripuntualizzazioni da parte del premier di posizioni già formalizzate da palazzo Chigi e di assicurazioni contraddette dallo stato maggiore americano, finisce con l’acuire il conflitto aperto con il dispositivo garantito dallo stesso ruolo del capo dello Stato che il Consiglio di difesa presiede. Tanto è vero che, per non trovarsi invischiato e tentare un’estrema ricucitura con la verità, Carlo Azeglio Ciampi si è sentito in dovere di convocare Silvio Berlusconi al Quirinale mettendolo di fronte alla responsabilità di sottoporre al più presto Parlamento le valutazioni di carattere politico e, ancora più, costituzionali del caso.
Delle due l’una, come ha prontamente denunciato Marco Minniti, dei Ds: «O il governo sapeva fin dall’inizio e ha colpevolmente taciuto, oppure non sapeva, e ciò sarebbe ancora peggio». Nel primo caso, l’esecutivo avrebbe già mentito al Parlamento. Nel secondo, le deliberazioni sovrane delle istituzioni italiane sono calpestate dall’alleato nell’indifferenza, se non la subalternità, del governo. Paradossalmente, Berlusconi avrebbe potuto dire la verità e affrontare a viso aperto la inevitabile polemica politica con l’opposizione (e nemmeno tutta: il socialista Enrico Boselli dice di non capire né lo «scandalo», né - appunto - il «balbettio» del governo), anziché coprire l’ipocrita posizione «non belligerante» ma partecipe della «coalizione dei volenterosi» con una vera e propria commedia degli equivoci.
Che la base americana di Ederle fosse mobilitata per le operazioni militari in Iraq era stato denunciato già dai deputati verdi e comunisti che lunedì scorso erano stati lì nell’esercizio della funzione di sindacato ispettivo. Anche Giulio Andreotti aveva chiesto l’altro giorno spiegazioni al governo, avvertendo che «il problema non è tanto la partenza, quanto il rientro», ovvero la trasformazione di Ederle in una base di operazioni di guerra. Ma il governo ha fatto orecchie da mercante, fino a quando la contraddizione è esplosa. Solo ieri mattina il sottosegretario Filippo Berselli si è presentato alla Camera, ma per negare - sulla scia di un comunicato di palazzo Chigi - che i parà fossero impegnati in azioni offensive. Offendendo, così, non solo la verità ma anche l’intelligenza dei parlamentari. I quali, negli stessi frangenti, potevano ascoltare il presidente della Commissione Difesa, Gustavo Selva di An, spiegare cinicamente che «noi abbiamo a disposizione queste basi, ma i piani si fanno a Tampa, a Washington e non a Roma», e vedere il ministro Rocco Buttiglione, dell’Udc, arrampicarsi sulle distinzioni per cadere sulle proprie «perplessità».
La protesta è immediata. Luciano Violante chiede se sia «mutato il ruolo dell’Italia: da paese non-belligerante a paese co-belligerante». «La verità è cruciale», incalza Fabio Mussi. «Non si gioca con la guerra», avverte Pierluigi Castagnetti. E Alfonso Pecoraro Scanio evoca le «tre carte». «L’Italia è in guerra e il popolo non lo sa», insiste Oliviero Diliberto. Per Rifondazione, Luigi Malabarba chiede le dimissioni dei ministri Frattini, Martino e Giovanardi. L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, sulla scia di Andreotti, ipotizza una «denuncia unilaterale» degli accordi bilaterali con gli Usa.
La pressione perché il governo chiarisca subito la sua posizione in Parlamento, raccolta da Pier Ferdinando Casini, costringe Berlusconi a uscire allo scoperto, con una lettera al presidente della Camera in cui «esclude» che i parà partiti da Vicenza siano impegnati nell’«attacco diretto ad obiettivi iracheni», anzi sottolinea come la loro missione abbia «finalità di stabilizzazione territoriale ed avvio di azioni umanitarie». Peccato che il generale Brooks non sia dello stesso avviso. E che altre fonti Usa rivelino che l’Italia, come «membro della coalizione», è «consultata in modo stretto su tutti gli aspetti rilevanti dell’operazione “Iraq freedom”, incluso l’uso delle basi italiane per appoggi logistici». Come definire tutto questo? «Lasciamo che sia il governo italiano commentare il proprio contributo alla guerra». Al danno si aggiunge la beffa. Tant’è: per sapere qual è il ruolo dell’Italia bisognerà aspettare martedì prossimo. Prima Berlusconi deve provvedere a qualche «operazione», fortunatamente per lui solo plastica, per accorciare il naso.

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Iraq. Baghdad, sotto i colpi dei raid angloamericani i centri di comunicazione. In arrivo 120 mila rinforz

i


Dispersi 12 marines


Baghdad, 28 marzo 2003

Nuove esplosioni hanno scosso Baghdad stamani poco prima delle 07:00 locali (le 05:00 in Italia), di cui una molto potente, che ha fatto tremare l'hotel dove risiedono giornalisti. Lo ha riferito un corrispondente della France Presse nella capitale irachena.

È stato udito anche il fuoco della contraerea, mentre nubi di fumo erano visibili in zone della città e della sua periferia.

Da ieri, pattuglie di marines stanno cercando, finora senza esito, i 12 soldati americani dispersi, intorno a Nassiriya, la città sull'Eufrate dove, domenica, gli americani hanno già subito perdite e dove alcuni di loro sono stati fatti prigionieri.

In attesa dell'assedio, Baghdad ha vissuto un'altra notte da "colpisci e terrorizza", con i bombardamenti forse peggiori da venerdì scorso: centri di comando e comunicazione sarebbero stati colpiti e distrutti, secondo le indicazioni che vengono dal Pentagono.

Il monito di Saddam

In previsione della battaglia per Baghdad, il ministro della difesa iracheno Sultan Hashem Ahmed avverte che il destino della città si deciderà in battaglie di strada, casa per casa: "Baghdad sarà la tomba del nemico", dice. "Più il conflitto si prolunga, più il nemico pagherà un alto prezzo".

Arrivano i rinforzi

Di questo, Stati Uniti, Gran Bretagna e gli altri Paesi che partecipano alla campagna 'Libertà per l'Iraq' sono consapevoli. Di qui, la decisione del Pentagono di rafforzare il contingente americano, con la mobilitazione di altri cento o 120 mila uomini: entro un mese, ci saranno in Iraq o, più in generale, nel Golfo oltre 400 mila americani.

Uno sforzo militare impressionante, che non può però essere sostenuto a tempo indeterminato. Contemporaneamente, bisogna provvedere agli aiuti umanitari e poi pensare al dopoguerra e alla ricostruzione.

Gli aiuti umanitari

Un segnale positivo sembra venire dalle Nazioni Unite, dove c'è un accordo, che potrebbe essere formalizzato in giornata, per rimettere in funzione il sistema 'oil for food', petrolio in cambio di cibo.

Mentre il Consiglio di Sicurezza ne discuteva, ieri, in modo informale e il premier britannico Tony Blair faceva visita al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, oltre duecento persone venivano arrestate sulla Quinta Strada, a New York, per avere manifestato contro la guerra, bloccando il traffico all'altezza della Cattedrale di San Patrizio.

Un nuovo fronte di guerra

Ma l'accento resta, ancora, sulle operazioni militari. Americani e britannici hanno aperto il Fronte Nord, nel Kurdistan iracheno, devono ancora prendere Bassora (sud) e bonificare la strada per Baghdad, lungo la quale Nassiriya è una trappola mortale, ma già pensano all'assedio di Baghdad e alla battaglia per la capitale.

Parlando in Congresso, il segretario alla difesa americano Donald Rumsfeld esprime l'auspicio che la popolazione di Baghdad si sollevi contro il regime di Saddam Hussein, che pare, invece, avere ritrovato la sua autorità. La conquista d'una città di quasi cinque milioni di abitanti s'annuncia estremamente sanguinosa, se il regime non crolla prima.

Di cessate il fuoco, gli Stati Uniti e i loro alleati non vogliono neppure sentire parlare: vogliono la vittoria, cioè il disarmo dell'Iraq e la cacciata di Saddam, in un conflitto che è già costato centinaia di vittime all'Iraq e decine alla coalizione.

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Baghdad, notte di fuoco tra le più intense dall'inizio della guerra
Su Baghdad la scorsa notte si è scaricata una tempesta di fuoco tra le più violente dall'inizio della guerra. Almeno tre ondate di attacchi hanno colpito la capitale. I bombardamenti sono cominciati giovedì al tramonto e sono proseguiti fin dopo le prime luci del giorno di venerdì. I raid aerei si sono alternati al lancio di missili da crociera ...


Strage di Baghdad, per gli Usa potrebbe essere stato un missile iracheno
Saddam Hussein in bianco e nero che presiede una riunione del comdando militare. Non si tratta di immagini di archivio ma del video trasmesso giovedìdalla televisione irachena per fugare qualsiasi dubbio sulla salute del Rais, di suo figlio Qusay e dei principali dirigenti del regime.Gli Stati Uniti, tuttavia, sono convinti che sia il leader ...


Rinforzi americani in Iraq: in partenza altri 110.000 uomini
E' destinato a essere raddoppiato il contingente di terra americano in Iraq.Nelle prossime settimane il Pentagono manderà al fronte altri 110mila soldati. In totale gli uomini della Coalizione sul campo saranno quasi quattrocentomila. Una dispiegamento comunque ancora lontano da quello della precedente guerra del Golfo, per la quale furono ...


A Kerbala scontro imminente
Nella città santa degli sciiti, Kerbala, gli anglo-americani prevedono la battaglia chiave sulla via di Baghdad.Kerbala si trova solo un centinaio di chilometri a sud della capitale irachena. Fonti militari statunitensi ritengono che tra Kerbala e Nadjaf sarebbero già stanziati 6 mila uomini appartenenti alla Guardia repubblicana di Saddam ...


Truppe britanniche impegnate nelle messa in sicurezza della penisola di Al Faw
Rendere la penisola di Al Faw una zona sicura per poterla utilizzare come ponte per gli aiuti ai civili iracheni. L'obiettivo umanitario assume in questo lembo di Iraq quasi la stessa importanza di quelli militari. In una guerra che è anche di immagini la missione delle forze della coalizione serve a guadagnare la fiducia della popolazione ...


I curdi in territorio iracheno, i soldati Usa pronti all'attacco da nord
I combattenti curdi peshmerga hanno varcato la linea di demarcazione che divide il Kurdistan autonomo dal territorio controllato da Baghdad e si sono posizionati sulle colline di Chamchamal. I soldati iracheni si erano ritirati dalla postazione in seguito agli intensi bombardamenti dell'aviazione angloamericana dei giorni scorsi.Tutti i segnali ...


L'Onu sblocca il programma petrolio in cambio di cibo
Il Consiglio di Sicurezza, sotto le pressioni del segretario generale Kofi Annan e con la benedizione di Gran Bretagna e Usa, ha raggiunto un accordo di massima per tamponare l'emergenza umanitaria in Iraq. Annan ha chiesto l'avvio del programma per 45 giorni e la consegna in Iraq di almeno 10 miliardi di dollari in commesse già approvate di merce ...


Caccia ai mandanti dell'omicidio Djindjic: ucciso il capo della cosca Zemun
La polizia serba ha ucciso in uno scontro a fuoco a Belgrado due dei presunti mandanti dell'uccisione del premier Zoran Djindjic. Uno di questi e' Dusan Siptar Spasojevic, capo della cosca criminale di Zemun; la polizia è a caccia del suo braccio destro Milan Cume Lukovic, anch'egli sospettato di aver ordinato la morte del premier. L'omicidio ...


Virus misterioso: allerta dell'Oms alle autorità aeroportuali
L'organizzazione mondiale della sanità ha trasmesso una serie di misure cautelative alle autorità aeroportuali dei paesi dove si sono verificati i casi di contagio della Sindrome acuta respiratoria severa. Tutti i passeggeri in partenza saranno intervistati per accertare se presentano i sintomi del misterioso virus che aggredisce le vie ...


Moda mimetica, atroce controsenso
Contro la guerra ma fasciati da abiti militareschi. E' l'ultimo controsenso sottolineato dalla moda di strada, ovvero cio' che ragazze e ragazzi indossano per apparire e piacere. Anche se tutto cio' stride con le drammatiche immagini di una guerra in corso "Sono contro la guerra e tutte le sue conseguenze - spiega lo stilista bulgaro Vasko ...

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27 Marzo 2003

ARCHIVES

«I generali volevano invadere subito. Il Presidente invece voleva negoziare. Kruschev teneva duro. Il Presidente disse: niente invasione se voi ritirate i missili. Kruschev ha accettato prima di sera». “Come evitare l’Apocalisse”, di Robert MacNamara, 27 ottobre 1962

Londra: "Saddam pronto a usare
armi chimiche e batteriologiche"
Gli Usa: "Il raìs aspetta che i militari entrino a Bagad
Ma siamo pronti a fronteggiare l'emergenza"


LONDRA - Un elemento "significativo", che dimostrerebbe l'intenzione, dell'Iraq, di usare armi chimiche. Lo ha detto il capo di Stato maggiore britannico Michael Boyce, riferendosi al ritrovamento, fatto ieri nell'ospedale di Nassiriya, di circa tremila tute e altrettante maschere antigas, e di centinaia di dosi di atropina, sostanza usata come antidoto contro i gas nervini. L'ospedale nascondeva anche un arsenale di 200 armi e un tank.

Boyce ha parlato nel corso di una conferenza stampa, organizzata a Londra per illustrare l'andamento del conflitto in Iraq. Accanto a lui, anche il segretario alla Difesa britannico, Geoff Hoon, secondo il quale gli alleati "hanno prove del fatto che gli iracheni sono disposti a usare armi di sterminio"; e anche se quanto rinvenuto nell'ospedale iracheno non rappresenta, ha detto Hoon, una prova "decisiva", si tratterebbe comunque di un elemento "significativo" delle intenzioni di Saddam Hussein. "Ogni comandante iracheno che darà l'ordine di usare armi chimiche - ha ribadito Hoon - verrà considerato un criminale di guerra".
Timori sono stati espressi anche da parte americana, con le parole pronunciate dal generale di brigata Vincent Brooks, nel corso di un incontro con la stampa, presso il quartier generale delle forze americane in Qatar. "L'aver trovato tute, maschere e atropina rinforza la nostra preoccupazione" ha dichiarato Brooks, sottolineando come l'ospedale, dove sono state fra l'altro rinvenute anche armi e munizioni, servisse in realtà da copertura per attività militari. "Siamo comunque ben preparati ad affrontare l'emergenza" dicono da Washington. La preoccupazione dei vertici militari americani è che Bagdad possieda armi chimiche, e che, per usarle, stia solo aspettando l'ingresso delle forze della coalizione a Bagdad

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Bagdad pronta alla guerriglia urbana contro gli invasori di terra

Mentre continuano gli attacchi dal cielo, Bagdad si prepara all'invasione di terra. Dietro ai sacchi di sabbia tra le vie della città cominciano ad appostarsi le milizie del partito Baath di Saddam Hussein, pronte ad opporsi con metodi da guerriglia urbana all'esercito anglo-americano. Negli ultimi anni il regime ha intensificato l'addestramento di gruppi paramilitari. Si stima che sei milioni di ircaheni abbiano ricevuto due anni di preparazione all'uso di una vasta gamma di armi.

La macchina militare della coalizione anglo-americana ha già sperimentato sul terreno la resistenza insidiosa e probilmente non prevista degli irregolari fedeli al regime.

Forse un errore di pianificazione del Pentagono, che pensava che l'esercito iracheno si sarebbe sgretolato come nel '91 e che la popolazione avrebbe accolto con entusiasmo gli stranieri liberatori.

La gente in queste ore è in fibrillazione. Vuole sapere quello che accadrà nella loro capitale e quando.

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Tutto è pronto per l'apertura di un secondo fronte del nord dell'Iraq

Finora nell'Iraq settentrionale la coalizione anglo-americana aveva lanciato solo missili e bombe, oggi vi ha paracadutato i primi mille soldati. Provengono dalla 173a brigata statunitense aviotrasportata, normalmente di stanza in Italia nella base di Vicenza.

I parà sono giunti nella zona controllata dai curdi per mettere in sicurezza le piste di atterraggio già esistenti mentre continuavano i bombardamenti sulla località petrolifera di Mosul, al di là della linea di demarcazione del Kurdistan autonomo.

I soldati avranno presto a disposizione carri armati e altri veicoli blindati trasportati dagli aerei americani, che a decine sono già atterrati nella pista di Bakrajo.

Grazie a questo ponte areo gli statunitensi sono riusciti ad avere la collaborazione sia dei peshmerga curdi sia della Turchia che ha recentemente concesso l'uso del suo spazio aereo, anche se non ha concesso il transito dei soldati americani attraverso il suo territorio.

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Almeno 37 marine feriti da un bombardamento amico vicino Nassiriya

Fuoco amico sul quartiere generale dei marine americani nei pressi di Nassiryah. Secondo quanto riferisce l'agenzia france presse, il comando è stato colpito da granate e tiri di mortaio che hanno provocato il ferimento di almeno trentasette soldati statunitensi e la distruzione di sei veicoli.

I marine sarebbero fermi a una trentina di chilometri a nord della città, bloccati dai tiri di sbarramento dei Feddayn di Saddam Hussein, un gruppo paramilitare fedele al Raìs.

Martedì, dopo giorni di intensi combattimenti, una colonna di 4.000 soldati della coalizione aveva oltrepassato il pote sul fiume Eufrate alle porte di Nassiriya.L'area intorno alla città è ancora teatro di scontri a fuoco. Sul terreno sono rimaste centinaia di vittime. Fonti irachene parlano di 500 civili uccisi dai bombardamento anglo americani. Da parte loro le forze della coalizione fanno sapere di aver evacuato gli abitanti di un quartiere periferico dal quale provenivano tiri nemici.

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Le bombe cadono senza tregua su Bagdad

Questa mattina tre violente esplosioni si sono udite nel centro della città. Secondo fonti irachene i bombardamenti aerei avrebbero colpito un complesso residenziale facendo molti e morti e feriti. Nella notte la capitale era stata bersaglio di altre quattro ondate di bombardamenti culminati in una trentina di esplosioni. Sono almeno ...


Bagdad pronta alla guerriglia urbana contro gli invasori di terra
Mentre continuano gli attacchi dal cielo, Bagdad si prepara all'invasione di terra. Dietro ai sacchi di sabbia tra le vie della città cominciano ad appostarsi le milizie del partito Baath di Saddam Hussein, pronte ad opporsi con metodi da guerriglia urbana all'esercito anglo-americano. Negli ultimi anni il regime ha intensificato l'addestramento ...


Tutto è pronto per l'apertura di un secondo fronte del nord dell'Iraq
Finora nell'Iraq settentrionale la coalizione anglo-americana aveva lanciato solo missili e bombe, oggi vi ha paracadutato i primi mille soldati. Provengono dalla 173a brigata statunitense aviotrasportata, normalmente di stanza in Italia nella base di Vicenza. I parà sono giunti nella zona controllata dai curdi per mettere in ...


Almeno 37 marine feriti da un bombardamento amico vicino Nassiriya
Fuoco amico sul quartiere generale dei marine americani nei pressi di Nassiryah. Secondo quanto riferisce l'agenzia france presse, il comando è stato colpito da granate e tiri di mortaio che hanno provocato il ferimento di almeno trentasette soldati statunitensi e la distruzione di sei veicoli. I marine sarebbero fermi a una trentina di ...


Ore cruciali a Najaf
Un migliaio di iracheni si stanno dirigendo verso Najaf, città santa a circa 160 a sud di Bagdad. A confluire verso questa zona sono le truppe paramilitari irachene e le forze scelte della guardia repubblicana. Ieri i fedelissimi di Saddam sono entrati per la prima volta in battaglia nella regionale centrale dell'Eufrate, dove si trova Najaf. ...


Blindati iracheni in fuga da Bassora bersagliate dalle forze della coalizione
Manovra diversiva o ritirata? Una colonna di un centinaio di veicoli blindati iracheni è uscita all'improvviso da Bassora dirigendosi in direzione sud verso la penisola di Al Faw. L'artiglieria britannica è subito entrata in azione appoggiata dall'aviazione americana. Alcuni mezzi sarebbero stati distrutti dal fuoco delle forze della coalizione. ...


Scappare da Bassora. Chi può lo fa.
Nella seconda città del paese, baluardo sciita meridionale, ancora non è chiaro cosa sia succeso nelle ultime ore. Conferme e smentite si inseguono: sollevazione popolare, feddaiyn che sparano sui civili, semplice esasperazione popolare. Il ministro iracheno all'Informazione smentisce sul nascere le voci. Ma poi nella giornata di mercoledì è lo ...


Controlli porta a porta ad Um Quasr
Dopo giorni di combattimenti la città nel sud dell'Iraq è nella mani degli anglo-americani. I militari cercano di snidare eventuali cecchini. La città è un centro di importanza strategica. Al confine con il Kuwait, Umm Quasr è l'unico porto con acque profonde. Fondamentale per rinforzi e approvvigionamenti. E' necessario quindi renderla ...


Colloquio sull'Iraq tra il premier inglese Tony Blair e il presidente USA Bush
L'andamento della campagna militare, gli aiuti umanitari e l'Iraq del dopoguerra: è per discutere di questi temi che il premier britannico Tony Blair è negli Stati Uniti. Ieri il primo incontro con il presidente americano Bush, che rivedrà oggi. In serata l'appuntamento con il segretario generale dell'Onu Kofi Annan.Tra gli scopi di Blair c'è ...


Soldati Usa feriti arrivano in Spagna. Nel Golfo una grande nave-ospedale
A bordo della Comfort, la grande nave ospedale statunitense che incrocia nel Golfo. Se ancora qualcuno la credesse una guerra chirurgica e tecnologica, ecco morti e feriti a ricordargli che anche questa in Iraq è una guerra come le altre. "Spero di essere fuori prima che la guerra finisca, perché voglio vendicarmi. Si, ora è un fattore di ...


Un missile ferma le trasmissioni della TV irachena
La guerra è anche quella dell'informazione. Non solo in senso
figurato. Milioni di iracheni restano incollati al piccolo schermo dall'inizio delle ostilità, che somministra loro la dose quotidiana di marce militari, inni al regime, immagini trionfali di Saddam Hussein. Ma mercoledì, nel bel mezzo di un film d'amore e di eroismo, le ...

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26 Marzo 2003

ARCHIVES

Sulla capitale irachena si stringe la morsa angloamericana
La tv di stato riprende le trasmissioni, tace quella satellitare

Missili all'alba su Bagdad


Colpita la tv irachena
L'offensiva di terra è ormai vicina alla città
Le truppe Usa e Gb a poche decine di chilometri


BAGDAD - Si stringe la morsa angloamericana sulla capitale irachena. Stamattina all'alba gli aerei di Usa e Gb hanno bombardato pesantemente la zona sud della città, dove sono risuonate almeno 30 forti esplosioni. E le bombe alleate sono cadute anche nel centro della città, dove hanno colpito il ministero dell'informazione e la televisione irachena.

Dunque l'attacco punta ora alle zone nevralgiche del potere di Saddam Hussein. Da una parte il centro della comunicazione del raìs, da dove per esempio sono partite le immagini dei morti e dei prigionieri Usa; dall'altra (il fianco meridionale della capitale) i capisaldi dov'è asserragliata la Guardia Repubblicana, l'unità d'élite dell'esercito iracheno cui Saddam ha affidato l'ultima e decisiva difesa.

La televisione satellitare irachena, che normalmente trasmette 24 ore su 24, è stata senz'altro colpita, perché stamattina mostrava solo uno schermo bianco alternato a immagini sporadiche. Segno che i tecnici sono ancora al lavoro per ripristinare le trasmissioni. La televisione di stato ha invece ripreso le trasmissioni, iniziate alle nove del mattino con una lettura di versi del Corano. La tv di stato non trasmette durante la notte ma già ieri sera i programmi si erano interrotti per circa 45 minuti, dopo che intorno alla mezzanotte i bombardamenti avevano centrato i ripetitori.

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Il Pentagono, che di solito rifiuta di fornire dettagli sugli obiettivi dei bombardamenti, stavolta ha confermato senza riserve che i bersagli dell'attacco nel centro città erano appunto i centri di comunicazione. "Abbiamo colpito la principale stazione televisiva - dicono fonti della Difesa Usa - così come un complesso sotterraneo per telecomunicazioni e il centro per comunicazioni satellitari di Bagdad".

Intanto si prepara la battaglia di terra per la conquista della capitale. Mentre si va placando la tempesta di sabbia che ieri ha rallentato - ma non fermato - l'avanzata del Settimo Cavalleggeri delle forze armate Usa. La testa delle truppe che muove alla volta di Bagdad è ormai a poche decine di chilometri dalla capitale: a un passo dalla "cintura" di difesa organizzata dalla Guardia Repubblicana, e a due dalla temuta e imprevedibile guerra casa per casa. Sarà un lungo assedio per ottenere la resa (o la rivolta contro Saddam) oppure le forze angloamericane proveranno a conquistare la capitale? In attesa di sapere quale strategia seguiranno i generali Usa si attende da sud il rinforzo di altri soldati. Quelli che hanno ripreso l'avanzata verso Bagdad da Nassiriya, la città sull'Eufrate dove le truppe alleate sono state impegnate in violenti e sanguinosi combattimenti.


Ennesima notte sotto le bombe per Bagdad
Da ieri sera alle 22 la capitale irachena è stata l'obiettivo di numerose incursioni aeree. Poco prima delle cinque ora locale sei sette forti esplosioni ni sarebbero state udite sulla periferie sud della città e in un quartiere centrale, là dove sono situati il ministero dell'informazione e l'emittente di ...


Gli Americani sono bloccati a circa 100 km da Bagdad

A rendere difficile l'avanzata americana ci si mettono anche le condizioni meteorologiche. Un nemico invisibile, la tempesta di sabbia, frena l'avanzata verso la capitale irachena, la visibilità è scarsa, meno di 500 metri. Le operazioni della 101 divisione aereotrasportata, che dispone di una flotta di elicotteri d'attacco Apache, Blackhawk, ed ...


Najaf: sarebbero morti circa 300 soldati iracheni
Circa 300 soldati iracheni sono rimasti uccisi nella battaglia di Najaf, secondo il Pentagono.La battaglia sembra essere stata la piu' sanguinosa mai avvenuta finora nella guerra del Golfo. Gli iracheni avrebbero solo danneggiato l'equipaggiamento dei militari Usa senza però fare vittime.Il Pentagono non e' stato in grado di precisare se le forze ...


Bassora, due soldati inglesi uccisi da "fuoco amico". In corso una rivolta anti-Saddam?
E' battaglia per Bassora. La seconda città dell'Iraq e capitale petrolifera del paese è al centro di furiosi combattimenti. Due soldati inglesi sono rimasti uccisi da "fuoco amico": due carri armati Challenger si sono reciprocamente presi di mira causando anche dei feriti. Ma a Bassora, un milione e mezzo di abitanti, sciti in maggioranza, ...


Umm Qasr nelle mani di Usa e Gran Bretagna. Anche i delfini per bonificare il porto
Marines britannici e bambini iracheni socializzano a Umm Qasr. Dopo giorni di incertezza, la città sembrerebbe passata nelle mani degli anglo-americani. I cecchini che erano riusciti a far inceppare la potente macchina da guerra sono ormai fuori gioco, e c'è perfino modo di vedere l'accoglienza calorosa riservata dagli iracheni ai soldati ...


Delfini sminatori, ovvero, il muso pulito della guerra
Makai e Tacoma, due simpatici delfini cresciuti in California, sono da oggi arruolati nell'esercito anglo americano con il compito di scovare gli ordigni disseminati nel porto di Um Qasr, nel sud dell'Irak. Secondo quanto dichiarato dai responsabili dell'operazione, ben felici di diffondere immagini cosi' poco guerresche dell'esercito ...


Il fronte nord si fa attendere
I Curdi dubitano sull'imminenza di una offensiva americana dal Kurdistan.Da 24 ore i raid aerei sulle città petrolifere di Kirkuk e Mossul si sono intensificati. Migliaia di abitanti che vivevano sulla zona di demarcazione in area curdo-irachena hanno riparato verso i campi di rifugiati piu' a nord,300 mila secondo l'Onu. Giovedi' scorso ...


Ankara e Washington discutono sulla zona cuscinetto in Iraq
Le modalità di un dispiegamento delle truppe turche nella zona controllata dalle fazioni curde sono fonte di viva tensione con gli Usa ma anche con l'Europa. Entrambi hanno messo in guardia la Turchia dall'entrare in Nord Iraq con le sue truppe. Il ministro degli Esteri Abdullah Gul ha voluto rassicurare Washington e Bruxelles: "La Turchia non ...


Oggi a Camp David terzo faccia-a-faccia tra Tony Blair e George Bush
Sarà una specie di Consiglio di Guerra, il mini-vertice tra il premier britannico Tony Blair e il presidente degli Stati Uniti George Bush in programma per oggi a Camp David. La riunione di oggi sarà la terza tra i due capi di governo, e quasi certamente prenderà in considerazione gli scenari necessari per gestire il dopo-Saddam. Alleato ...


Rumsfeld teme l'uso di armi chimiche verso Bagdad
L'eserrcito iracheno potrebbe utilizzare armi chimiche contro gli anglo-americani quando questi raggiungeranno Bagdad. E' quanto ha affermato il segretario alla difesa americano Donald Rumsfeld. In conferenza stampa al Pentagono, ha citato informazioni dei servizi segreti statunitensi. Il rischio, ha detto, cresce col passare del tempo, in ...


I soldati feriti evacuati in Germania
Altri quindici soldati statunitensi feriti in Iraq sono stati evacuati in nella base americana di Ramstein, nella Germania sudoccidentale su questo aereo da trasporto C 141 partito dal Kuwait. Ramstein è la piu' grande base militare Usa fuori dagli Stati Uniti dove sztanziano circa 7600 militari. Da Ramstein i soldati sono stati ...


Kofi Annan cercherà di far ripartire il programma "petrolio in cambio di cibo"
Le parti implicate nella guerra devono rispettare i propri obblighi nei confronti della popolazione civile secondo il diritto internazionale umanitario. Lo ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, incontrando a New York il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Condoleeza Rice, con la quale ha parlato ...


Liberi da Guantanamo. Tornano a Kabul ex prigionieri degli Usa
Diciotto mesi dopo tornano a casa. Il primo gruppo di cittadini afghani arrestati dagli Usa e imprigionati a Guantanamo lascia l'isola di Cuba e torna tra le montagne di Kabul. Sono una ventina, quelli che riacquistano la libertà, e si tratta del primo rilascio di prigionieri da ottobre, quando vennero rispediti in Afghanistan i vecchi e i ...

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25 Marzo 2003

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«Viviamo in tempi irreali, dove una elezione irregolare ha prodotto un presidente immaginario, che ci ha mandato in una guerra inventata per ragioni fittizie. Mister Bush, vergogna. Vergogna. Se qualcuno riesce a inimicarsi anche il Papa allora è proprio finito». Michael Moore nel ricevere
il Premio Oscar, Hollywood, 24 marzo

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Attacco all'Iraq
Bombe, morti, guerriglia. E intanto Bush contro Putin, Ue contro Turchia, Siria contro Usa
di Piero Sansonetti

La giornata: Blair dice che le forze alleate sono a cento chilometri da Bagdad e che stanno per entrare in contatto con la famigerata guardia repubblicana. In ogni caso, l'avanzata lampo delle forze anglo-americane è ormai un sogno. Combattimenti feroci, molte perdite, ovunque. Bagdad e Bassora, ancora lunedì notte, erano sotto bombardamenti a tappeto: morti ovunque, case distrutte, macerie, rabbia. Nel resto del mondo la situazione internazionale si complica oltre ogni previsione. Gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di aver fornito sistemi anti-missile a Saddam; la Russia ha negato sdegnata; la Turchia è ben decisa ad occupare il Kurdistan; la minaccia del governo di Ankara - per ora è solo una minaccia - di occupare il Kurdistan, ha provocato la reazione dell'Europa: c’è una nota di Prodi che è una specie di diffida; la Siria ha protestato con furia contro gli Stati Uniti perché vari missili sono caduti nel suo territorio e sono stati uccisi 5 civili.

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Bombe, morti, guerriglia. E intanto Bush contro Putin, Ue contro Turchia, Siria contro Usa
di Piero Sansonetti

Le truppe anglo-americane sono in una situazione di stallo. Blair, parlando al Parlamento per la prima volta dall'inizio della guerra ha annunciato che le truppe anglo-americane sono a cento chilometri da Bagdad. Ma ha anche aggiunto che la guardia repubblicana di Saddam è ancora in grado di infliggere «perdite» agli alleati. L’avanzata-lampo verso Baghdad, dunque, sembra sempre più un sogno. Lunedì è stata una giornata di combattimenti feroci, in varie zone dell’Iraq, e ci sono ancora molte perdite occidentali. Bagdad, da giorni, è sotto bombardamenti a tappeto: morti ovunque, case distrutte, macerie, rabbia. Nel resto del mondo la situazione internazionale si complica oltre ogni previsione. Domina il disordine. Provate a mettere insieme questi otto avvenimenti della giornata: primo, gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di aver fornito sistemi anti-missile a altre armi all’esercito di Saddam; la Russia ha negato sdegnata;si è aperto un problema diplomatico tra i due paesi, il più grave dai tempi della guerra fredda; il portavoce della Casa Bianca è dovuto intervenire in serata per assicurare che Russia e Stati Uniti restano amici, ma ha confermato che ci sono seri problemi nelle relazioni tra i due paesi. Secondo, la Turchia è ben decisa ad occupare il Kurdistan, vuole quelle terre perché sono ricche di acqua, e poi per motivi politico-militari, e cioè per stroncare la ribellione del popolo curdo; i curdi però sono un punto di riferimento, anche militare, per gli americani, che non vorrebbero lasciarli in pasto ai turchi; la minaccia dei turchi - per ora è solo una minaccia - di occupare il Kurdistan, ha provocato la reazione dell'Europa: c’è una nota di Prodi che è una specie di diffida al governo turco, candidato ad essere uno dei prossimi membri dell’unione europea. Terzo, il governo siriano (che fa parte del consiglio di sicurezza dell’Onu) ha protestato con furia contro gli Stati Uniti perché vari missili sono caduti nel suo territorio e tra l’altro è stato colpito un pullman turistico e sono stati uccisi 5 civili siriani; gli americani si difendono, negano, dicono che loro non colpiscono i civili; però i morti ci sono e ci sono anche 37 feriti. Quarto, nel suo discorso di ieri, Saddam è tornato a riproporre la soluzione finale per Israele, e cioè il ritorno di tutto il territorio (”Dal fiume al mare”) al popolo palestinese, e dunque la fine dello Stato di Israele; era da vari decenni che nessuna autorità araba poneva in questi termini il problema. Quinto, in Giordania e in Egitto si sono svolte oceaniche manifestazioni contro gli Stati Uniti e contro i governi arabi moderati; nei cortei si è inneggiato a Saddam Hussein come al vero capo delle popolazioni arabe. Sesto, c’è una crisi diplomatica senza precedenti tra Italia e Francia, dopo le incaute dichiarazioni rilasciate da Berlusconi, che per difendere Bush ha offeso i francesi; l’ambasciatore francese ha protestato; l’unione Europea vive una crisi ogni giorno più grande. Settimo, il prezzo del petrolio è tornato a salire e le borse hanno iniziato a scendere in fretta, perché i mercati, dopo cinque giorni, hanno capito che la guerra non sarà veloce e che l’esito non è scontato. Ottavo, il segretario generale dell’Onu ha lanciato l’allarme sulla catastrofe umanitaria che è già in corso, perché questa ormai si presenta come una delle guerre più sanguinose e devastanti degli ultimi tempi.
In otto punti si è tracciato uno schizzo del disastro politico provocato dai primi giorni di guerra. Il disordine mondiale è enorme e rischia di crescere ancora. L’impressione è che non esista un governo in grado di gestire politicamente questa crisi, di correggerne la direzione di marcia. L’amministrazione americana è politicamente debolissima, soprattutto ora che ha visto smentite tutte le sue previsioni della vigilia. Il governo inglese appare completamente subalterno. Ieri Tony Blair ha parlato davanti alla Camera dei Comuni e ha tenuto un discorso nervoso, privo di spessore, e fortemente propagandistico. Ha usato frasi che fanno tremare le vene e i polsi, come quelle sulla “vittoria sarà nostra”, “il nemico è allo sbando” e altri slogan che fanno capire che non si è più sicuri di niente. Il linguaggio degli stati maggiori inglesi e americani assomiglia sempre di più al linguaggio di Saddam. Pura propaganda di guerra. Questo rende la crisi gravissima e la chiude in un culo di sacco.
Anche sulla stampa degli Stati Uniti e della Gran Bretagna i toni iniziano a diventare cupi. Ieri il “New York Times” titolava sugli elicotteri americani costretti a fare dietrofront , attaccati dagli iracheni, e definiva Nassiriya un “ambush alley”, cioè il vicolo dell’agguato. Non è ragionevole pensare che l’opinione pubblica americana possa restare indifferente se i morti e i prigionieri aumentano e le vittorie militari scarseggiano. E a maggior ragione l’opinione pubblica inglese. Per questo ieri Tony Blair ha detto che è urgente attaccare Baghdad. Ha detto che «L’Iraq è un paese ricco, ma è un paese dove i bambini muoiono di fame; questo paese - ha detto Blair - va aiutato a camminare verso un futuro migliore». Ed è il motivo per il quale sono iniziati i bombardamenti a tappeto. Dei quali ieri l’inviata del Tg3 Giovanna Botteri ha mostrato per la prima volta le conseguenze. Con un servizio televisivo molto bello, girato tra le macerie di una casetta dove la gente cercava, con la forza delle mani, di tirar fuori dalle macerie i morti e i feriti. E protestava, bestemmiava e malediceva l’ocidente.
Sulla situazione militare del conflitto le fonti sono tre. Una irachena e due americane. Quella irachena è lo stesso Saddam, che ieri ha parlato di nuovo, è sembrato in gran forma, ha detto che gli anglo-americani non hanno conquistato nessuna città e ha fatto capire che l’esercito iracheno si sta comportando in modo superiore alle previsioni. Saddam ha fatto i complimenti ai suoi soldati e ha anche fatto sapere che finora i reparti impegnati sono solo reparti tradizionali: non è ancora entrata in azione la famosa guardia repubblicana, cioè le truppe scelte, fedelissime e superattrezzate.
La seconda fonte è il generale Franks, che ha sparso ancora ottimismo tra i suoi soldati e ha negato che sul piano militare ci siano stati imprevisti. Franks dice che è successo finora esattamente quello che si prevedeva. Però ha dovuto ammettere che non è stato trovato nessun sito con armi chimiche. Ha detto che «ci vuole tempo». Anche Blix diceva così, ma a lui il tempo non gliel’hanno dato.
La terza fonte e Blair, che ha detto che l’esercito occidentale è a poche decine di chilometri da Baghdad. La terza divisione di fanteria americana è a Karbala, 50 miglia dalla capitale. Blair ha detto che lo scontro con la guardia repubblicana è imminente.E che prima questo avverrà e meglio

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Mille e cinquecento sortite dell'aviazione di Stati Uniti e Gran Bretagna


E' questo il bilancio dei primi cinque giorni di guerra, secondo una fonte anonima del Pentagono. Ma è anche il solo dato disponibile finora; a parte l'impiego dei B-2 e dei B-52, nulla infatti si sa delle bombe sganciate su Baghdad e sulle altre città, specialmente al sud, dove l'aviazione ha sostenuto le forze di terra ed ha operato per ...


Baghdad: un altro giorno di guerra, dopo l'ennesima notte di bombe
È stata un'altra notte di bombe, a Baghdad: una notte lacerata dai boati degli aerei, dall'urlo delle sirene, dalle luci dei traccianti della contraerea. E da violentissime esplosioni, quasi tutte nelle periferia meridionale, più o meno nella zona dell'aeroporto internazionale. Stamattina, sin dalle prime luci dell'alba, la vita è ripresa con la ...


Di nuovo in volo i B52
Tornano a levarsi in volo i B52: un numero imprecisato degli enormi bombardieri americani è stato visto levarsi in volo, per la quarta notte consecutiva, dalla base britannica di Fairford. Non è chiaro peraltro quale rotta percorrano per giungere in Iraq: per la prima volta, il venti marzo scorso, la Francia non concesse il permesso di sorvolo.


Le truppe Usa avanzano verso Baghdad, ma la resistenza non cede
Alle porte di Baghdad. Dopo cinque giorni di guerra, le truppe di Usa e Gran Bretagna sono arrivate a una novantina di chilometri dalla capitale, attestandosi nella zona attorno a Najaf.Questa avanzata a tappe forzate si compie anche a costo di lasciarsi alle spalle le sacche di resistenza e un incerto equilibrio nelle città del sud, come Bassora.


Nassiryah non cede ed è ancora battaglia. 24 soldati Usa tra morti e dispersi
La resistenza irachena attorno a Nassiryah resta in piedi, e i marines statunitensi ricorrono agli elicotteri per aprire una seconda rotta per Baghdad. Agli anglo-americani, la lotta per il controllo del centro, la più furiosa dall'inizio dei combattimenti, è costata fin qui almeno 24 tra morti e dispersi.

A Bassora si combatte strenuamenmte
La presa di Bassora non è semplice come sperava il comando alleato: nella seconda città dell'Iraq, importante terminale petrolifero a circa 500 km da Baghdad, si combatte strenuamente. La città - un milione e mezzo di abitanti - un tempo era soprannominata "la Venezia d'Oriente", poi solo "città martire", dopo i bombardamenti subiti nelle ultime ore.


Iraq: verso l'apertura del fronte nord

Con modalità diverse dal previsto, ma si è ormai aperto anche il fronte nord, nel conflitto iracheno: da giorni, la radio americana avverte la popolazione curda e dà indicazioni su come mettersi al sicuro. Alcuni contingenti delle forze speciali anglo-americane sono già nella zona da giorni. Altri soldati americani avrebbero dovuto entrare ...


Controesodo di iracheni dalla Giordania
E' un esodo al contrario. Mentre nel loro paese imperversa la guerra, almeno cinquemila iracheni hanno lasciato la Giordania per fare rientro nel loro paese. Il consolato dell'Iraq ad Amman ha riferito di aver rilasciato negli ultimi giorni circa 1200 permessi ad iracheni in esilio. Alcuni dicono dirientrare per salvare le proprie famiglie, altri ...


Tarek Aziz:"tutto bene, siamo tutti vivi"
Il vicepremier iracheno assicura in conferenza stampa che Saddam Hussein controlla completamente l'esercito ed il paese e che tutti i dirigenti iracheni sono sani e salvi. Se la resistenza a Oum Qasr ha inflitto tali perdite potete immaginare cosa succederà nei prossimi giorni - ha detto - precisando che ai combattimenti non ha combattuto la ...


Tutti i bunker del Rais
Perchè i bombardamenti angloamericani non sono riusciti ad eliminare Saddam. Quasi certamente è in un bunker come questo che si rifugia il rais iracheno. Questo che stiamo vedendo è il bunker di Tito, situato nelle montagne bosniache. Saddam ne avrebbe fatta costruire una copia, ...


Bahrein: esplosione vicino alla base della 5a flotta Usa
Violenta esplosione nei pressi del quartier generale della 5a flotta americana ieri a ManamaLa deflagrazione è stata causata da una bombola di gas nascosta in un cestino della spazzatura, a circa 250 metri dalla base militare di Jufair,secondo quanto dichiarato dal Ministero degli Interni del Bahrain. Non ci sono stati feriti ed anche i danni non sono ingenti.


La Casa Bianca accusa, Mosca smentisce: non traffichiamo armi con Baghdad
La Russia ha smentito la vendita di armi o sistemi di difesa all'Iraq, assicurando che osserva rigorosamente tutte le risoluzioni del consiglio di sicurezza dell'Onu. Il ministro degli esteri Igor Ivanov, parlando a Mosca dopo aver ricevuto il ministro degli esteri cubano, ha ribattuto prontamente alle accuse mosse dalla Casa Bianca.


Cordoglio regale. Elisabetta II in visita alle famiglie dei soldati britannici uccisi
Una visita della Regina Elisabetta in persona, per sottolineare quanto la Gran Bretagna voglia celebrare i primi soldati di Sua Maestà uccisi nella guerra in Iraq. A margine di una visita alle basi della Royal Navy di Plymouth e della Raf di Honington, la sovrana ha voluto incontrare i familiari degli otto soldati rimasti uccisi venerdi


La guerra si annuncia lunga e i mercati calano. Wall Street chiude in ribasso.


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24 Marzo 2003

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Attacco all'Iraq
Saddam incita gli iracheni: «La vittoria è vicina, il nemico in un vicolo cieco»

Saddam incita gli iracheni: «La vittoria è vicina, il nemico in un vicolo cieco»«Siamo orgogliosi del confronto epico che stiamo conducendo». Saddam Hussein appare per la seconda volta alla tv irachena dall'inizio del conflitto e incita le forze armate irachene a resistere e a sfruttare i successi ottenuti. Hussein è apparso più in forma del primo discorso, tenuto poche ore dopo l'inizio dell'attacco anglo-americano contro l'Iraq.

In uniforme militare, assai più determinato, lucido e fisicamente saldo di quanto non fosse sembrato di recente. «Abbiamo compiuto molti sacrifici per evitare la guerra», ha affermato il Rais, rivolgendosi direttamente alle Forze Armate per elogiarne la condotta «valorosa» in cinque giorni di guerra contro le forze anglo-americane. Saddam ha poi sottolineato come gli invasori «maledetti» siano rimasti «intrappolati» proprio grazie all'eroica resistenza opposta loro.«La vittoria è vicina», ha quindi assicurato.

Smentendo indirettamente le notizie di fonte statunitense secondo cui la 51^ divisione di fanteria si sarebbe arresa al completo, Saddam ha citato Kalhed Al Hashemi, il comandante di questa divisone che sta combattendo a Bassora . Elogi anche alle truppe della Guardia repubblicana che si trovano nella città portuale di Umm Qasr, che da cinque giorni resistono agli attacchi della coalizione. Secondo i portavoce del Pentagono, Umm Qsar era stata occupata il primo giorno del conflitto (avevano mostrato anche un marine che issava la bandiera a stelle e striscie), salvo poi ammettere che c'erano ancora sacche di resistenza.

«Gli iracheni sono tutti eroi», «il nemico è intrappolato, gli iracheni resistono eroicamente» e gli «infedeli» saranno sconfitti, ha aggiunto Saddam. Le forze militari americane e britanniche «stanno avanzando in un vicolo cieco». «In questi giorni decisivi voi iracheni state facendo quello che dio vi ordinato, tagliare loro la gola. I credenti vinceranno. In questi giorni decisivi il nemico non ha usato i missili e i caccia come all'inizio, ma ha inviato la fanteria. Stavolta è venuto a invadere e occupare la vostra terra». Saddam ha anche detto che la guerra «sarà lunga e avrà pesanti conseguenze» per le truppe americane e britanniche».

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In tutto il mondo, pacifisti sempre in piazza
di red

Sono diventate ormai scene di vita quotidiana. Migliaia di persone che stringono le bandiere dell’arcobaleno e intonano canzoni inneggianti alla pace, seduti sull’asfalto davanti al palazzo del governo. Non ci sono distinzioni tra razze e religioni. Il grido è unico in ogni parte del mondo: «no alla guerra». E al quarto giorno dell’offensiva angloamenricana le proteste diventano sempre più calde nei paesi direttamente coinvolti nel conflitto.

In Gran Bretagna, erano oltre 150 mila, per gli organizzatori, le persone che hanno partecipato alla prima manifestazione nazionale dall'inizio del conflitto. Divisi in due cortei: uno da Enbankment (lungo il Tamigi) e l'altro da Gower Street. Raduno alle due (ora locale) a Hyde Park con interventi di parlamentari, esponenti sindacali e studenti. In Scozia oltre 4.000 persone sono scese in piazza ad Edimburgo, più di 5.000 a Glasgow, 4.000 a Belfast tra il suono delle sirene d'allarme in sintonia con quelle di Baghdad.

Le piazze di quasi tutte le maggiori città degli Stati Uniti continuano a dare eco alla voce del dissenso. Almeno 100.000 persone - ma gli organizzatori sostengono il doppio - sono scese per le strade di New York, unendosi al corteo che ha sfilato lungo Broadway, in antitesi ad alcune centinaia di persone, che invece hanno voluto mostrare la propria solidarietà ai connazionali in divisa impegnati sul fronte. E migliaia di persone si sono date appuntamento a Chicago, Atlanta e in altre città della parte orientale e centrale degli Stati Uniti. San Francisco è in prima linea nel dissenso, come vuole la sua tradizione liberal, insieme a Los Angeles. Le manifestazioni hanno preso la forma di sit-in nelle strade e negli ingressi di edifici federali in California e a Washington, dove gli attivisti si sono sdraiati a terra.

Centinaia di migliaia di persone contro l'allineamento del governo spagnolo con gli Stati Uniti nelle strade spagnole: 500.000 persone (dati del Comune), 750.000 (dati degli organizzatori) a Barcellona; 200.000 a Madrid, richiamate dal Forum sociale e dalla coalizione Izquierda unida. A Pamplona 20.000 persone, migliaia a Siviglia, Santander e Guadalajara.

100.000 nel centro di Parigi, da place de la Republique a place de la Nation. Anche un gruppo di curdi ha marciato assieme ai pacifisti. A Strasburgo si sono registrati scontri: 150 giovani hanno preso di mira il consolato americano e poi un ristorante McDonald's. Presenti all’appuntamento con la pace anche migliaia di manifestanti in Germania, Finlandia, Austria, Canada, Norvegia, Svezia, Egitto, Sudan, Greciam e Cile.

Erano un centinaio i pacifisti che a Canberra, in Australia, hanno tentato di fare irruzione all'interno del Parlamento. L’Australia è uno dei paesi più direttamente impegnati al fianco di Usa e Regno Unito nella campagna di guerra “Iraqi Freeedom”. La polizia è dovuta intervenire in forze per contenere l'impatto di almeno quattrocento dimostranti che, imperterriti, si sono messi a scandire slogan contro il conflitto e hanno intimato al premier, il conservatore John Howard, di affacciarsi a parlare con loro. Non potendo forzare il blocco, i manifestanti si sono allora accontentati di ostruire l'ingresso del Parlamento. Si sono seduti a terra hanno cantato e sventolato le bandiere, bruciando stecche di incenso e di legno profumato. In aula frattanto era in corso il “question time”, con Howard chiamato a rispondere alle interrogazioni dei parlamentari: il capo del governo australiano ha fatto del suo meglio per fare finta di non accorgersi di una donna che, dalle tribune riservate al pubblico, cantava a squarciagola motivi contro la guerra. E a squarciagola i manifestanti hanno chiesto che i 2000 soldati australiani inviati in Iraq rientrino a casa.

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Nasce un nuovo tipo di corrispondente di guerra: il “blogger”
di ma.ca.

È una realtà frammentata, talora profana, spesso inattendibile e quasi sempre “di parte”. Ma non v’è dubbio, ormai, che questa Seconda Guerra del Golfo abbia sancito la nascita d’un nuovo tipo d'“informazione diffusa”, l’unica che probabilmente sia davvero in grado di definire – dopo tante effimere teorie - la rivoluzione (dell’informazione, per l’appunto) determinata dall’avvento di Internet. Il “blogger”, o “web logger” - quel “libero collezionista” e distributore di notizie in Rete che già era prepotentemente entrato nei generali panorami mediatici – sta infatti mostrando, in queste ore di ferro e di fuoco, tutte le sue qualità come nuovo “corrispondente di guerra”, di fatto rivelandosi molto più efficace di quegli “embedded journalist” (ovvero i giornalisti, specie televisivi, “incastonati” con le truppe impegnate nell’avanzata verso Baghdad) che, sulla carta, dovevano costituire la grande novità del conflitto.

Mentre infatti – come sottolineava ieri un reportage del New York Times – questi reporters “embedded” hanno per lo più fornito informazioni insignificanti o decisamente ossequienti nei confronti delle truppe che li ospitano, molti “bloggers” – alcuni dei quali sono soldati combattenti – hanno diffuso, a beneficio dei cybernavigatori, notizie e racconti molto più interessanti e realisti. Questa, almeno, è la conclusione alla quale è giunto Howard Kurtz, rispettatissimo esperto di media del Washington Post, che al tema ha dedicato un lungo articolo, segnalando anche molti dei più interessanti “blogs” – non tutti ovviamente provenienti dal fronte – sul tema della guerra.

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L’America ordina, l’Italia ubbidisce: espulsi quattro diplomatici iracheni
di Natalia Lombardo

Come previsto, quattro diplomatici iracheni sono stati espulsi. Ma la versione del governo l’abbiamo avuta dal ministro Frattini nel pomeriggio. Dove? A «Domenica In», non in Parlamento, come da giorni aveva chiesto l’opposizione, ma dal salotto televisivo di aiUno.

Il ministro degli Esteri informa il tele-popolo italiano che l’Italia «non è in guerra, non è un paese belligerante», certo ci sono state le esplulsioni ma resta aperta l’ambasciata irachena, con la permanenza a Roma del «console» Fares Ali al Shoker, l’incaricato «capo» dell’ufficio di interessi di Baghdad ospitato dall’ambasciata del Sudan. All’ora di pranzo la Farnesina ha dato la notizia delle espulsioni, parlando di «funzionari», in realtà si tratterebbe di due diplomatici e due funzionari del’ufficio.

La sede resta aperta ma è di fatto svuotata, la rappresentanza irachena viene quindi ridotta al minimo, nonostante vi fossero solo cinque diplomatici e tre funzionari amministrativi. Un fatto che non è avvenuto né durante la prima guerra del Golfo, nel ‘91, né durante l’intervento Nato contro la Serbia. E ieri sono stati mandati fuori dall’Italia anche due borsisti (diretti probabilmente ad Amman), del quale uno era a Roma con una figlia. Se non si tratta dei due funzionari il numero delle persone cacciate sale a sei.
Frattini, a «Domenica In», ha risposto alle domande di Mara Venier, un ennesimo strappo a quella regola votata da poco dalla Commissione di Vigilanza sulla Rai, che vieta «di norma» la partecipazione di ministri e politici nei programmi di intrattenimento, e le inteviste non effettuate da giornalisti. Il titolare della Farnesina rassicura: «Non ci sarà nessuna modifica dei rapporti tra l’Italia e l’Iraq che esistevano fino a ieri». E cita la posizione di , le espulsioni sarebbero provvedimenti verso «singole persone nei confronti delle quali ci sono esigenze per invitarle a lasciare l’Italia». Sui particolari non si sofferma, né parla di spionaggio. «Riferirò in modo dettagliato al Parlamento», promette il ministro che oggi riferirà alla Commissione Esteri del Seanto. Restano però molti dubbi sull’operazione e l’Italia , finora non è stato detto chiaramente, come aveva fatto la Germania, che sono state verificate «attività incompatibili con il loro status di diplomatici». Sembra una soluzione, tutta italiana, per evitare il no deciso alla richesta del Dipartimento di Stato Usa sulla chiusura della ambasciate, cosa che hanno fatto chiaramente circa venti paesi nel mondo, e molti europei, accontentando però gli Stati Uniti sull’allontanamento di personale diplomatico considerato «amico del regime» di Saddam Hussein.
L’opposizione era insorta alla notizia delle espulsioni, come già aveva fatto nei giorni scorsi: «Il governo adotta misure, su richiesta degli Stati Uniti, che possono essere assunte solo nel caso di guerra dichiarata», afferma Luciano Violante, capogruppo Ds alla Camera. «È l’ennesima prova», aggiunge Gavino Angius, capogruppo al Senato, «che questo governo continua a raccontare agli italiani». Una decisione «gravissima» secondo Pierluigi Castagnetti, capogruppo della Margherita a Montecitorio, che si riserva di chiedere oggi a Frattini «come si è arrivati a questo provvedimento». I Verdi parlano di «ipocrisia» del Governo, dice il leader Alfonso Pecoraro Scanio, parla di «illegalità» il deputato Paolo Cento. Per Marco Rizzo, capogruppo del Pdci alla Camera, «l’Italia è in guerra contro l’Iraq». A queste proteste aveva replicato il centrodestra, da Ignazio La Russa di An e Vito, di Fi, se la prendono con Violante: «fa polemica a tutti i costi», Sandro Bondi, portavoce di Forza Italia accusa il centrosinistra di «avventarsi furiosamente contro il governo prima di conoscere le ragioni» delle espulsioni (non le sa neppure lui: «Gli americani avranno fornito informazioni tali» da renderle necessarie. Del resto, lo dice chiaramente il forzista Cicchitto, gli ambasciatori iracheni «sono espressione del regiome di Saddam Hussein». E il ministro Frattini vuol essere conciliante, invita l’opposizione ad abbassare i toni, a «non fare polemica» e fa la morale ai pacifisti «che non gridano contro Saddam per i bambini uccisi». Sandro Bondi, di FI accusa il centrosinistra di «avventarsi furiosamente contro il governo prima di conoscere le ragioni» delle espulsioni, ma non le sa neppure lui. Del resto, lo dice chiaramente il forzista Cicchitto, gli ambasciatori iracheni «sono espressione del regiome di Saddam Hussein». Ma anche nel centrodestra c’è chi dissente: Bobo Craxi trova «inutili e dannose» le espulsioni, in vista dei rapporti futuri con l’Iraq, mentre nel centrosinistra sono cauti Di Pietro e i socialisti dello Sdi. Frattini, dal salotto tv, rivela la «scoperta di basi di Al Qaeda in Italia». Ma molte delle inchieste si sono sgonfiate.


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Una cerimonia per la pace, la notte degli Oscar
di red

"Vergogna, vergogna, vergogna, sono contrario a questa guerra e a un uomo (leggi Bush) che ci manda in una guerra fittizia per una realtà fittizia". Così Michael Moore ha commentato il premio da lui ricevuto per Bowling a Columbine (miglior documentario) tra gli applausi della platea. "Noi siamo -ha gridato il cineasta- contro la guerra", che è "una forma inaccettabile di risoluzione dei conflitti".

Parole che rappresentano una notte degli Oscar in tono minore, molto sottotono nella quale la presenza della guerra è fortissima mentre fuori ci sono i manifestanti.

Gli Oscar, comunque, sono stati consegnati. Migliori attori protagonisti Nicole Kidman per The Hours e Adrien Brody per Il Pianista. Nowhere in Africa miglior film straniero. Premio alla carriera a Peter O'Toole. Miglior documentario a Michael Moore che ha fatto un duro intervento contro la guerra. Miglior film Chicago, che in tutto ha ottenuto 6 statuette, miglior regia a Roman Polanski per Il Pianista. Questi i più importanti premi degli Oscar 2003.

Tutti hanno parlato della guerra. Ha cominciato Chris Cooper, ricevendo l'Oscar come miglior attore non protagonista, per 'Il ladro di orchidee": "Auguro a tutti la pace", ha detto. "Perche' si va a ricevere l'Oscar in un periodo di tale sconvolgimento?'. E' Nicole Kidman a porsi questa domanda mentre riceve commossa il suo primo Oscar. ''Il motivo e' - spiega l'attrice - perche' l'arte e' importante e bisogna credere in quello che si fa. Allo steso tempo ci sono tanti problemi nel mondo e dopo l'11 settembre tanta gente ha sofferto e ora con questa guerra accadra ancora: Dio li benedica''. Un accorato appello della pace è arrivato da Adrien Brody, che ha parlato ben oltre il tempo a sua diposizione.
"Non so se si chiami Dio o Allah, ma che ci protegga e possa trovare una soluzione pacifica - ha detto l'attore - Ho un amico soldato in Iraq e mi auguro che ritorni presto".

A tutti quelli che sono per la pace, ha dedicato il suo premio anche Pedro Almodovar.

Dagli organizzatori, un unico accenno ai fatti dell'Iraq. Incaricato di presentare la cerimonia di consegna degli Oscar 2003 tenendo alto il morale di un pubblico per molti versi traumatizzato dalle notizie provenienti dal fronte in Iraq, e al tempo stesso di non ignorare troppo ostentatamente quello che sta succedendo nel mondo esterno, Steve Martin si è concesso un'unica battuta allusiva e moderatamente polemica sulla guerra: "Come avrete probabilmente notato", ha affermato il popolare comico, rivolto al pubblico in platea, "là fuori non c'è alcun tappeto rosso di lusso. Questo manderà loro un segnale", ha aggiunto, alludendo al governo di George W. Bush.

Questi i premi minori : Chris Cooper ha ottenuto il riconoscimento come miglior attore non protagonista per Il ladro di orchidee. L'Oscar per la miglior scenografia è andato a John Myrhe e Gordon Sim per Chicago, il musical diretto da Rob Marshall che ha conquistato anche l'Oscar per la migliore attrice non protagonista andato a Catherine Zeta Johns e per i costumi firmati da Colleen Atwood . Miglior Fotografia per Era mio padre, miglior montaggio per Chicago, miglior costume per Chicago, miglior canzone originale, Eminem per 8 Mile, migliore Scenografia per Chicago, migliori Effetti Speciali per Le due torri, miglior documentario breve per Twin Towers, miglior film animato per Spirited Away, miglior sonoro per Chicago,
miglior montaggio effetti sonori per Le due torri, miglior sceneggiatura originale a Pedro Almodovar per Parla con lei, miglior sceneggiatura non originale per Il pianista[/i], miglior colonna sonora per Frida[/i].

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"La vittoria è vicina, dovete resistere"- l'appello di Saddam


La televisione di stato irachena ha diffuso questa mattina un lungo discorso di Saddam Hussein. Il rais ha rivolto un appello ai suoi soldati, ha elogiato i comandanti delle truppe di Umm Qasr e ringraziato tutti coloro che si sono distinti contro gli invasori angloamericani. Il presidente iracheno tuttavia non ha dato precisi riferimenti ...


Mattinata a Bagdad


Gli iracheni a raccolta hanno ascoltato stamane il discorso di Saddam Hussein. Nei caffé di Bagdad eccheggiavano le sue parole di orgoglio e resistenza di fronte all'invasore. Nuove eplosioni hanno ancora scosso la città e si parla di nuove vittime.Al quinto giorno di guerra la città ferita si prepara all'attacco. Le forze anglo-statunitensi sono a poche ore ma la vita prosegue nei quartieri ancora indenni dalla pioggia di bombe e missili.

Intanto i bombardieri B 52 si sono ancora alzati in volo dall'Inghilterra e la porzioni quotidiana di bombe è già in viaggio per l'Iraq.

Ma Bagdad non si presenta come una città pronta a capitolare, tutt'altro.....

La popolazione è comunque stata avvertita di non lasciare le case quando scoccherà la battaglia.

L'Iraq "cattura" un elicottero Apache americano


La televisione irachena mostra l'ultimo trofeo di guerra delle forze di Saddam Hussein, un elicottero Apache dell'esercito alleato.Nelle immagini il velivolo appare intatto, forse però ha effettuato un atterraggio duro. L'elicottero si trova in un prato nei pressi di Karbala, a circa ottanta chilometri a sud di Baghdad


Bassora nel mirino delle truppe angloamericane
La seconda città dell'Iraq è stata bombardata notte e giorno. Rappresenta un importante test per le forze alleate prima di arrivare a Bagdad. Il gernerale Tommy Franks ha ribadito di voler evitare per il momento la battaglia porta a porta, ma che tutto procede secondo i piani prestabiliti. Mentre l'attacco continua, si cominciano a contare le vittime..


Bruciano sette pozzi nel sud dell'Iraq


La zona non è piú sicura. La guerriglia armata irachena da filo da torcere ai militari americani a Rumaila, vicino Bassora, una delle aree che sembrava ormai controllata dalle forze alleate, penetrate dal vicino Kuwait. I militari hanno dovuto annullare una visita guidata per i giornalisti. I giacimenti di Rumaila, nel sud dell'Iraq sono in fiamme.


Iraq, bombardamento Usa su autobus siriano: 5 morti


Damasco chiede spiegazioni per il bombardamento ad un autobus nell'Iraq occidentale in cui stamane sono rimasti uccisi cinque siriani e feriti altri dieci. Sul veicolo viaggiavano una quarantina di lavoratori di cittadinaza siriana che stavano rientrando nel loro paese. I corpi delle vittime sono stati portati all'ospedale di Damasco.


E' polemica sulle immagini tv dei prigionieri americani in Iraq


Le immagini dei primi prigionieri di guerra americani in Iraq hanno sollevato reazioni in tutto il mondo. Richiamandosi alla Convenzione di Ginevra gli Stati Uniti hanno chiesto alle televisioni del proprio paese di non mandare in onda il video. I media a stelle e strisce si sono immediatamente adeguati.


Il monito di Bush: trattate bene i nostri prigionieri
Il presidente americano ha ammonito l'Iraq: i prigionieri dovranno essere trattati umanamente. "Molti soldati iracheni, ha detto Bush, accolgono le truppe americane arrendendosi. Questi uomini vengono trattati bene. Ci aspettiamo altrettanto." Per il ministro della difesa irachena, Sultan Hashim Ahmed, i timori americani sono infondati. ...


La guerra dei media

Oltre duemila giornalisti sono nella regione del golfo, fianco a fianco con i soldati, giorno e notte. E' il conflitto piú mediatizzato che abbiamo mai visto. Sul campo i giornalisti lavorano con le piú moderne tecnologie, antenne satellitari sono state montate sulle gip che viaggiano insieme ai militari alleati.


Guerra lampo addio: la borse in calo.

Cessano le speranze della guerra lampo in Iraq. A mezzogiorno le borse vanno al ribasso. Molto male Francoforte e Parigi che rasentano il -3%. Sconta la sfiducia anche piazza affari in ribasso di circa il 2%. Finita l'euforia della settimana scorsa, chi manovra gli investimenti diventa cauto e aspetta davanti alla resistenza dell'esercito .


Baghdad: sulle rive del fiume Eufrate è caccia all'americano


Nella capitale irachena, la notizia dell'abbattimento di un caccia statunitense ha scatenato una gigantesca caccia all'uomo ad uso e consumo della propaganda e dei giornalisti stranieri presenti. Centinaia di iracheni hanno setacciato le sterparglie sul greto del fiume mentre imbarcazioni con a bordo uomini armati ne ispezionavano il letto.


Le preoccupazioni degli alleati per una guerra troppo lunga


Nelle intenzioni degli americani "liberta per l'Iraq, doveva essere un'operazione rapida e relativamente indolore. Ma la resistenza degli iracheni rischia di prolungare il conflitto. I problemi sono iniziati nella penisola di al Faw, uno degli obbiettivi strategici dell'offensiva terrestre.

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23 Marzo 2003
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Baghdad ancora nel mirino anglo-americano

Ma anche questa mattina si sono udite le sirene e alcune esplosioni sono state registrate nel centro e nella periferia della citta'.

Nelle ultime ore colpita pesantemente anche la citta' natale di Saddam Hussein, Tikrit, 175 chilometri a nord di Baghdad. Bombardata la casa del rais.Ancora piu' a nord, raid su Mossul. Un velivolo inglese risulta disperso dopo una missione nella zona del Golfo Persico.

Prosegue l'avanzata terrestre, ma le truppe alleate starebbero evitando di penetrare nel centro delle città. Forze irachene e americane si sono scontrate nel deserto vicino a Najaf, 160 chilometri a sud di Baghdad. Sacche di resistenza persistono a UmmQasr e fonti militari Usa affermano di aver conquistato la parte occidentale di Bassora. Una granata è esplosa contro la base del Kuwait che ospita unita' della 101.a divisione aerotrasportata. Il generale Tommy Franks vede al ribasso la cifra dei priogionieri iracheni: 2 mila invece degli 8 mila annunciati.

Nei prossimi servizi un approfondimento di queste notizie

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Un aereo britannico disperso durante le operazioni della notte scorsa

L'offensiva via terra procede. Durante i raid della notte scorsa un aereo della Royal Air Force in missione nel Golfo non ha fatto ritorno alla base. Dal comando britannico non sono stati ancora diffusi altri dettagli.I marines e la fanteria alleata sono penetrate a 240 chilometri all'interno dell'Iraq. Le forze della coalizione si sono scontrate con le truppe irachene nel deserto vicino a Najaf, Città santa per gli Sciiti, Najaf è finora il punto piu' vicino alla capitale irachena in cui si sono registrati i combattimenti I marines avrebbero conquistato la parte occidentale di Bassora secondo il Pentagono, mentre ad Umm Qasr restano sacche di resistenza. Anche a Nassiriya l'avanzata statunitense viene contrastata dai reparti dell'esercito di Baghdad, lo dice il ministero dell'informazione iracheno. Gli aerei angloamericani avrebbero sganciato bombe su Mosul, la principale città del nord dell'Iraq. La pioggia di Cruise avrebbe colpito anche una base di Ansar Al-Islami, il gruppo curdo fondamentalista che avrebbe collegamenti con Al-Qaida.

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B-52 decollano dalla base inglese di Fairford

Sono decollati intorno alle 0.30 ora italiana alcuni bombardieri B-52 dalla base di Fairford, nell'Inghilterra occidentale. Li separano da Bagdad sei ore di volo, il che significa che intorno alle 9.00 ora locale vi saranno bombardamenti sull'Iraq in pieno giorno.

La base inglese è l'unica da cui si possono avere informazioni in tempo reale. Dalle portaerei, infatti, la notizia sulla partenza dei bombardieri viene diffusa solo ore dopo il decollo.


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Lo stratagemma di Bagdad

Voleva essere uno stratagemma per difendere Bagdad: scavare ampie trincee da riempire di petrolio e dargli fuoco. Il denso fumo nero levatosi avrebbe dovuto creare difficoltà agli aerei angloamericani. Gli strateghi iracheni dovrebbero però sapere che ormai la navigazione è satellitare. Resta da verificare se la combustione del biossido di alluminio sia in grado di confondere i radar, come sostengono gli esperti militari russi. Una ventina di incendi divampano attorno alla capitale.

Per un paese in possesso di armi di distruzioni di massa gli unici missili si sono visti a terra, mentre gli scud continuano a essere oggetto di ricerca, sinora infruttuosa, da parte delle forze americane e britanniche.

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Kuwait: granate nel campo americano: un morto e una decina di feriti

Un morto e almeno 12 feriti in seguito al gesto di un militare americano che ha lanciato due granate a Camp Pennsylvania, nel nord del Kuwait. L'uomo è stato arrestato. Lo squilibrato ha lanciato bombe a mano contro due tende in cui si trovavano ufficiali della 101esima divisione aerotrasportata.

All'inizio si era pensato a un attacco terroristico dato che le truppe americane di base in Kuwait sono spesso oggetto di attacchi da parte di gruppi che secondo le autorità kuwaitiane hanno legami con al Qaeda.

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Nove pozzi di petrolio in fiamme. USA e GB ne assicurano il controllo

Almeno nove pozzi di petrolio stanno bruciando nel sud dell'Iraq secondo fonti americane. A Rumalia, a ovest di Bassora, i tecnici statunitensi e britannici si preparano a intervenire per rimetterli in sicurezza. Nella situazione attuale c'è il rischio che alcuni pozzi possano esplodere.Tutta la zona di Rumalia è in questo momento sotto il controllo della coalizione alleata. Da quei giacimenti vengono estratti ogni giorno oltre un milione di barili di petrolio.Già all'inizio del conflitto si erano diffuse notizie di incendi deliberatamente appiccati dagli iracheni anche nella zona di Kirkuk, nel nord del paese. Si parlava di 30 pozzi in fiamme, notizia in seguito ridimensionata. Baghdad da parte sua ha sempre smentito qualsiasi incendio deliberato dei giacimenti di greggio. Il governo iracheno ha precisato che ad essere incediate sarebbero state alcune trincee colmate di petrolio per impedire agli aerei statunitensi e britannici di colpire i propri obiettivi.

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Perché gli americani non entrano in città

L'avanzata degli alleati verso Bagdad si lascia alle spalle una serie di città, "isolate", dice il Pentagono. Di fatto gli agglomerati urbani non vengono messi a ferro e fuoco, lo scontro nei centri abitati è evitato dalle forze angloamericane. "Per contenere le perdite tra i civili", si dice, "e limitare i danni alle infrastrutture". "Per evitare l'impatto con una realtà poco nota", dicono invece gli analisti militari, che comporterebbe maggiori perdite tra le forze alleate.

Lo stato maggiore punta dunque a circondare e isolare le città di volta in volta incontrate sulla strada per Bagdad, negoziando la resa. È quanto si sta cercando di ottenere con Bassora, maggiore città del sud iracheno, dove però permangono sacche di resistenza.

Si tratta di un centro vitale per l'economia del paese data la sua posizione strategica: alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate, e a due passi dal mare: proprio qui terminano gli oleodotti iracheni: le infrastrutture vanno assolutamente tutelate.

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Scomparsa una troupe televisiva

Tra le notizie che provengono dal fronte anche quella della scomparsa di una troupe televisiva.Il veicolo in cui viaggiavano il giornalista britannico Terry Lloyd, il cameraman francese Fred Nerac e l'interprete libanese Hussein Osman è incappato sotto il fuoco alleato nei pressi di Bassora. Il cameraman Daniel Demustier era con loro ma è riuscito a mettersi in salvo gettandosi fuori dall'auto. " Dallo specchietto retrovisore ho visto due veicoli iracheni che poi ci hanno superato -racconta-. I tanks alleati hanno cominciato a sparare verso di loro. I proiettili hanno colpito anche la nostra jeep , i vetri sono saltati, l'auto stava esplodendo" A molte ore dall'incidente non si sa nulla della sorte dei tre membri dell'equipe dell'emittente britannica Itn. Sempre ieri un altro giornalista australiano Paul Moran è stata vittima di un'autobomba nel nord dell'Iraq.

 

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Gli inglesi piangono i primi caduti in guerra

La Gran Bretagna rendo omaggio alle sue vittime di guerra. Siamo in Cornovaglia: alla caserma Culdrose apparteneva Ian Seymour, uno dei soldati che hanno perso la vita nella collisione tra due elicotteri, ieri, nell'Iraq meridionale. Sei le vittime britanniche oltre a un ufficiale americano.

Il giorno prima altri 12 uomini erano morti in Kuwait, al confine con l'Iraq, quando un elicottero è precipitato. In tre giorni di guerra gli alleati hanno perso 19 soldati in due diversi incidenti


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Tre giorni di guerra, tre giorni di manifestazioni in tutta Europa

I pacifisti europei scendono in piazza ormai ogni giorno a fare da contrappunto con la loro protesta all'offensiva angloamericana in Iraq.

A Madrid diverse centinaia di migliaia di persone si sono dirette nel centro della città. Avrebbero voluto protestare davanti alla sede del governo, favorevole alla guerra, ma non è stata concessa l'autorizzazione.

A Londra, grazie anche alla giornata primaverile, la protesta si è svolta in un clima quasi da carnevale: tanti i bambini, e ad Hyde Park il raduno si è trasformato in una scampagnata.

Non sono però mancati i sit-in, il blocco di alcune arterie vitali della capitale britannica, e gli inevitabili fermi. Risale intanto nei sondaggi la popolarità del premier Tony Blair: ormai metà della popolazione condivide la sua scelta.

In Francia manifestazioni si sono svolte in una trentina di città. A dire ancora no alla guerra erano in tutto 140mila. A Parigi il corteo più numeroso, partito da Place de la Republique sotto l'occhio vigile di cinquemila uomini delle forze dell'ordine.

Scontri a Strasburgo, nel nordest della Francia. Polizia in assetto antisommossa per far fronte alle sassaiole. Gli agenti hanno risposto con gas lacrimogeni e sfollagente.

Immancabile la presa di mira del fast food, simbolo dell'invasività americana.

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22 Marzo 2003
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Sull'Iraq la più intensa pioggio di fuoco dall'inizio della guerra

Sotto l'offensiva degli alleati l'Iraq si sta sgretolando, militarmente e politicamente. Da ieri sera un diluvio di fuoco senza precedenti si è abbattuto su Baghdad e altri importanti centri del paese. Le forze anglo americane hanno compiuto un migliaio di missioni e hanno lanciato mille missili cruise. Gli attacchi sono proseguiti per l'intera notte. Gli ultimi raid hanno avuto come bersaglio alcune postazioni alla periferia della capitale.Ore prima, le sirene era suonate per annunciare un attacco diretto al cuore della città. Dalla portaerei Uss Kitty Hawk sono stati lanciati in sequenza 320 missili.

Obiettivi del bombardamento più violento dall'inizio della guerra i palazzi del complesso presidenziale, principale residenza di Saddam Hussein, e vari edifici governativi.Nel centro della città si sono udite potenti deflagrazioni e alte colonne di fumo si sono alzate dai punti colpiti.Altre esplosioni sono state segnalate anche nella città di Mosul, importante centro petrolifero nel nordest del paese, e a Kirkuk.

Le truppe Usa mettono a segno importanti progressi anche sul fronte meridionale, ma devono annotano le prime due vittime in un combattimento di questo conflitto.Il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, poco dopo il primo attacco, ha dichiarato che da ieri è cominciata la guerra vera e propria e che gli obiettivi dell'offensiva militare americana saranno centinaia. Rumsfeld ha aggiunto di ignorare se il paese sia ancora sotto il controllo di Saddam Hussein. Un segnale in questo senso sono le sempre più numerose diserzioni tra le forze irachene. Solo ieri più di ottomila uomini si sono arresi alle forze anglo americane.


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Colpito il centro del potere di Saddam Hussein a Baghdad

Non si è salvato nessuno dei sette membri degli equipaggi dei due elicotteri della Royal Navy che stamattina sono entrati in collisione mentre si trovavano in volo sopra le acque del Golfo. Lo ha detto un portavoce del commando britannico. Mezzi di soccorso della Marina inglese erano arrivati immediatamente nell'area della disgrazia, ma per i militari a bordo non c'era più nulla fare. L'origine della tragedia non è ancora stata individuata. E' il secondo incidente in ventiquattro ore che coinvolge un elicottero delle forze alleate.


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Colpito il centro del potere di Saddam Hussein a Baghdad

E' in fiamme il cuore del potere di Saddam Hussein. La pioggia di missili da crociera che si è abbattuta su Baghdad venerdì sera ha devastato parte del complesso governativo. Le bombe hanno colpito l'edificio dove alloggiano gli ospiti illustri del regime e un ex palazzo reale situato a sud della capitale, vicino all'aeroporto. In entrambi i siti sono stati segnalati incendi. Non è noto se vi siano state delle vittime. Poco dopo l'attacco, il ministro dell'informazione iracheno Mohammed Said Al Sahhaf, accompagnato da un gruppo di giornalisti, ha visitato la zona bombardata all'interno del complesso del palazzo presidenziale di Baghdad. Sahhaf tra le rovine dell'edificio e con le sirene che ancora risuonavano si è lasciato andare ad un violento attacco contro il segretario alla difesa statunitense Rumsfeld, definendolo "cane criminale". Il dirigente iracheno ha poi rinnovato le minacce nei confronti degli invasori dell'Iraq dichiarando che "i soldati catturati verranno decapitati".


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Dal sud verso Bagdad: avanza massiccia l'offensiva angloamericana

Bassora, seconda città dell'Iraq e maggiore centro portuale, ha subito un lungo e pesante bombardamento, cominciato ieri sera quando in Italia erano le 19.30, e prolungatosi per parecchie ore. Fonti iraniane riferiscono della distruzione della sede dei servizi segreti e del palazzo del governatore. Sempre nel sud dell'Iraq si è registrata la resa in massa della 51esima divisione ai Marines: si tratta di ottomila uomini: il sud pare dunque avviato a cadere nelle mani delle forze angloamericane.

Il Pentagono intanto snocciola le cifre degli armamenti utilizzati in 48 ore: centinaia di aerei, bombardieri e caccia bombardieri, e decine di navi in grado di lanciare missili cruise. Solo su Bagdad i Tomahawk sono stati 320.

L'operazione "Libertà dell'Iraq" procede a pieno regime: dalla USS Roosevelt, che incrocia nel Meditteraneo orientale, sono decollati nella notte numerosi caccia: sinché la missione non sarà compiuta i giornalisti imbarcati sulla portaerei hanno il divieto di rivelarne la destinazione.


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Nord Irak: bombe su Mossul e Kirkuk

Seconda ondata di bombardamenti su Mossul, città limitrofa alla zona autonoma curda, un centinaio di chilometri a sud della frontiera turca, e su Kirkuk, a 250 chilometri a nord di Bagdad, al centro di un'importante regione petrolifera.

Esplosioni sono state udite nelle due città, mentre i tracciati della contraerea segnavano il cielo: unica fonte di luce a Kirkuk, altrimenti immersa nell'oscurità non si sa se per il danneggiamento delle forniture elettriche o per le dense colonne difumo.


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Iraq: le truppe alleate controllano Umm Qasr

I soldati anglo americani hanno preso il controllo del porto di Umm Qasr, strategico sbocco sul mare nel sud dell'Iraq e zona ricca di giacimenti e raffinerie. Da qui dovrebbero giungere gli aiuti umanitari destinati alla popolazione irachena. Ad aprire la via sono state le truppe d'elite britanniche. Un cartello con la scritta "Benvenuti in Iraq" ha accolto l'arrivo della truppe americane. A protezione della strada sono stati schierate decine di soldati. E' stata necessaria una notte di bombardamenti per piegare la resistenza dei rinforzi inviati dalle autorità irachene nella regione. L'avanzata delle forze alleate è cominciata venerdì all'alba è si conclusa in giornata con la presa di Umm Qasr e della penisola di al Faw, uno dei principali terminali del greggio iracheno. Londra ha accusato gli iracheni di aver incendiato sette pozzi petroliferi, le autorità di Baghdad hanno però negato. L'ingresso alla città portuale è stato preceduto da uno scambio a fuoco tra marines e i soldati di Saddam Hussein. Negli scontri sarebbero rimasti uccisi due iracheni, si segnalano feriti tra i civili. Una trentina di militari iracheni si sono consegnati alle forze angloamericane.

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21 Marzo 2003

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La resa ai Marines delle truppe irachene

Il Pentagono parla di rese in massa, centinaia di soldati iracheni che si consegnano ai Marines. Queste immagini ci raccontano di un gruppo di prigionieri, non lontano da Umm Qasr, nel sud dell'Iraq. Un uomo si alza, lascia il gruppo, fa segni al Marine di guardia. No, non deve andare in bagno, vuole pregare - è il giorno di preghiera dei mussulmani.

Immagini come queste sono preziose per gli strateghi anglo-americani: minano il morale degli iracheni, psicologicamente sono devastanti quanto i tomahawks sulle città.

Sulla defezione dei soldati iracheni le forze anglo-americane contano da tempo: ancora prima di lanciare l'offensiva, aerei statunitensi hanno sganciato centinaia di migliaia di volantini in cui si illustrava ai militari come arrendersi.


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"Viva gli americani", gridano gli iracheni del Sud, sciiti

Nel sud dell'Iraq la popolazione accoglie gli americani come dei liberatori. E non stupisce visto che si tratta di sciiti, perseguitati da Saddam.

Il villaggio di Safwan, a una cinquantina di chilometri da Bassora, si è arreso senza condizioni, il ritratto dei raiss è stato strappato senza tanti complimenti.

Sorrisi, baci, strette di mano hanno salutato l'arrivo dei marines. La gioia si è manifestata in modi diversi; via libera a saccheggi e razzie negli uffici governativi per alcuni, canti e balli per i più.


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Uccisi due vicepresidenti e un cugino di Saddam, secondo la Cia

L'obiettivo numero uno è ancora lui: Saddam Hussein è presumibilmente vivo ma l'operazione che avrebbe dovuto "decapitare" i vertici iracheni, giovedì notte, è andata molto vicino all'obiettivo: secondo la Cia, l'agenzia d'intelligence americana, nel bunker bombardato sono morti un cugino di Saddam, Ali Hassan al Majid, e due vicepresidenti iracheni, Ezzat ibrahim e Taha Yassin Ramadan.

Al Majid, tra i fedelissimi del rais, si è guadagnato il sinistro soprannome di "Ali il chimico" per aver utilizzato i gas contro la minoranza curda nel 1987-'88, uccidendo migliaia di persone.

Ezzat Ibrahim, vicepresidente iracheno, era considerato il numero due del regime, mentre Taha Yassin Ramadan era uno dei consiglieri più ascoltati da Saddam in politica estera.

Non si hanno invece notizie dei figli del dittatore irakeno che, sempre secondo la Cia, si trovavano probabilmente nel bunker la notte dell'attacco.


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Usa: la protesta continua

 

Infrange la legge la disobbedienza civile in America. Nella migliore tradizione anglosassone, dal Boston Tea Party al movimento delle suffragette, la protesta, oggi contro la guerra, incorre nelle maglie delle forze dell'ordine. Arresti a raffica anche ieri in tante città americane dove i pacifisti, oltre a manifestare, si sono sdraiati a terra lungo le maggiori arterie metropolitane bloccando il traffico.

A San Francisco gruppetti di attivisti si sono azzuffati con la polizia. Altri gruppi hanno frantumato le vetrine dei negozi. Diverse migliaia di dimostranti hanno completamente bloccato le strade principali di Chicago, irrompendo tra gli agenti a cavallo. Fermento anche nelle universita': al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Cambridge (Boston), circa 600 studenti si sono presentati in aula indossando tute antigas.

Da molti anni non si vedeva negli Usa una protesta popolare così massiccia come nei primi due giorni dell'Operazione Libertà per l'Iraq.



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Oscar confermati: domenica a Los Angeles la consegna delle statuette

Neanche questa guerra fermerà gli Oscar. Non è nella tradizione della più attesa cerimonia di Hollywood chiudere i battenti con una guerra in corso. Come durante il secondo conflitto mondiale e il Vietnam, con questa guerra in Iraq lo spettacolo andrà avanti.Sobrietà è la parola d'ordine. Niente passerella di star per l'ingresso nel teatro, possibilità di interruzioni per i notiziari di aggiornamento sul conflitto. "Abbiamo seguito le notizie da vicino come voi - dice Gil Cates, tra gli organizzatori della cerimonia-. Sappiamo che vi sono diverse opzioni nell'evoluzione della guerra. Seguiamo la situazione da vicino. Così ci prepariamo allo spettacolo di domenica".Misure di sicurezza adeguate al clima di tensione generale e la ribalta del teatro Kodak di Los Angeles aperta alle riflessioni di attori e registi sull'opportunità di questa guerra. Anche Hollywood è divisa. Tra le star americane defezioni annunciate quelle di Will Smith e Angelina Jolie. Al comico Steve Martin il difficile compito di presentare una serata dove premi e spettacolo dovranno fare i conti con gli avvenimenti dell'ultim'ora.



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20 Marzo 2003

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Ore 3:35: comincia la guerra all'Iraq di Saddam

L'allarme risuona alle 3:34, ora italiana. La notte di Baghdad, fino a quel momento surrealmente tranquilla, viene squarciata dalle sirene che annunciano una minaccia aerea. E' passata appena un'ora e mezza dalla scadenza dell'ultimatum di Bush a Saddam: "lasci il paese in quaratotto ore o sarà la guerra". E la guerra arriva alle 3:35. I primi missili Cruise cominciano a colpire obiettivi fuori dal centro della capitale irachena. La contraerea interviene ma non si sa con quale successo.

Da Baghdad rimbalzano testimonianze di incendi, mentre a Washington il portavoce della Casa Bianca, Fleisher, conferma: "il disarmo dell'Iraq è cominciato", e annuncia un discorso del presidente alla Nazione.

Secondo fonti del Pentagono, obiettivo del primo colpo erano alcuni leader iracheni, forse lo stesso Saddam.

Alle 4:15 Bush comincia a parlare e su Baghdad piove una seconda ondata di missili. Venti minuti dopo il terzo raid: nella capitale la tv non fa alcun cenno all'accaduto.

La terza serie di bombardamenti ha colpito la zona sud-est di Baghdad. Testimoni sul posto parlano di colonne di fumo nero ma non si conosce ancora quali obiettivi siano stati colpiti.

Fonti dell'esercito iracheno dichiarano che i tiri avrebbero colpito installazioni militari, smentendo indirettamente che si sia potuto raggiungere Saddam Hussein.

Poco prima delle 6:00 la notizia di una quarta ondata di bombe. Esplosioni alla periferia di Baghdad vengono segnalate da più fonti, mentre ambienti vicini al Pentagono fanno sapere che l'attacco vero e proprio, quello massivo, non è ancora iniziato.

Mentre le forze statunitensi continuano a battere sulla capitale, si rincorrono le voci di rese di massa da parte di truppe irachene. Si tratta però di notizie non confermate, forse parte di una complessa strategia di pressione psicologica.

Gli altri fronti di questa guerra irachena, quello lungo il confine con il Kuwait per primo, appaiono calmi. Fino alle 6:00 non si registrano movimenti delle truppe di terra. Poi, alle 7:40, arriva la notizia di uno scambio di tiri a fuoco, una decina di raffiche secondo alcuni giornalisti.

Da Baghdad, lentamente, con la luce del giorno, arrivano le prime immagini degli effetti dei bombardamenti. Le ambulanze e l'agitazione lasciano presagire l'esistenza di feriti o forse anche di morti. E scene del genere non sono che le prime di una serie che potrebbe dimostrarsi lunga.

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Iraq: la guerra è cominciata

La macchina bellica statunitense si è messa in moto, ma non ancora apparentemente, a pieno regime. Una decina o una ventina di missili cruise Tomahawk hanno colpito la capitale: tiri partiti dalle portaeree presenti nel Golfo e nel mar rosso, tra queste la Abraham Lincoln, tra le piú grandi del mondo. L'azione missilistica sarebbe stata accompagnata anche da raid con bombardieri pesanti, i B2, e bombardieri invisibili F117, contro snodi aerei iracheni. I B2, detti ad ala di pipistrello, sono invisibili ai radar e sono in grado di trasportare fino a 16 bombe "intelligenti", ossia teleguidate, da una tonnellata ciasuna.La fase vera e propria della campagna "Liberta' dell'Iraq", secondo fonti americane potrebbe iniziare quando nel paese calerà di nuovo la notte.Non è stata confermata la partecipazione agli attacchi dei bombardieri supersonici B1 e dei giganteschi B52, di cui parlano i media americani.

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19 Marzo 2003

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Il vice ammiraglio americano Kaeting: "noi siamo pronti. Quando il presidente Bush ce lo chiederà colpiremo"

È pronta all'intervemto il vice ammiraglio Timothy Keating, comandante della V flotta americana di stanza nel golfo ai soldati della portaerei Constellation. Gli esperti militari sono oramai d'accordo che attendere oltre significa fare il gioco di Saddam. Niente potrà impedire l'attacco, nemmeno l'intervento di questo pomeriggio al consiglio di sicurezza dello svedese Hans Blix, capo degl ispettori dell'ONU.

A mettere fretta a Washington sono soprattutto le condizioni climatiche: ogni giorno che passa fa sempre piu' caldo e aumentano le tempeste di sabbia. I 250.000 soldati aspettano solo l'okkei del comando per attaccare. La data probabile per l'avvio delle operazioni è sabato, visto che venerdì è giorno di preghiera in tutto il mondo musulmano. Le esercitazioni continuano come sempre, tutto dovrà essere nelle migliori condizioni, per quella che è stata ribattezzata "Operazione libertà per l'Iraq". Gli americani stanno mettendo a punto le armi per la guerra psicologica. Un aereo, chiamato Commando Solo, sorvolerà l'Iraq durante gli attacchi angloamericani trasmettendo messaggi in arabo che invitano gli iracheni alla diserzione.

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A poche ore dalla scadenza dell'ultimatum americano il parlamento iracheno fa quadrato attorno al raìs

Il presidente dell'assemblea, Sadoun Hammadi, ha dichiarato l'incondizionato sostegno dei parlamentari a Saddam e nuovamente respinto al mittente la richiesta d'esilio da parte di Bush. Il presidente americano aveva dato 48 ore al primo cittadino iracheno per lasciare il suo posto. L'offerta è scaduta questa notte. Malgrado i proclami della propaganda irachena tuttavia, la diplomazia araba cerca di fare il possibile per evitare un sanguinoso conflitto. Per la prima volta l'Arabia Saudita ha dichiarato di voler accogliere Saddam. L'idea era stata proposta ufficiosamente a diversi summit, ma è di queste ore il passo ufficiale di quello che resta il più importante alleato degli stati uniti nella regione. Se questi sforzi avessero successo potrebbe cambiare di molto la prospettiva delle prime vittime del conflitto imminente: i bambini iracheni che nelle scuole ancora aperte attendono una nuova guerra che sentono avvicinarsi sempre di più.

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A Baghdad bambini sospesi tra guerra e normalità

Per molti bambini iracheni sarà la prima guerra. Non erano nati 12 anni fa: della Guerra del Golfo hanno subíto solo le conseguenze dell'embargo. Del lungo massacro che è stato il conflitto con il vicino Iran, nell'80, hanno ascoltato i racconti a casa e nelle scuole ancora aperte in quest'attesa fatta di un misto di ansia e rassegnazione."I bambini sentono di vivere sotto una costante minaccia dal '91", spiega unamaestra. "Sono giovani d'età, ma pensano ed agiscono come adulti".Se sui banchi di scuola discutono della guerra, a casa i bambini si esercitano con le maschere antigas e sistemano le scorte alimentari. Tutti, con un fatalismo da sopravvissuti, fanno incetta di viveri, scavano pozzi, interrano serbatoi intorno alle piccole fortezze che per molti rappresenteranno l'unica via di scampo alle bombe. Ai crocevia di Baghdad spuntano barricate di sacchetti di sabbia. I bambini ci giocano aggrappandosi ad apparenze di normalità. Gli adulti le rafforzano e si organizzano nei bunker. Barometro infallibile della paura.

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Attacco all'Iraq: Blair la spounta tra le proteste

l premier britannico ha ottenuto l'ok di Westminster per l'intervento armato in Iraq. Sullo sfondo, la rivolta politica e pacifista. Nonostante tutto, la mozione presentata dal governo a favore dell'intervento è passata a larga maggioranza. Eppure la spaccatura è profonda. Per la prima volta nella storia piú di un terzo della camera dei Comuni si è opposto alla linea del governo. 217 deputati si sono espressi contro la guerra: aumenta la frangia dei laburisti "ribelli" 139. Una rivolta di dimensioni ancora piú rilevanti rispettomal mese scorso. Tre ministri si sono dimessi, tra cui Robin Cook; mercoledí ha lasciato il posto un sottosegretario, è la nona defezione. Blair, per dare una svolta alla crisi, si è giocato tutto: ha fatto intendere di essere pronto persino a dimettersi, ma al momento il suo posto è salvo. Dopo 10 ore di dibattito, i parlamentari hanno dato luce verde alla partecipazione attiva di circa 45 mila soldati britannici alla guerra contro il regime di Saddam Hussein.Blair si salva, ma sul filo di lana: la riconquista di una leadership indiscussa, dicono gli analisti, è tutta in salita.

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Berlusconi: "Non prenderemo parte attiva alla guerra"

"L'Italia non prenderà parte attiva alla guerra, ma l'uso della forza per disarmare il regime iracheno è legittimo". È quanto affermato dal presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi che ha riferito oggi in parlamento la posizione del governo italiano rispetto alla crisi irachena. La riunione che continua con gli interventi dei siingoli parlamentari, è estremamente movimentata ed è stata più volte interrotta dalle urla che provengono dai banchi dell'opposzione. Il presidente della camera Casini ha fatto anche rimuovere delle bandiere pacifiste comparse sui palchi degli uditori. "L'Italia", così il premier, "ha concesso agli amici americani l'uso del suo spazio aereo e delle basi, ma non per attacchi diretti. Il nostro paese non è una nazione belligerante." Il voto dell'assemblea è atteso per questa sera, ma non dovrebbero esserci sorprese vista la schiacciante maggioranza di voti della Casa delle Libertà

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Stati Uniti: si moltiplicnao le manifestazioni contro la guerra

La protesta bussa alla porta del presidente Bush. I cortei pacifisti non sfilano soltanto nella cosiddetta "vecchia Europa", ma si moltiplicano anche oltreoceano. Centinaia di manifestanti si sono riuniti martedí a New York per gridare il proprio no alla guerra in Iraq. Nonostante le proteste di piazza, il 78% degli americani sarebbe stato favorevole alla guerra nell'ambito delle Nazioni Unite. Il 47% invece è per il sí incondizionato all'attacco. Il mondo fa il conto alla rovescia preparandosi a quello che sembra un conflitto ormai inevitabile.

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Occidentali in fuga dal Kuwait a 24 ore dalla scadenza dell'ultimatum

Aeroporto di Kuwait City: decine di persone tentano di trovare un posto sul prossimo volo per Francoforte. L'ultimatum di Bush a Saddam sta per scadere e per i cittadini stranieri residenti nell'emirato, è giunto il momento di partire. Ma non tutti sono contenti di farlo, come spiega un uomo in coda al check-in: "Sono molto deluso, devo ammetterlo. Speravo di restare ma purtroppo, per problemi di sicurezza, l'azienda mi ha detto di partire, speriamo solo per due o tre settimane".

Altri sono piu' pragmatici: "E' ora di partire - dice Joni Richardson, insegnante-. Lo faccio soprattutto per i miei familiari che sono preoccupati. Credo comunque che sia meglio, in questo momento, pensare alla nostra sicurezza. Circa 8000 cittadini americani e 4000 inglesi risiedono in Kuwait: le ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna li hanno invitati a lasciare subito il Paese, dove si trova il grosso delle truppe pronte a lanciare l'offensiva terrestre contro Bagdad.Ma molti stranieri provenienti da India, Bangladesh, Sri Lanka, Filippine e Pakistan resteranno in Kuwait: non vogliono perdere il lavoro. E intanto fanno provviste di cibo e a acquistano nastro adesivo da applicare sulle finestre per proteggersi da eventuali attacchi chimici e batteriologici.

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Usa, nuove misure di sicurezza anti-terrorismo in vista dell'attacco

La guerra si avvicina e la paura di attacchi terroristici in patria aumenta. Tutti i paesi occidentali, Stati Uniti in testa, stanno portando al massimo i livelli di allerta. Il Dipartimento americano per la Sicurezza Interna ha annunciato nuove misure di sicurezza per la protezione di luoghi "a rischio"."Agenti iracheni, gruppi e organizzazioni estremiste o semplicemente individui scontenti potrebbero portare a termine attacchi terroristici contro gli Stati Uniti", ha detto il segretario Tom Ridge. L'Fbi interrogherà gli iracheni residenti in America mentre gli stranieri di determinati Paesi che chiederanno asilo politico potrebbero essere trattenuti fino alla decisione. Nelle città e negli aeroporti viene rinforzata la sorveglianza. A Los Angeles si teme invece per gli Oscar. L'evento hollywoodiano potrebbe essere rimandato se la guerra scoppierà prima della cerimonia, prevista per domenica.

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Identificato il virus della "polmonite atipica"

Un gruppo di scienziati dell'Università di Hong Kong è riuscito a risalire alla famiglia cui appartiene il virus che ha ucciso almeno 10 persone e ne ha contaminate centinaia in tutto il mondo. La scoperta, secondo gli scienziati, renderà piú semplice la diagnosi, la cura e la realizzazione di un vaccino. Le prime vittime nella capitale del Vietnam, Hanoi: nel fine settimana è morta un'infermiera, lunedí un medico francese. Ma ci sono state vittime anche in Cina e Canada. Ad Hanoi altre 60 persone stanno combattendo contro la malattia. Piú di un centinaio i casi ad Hong Kong, a Singapore 23. In Spagna un uomo di 38 anni è in isolamento con sintomi sospetti. Si ridimensiona l'allarme in Italia dove si temeva per una paziente ricoverata in Liguria: successivamente la smentita e la diagnosi di una "tipica" polmonite virale curata con normali antibiotici.

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18 Marzo 2003

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Aspettando la guerra. Truppe di terra e aerei pronti a sferrare l'attacco

Da giovedi in poi, ogni momento potrebbe essere quello dell'attacco. Nella regione del Golfo persico i 280.000 uomini di Usa e Gran Bretagna compiono le ultime manovre prima di passare all'azione. Alla minaccia armata si accompagna una strategia da guerra psicologica, destinata a fare pressione sugli iracheni e convincerli a opporre la minore resistenza possibile.

"Esorto i militari iracheni e le forze di intelligence a non combattere per un regime moribondo. Militari e civili dovrebbero ascoltare attentamente questo avviso. Il vostro destino dipende dalle vostre azioni. Non distruggete i pozzi petroliferi che continueranno ad appartenere al popolo iracheno", ha detto il presidente Bush ieri alla tv, dopo aver lanciato un ultimatum di 48 ore a Saddam Hussein.

Anche a sud dell'Iraq, nel deserto kuwaitiano, gli addestramenti delle truppe di terra sono pronti a trasformarsi in vere e proprie azioni militari. Gli strateghi dietro la macchina da guerra messa in piedi in poche settimane dalla coalizione anglo-americana si attendono una facile e rapida vittoria. Ma non sono pochi gli esperti che invitano alla cautela.

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L'ultimatum di Bush a Saddam scatena proteste diplomatiche a livello mondiale

I commenti più marcati arrivano dall'asse franco-tedesco. Secondo il presidente francese Chirac, quello di Washington non è il modo di intendere le relazioni internazionali. "La politica americana mette a rischio l'avvenire di una regione e la stabilità del mondo". Stesso tono quello assunto martedì mattina dal cancelliere tedesco Schroeder che in un discorso televisivo alla nazione ha ribadito il suo fermo no alla guerra. "Gli ispettori dell'ONU hanno svolto un buon lavoro, non esiste alcun motivo per interrompere le loro ispezioni", ha sottolineato il capo dell'esecutivo tedesco.

Da Berlino a Pechino è un coro di critiche alla politica americana. La Cina, per bocca del primo ministro Wen Jabao, ha espresso profonda preoccupazione. Pechino resta convinta che ci sia ancora lo spazio per una soluzione diplomatica della crisi irachena. Ma l'America va dritta per la sua strada. Gli USA, oltre che su Gran Bretagna e Spagna, possono contare su altri fedeli alleati come l'Australia dove il premier John Howard ha confermato che gli uomini già inviati nel golfo parteciperanno attivamente un attacco. L'aut aut di Bush rischia tuttavia di provocare un effetto domino dalle conseguenze difficilmente prevedibili. Martedì mattina la Duma russa ha confermato che non discuterà la ratifica del trattato sulla riduzione degli arsenali nucleari firmato nel maggio scorso da Putin e Bush.

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Stati Uniti divisi a metà. Solo il 47 per cento a favore di un attacco senza l'Onu

L'America va alla guerra con il consenso dell'opinione pubblica ridotto al minimo storico. Ad ascoltare il discorso del presidente Bush un paese diviso: il 50 per cento è contrario ad un atto unilaterale e solo il 47 per cento si dichiara a favore. "Credo che sia bene muovere questo passo, non solo per noi ma per il mondo. Saddam è stato a lungo al potere torturando e uccidendo i suoi stessi concittadini. Senza di lui il mondo sarà più sicuro", dice un uomo.

Ma c'è chi la pensa esattamente all'opposto, e teme che la guerra si traduca soltanto in un inutile spargimento di sangue, senza nemmeno prevenire minacce terroristiche. "Di questi tempi e dopo l'undici settembre anche noi sappiamo cosa voglia dire la guerra. Per questo avrei dei dubbi ad accettare di cominciarne una laggiù. Quarantotto ore per un ultimatum del genere sono poche", sostiene una ragazza.

E un giovane: "Siamo gli Stati Uniti, non cominciamo le guerre. non è su questi valori che è nato il paese, non lo abbiamo fatto crescere per questo. Temo che sia il primo passo verso una direzione sbagliata".

Secondo i dati di un sondaggio condotto dal principale istituto demoscopico del paese, l'appoggio della pubblica opinione alle scelte di George Bush risulta notevolmente inferiore a quello di cui ha goduto dieci anni fa il padre. Al tempo della guerra nel Golfo, nel 1991, ben l'ottanta per cento degli statunitensi era d'accordo col presidente.

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Il governo britannico perde pezzi. Dimissioni a catena contro la guerra

Rischia di costare un alto prezzo al governo Blair l'incondizionato sostegno britannico alla linea di Washington sull'Iraq. Oltre alle dimissioni del ministro per i rapporti con il Parlamento, Robin Cook, l'esecutivo registra altre defezioni per protesta, quelle del viceministro per la Sanità, Lord Hunt di Kings Heat e del viceministro dell'Interno, John Denham.

Epicentro dello scontro tra la posizione del premier e una ala non secondaria del partito laburista è la Camera dei Comuni, dove ieri il ministro degli esteri Jack Straw ha anticipato la richiesta di un voto del parlamento a sostegno della linea del governo. Voto che non potrà che sancire le già evidenti differenze, messe in luce dall'intervento dell'ex ministro Cook.

Cook ha criticato l'unilateralità della posizione di Londra e l'assenza di un ombrello fornito dall'Onu, dalla Nato o dall'Unione europea.

Solo Clare Short, ministro per lo Sviluppo internazionale, che aveva minacciato di dimettersi per le stesse ragioni, ha fatto sapere di aver cambiato idea.

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Turchia, al Parlamento il testo che autorizza il dispiegamento di forze Usa


Il tempo delle titubanze è finito, anche per la Turchia. Il nuovo governo di Ankara si riunirà oggi per discutere un secondo testo che autorizzi il passaggio di truppe americane in vista di guerra all'Iraq. Lo ha annunciato il vicepremier Abdullatif Sener dopo il vertice tra il nuovo primo ministro Erdogan, che sembra deciso a prendere provvedimenti urgenti per preservare gli interessi nazionali, e le massime autorità del Paese tra cui il capo di stato maggiore delle forze armate Ozkok, favorevole anche all'invio di truppe turche nel nord dell'Iraq. Il sostegno di Ankara permetterebbe all'esercito americano di creare un nuovo fronte attraverso il dispiegamento di 62mila soldati sul suolo turco.

Il Parlamento, probabilmente, si riunirà per votare la seconda risoluzione dopo l'investitura ufficiale di Erdogan, il 24 marzo. In vista della guerra, intanto, i soldati americani continuano a scaricare mezzi e materiale bellico al porto di Iskenderun, diretti verso il confine con l'Iraq. Continuano anche le proteste dei pacifisti: domenica centinaia di persone hanno bruciato davanti al porto bandiere americane, cantando "Yankee go home".

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Polmonite killer, si allarga l'allarme con 170 casi sospetti

Una minaccia mondiale. La polmonite atipica, mortale e misteriosa scoperta in Asia ha già fatto almeno nove vittime, almeno 170 i casi accertati in tre continenti. Ma all'aeroporto di Parigi - Roissy non c'era panico tra i passeggeri in partenza per Hong Kong. "Mi devo fermare lì un giorno, mi piacerebbe fare un giro ma probabilmente resterò in aeroporto oppure mi metterò una mascherina", dice una viaggiatrice.Negli scali i medici sono in allerta: l'Europa tenta di premunirsi, un nuovo caso è stato segnalato in Gran Bretagna mentre rimangono stabili le condizioni del medico di Singapore ancota ricoverato in Germania. L'emergenza è cominciata in un ospedale di Hanoi in Vietnam. Prima la morte di un uomo d'affari americano che arrivava da Shangai poi il decesso di un'infermiera, quuesto fine settimana. Più di trenta persone, metà del personale, risultano contagiate.

Il focolaio sembra dunque essere il sud-est asiatico: quasi 50 casi adHanoi, più di ottanta ad Hong Kong, poi Taiwan e Singapore, ma anche otto casi e due decessi in Canada, due in Svizzera, uno in Slovenia: i pazienti erano tutti di ritorno dall'Asia.

Del virus si conoscono solo i sintomi: febbre, affaticamento, affanno e tosse. L'Organizzazione mondiale della sanità è impegnata in prima linea. Alcuni ricercatori si recheranno in Cina, supposto luogo di origine dell'epidemia, perché l'agente infettivo non è ancora stato isolato.Il solo modo noto per proteggersi è indossare le mascherine. La malattia si trasmette per vie respiratorie e attraverso contatti molto ravvicinati.

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17 Marzo 2003


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Washington invita gli ispettori Onu a lasciare l'Iraq. Attacco imminente?

Via da Baghdad. Anche gli ispettori dell'Onu incaricati di verificare il disarmo iracheno sono stati invitati da Washington a abbandonare il paese. E i tempi di un attacco militare si avvicinano sempre di più.

Dopo italiani, portoghesi e giapponesi anche gli ultimi rappresentanti in Iraq del governo tedesco chiudono l'ambasciata e lasciano il paese. Solo il rappresentante del papa resiste, annunciando che non andrà via nemmeno a guerra iniziata.

La missione incaricata di sorvegliare il confine tra Iraq e Kuwait ha cessato le proprie operazioni. Le autorità britanniche e statunitensi hanno fatto appello ai propri cittadini presenti in Kuwait affinchè lascino il paese. Il governo di Mosca ha chiesto ai russi che si trovano in Iraq di fare altrettanto.

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Ultimatum di Bush all'Onu: "Questo è l'ultimo giorno per la diplomazia"

Non ammette repliche la dichiarazione del presidente americano Bush che ha parlato al termine del vertice delle Azorre con Tony Blair e José Maria Aznar. I leader dei tre paesi, incontratisi per un summit trilaterale nelle isole portoghesi, sono artefici di una nuova proposta di risoluzione che di fatto autorizza un intervento armato contro Bagdad. Se non ci sarà in giornata un accordo sul documento ci sarà la guerra Il luogo di questa ultima battaglia doiplomatica è ancora il consiglio di sicurezza dell'Onu a New York che si riunisce nel pomeriggio. I contendenti restano però sulle proprie posizioni. Alla scelta delle armi proposta da inglesi e americani fa eco la pari determinazione franco russa. "No a un intervento militare, occorre fornire più tempo agli ispettori dell'Onu". Un concetto ripetuto ancora lunedì mattina dal capo della diplomazia transalpina Dominique de Villepin che ha promeso il veto del suo Paese a una nuova risoluzione.

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Aspettano l'ordine i 225.000 marines in Kuwait. Tutto è pronto per un attacco

L'ordine di attacco potrebbe arrivare da un momento all'altro.I marines statunitensi di stanza in Kuwait ascoltano alla radio il presidente Bush dalle Azzorre, e cercano di capire dalle sue parole quale sarà il loro futuro immediato. "Sono le stese cose che abbiamo ascoltato per mesi: che l'Iraq viola le risoluzioni, che il tempo per la diplomazia è finito. Ma per me questo non significa nulla: siamo qua, aspettando un comando", dice un soldato.

Sono 225.000 gli uomini dislocati dagli Usa nella regione, alle prese con un equipaggiamento nuovo di zecca, e costrette a dei diversivi per non annoiarsi.

Non fiacca il morale degli uomini, l'attesa, secondo un soldato.

"Certo che possiamo essere in tensione, ma siamo stati addestrati apposta. E' il motivo per cui abbiamo scelto l'esercito", spiega, con l'orgoglio di chi ha un compito importante. Quello di aspettare la guerra.

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"Attaccateci e contrattaccheremo in tutto in mondo": Saddam minaccia gli Usa

Davanti alla minaccia di un attacco sempre più imminente Saddam Hussein reagisce affermando che porterà la guerra in tutto il mondo se l'Iraq verrà invaso. Il ministro degli esteri iracheno Naji Sabri ha aggiunto che decine di migliaia di uomini sono pronti ad immolarsi per combattere il nemico americano.

"Se le forze statunitensi hanno il controllo del cielo, noi siamo esperti in combattimenti sul terreno", dicono le autorità irachene riproponendo lo scenario di un conflitto casa per casa, il più temuto dal Pentagono.

Da ieri l'Iraq è diviso da quattro distretti militari, nord, sud, centro e Baghdad. Saddam Hussein ha assegnato il comando di ogni zona ai suoi più stretti collaboratori, tra i quali anche il figlio Qusay.

Il raiss tuttavia manda ancora segnali di apertura all'Onu, annunciando che entro due giorni consegnerà un rapporto sull'antrace che l'Iraq sostiene di aver distrutto.

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Medio Oriente, altri dieci morti. Tensione dopo l'uccisione della pacifista Usa

Dieci palestinesi sono stati uccisi in mattinata nel corso di due incursioni israeliane a Gaza. L'esercito ha preso di mira il campo profughi di Nusseirat e la cittadina di Beit Lahya. Fonti locali riferiscono che tra le vittime si contano anche tre bambini, uno dei quali di appena tre anni.

Un comunicato di Tsahal sostiene che l'azione era rivolta alla cattura di alcuni militanti della Jihad islamica.

Le nuove vittime arrivano all'indomani di un'altra giornata drammatica, segnata dall'uccisione, nel sud della Striscia di Gaza, di una pacifista statunitense, travolta da una ruspa militare israeliana impegnata ad abbattere una casa palestinese.

Al bilancio dei morti si aggiungono anche almeno sedici feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni, provocati durante l'incirsione nel campo profughi di Nusseirat. Altre cinque persone sono state ricoverate in ospedale per le ferite causate da un tiro d'obice nel centro palestinese di Beit Lahya.


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15 Marzo 2003

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Ultimati i preparativi bellici: domani vertice straordinario Bush-Blair-Aznar

Se, quando e come inizierà la guerra contro Saddam Hussein sono domande aperte, ma uomini, mezzi ed armi sono già pronti per l'attacco. Dalla routine delle incursioni di caccia angloamericani nelle zone di non volo si è passati la scorsa notte al primo attacco con un bombardiere a lungo raggio B-1. Sono stati distrutti due radar iracheni. Una sorta di prova generale prima del conflitto. Trecentomila uomini, settanta navi, seicento aerei sono dispiegati nel Golfo. Per ventunomila militari americani è scattato il prolungamento a tempo indeterminato della ferma. L'Iraq invece distilla rapporti sulla distruzione delle proprie armi chimiche. Un nuovo documento è da ieri nelle mani di Hans Blix. Riguarda il gas VX. Per le scorte di antrace ne è atteso un altro a giorni.

Al calendario della diplomazia si aggiunge un'altra data. Per George Bush è l'ultima occasione per trovare un'intesa dentro l'Onu. Un nuovo ultimatum di tre settimane, come proposto dal Cile, è stato considerato inaccettabile.Il vertice di domenica con Tony Blair e il premier spagnolo Aznar in una base americana delle isole Azzorre dovrebbe definire l'ultimo stadio della strategia diplomatica di Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna

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Erdogan è primo ministro: il via libera turco ai militari USA la prima sfida

Il nuovo governo turco è pronto. Tayyip Erdogan ha ricevuto l'ok del presidente Necdet Sezer diventando ufficalmente il nuovo premier del paese. La lista dei ventidue ministri, praticamente invariata rispetto al precedente esecutivo, dovrà ora ricevere la fiducia del parlamento, il che potrebbe avvenire venerdí prossimo.

Erdogan, leader carismatico del partito AK che ha trionfato alle elezioni di novembre, aveva dovuto rinunciare alla poltrona di primo ministro a causa di una condanna per istigazione all'odio religioso. È stato designato premier martedí in seguito a una modifica costituzionale.

Il suo braccio destro Abdullah Gul, che ha ricoperto la carica finora, conserva un posto di primo piano: vice capo del governo e ministro degli esteri. Il principale obiettivo del neo premier sarà far passare al parlamento il decreto che autorizzerà l'utilizzo del suolo turco agli americani.

Di fatto le truppe statunitensi sono già presenti in forze in Turchia: nel porto di Iskenderun i contingenti americani scaricano da mesi materiale bellico. Le operazioni hanno preso il via a a febbraio, da quando il parlamento ha detto sì all'ammodernamento delle basi locali, aprendo le frontiere a 3.500 uomini. Non senza problemi. Le manifestazioni pacifiste si moltiplicano. L'ultima nella città sudorientale di Silopi.


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È morto Jean Luc Lagardère, uno dei più importanti capitani d'azienda francesi

Una rara malattia auto immunitaria ha provocato la morte di Jean Luc Lagardère, uno dei più influenti imprenditori francesi. La notizia ufficiale è giunta intorno alle ventitré di ieri. Era stato ricoverato in un ospedale parigino per un intervento chirugico all'anca. Nel pomeriggio le notizie del suo decesso erano state poi smentite da un portavioce del gruppo industriale che di Lagardère porta il nome.

Acquisendo il controllo del gigante dell'editoria Hachette e di Vivendi Universal, il gruppo Lagardère ha conquistato l'80% del mercato francese. Ma il gruppo ha anche tre network radiofonici nazionali, ed è editore di televisioni tematiche. Nel '77 Lagardère divenne presidente di Matra automobile, acquisendo poi circa il 15% delle azioni di EADS, il numero due mondiale dell'industria aeronautica.

Un impero che Lagardère ha già lasciato al figlio Arnaud, erede di un colosso da oltre 13 miliardi di euro l'anno.

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Manifestazioni per la pace in mezza Europa

A quasi un mese dalla manifestazione mondiale contro la guerra in Iraq il popolo dei pacifisti è tornato in piazza. In Germania decine di migliaia di lavoratori, per la maggiorparte dipendenti del settore pubblico, hanno interrotto la propria attività per dieci minuti in segno di protesta contro l'opzione bellica sostenuta dagli Stati Uniti. Manifestazioni di piazza anche in Spagna, paese che insieme alla Gran Bretagna e alla Bulgaria appoggia la linea di Washington, dove sono stati osservati quindici minuti di silenzio.In Austria l'appello ad unirsi all'iniziativa per la pace è venuto da sindacati e chiesa cattolica.Nel resto d'Europa i pacifisti faranno sentire la loro voce sabato. In Italia la Cgil ha indetto una manifestazione nazionale a Milano. Previsti meeting anche ad Atene, Bruxelles, Copenaghen, Londra, Mosca e Porto.

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Omicidio Djindjic: la repubblica di Seriba-Montenegro non si fa intimidire

La Serbia colpita dall'omicidio del suo premier riformista e filoccidentale Zoran Djindjic, dà sfogo alla rabbia distruggendo la casa di uno dei principali sospetti: Dusan Spasojevic. Le autorità si giustificano: ufficialmente, dicono, l'abitazione era stata costruita senza permessi. L'edificio è in un complesso di lusso appena fuori Belgrado, a Zemun, periferia da cui prende il nome il clan ritenuto reposabile dell'omicidio di Djindjic, nonché di una lunga serie di assassini e sequestri. 56 persone sono state arrestate, ma la polizia ammette di non aver ancora catturato gli esecutori materiali. Il presunto cervello dell'omicidio di Djindjic è ancora in fuga: si tratterebbe di Milorad Lukovic ex capo dei berretti rossi, braccio armato dell'intelligence. Venerdí il vice premier Zarko Kovac ha ricordato il leader ucciso in una cerimonia nella sede del governo: presenti numerose personalità di spicco della nuova repubblica Serbia-Montenegro. Il presidente del parlamento Dragoljub Micunovic ha garantito che nonostante il duro colpo, la formazione del nuovo stato non sarà rallentata. C'è già il nome di quello che potrebbe essere il nuovo premier serbo: Zoran Zivkovic, ex ministro degli interni dell'ex Iugoslavia. Unanimi le manifestazioni di cordoglio. Sempolici cittadini serbi, esponenti di partito, leader politici di tutto il mondo hanno manifestato il proprio rammarico.

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Tre giorni a Napoli chiudono i 57 anni d'esilio di Vittorio Emanuele di Savoia

Non torna la monarchia, tornano i Savoia. Attesa, curiosità e qualche protesta si annunciano nel giorno del rientro in Italia di Vittorio Emanuele. Il figlio dell'ultimo re d'Italia trascorrerà a Napoli i suoi primi tre giorni da cittadino qualsiasi. Insieme alla moglie Marina Doria e al figlio Emanuele Filiberto l'erede di casa reale rivedrà i luoghi dai quali partì, bambino in esilio, cinquantasette anni fa. L'udienza privata in Vaticano lo scorso dicembre arrivò dopo che in ottobre il parlamento italiano aveva ratificato la legge costituzionale che riammetteva in patria gli eredi maschi di casa reale. La norma transitoria della costituzione venne promulgata all'indomani della guerra.

Allora Umberto II lasciò Napoli con il piccolo Vittorio Emanuele prendendo la via dell'esilio. Ad attendere la famiglia Savoia oltre ad amici e nostalgici, contestatori di estrema destra e qualche neoborbonico che ha ancora il dente avvelenato per l'unificazione del 1860: il presidente del "comitato antisavoia" annuncia la presentazione di un elenco dei danni subiti dai popoli del sud che raggiunge l'astronomica cifra di mille miliardi di euro.

Tra i Savoia e Napoli c'è un rapporto particolare, che magari aiuterà ad addolcire le residue polemiche. Senza la regina Margherita, nonna di Vittorio Emanzuele, la pizza più famosa forse non sarebbe mai esistita.

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14 Marzo 2003

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Tempi duri in Germania: il cancelliere Schroeder progetta tagli al welfare

Coraggio": la parola chiave del discorso di Gerhard Schroeder, oggi al parlamento di Berlino. Coraggio di lottare per la pace in Iraq, e coraggio per realizzare un'inversione di tendenza dell'economia tedesca e per far passare riforme radicali.

Con il tema della guerra il cancelliere tedesco ha aperto il suo discorso al Bundestag. "insieme alla Francia, la Russia e la Cina, e la maggioranza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, siamo più che mai convinti che il disarmo dell'Iraq possa e debba essere realizzato pacificamente."

Quindi il doloroso capitolo delle riforme economiche e sociali. "Lavoro ed economia, ha detto Schroeder, restano prioritarie nel nostro programma. Un'economia dinamica e un tasso di occupazione elevato sono le condizione perché lo stato sociale e l'economia di mercato come l'intendiamo noi funzionino. Non vogliamo rinunciare al nostro obiettivo: che tutti coloro che sono in grado e vogliono lavorare possano farlo."

Per rilanciare l'economia Schroeder ha annunciato un programma di investimenti pari a 15 miliardi di euro. Nel campo del diritto del lavoro tra le novità rivoluzionarie sarà più facile licenziare in Germania, diminuisce il periodo in cui si ha diritto al sussidio di disoccupazione, ridimensionati gli aiuti anche alle fasce più deboli. La Germania, considerata "il malato grave d'Europa", conta quasi cinque milioni di disoccupati.

Onu: i sei paesi indecisi presentano loro bozza di risoluzione

Al consiglio di sicurezza dell'Onu proseguono le consultazioni mentre slitta alla prossima settimana il voto sulla risoluzione presentata da Stati Uniti e Gran Bretagna. Washington e Londra, a corto di sostegno, sono stati costretti a fare una parziale marcia indietro. A 72 ore dalla scadenza dell'ultimatum imposto dalla Casa Bianca a Saddam Hussein per il disarmo, i sei paesi indecisi si dicono pronti a presentare una propria proposta di risoluzione.L'ambasciatore del Pakistan all'Onu Munir Akram non si fa illusioni.

"Le nostre posizioni non sono identiche ma stiamo lavorando per trovare un terreno comune di intesa. E' quanto di meglio possiamo fare".La mappa degli schieramenti è divisa in tre parti. Per far passare il proprio documento Washington ha bisogno del sostegno di almeno nove membri sui quindici che compongono il consiglio di sicurezza. Per ora il partito del no, capeggiati da Francia e Russia, è maggioritario. Tra gli indecisi il Cile ha annunciato che allo stato attuale delle cose il suo voto sarebbe negativo.Conscio del vento sfavorevole il segretario di stato americano ieri Colin Powell si è fatto sfuggire che gli Stati Uniti potrebbero rinunciare a chedere il voto sulla loro risoluzione. Una bocciatura sarebbe un bastone tra le ruote della macchina da guerra americana.


Gli Usa inviano segnali di guerra


E' iniziato la scorsa notte il dispiegamento dei bombardieri B-2 detti invisibili perche' in grado di sottrarsi ai radar.

Un numero indefinito di questi aerei dall'ala di pipistrello e' partito dalla Whiteman Air Force sotto gli occhi di telecamere e giornalisti invitati nella base del Missouri per testimoniare l'imminenza dell'attacco.I bombardieri B-2 possono trasportare ciascuno 16 bombe intelligenti da circa una tonnellata.

Altri 850 fanti britannici sono in partenza per il Golfo secondo quanto annunciato dal ministro della Difesa britannico. Sul terreno la storica divisione dei "Topi del deserto" quella che sconfisse Rommel nella seconda guerra mondiale, si addestra tra tempeste di sabbia e in condizioni climatiche sempre piu' difficili. in Kuwait, la colonnina di mercurio è salita sino a 30 gradi, la visibilità è ridotta a 50 metri.

Se conflitto dev'esserci dovrà cominciare al piu' presto per evitare la grande canicola estiva che puo' raggiungere i 50 gradi all'ombra.

La polizia serba stringe il cerchio intorno ai mandanti del delitto Djindjic


Si va stringendo la morsa della polizia e dell'esercito serbo attorno agli ambienti mafiosi e dei servizi deviati responsabili dell'omicidio, mercoledì scorso, del primo ministro Zoran Djindjic. Nel paese balcanico resta in vigore lo stato di emergenza. A Belgrado e alle frontiere sono stati rafforzati i controlli. Finora sono finiti in manette 56 sospetti. Tra questi l'ex capo dei servizi segreti dell'era Milosevic, Jovica Stanisic, e il fondatore dei berretti rossi, il braccio armato dell'intelligence, Franko Simatovic.

All'appello mancano ancora due nomi eccellenti: l'ex capo dei berretti rossi Milorad Lukovic e il padrino della mafia belgradese Siptar Spasojevic.Tra commozione e preoccupazione i serbi continuano ad affluire alla camera ardente nella sede del governo per rendere omaggio a Djindjinc. Giovedì, inParlamento, alla presenza della madre e della moglie del premier assassinato, si è tenuta una commemorazione ufficiale. I tre giorni di lutto nazionale decretati dal governo si concluderanno sabato con i funerali. Ad officiare sarà il patriarca della chiesa ortodossa; alla cerimonia sono attesi i grandi esponenti della politica europea.Venerdì è stata la volta di Javier Solana, capo della diplomazia dei quindici, che accompagnato dal commissario europeo alle relazioni esterne Chris Patten ha espresso al governo serbo la solidarietà delle istituzioni di Bruxelles.

Una pattuglia israeliana uccide due guardiani scambiandoli per attentatori

Hanno ucciso due israeliani, scambiandoli per palestinesi armati. A bordo di quest'auto crivellata di colpi vicino l'insediamento ebraico di Pnei Hever, ad Hebron, stava viaggiando un agente di sicurezza israeliano. Un uomo armato. Per questo la pattuglia israeliana che lo ha visto avvicinarsi ha fatto fuoco. Poco dopo un secondo uomo è sbucato da poco lontano. Anche lui armato. È stato ucciso da un elicottero. Si trattava dei due sorveglianti di un impianto di telecomunicazioni.Cinque palestinesi sono morti invece negli scontri a fuoco con l'esercito ingaggiati a Tamoun, vicino Jenin. Si trattava di militanti estremisti che secondo fonti militari israeliane avrebbero avuto in preparazione un attentato. Nel corso della stessa operazione ieri due palestinesi rimasti feriti sono poi stati arrestati.



Russia: il tormentato destino di centinaia di opere d'arte

Un bottino di oltre trecento disegni e un paio di capolavori su tela: è quanto il Ministro della cultura russo intende restituire alla Germania. Le opere d'arte, conservate sino a pochi mesi fa all'Hermitage di Sanpietroburgo, furono sottratte come trofeo di guerra nel 1945 dall'Armata Rossa, che le trovò nei sotterranei di un castello nella città tedesca di Brema.

Per Mikhail Shvydkoi, alla testa del ministero della cultura russo, vi sono le basi legali per la restituzione. "Dipinti e disegni, dice, non si possono considerare un risarcimento di guerra, non sono di nostra proprietà."

Non la pensano così in Parlamento, dove mercoledì è passsata una risoluzione in cui si chiede al presidente Putin di bloccare la restituzione.

Fu il generale Viktor Baldin a salvare e mettere in valigia la collezione, tra cui figurano opere di Monet, Rubens, Degas, Van Gogh. Nel 1973 lui stesso aveva chiesto alle autorità sovietiche di restituirle. Baldin raccontò pure di aver dovuto mercanteggiare coi soldati, decisi a non mollare alcuni disegni di donne senza veli.


Vienna, riapre il palazzo dell'Albertina completamente rinnovato

Riapre oggi al pubblico l'Albertina di Vienna, uno dei musei più famosi del mondo, dopo dieci anni di lavori di rinnovamento. Ieri il direttore del museo Klaus Albrecht ha orgogliosamente mostrato le sale al presidente austriaco Thomas Klestil e alla regina Sonja di Norvegia, sponsor della più ampia delle tre mostre ospitate dall'Albertina, quella del pittore, norvegese, Edvard Munch. Le altre due esposizioni riguardano la storia della fotografia e i disegni dell'americano Robert Longo. Il palazzo dell'Albertina, costruito a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, danneggiato dai bombardamenti alla fine della seconda guerra mondiale e usato per decenni come deposito di materiale, è stao sottoposto a una profonda operazione di restauro costata ottanta milioni di euro, una spesa coperta in parte dagli sponsor. L'Albertina ospita una collezione di un milione di opere che vanno da classici come Michelangelo, Raffaello, Dürer o Rembrandt fino ad artisti moderni e contemporanei.


Il principe Carlo di Inghilterra è oggi in visita ufficiale in Bulgaria, ma


chissà che fine faranno i regali che riceverà! Uno dei più stretti collaboratori dell'erede al trono, Michael Fawcett, si è dimesso dopo l'accusa di aver venduto doni come questi.

Pare che il ricavato andasse in beneficienza, salvo una "cresta" del venti per cento. Ad ogni modo l'inchiesta interna lo ha scagionato ma ci sono già polemiche perché a condurla è stato un personaggio troppo vicino al principe: il suo segretario personale, Sir Michael Peat che si è affrettato a smentire di aver pagato per mettere a tacere la vicenda, ma - dice - al collaboratore al centro delle accuse "abbiamo dato un contributo per la casa, visto che finora l'aveva gratis."

Intanto dal rapporto dell'inchiesta si viene a sapere che un'altra ventina di oggetti sono dati per dispersi.

Non è la prima volta che Carlo viene coinvolto negli scandali di palazzo. In passato era stato accusato di aver coperto uno stupro gay di un altro suo collaboratore. La storia era stata venduta alla stampa dal famoso Harold Brown,ex maggiordomo di Diana, che aveva registrato la confessione del colpevole.

Insomma, a corte intrighi a non finire.


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13 Marzo 2003

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La Serbia sotto choc dopo l'assassinio del premier Zoran Djindjic

La Serbia si è svegliata nell'incubo. Messaggi di cordoglio di leader e capi di Stato stanno giungendo al governo di Belgrado. Davanti la sede del partito democratico continua la processione dei cittadini. Tutte le prime pagine dei giornali sono dedicate al delitto di ieri. La popolazione lo ricorda come l'uomo che stava traghettando il paese sul percorso delle riforme e verso l'integrazione all'Europa. Era stato lui a rendere reso possibile la comparsa di Slobodan Milosevic davanti al Tribunale dell'Aja. Djindjic e' stato colpito da due colpi alla schiena e allo stomaco, sparati con un fucile di grosso calibro da una casa di una strada vicina. Immediatamente ricaricato sulla sua stessa automobile è stato portato al vicino ospedale dove,secondo i medici, sarebbe giunto già morto,

I sicari, tre secondo le prime testimonianze, sono fuggiti. Voci non confermate parlano di un possibile arresto di almeno due di loro, ma sull'argomento la polizia mantiene l'assoluto riserbo. La polizia ha arrestato alcune delle persone indicate come responsabili morali e materiali del delitto.

Secondo alcune fonti gli arresti sarebbero stati effettuati tra i membri del clan mafioso di Zemun che farebbero capo all'ex comandante delle teste di cuoio serbe Milorad Lukovic.



Il governo accusa la mafia di Belgrado per l'omicidio del primo ministro Djinjic

 

Sta provocando spavento, dolore e smarrimento, ma l'uccisione del primo ministro serbo Goran Djinjic minaccia anche di gettare nel caos un paese riuscito con fatica a riacquistare la fiducia internazionale.Messaggi di cordoglio di leader e capi di Stato stanno giungendo al governo di Belgrado. Djinjic era l'uomo che aveva reso possibile la comparsa di Slobodan Milosevic davanti al tribunale penale internazionale. Davanti la sede del partito democratico continua la processione dei cittadini. Ad uccidere Djinjic sarebbero stati tre sicari della mafia di Zemun, il nome di un sobborgo di Belgrado. Il governo ha espressamente accusato la cosca e i suoi padrini, tra cui l'ex capo delle forze speciali di polizia Milorad Lukovic."Non hanno sparato soltanto a Djinjic. Questo è un colpo contro le riforme la democrazia e contro tutti noi", dice una donna, e un'altra commenta: "Ho paura che dopo questo omicidio potrà tornare la stessa miseria che c'era prima del 2000". Il ritorno di un regime o la degenerazione nell'anarchia sono i timori più diffusi. In Serbia non c'è a un capo dello Stato. Alle scorse elezioni era mancato il numero legale. Il presidente del parlamento che ne ha temporaneamente i poteri ha decretato lo stato di emergenza.Tutta Belgrado è stata passata al setaccio ma fino ad ora non vi sono conferme di arresti legati a questo omicidio.

Djindjic: il riformatore bloccato

Nell'ottobre del 2000 la una Serbia spaccata in due, vedeva la fine dell'era Milosevic. A Belgrado migliaia di sostenitori del movimento riformista esultavano di fronte ai vincitori Zoran Djindjic e Vojislav Kostuniza.

A quell'epoca i due marciavano ancora insieme e Djindjic era riuscito ad emergere come leader di un'opposizione dalla lunga storia di divisioni e tradimenti.

Giunti al potere, Djindjic, il premier liberale liberista, e Kostuniza, il presidente nazionalista dal volto umano, si sono messi l'uno contro l'altro in una lotta senza quartiere che ha di fatto bloccato il processo riformatore.

In un paese che non riesce ancora a liberarsi dai fantasmi dal passato, la decisione di consegnare l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic al tribunale dell'Aja ha contribuito alla caduta di popolarità del premier. Un primo ministro che già penava a imporre la sua visione della Serbia e a liberarla dal cancro della corruzione e della criminalità organizzata.

Djindjinc è stato il primo sindaco di Belgrado non legato al regime socialista. Come leader del partito democratico, è stato uno dei veterani dell'opposizione serba. Un partito, il suo, dalle posizioni non sempre chiare, tuttavia. Furono tante le strizzatine d'occhio ai nazionalisti, in particolare serbo-bosniaci, durante i primi anni della guerra in Bosnia.

Peccati di gioventù che gli occidentali furono pronti a perdonargli scegliendolo come principale interlocutore. Molti serbi, gli rimproveravano però, appunto, di essere l'uomo dell'occidente. Nello stesso tempo lo ritenevano l'unico in grado di far affluire gli aiuti internazionali e di frenare lo strapotere della mafia. Fra questi due estremi, la mano che l'ha ucciso.

Iraq: gli Usa si giocano la maggioranza al Consiglio di Sicurezza

Nonostante la minaccia di veto di Francia e Russia alla risoluzione proposta da Stati Uniti e Gran Bretagna, Washington continua a insistere per un voto al piú tardi entro il fine settimana. La Casa Bianca dice di essere a un solo punto dalla cosidetta "vittoria morale": avrebbe otto dei nove voti necessari, veti a parte. Dei sei membri non permanenti ancora indecisi, stando agli americani, mancherebbe soltanto il consenso di Messico e Cile. Il mercato delle promesse è all'apice: vince chi offre piú vantaggi. Gli Usa si dicono pronti ad agire con o senza la legittimazione dell'Onu. Con o senza il sostegno britannico. E a proposito di Regno Unito, Tony Blair ha incontrato a Londra il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. "Le divergenze - ha detto il cancelliere - non mineranno i rapproti tra i nostri paesi".Blair, sempre più indebolito dall'opposizione dell'opinione pubblica, ha proposto alle Nazioni Unite di aggiungere al progetto di risoluzione angloamericano un allegato con le condizioni che Saddam Hussein dovrà soddisfare per evitare la guerra.

In Iraq addestramento di aspiranti kamikaze giunti da tutto il mondo arabo

Decine di arabi pronti ad attacchi suicidi si starebbero addestrando in una base militare nei pressi di Mashtal, a venticinque chilometri da Baghdad, nell'attesa di entrare a far parte a pieno titolo delle forze irachene.Senza curarsi delle accuse da parte di Usa e Gran Bretagna di legami tra Iraq e terroristi di Al Qaeda, il regime ha mostrato alle televisioni arabe e, indirettamente, a quelle internazionali, volontari che vanno da semplici nazionalisti sensibili al richiamo della solidarietà panaraba a veri e propri integralisti islamici.Gli aspiranti kamikaze vengono da Arabia Saudita, Libia, Siria, Libano e Tunisia e si addestrano con mitra e fucili, mentre istruttori delle Forze speciali irachene insegnano loro come usare granate, bombe a mano e piccoli mortai. Contro le forze ipertecnologiche Usa, vuol dire davvero esser votati al suicidio.

L'esercito britannico sventa un attentato a Belfast

E' tornata la paura in Irlanda del Nord. Gli artificieri dell'esercito britannico hanno fatto esplodere un veicolo-bomba lasciato nella notte davanti a un tribunale di Belfast. Tre uomini mascherati avevano piazzato un ordigno incendiario a orologeria in un furgone e avevano costretto il proprietario a parcheggiarlo davanti al palazzo di giustizia.

Non ci sono state rivendicazioni per quest'atto ma i sospetti cadono sui gruppi repubblicani dissidenti, contrari al processo di pace. Dal 1997 l'Ira rispetta un patto di cessate il fuoco.

L'incidente è avvenuto mentre la maggior parte dei leader politici nord-irlandesi è negli Stati Uniti, a qualche giorno dalla festa di Saint Patrick Tra loro anche Gerry Adams, leader dello Sinn Fein - il braccio politico dell'Ira. Il primo ministro dell'Irlanda Bertie Ahern incontrerà il presidente americano Bush.

Il parlamento olandese discute il caso della principessa Margherita

Il "caso Margherita" ha fatto ingresso al parlamento olandese. Le indagini condotte dai servizi segreti sul marito della principessa Margherita di Borbone Parma, nipote della regina Beatrice, ordinate dalla casa reale per scongiurare, secondo la coppia, un'unione mal vista, assumono sempre più i contorni dell'incidente politico.La coppia ha presenziato ieri al dibattito convocato in parlamento dopo le prime ammissioni del primo ministro Balkenende. Su Edwin de Roy, futuro sposo della principessa, furono condotte ricerche durante il governo precedente scavalcando i ministri competenti. Non bastano le scuse dei ministri interessati. La coppia attende il mea culpa della regina d'Olanda per quello che ritengono un abuso di potere compiuto ai loro danni. Per definire tutte le responsabilità in una vicenda che tiene da settimane sotto i riflettori dei media una famiglia regnante da sempre apprezzata per la propria discrezione, Margherita ed Edwin de Roy hanno sporto denuncia contro l'ex primo ministro Wim Kok.

 

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12 Marzo 2003
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Usa: "Attaccheremo l'Iraq anche senza la Gran Bretagna"


Soli contro tutti. Gli Stati Uniti perdono la pazienza e si dicono pronti ad attaccare l'Iraq anche senza la Gran Bretagna. Fermezza anche sul voto all'Onu alla seconda risoluzione: entro questa settimana. Non oltre. Poco dopo la frenata: in un comunicato il segretario alla Difesa americana Donald Rumsfeld ha ridimensionato i commenti fatti sul ruolo delle truppe di Tony Blair in crisi sul fronte interno. "Nel caso in cui il presidente Bush decidesse di attaccare", aveva detto al Pentagono "qualsiasi contributo della Gran Bretagna sarà ben accolto. Ma se non parteciperà a questa fase, troveremo un modo per risolvere il problema".La guerra si sta preparando a pieno ritmo. In Florida è stato eseguito il test di collaudo della superbomba Moab. E' la piú grande arma convenzionale esistente: un proiettile gigante di 9 tonnellate e mezzo e un potenziale distruttivo pari ad un piccolo ordigno nucleare. E' soprannominata la "madre di tutte le bombe", ma per il Pentagono serve solo ad intimidire le forze armate irachene e mostrare la potenza dell'arsenale americano.


Onu in bilico. L'ultimatum del 17 marzo potrebbe essere rinviato


Seduta pubblica del Consiglio di Sicurezza. Molti degli oratori chiedono il prolungamento delle ispezioni dell'Onu. La crisi irachena si sta giocando sul filo di tempi strettissimi. L'ultimatum del 17 marzo potrebbe essere spostato a fine mese. Respinta, quindi, la proposta di 45 giorni dei Paesi indecisi:Angola, Guinea, Messico, Cile, Camerun e Pakistan che al voto dovrebbe astenersi. I 9 voti a favore - senza nessun no - richiesti per l'approvazione della risoluzione ancora non ci sono. E l'ambasciatore iracheno all'Onu, Mohamed Aldouri, rincara la dose. Ripete che il suo governo collaborerà ancora con gli ispettori e lancia un appello alla comunità internazionale affinché freni la macchina di guerra. I veri negoziati avvengono dietro le quinte sia per il fronte pro che contro la guerra. Il presidente Bush è impegnato in un'opera diplomatica al telefono. In 48 ore ha parlato con una decina di leader tra cui italiano Berlusconi, lo spagnolo Aznar e l'angolano Dos Santos.

Downing Street risponde a Parigi e Mosca


Il veto aiuterebbe Saddam a cavarsela. E' quanto ha dichiarato il premier britannico Tony Blair martedí a Londra dopo l'incontro con l'omologo portoghese Durao Barroso. "Il no categorico all'intervento da parte di alcuni paesi -ha dichiarato Blair- rischia di lanciare a Saddam il messaggio: "sei fuori pericolo". Questo sarebbe sconveniente. E' pericoloso dividere l'Europa dall'America, un'alleanza che ha funzionato per oltre mezzo secolo. Per questo dobbiamo trovare una posizione comune che ci riunisca nuovamente. Lavoro giorno e notte affinché questo avvenga. E' importante, se si puó, che il mondo libero e democratico stia insieme".

Le organizzazioni umanitarie si mobilitano. Centro della Croce Rossa a Baghdad

La Croce Rossa Internazionale si prepara al peggio. La squadra che sta lavorando con oltre trecento collaboratori locali ha concluso l'allestimento di un centro nella capitale irachena. Sarà un supporto in caso di attacco militare per garantire cibo, acqua e medicinali alla popolazione. Parte del personale, invece, è già stato trasferito nei Paesi vicini su ordine del Comitato di Givevra. Ronald Benjiamin è il portavoce della Croce Rossa nella capitale irachena: "Ci stiamo organizzando soprattutto nel nord del Paese", spiega. "Speriamo che sia sufficiente ad assistere la popolazione". Dalla Svizzera i vertici della Croce Rossa hanno già messo in guardia sul rischio di una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi. In caso di guerra i profughi sarebbero centinaia di migliaia.

Gran parte degli ospedali, centrali idriche ed altre infrastrutture basilari sono in condizioni precarie e, quindi, in Siria, Iran, Kuwait e Giordania sono state allestite strutture di sostegno con équipe pronte all'emergenza umanitaria. L'Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia, ha inviato a Baghdad cibo per quasi mezzo milione di bambini.


La Turchia violó i diritti di Ocalan? La decisione della Corte di Strasburgo

Un processo al processo. Nel giugno di quattro anni fa un tribunale turco condannò a morte Abdullah Ochalan. Leader del partito dei lavoratori del Kurdistan, Ocalan fu ritenuto colpevole di cospirazione contro l'integrità territoriale dello stato e di istigazione ad atti di terrorismo, una sentenza poi commutata in ergastolo. Oggi i giudici della Corte Europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo emetteranno una sentenza sul trattamento che le autorità turche riservarono a Ocalan dal momento della cattura. Fecero scalpore le immagini di quell'uomo incappucciato e sotto sedativi registrate nel trasferimento dal Kenia alla Turchia. Le restrizioni nei colloqui con gli avvocati e altre limitazioni durante il processo sono state impugnate dai difensori di Ocalan e dalle organizzazioni in difesa dei diritti dell'uomo. Una sentenza sfavorevole alla giustizia turca ratificherebbe il mancato rispetto dei pricipi essenziali del diritto. Un duro colpo di immagine per un Paese in cerca di credito internazionale per entrare a far parte dell'Unione europea.

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11 Marzo 2003
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Chirac: "La Francia voterà no alla nuova risoluzione dell'Onu sull'Iraq"


La Francia dice "no" e rende piú difficoltoso il cammino all'Onu della nuovarisoluzione sull'Iraq. Ad annunciarlo in diretta televisiva dall'Eliseo, Jacques Chirac. Il presidente francese si è detto sicuro che anche Russia e Cina ricorreranno al loro diritto di veto."Qualsiasi siano le circostanze - ha scandito Chirac - la Francia voterà no ad una nuova risoluzione dell'Onu. Credo che non ci sia bisogno di una guerra per ottenere il disarmo dell'Iraq".Ma la giornata della spaccatura ufficiale tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza è cominciata con l'annuncio di Mosca. L'annuncio del veto per bocca del ministro degli esteri Igor Ivanov. "Non è necessaria una nuova risoluzione", ha detto in sintonia con Chirac che, poco dopo, ha definito "un precedente pericoloso" l'attacco senza l'Onu. Oggi al Consiglio di Sicurezza si terrà una seduta pubblica. Il voto alla risoluzione di Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna probabilmente slitterà. Si oppongono Francia, Russia e Cina con diritto di veto, Germania e Siria. A fianco degli Usa, Gran Bretagna, Spagna e Bulgaria. Indecisi, tra cui Angola, Guinea e Camerun. Il Pakistan dovrebbe astenersi.In Africa gli indecisi sono corteggiati sia dal segretario di Stato Usa, Colin Powell che dal ministero degli esteri francese Dominic De Villepen. Occorrono nove voti per far approvare la risoluzione. Basta il veto di un solo Paese per bocciarla e vanificare la corsa diplomatica di Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna.



Iraq: Aznar il duro, Blair l'impacciato, i due volti dell'interventismo europeo

Francia, Russia, e Cina ostacoleranno la seconda risoluzione al Consiglio di sicurezza perché hanno interessi nella regione. È il j'accuse del premier spagnolo Josè Maria Aznar, che demolisce così il blocco dei paesi contrari alla guerra. "La Spagna, dal canto suo, ha affermato il premier, sta dalla parte della legalità agirà secondo quanto stabilito dalle nazioni unite che obbligano Saddam a disarmare, altrimenti si espone a gravi conseguenze".

Diretto e fermo Aznar, imbarazzato e tutt'altro che convincente il premier britannico Tony Blair messo in difficoltà dalle domande di alcune donne nel corso di una talk show televisivo.

Convincere della giustezza della sua linea sull'Iraq i membri del Consiglio di sicurezza ancora indecisi non gli basterà. Deve vedersela infatti non solo con un'opinione pubblica contraria al conflitto, ma con la fronda dei laburisti.Aluni ministri minacciano ledimissioni.

Ai commenti pungenti del pubblico contrario alla guerra, Blair risponde dapprima con un inatteso mutismo, per poi farfugliare:

"La mia scelta di campo è una scelta giusta ritengo comunque che la guerra possa ancora essere evitata".

Alla domanda del cronista su un eventuale cambio di regime a Westminster,il premier non è ruscito a celare il proprio imbarazzo:

"Si tratta di speculazioni, io sto cercando di fare ciò che mi sembra giusto".

L'atteso applauso non è arrivato.

Crisi irachena. Gli Stati Uniti continuano a premere sulla Turchia

George Bush ha contattato telefonicamente Tayyip Erdogan, il cui insediamento a Premier dovrebbe avvenire nei prossimi giorni. L'attuale primo ministro, infatti, si e' detto pronto a lasciare il suo posto ad Erdogan, leader del suo stesso partito di radici islamiche, eletto domenica deputato, non appena questi presterà il giuramento di rito al Parlamento.

Washington spera che il futuro premier sottometta di nuovo al voto del Parlamento la richiesta di passaggio a 62 mila soldati americani sulla via dell'Iraq. Erdogan, pragmatico, sa che un coinvolgimento nella guerra è inevitabile e chiederà probabilmente maggiori garanzie agli Americani

Nel frattempo crea tensioni nel paese il fatto che i militari americani, oltre alla prevista ed autorizzata modernizzazione delle basi e porti esistenti, abbiano effettuato un nuovo inatteso sbarco di mezzi militari ad Iskandarum.Mentre le attività dalla base di Incirlik continuano. E' da qui che caccia britannici ed Usa partono per pattugliare le no-fly zone.


Medio Oriente: scontri a Hebron, incursioni israeliane nella striscia di Gaza



Truppe israeliane a Hebron hanno distrutto a colpi di mortaio un edificio dove si era rifugiato un commando di palestinesi che poco prima aveva ucciso un soldato in un'imboscata ferendone altri cinque. Tra le macerie dell'edificio, i cui abitanti erano stati avvisati e invitati ad andarsene, è stato trovato un corpo, si presume di uno dei componenti del commando. L'attacco è stato poi rivendicato dal braccio armato del Fronte popolare di liberazione della Palestina.Due le incursioni dell'esercito nella striscia di Gaza la notte fra lunedì e martedì. A Khan Younes, nel sud, è stato demolito un laboratorio per la produzione di ordigni. A Beit Hanun, a nord, sono stati catturati tre palestinesi ricercati per attività armate. E in mattinata vicino a Kfar Darom sono stati trovati i corpi di due palestinesi, carichi di ordigni artigianali, uccisi dall'esercito mentre cercavano di penetrare nella colonia.




Si inaugura oggi la Corte Penale Internazionale


Il primo tribunale permanente si occuperà di perseguire legalemente i colpevoli di genocidio, crimini di guerra e di qualsiasi tipo di violazione di diritti umani.87 paesi hanno ratificato il trattato, tranne gli Stati Uniti ed altri 20 stati - tra cui Israele Russia e Cina - che hanno firmato accordi separati bilaterali per essere esentati dall'autorità del Tribunale.

La Corte Penale Internazionale è divenuta realtà il primo luglio del 2002, in seguito alla ratifica del trattato di Roma.Oggi all'Aja i primi 18 giudici, 11 uomini e 7 donne, dovranno prestare giuramento.

Ma il tribunale diverrà operativo solo a partire dall'aprile 2003 dopo che sarà designato un Procuratore Generale e si occuperà solo di crimini compiuti a partire dal luglio 2002, data della sua fondazione.

Falliti i colloqui per la riunificazione di Cipro in vista dell'adesione all'Ue


La maratona negoziale dell'Aja avviata su iniziativa di Kofi Annan non è servita a mettere d'accordo i due leader ciprioti, il greco Tassos Papadopoulos e il turco Rauf Denktash. Annan sperava di convincerli a sottoporre a referendum il 30 marzo il piano di pace elaborato dall'Onu."Per quanto ci riguarda - ha dichiarato Denktash - la bozza proposta non era accettabile perché prevede l'allontanamento di circa 100 mila turco-ciprioti dalle loro attuali abitazioni"Nel maggio 2004, entrerà dunque nell'Unione europea solo la parte greca, riconosciuta dalla comunità internazionale. Per l'inviato speciale Onu Alvaro de Soto, Cipro ha perso un appuntamento con la storia: "Condivido con tutti i greco-ciprioti, turco-ciprioti, greci e turchi amanti della pace una tristezza profonda. Non sono sicuro che un'opportunità come questa si ripresenterà presto"Non è servita nemmeno la proposta di proseguire i negoziati fino al 28 marzo, facendo slittare i referendum al 6 aprile. Il 16 aprile sul trattato di adesione la firma turco-cipriota non ci sarà.


Inaugurata a L'Avana la sede della Commissione europea.

Non solo un passo in avanti nei contrastati rapporti tra Cuba e l'Unione dei 15, ma un vero e proprio ponte che unisce l'isola caraibica al Vecchio Continente. Il taglio del nastro è stato fatto alla presenza del commissario europeo allo sviluppo Poul Nielson. L'ufficio gestirà i 15 milioni di euro che annualmente Bruxelles stanzia per Cuba.

L'isola di Fidel Castro è l'unico paese dell'America Latina a non avere un accordo di cooperazione con l'unione dei 15. Intese bilaterali con i singoli stati membri suppliscono a questa mancanza. Castro ha sollecitato di recente l'adesione di Cuba all'accordo di Cotonou che lega l'Unione ai paesi di Africa, Caraibi e Pacifico. Una prima domanda inoltrata da L'Avana era stata poi ritirata in seguito al voto europeo di una risoluzione Onu penalizzante per l'isola.

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10 Marzo 2003
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Iraq: continuano i preparativi per la guerra, sul campo e all'Onu



Un aeroporto inutilizzato da oltre dieci anni. Movimenti di bulldozer e camion, lavori di ricostruzione. Accade nel Kurdistan iracheno, ma i curdi non hanno aerei. E allora due sono le ipotesi: costruzione di una base per interventi militari oppure per voli umanitari. E mentre continuano i preparativi in Kuwait per l'intervento armato, il Pentagono rifiuta di rispondere alla domanda se ci siano truppe usa nel nord dell'Iraq.È comunque sempre più evidente che tutto è pronto per l'offensiva, e a questo punto l'unica incognita è se la guerra si farà con o senza il sì delle Nazioni unite.Washington intende chiedere al Consiglio di sicurezza di votare domani la risoluzione che fissa al 17 marzo l'ultimatum per il disarmo totale di Bagdad.Una risoluzione alla quale si oppongono Francia, Russia e Cina - membri permanenti con diritto di veto -, ma anche Germania e Siria. Schierati con gli Stati Uniti Gran Bretagna, Spagna e Bulgaria. Folto il gruppo degli indecisi. Ed è scattata la caccia al voto.Parigi dovrebbe poter conquistare il no del Camerun per via dei forti legami storici ed economici. L'Angola, paese ricco di petrolio, penderebbe invece dalla parte degli Stati UnitiIn Guinea è testa a testa, mentre subisce la pressione del potente vicino il Messico, cui viene fatta balenare la possibilità di accordi sull'immigrazione.E se Washington conta di convincere il Cile giocando la carta degli accordi di libero scambio, la dipendenza economica del Pakistan dagli Stati Uniti ha come contrappeso il no della popolazione islamica.


Il governo Blair a pezzi: sempre più contrari a una guerra senza sì dell'Onu

Il ministro britannico allo sviluppo internazionale Clare Short ha dichiarato che lascerà il suo incarico in caso di guerra all'Iraq senza l'avallo delle Nazioni unite.È solo l'ultima, e la più importante, di una serie di defezioni interne al governo di Tony Blair.Poche ore prima era stato il deputato laburista Andrew Reed ad annunciare le sue dimissioni dall'ufficio del ministero dell'ambiente, mentre i giornali riportavano la notizia che altri quattro membri del governo ci stanno pensando seriamente, e duecento labour, la metà del gruppo parlamentare alla Camera dei comuni, potrebbero ribellarsi se la Gran Bretagna intervenisse contro il parere del Consiglio di sicurezza. Per Blair è crisi anche tra l'elettorato: secondo un recente sondaggio solo il quindici per cento dei britannici sarebbe favorevole a un attacco senza una nuova risoluzione Onu. Sabato migliaia di persone in tutto il paese sono scese in piazza per dire no alla guerra


Lezione di guerra a Bagdad


In Iraq si insegna a sopravvivere alla bombe. Il mondo non vuole un attacco militare, afferma la stampa locale. Gran parte della comunità internazionale e migliai di attivisti che manifestano per la pace, sottolineneano i giornali, sono contrari all politica anglo-americana. "Bush è un bugiardo- dice la direttrice di questa scuola femminile - è lui che deve dimettersi- non il presidente Saddam Hussein.

Esercitazioni come questa sono diventate di routine in Iraq, cosí come i cori imparati a scuola che inneggiano al rais, mentre i funzionari del regime cercano nuove leve per rafforzare le milizie.


Erdogan eletto deputato: ora può diventare capo del Governo turco

Il partito della Giustizia e lo Sviluppo ha completato in Turchia il processo che legittima l'insediamento alla guida del governo di Tayyip Erdogan. Proprio nelle elezioni suppletive di ieri a Siirt, la città dove nacque il caso giudiziario che aveva reso il leader dell'AKP ineleggibile, Erdogan ha riportato una vittoria schiacciante.

Il governo formatosi dopo la vittoria dell'AKP a novembre subirà un rimpasto. L'attesa per l'insediamento di Erdogan si trasforma in impazienza davanti alle questioni internazionali che attendono il nuovo premier: riconsiderare la richiesta USA di un utilizzo del suolo turco per attaccere l'Iraq da nord e intervenire nell'opposizione turco-cipriota al piano di riunificazione dell'isola caldeggiato dall'Onu.

A partire da mercoledì, giorno in cui scatta il mandato parlamentare di Erdogan, il processo può prendere il via. C'è poco tempo per i festeggiamenti.

Ma la vittoria, ha detto Erdogan, è stata bella come un poema.La citazione di alcuni versi nella piazza di Siirt gli valse nel 97 l'accusa di istigazione all'odio religioso, il carcere, e l'impossibilità di candidarsi alle elezioni.

I maltesi hanno detto sì all'Unione europea.

Con bandiere e tifo da stadio, i sostenitori dell'adesione si sono riversati in strada per festeggiare la vittoria nel referendum di sabato. Il 53,65 per cento dei maltesi si è pronunciato a favore dell'ingresso nell'Europa unita. Una vittoria anche per il primo ministro Eddie Fenech Adami, che si è detto soddisfatto del risultato e dell'altissima affluenza: ha votato infatti il 91 per cento degli aventi diritto. Non accetta invece la sconfitta il leader dell'opposizione, Alfred Sant: non è la maggioranza dei maltesi ad essersi espressa a favore, insiste, ma solo la maggioranza di chi è andato alle urne. Malta entrerà nell'Unione europea il 1° maggio 2004. È stato il primo dei dieci paesi candidati a chiamare i suoi elettori alle urne, un voto solo consultivo, ma che influirà probabilmente sul risultato dei referendum successivi.


Per il referendum su Cipro si prega di rispondere sì. Kofi Annan non fa mistero delle sue pretese

 

L'appuntamento di oggi all'Aia tra il segretario generale dell'ONU e i dirigenti ciprioti delle due parti dell'isola ha un solo obiettivo: ratificarela consultazione delle comunità greca e turca. Ai ciprioti viene chiesto se intendono accettare il piano proposto dallo stesso Kofi Annan per riunficare Cipro in vista dell'ingresso nell'Unione Europea fissato per il 2004.

Rauf Denktash ribadisce però da parte turca la necessità di rivedere il piano prima di sottoporlo a un voto popolare. Una larga parte della comunità turca spinge per l'adesione nei tempi richiesti al piano di Annan: la riunificazione è l'unica via concessa ai turco-ciprioti, il cui governo non è riconosiuto a livello internazionale, per entrare a far parte dell'Unione Europea.

Si chiude il carnevale in Grecia. A Patrasso 400.000 persone

Ancora carnevale. In Grecia il calendario ortodosso fa slittare in avanti le celebrazioni. La Rio della penisola ellenica è Patrasso. Duecentoventi gruppi hanno sfilato per le strade del porto del Peloponneso richiamando quattrocentomila persone. Ultimi scampoli di divertimento prima della quaresima.

Tradizioni che si fondono: i Boules greci che col capo dipinto di cenere organizzavano scherzi e provocazioni e le sfilate carnascialesche dell'Italia seicentesca. Il carnevale di Patrasso è una festa radicata nella storia dell'isola. La battaglia della cioccolata è uno dei momenti caratteristici di questa tradizione.La contaminazione tra culture ha fatto il resto. Tutti i carnevali si somigliano. Forse anche perché a Patrasso, i più fieri nel preparare i gruppi sono centinaia di brasiliani venuti a vivere in Grecia.

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9 Marzo 2003
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Malta dice sí all'Unione Europea



Secondo i primi exit-poll diffusi dalla televisione pubblica, il 52% degli aventi diritto ha votato a favore nel referendum sull'adesione. Lo spoglio delle schede è ancora in corso. Ma il fronte del sí canta già vittoria. L'affluenza record rappresenta un successo. Ha votato il 91% degli elettori.

L'elevato tasso di partecipazione rafforza la speranza che l'esito sia favorevole, per il partito nazionalista, filo Europeo, del primo ministro Eddie Fenech Adami. Ma alla vigilia del voto, i sondaggi registravano ancora un alto numero di indecisi. Circa il 16%. Saranno loro a far la differenza.

L'elevata affluenza rappresenta, in ogni caso, una sconfitta per l'opposizione che aveva rivolto un appello per boicottare il referendum.

Il leader dei laburisti, Alfred Sant, aveva invitato a votare no, o scheda nulla o ad astenersi. Lui ha optato per l'astensione, e inserito il bollettino solo nell'urna delle amministrative che si sono svolte contemporaneamente.

Malta è stato il primo paese dei dieci candidati all'Unione Europea ad aver organizzato un referendum consultivo. Un referendum che non avrà effetti vincolanti, ma che potrebbe dare pieno mandato al governo per la firma del trattato di adesione il 16 aprile, ad Atene.



Saddam all'ONU: via l'embargo. Martedì gli USA vogliono votare la risoluzione

L'ONU è testimone del nostro impegno al disarmo, l'ONU svincoli l'Iraq dall'embargo. La richiesta di sospendere le senzioni in vigore da dodici anni segue l'ultimo incontro di Saddam Hussein con le più alte cariche del governo iracheno ieri a Baghdad.Saddam Hussein punta ad un riconoscimento concreto per quelle che in un passo del suo rapporto al consiglio di sicurezza il capo degli ispettori Hans Blix ha definito "misure di disarmo sostanziali". Quaranta missili distrutti finora, nuove interviste a scienziati effettuate in privato: la collaborazione irachena è ancora al vaglio dell'ONU.

Ma nonostante Cina, Russia e Francia siano pronte a far ricorso al veto, col sostegno di Germania e Siria, Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Bulgaria vogliono che un attacco sia considerato legittimo dopo il 17 marzo. Sperano di convincere i sei paesi ufficialmente ancora indecisi. Il voto su una seconda risoluzione che fissi un ultimatum per il disarmo iracheno potrebbe arrivare martedì prossimo.

L'esercizio del veto segnerebbe il declassamento del ruolo dell'ONU, con il possibile avvio di una azione militare autonoma di USA e Gran Bretagna. La sfida politico-diplomatica mira quindi in ogni caso alla ricerca di una maggioranza. Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia e Francia sono in prima linea nello sforzo di premere come possibile sui paesi indecisi.

Si rafforza il dispositivo militare nel golfo

I soldati americani nel golfo stanno terminando l'addestramento per prepararsi ad ogni eventualità, anche a gestire un attacco chimico. Si teme che l'Iraq possa utilizzare alcuni agenti come l'antrace o il virus della varicella. La base di Al-Saylihah, in Quatar, diventerà il quartier generale dell'offensiva. I segnali che la guerra sta guadagnando terreno si moltiplicano. Il ministro della difesa dell'Arabia Saudita ha ammesso la presenza di truppe americane lungo il confine con l'Iraq, ma ha ribadito la sua opposizione ad appoggiare un'aggressione al paese vicino.

Da febbraio 21 navi americane e 26 britanniche hanno attraversato il canale di Suez per unirsi alle forze già presente nel golfo. Secondo il pentagono oltre 240 000 militari statunitensi sono pronti ad un attacco. Ma i preparativi si intensificano anche dall'altra parte del confine, in Iraq.

I funzionari di Baath, il partito di Saddam Hussein, stanno cercando di rafforzare le milizie, reclutando e addestrando alla bell'è meglio giovani iracheni, per difendere il paese dall'aggressore. Mentre hanno lasciato l'Iraq, i rappresentati civili delle organizzazioni internazionali.

No ad un'invasione delle truppe turche in Iraq

A ribadirlo è Massud Barzani. Il leader curdo, capo del partito democratico del Kurdistan, dirige due delle tre province nel nord dell'Iraq, che di fatto sono sotto amministrazione curda, dopo la guerra del golfo del '91.

"Spero che i turchi non mandino truppe in Iraq- ha ammonito- perché questo avrebbe gravi conseguenze per la popolazione della regione e per la Turchia stessa".

Barzani ha affermato di essere in stretto contatto con Washington e di sperare che si possa svolgere presto una riunione che coinvolga turchi, americani, e le opposizioni al regime di Saddam Hussein, curdi compresi.

 

Hebron. Questa è la risposta di Israele agli attentati di Venerdí.

Due giorni fa alcuni attivisti palestinesi hanno attaccato l'insediamento vicino di Kiryat Arbat, uccidendo due coloni ebrei. Ed oggi l'esercito israeliano ha fatto saltare in aria tre abitazioni che appartenenevano ai terroristi, morti nell'attentato.

In serata tredici militanti sono stati arrestati in Cisgiordania, otto sono stati bloccati a Hebron, gli altri cinque a Nablus.

Mentre nel nord della regione, a Kabatyeh, le truppe israeliane hanno demolito la casa di Mohamed Nasri Mohamed Abu Rob, un capo locale della Jihad islamica. Secondo le forze dell'ordine israeliane, è implicato nella pianificazione di attacchi contro Israele.

L'esercito di Tshal ha infine reso noto che alcuni razzi di fabbricazione artigiale sono stati lanciati dalla striscia di Gaza verso la località di Sderot, nel sud di Israele. Non ci sono feriti.


Giornata della donna: da Parigi la denuncia delle violenze nei quartieri

"Né sgualdrine né sottomesse". Con questo slogan hanno sfilato a Parigi in 10 mila secondo la polizia, 30 mila per le organizzatrici, nella manifestazione che ha concluso, oggi giornata internazionale della donna, la "Marcia delle donne", partita il primo febbraio da Vitry-sur-Seine, nella periferia della capitale francese, dove lo scorso ottobre la diciassettenne Sohane è stata bruuciata viva da un giovane che ha poi cercato di giustificarsi dicendo che la ragazza aveva respinto le sue avances.

Rennes, Bordeaux, Tolosa, Marsiglia, Grenoble, Lione, Strasburgo, Lille, e infine la regione parigina: è il "tour de France" che il collettivo "Ni putes ni soumises" ha affrontato in queste settimane per denunciare la situazione delle donne nei quartieri, soprattutto di periferia: vittime di violenze fisiche, sessuali, verbali, vittime della precarietà, vittime del peso delle tradizioni e della religione, vittime di essere donne, in Europa, nel 2003.


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8 Marzo 2003

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Ultimatum a Saddam: 10 giorni per disarmare o sarà la guerra

Ancora dieci giorni e poi Stati Uniti e Gran Bretagna attaccheranno Saddam Hussein. Il Raís ha tempo fino al 17 marzo per mostrare che rispetta gli obblighi imposti dall'Onu. L'ultimatum è arrivato ieri nel mezzo della riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il rapporto degli ispettori che hanno parlato di "cooperazione" e dell'inizio del disarmo iracheno.L'emandamento di Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna alla risoluzione era atteso, ma una scadenza cosí stretta ha allargato la spaccatura al vertice Onu.

E se gli schieramenti non cambieranno americani ed inglesi invaderanno l'Iraq senza e contro il consenso delle Nazioni Unite.E' scontro frontale con Francia, Russia e Cina irremovibili a quello che hanno definito un ultimatum inaccettabile.Attacca Jack Straw, ministro degli esteri britannico. Dice che "il disarmo si puó avere solo con la forza. Tutto dipende da Saddam, puó evitare la guerra con un disarmo totale e reale. E' possibile, realizzabile e necessario per Saddam Hussein e il regime iracheno mettersi in regola entro quella data". La Francia, attraverso il suo ministro degli esteri Dominic de Villepin, non cede e ribadisce che non farà passare una risoluzione che autorizzi il ricorso automatico alla forza.

"Signor presidente", ha detto il capo della diplomazia di Parigi "non possiamo accettare un ultimatum mentre gli ispettori riferiscono di progressi nella cooperazione con l'Iraq. Ció significherebbe la guerra".Parigi ha poi proposto un vertice a New York tra i capi di stato e di governo per decidere sul da farsi. "No" è stata la risposta del segretario americano Colin Powell. Anche Pakistan, Cile e Messico hanno avanzato riserve sull'ultimatum dicendosi favorevoli ad altre ispezioni.


Prove di guerra alle frontiere con l'Iraq

Vita al fronte di una guerra che ancora non c'è. Si intensificano i preparativi per i 250mila americani e britannici accampati alle frontiere e lungo le coste dell'Iraq. Ieri a Kuwait City il capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, il generale Mike Jackson, ha fatto sapere che i suoi uomini nell'emirato sono pronti all'azione. Si parla di 100.000 unità posizionate nel nord del Paese, nella zona militare off limits alla popolazione. Preparativi anche in Turchia nonostante il "no" del parlamento di Ankara. I militari turchi hanno mosso oltre 300 carri armati verso il confine con l'Iraq mentre gli americani stanno inviando altri mezzi nelle basi. Continua la costruzione di un centro logistico e di coordinamento tra Mardin ed Ankara. Movimento di forze anche in Arabia Saudita con lo spostamento di caccia F-16 al confine iracheno.


Interrogato Ahmed Quddus, l'uomo arrestato col numero 3 di Al Qaeda


E nell'ovest del Pakistan si intensifica la caccia a Osama. Ahmed Quddus, il pachistano arrestato la scorsa settimana con Khalid Sheikh Mohammed, presunto numero tre di Al Qaeda, è comparso oggi davanti ai giudici del tribunale anti-terrorista di Rawalpindi, vicino Islamabad. Rimarrà in detenzione preventiva per altri tre giorni, ma contro di lui, per ora, non sono state trovate prove certe di legami con Al Qaeda e con Khalid Sheikh Mohammed. La cattura di quest'ultimo, consegnato alle autorità americane, ha intensificato le ricerche di Osama Bin Laden.

Ma la caccia all'uomo dà a volte adito a tutta una serie di notizie false: l'ultima, in ordine di tempo, riguardava l'arresto di due dei figli di Bin Laden, durante un operazione nella provincia afgana di Nimroz, confinante con la provincia pachistana del Baloutchistan, nel sud ovest del Paese."Non abbiamo informazioni sul presunto arresto dei figli di Bin Laden - ha dichiarato il colonnello Roger King, portavoce del contingente americano -. Non abbiamo nessuna operazione in corso in quell'area"

I documenti trovati nel corso dell'arresto di Khaled Scheikh Mohammed provano che Osama è ancora vivo. Secondo gli investigatori il leader di Al Qaeda e il suo braccio destro, l'egiziano Ayman Al - Zawahiri potrebbero aver trovato rifugio sulle montagne nell'ovest del Pakistan.

Medio Oriente: non conosce tregua la spirale di violenza. Ucciso uno dei capi

di Hamas. Stamane due elicotteri israeliani hanno sparato diversi missili contro alcuni edifici a Gaza uccidendo quattro palestinesi. Tra questi c'era Ibrahim al-Makadma, uno dei comandanti di "Ezzedin al- Qassam", braccio armato del movimento islamico di Hamas.E ieri sera un duplice attacco ha seminato panico e morte nelle colonie ebraiche in Cisgiordania: due palestinesi si sono infiltrati a Kiryat Arba, nei pressi di Hebron uccidendo due coloni e ferendone altri otto.

Con copricapi degli ebrei ortodossi si sono mischiati ai fedeli di ritorno dalle preghiere nella Tomba dei Patriarchi e poi hanno aperto il fuoco e lanciato bombe a mano. Con fucili mitragliatori m-16 hanno sparato contro i due coloni all'interno di una casa prima di essere colpiti. Altri due palestinesi sono stati uccisi poco dopo nel vicino insediamento di

Negohot, a sud di Hebron, dove avevano tentato di infiltrarsi. Sempre ieri Gaza è stata teatro della morte di tre palestinesi. Volevano attaccare un convoglio di coloni ebrei. L'assalto è stato rivendicato dalla Jihad islamica.

Svetozar Marovic è il primo capo di Stato dell'Unione di Serbia e Montenegro.

Eletto con 65 voti a favore e 47 contrari. Da ieri sera Vojislav Kostunica, l'uomo che nell'ottobre 2000 aveva sconfitto Milosevic è tornato ad essere un privato cittadino. E la nuova Unione di Serbia e Montenegro, che ha sostituito la Repubblica federale di Yugoslavia ha il suo primo capo di stato: il montenegrino Svetozar Marovic. 48 anni, politico di lungo corso, Marovic è stato eletto dal neo parlamento dell'Unione con 65 voti a favore e 47 contrari. Dopo il voto Marovic ha prestato giuramento al Parlamento.

"Il nuovo stato - ha detto - è il frutto del primo accordo democratico tra Serbia e Montenegro. Dovremo orientarci verso una rapida adesione alle strutture europee e rispettare pienamente gli obblighi internazionali" Tra le ferite aperte del mandato dell'ex presidente jugoslavo rimangono infatti la questione kosovara e le continue polemiche col Tribunale penale internazionale.

Stamane, Marovic ha ricevuto un messaggio di congratulazioni da parte dell'alto rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza, Javier Solana, che lo ha esortato a prendere "decisioni coraggiose" per consolidare il nuovo Stato.

Referendum a Malta sull'adesione all'Unione europea


"Iva" ripetono i maltesi sostenitori del "sí". Sí all'ingresso dell'isola nell'Unione europea nel prossimo allargamento nel 2004. Oggi quasi 300mila elettori saranno chiamati alle urne per il referendum.A 90 chilometri a sud della Sicilia, Malta è il primo tra i dieci Paesi candidati a decidere con il voto popolare. Il fronte del "sí" è guidato da, Eddie Fenech Adami, primo ministro e capo del partito nazionalista. Secondo gli ultimi sondaggi, il sí è in vantaggio, ma gli incerti, al 16%, potrebbero far uscire sorprese dalle urne.

Sul Le, cioè il "no" all'adesione puntano, invece, i laburisti guidati da Alfred Sant. Hanno invitato i maltesi a boicottare il referendum perché - sostengono - la miglior relazione con Bruxelles è un partnerariato che permetterebbe un'area di libero scambio commerciale comune, senza peró assumere gli oneri dell'Unione definiti non idonei alla situazione maltese. Ad appoggiare il fronte del "no" anche il sindacato piú forte dell'isola.Intanto Bruxelles osserva sicura che un "no" non innescherà un effetto domino negli altri Paesi

Bosnia, risarcimento per le vittime di Srebrenica


Le autorità serbe dovranno pagare quasi due milioni di euro alle vittime di Srebrenica, il piú sanguinoso massacro compiuto in Europa dopo la seconda guerra mondiale. La decisione è della Corte bosniaca per i diritti umani. Accogliendo un'istanza dei familiari delle vittime la Corte ha disposto che le autorità serbe dovranno anche fornire informazioni sulla sorte dei dispersi nel luglio del '95 quando le truppe serbe, dopo la conquista di Srebrenica, massacrarono otto mila musulmani della città. I risultati dell'inchiesta dovranno essere presentati entro il 7 settembre.

Parte del risarcimento finanzierà un memoriale e cimitero alla periferia di Srebrenica. Un progetto iniziato la scorsa estate grazie alle donazioni internazionali. Sarà il luogo del ricordo e del dolore: a fine marzo visaranno tumulati i resti delle prime 580 persone identificate per lo piú con il metodo del Dna.

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7 Marzo 2003

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Bush: non c'è piu' tempo, agiremo anche senza l'approvazione

Si è giunti al momento del rush finale sulla crisi irachena: per la diplomazia, per gli ispettori, per l'Onu, per Saddam. Lo ha dichiarato ieri il presidente americano Bush durante una conferenza stampa alla Casa Bianca. "Se dovremmo agire agiremo - ha ribadito ai giornalisti -. E per farlo non abbiamo davvero bisogno dell'approvazione delle Nazioni Unite".Parole dure a poche ore dalla riunione cruciale del Consiglio di Sicurezza che ascolterà il rapporto dei capi degli ispettori Hans Blix e Mohammed El Baradei

"Non possiamo lasciare il popolo americano alla mercé del dittatore iracheno e delle sue armi di distruzione di massa - ha sottolineato Bush, ricordando gli attentati dell'11 settembre e i presunti legami tra Al Qaeda e il regime di Bagdad.Per l'inquilino della Casa Bianca, Saddam Hussein non disarma, si prende gioco degli ispettori e continua a nascondere e costruire armi proibite. Per questo il rifiuto dell'uso della forza per disarmare l'Iraq rappresenterebbe un "rischio inaccettabile". Un invito a tutte le parti per "giocare a carte scoperte" in questo momento decisivo per la guerra o per la pace. La fase diplomatica sta quindi giungendo al termine. Ma l'obiettivo degli Stati Uniti, ha ribadito Bush, è la pace e l'avvento della democrazia in Irak, risultati che possono essere raggiunti solo con il disarmo di Saddam.

Powell incontra i capi della diplomazia europea in attesa del rapporto all'Onu di Blix ed El Baradei

A poche ore dal rapporto all'Onu dei responsabili delle ispezioni Hans Blix e Mohammed El Baradei, che Euronews seguirà in diretta, il segretario di stato americano Colin Powell ha incontrato a New York i colleghi britannico Jack Straw, spagnolo Ana Palacio, francese Dominique de Villepin e tedesco Joschka Ficher.

All'hotel Waldorf- Astoria, dove ci sono stati anche momenti di tensione per un allarme bomba, Powell ha discusso di possibili modifiche della risoluzione sul disarmo dell'Iraq con la forza, presentata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna." Cerchiamo una risoluzione che possa ottenere il massimo supporto chiarendo che il Consiglio confermi la richiesta che l'Iraq disarmi immediatamente - ha dichiarato poi il portavoce di Powell, Richard Bouchner".

Parole che pero' non tolgono nulla alla determinazione ad agire di Bush, anche senza il consenso dell'Onu

D'altra parte, Washington non è sicura di ottenere i nove voti necessari per far passare la risoluzione. Inoltre, Francia e Russia, due dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza hanno lasciato intendere che useranno il loro diritto di veto. Germania e Cina, quest'ultima altro membro permanente, sostengono la posizione franco-russa ritenendo utile e necessario far proseguire il lavoro degli ispettori.

E adesso la Gran Bretagna di Blair frena sulla guerra in Iraq

L'interventismo britannico sembra fare un passo indietro in Iraq.

L'alleato fedelissimo degli Usa nel Vecchio continente ha mandato ieri in avanscoperta il ministro degli Esteri Jack Straw alle Nazioni Unite.

Straw ha affermato: Londra è pronta a accettare emendamenti alla seconda risoluzione, suggerimenti che possano migliorare il testo. E ha affermato ancora che se disarma, Saddam può restare al potere.

Così il ministro degli Esteri di Tony Blair. Lui che invece al di qua dell'Atlantico, davanti alle telecamere della televisione MTV, ha sostenuto di voler andare alla guerra comunque sia.

Certo di ottenere dal Consiglio di sicurezza una seconda risoluzione, ha aggiunto che se uno o più paesi porranno veto, si andrà avanti lo stesso.

Ma solo il 17% dei britannici è favorevole al conflitto. Ore cruciali per la crisi irachena, dunque, ma anche la Gran Bretagna, che vive con attesa la vigilia del rapporto che i responsabili delle ispezioni Hans Blix e el Baradei faranno, fra qualche ora, all'Onu e che euronews seguirà in diretta.



Vertice italo-tedesco: sull'Iraq posizioni distanti

Sull'Iraq Italia e Germania restano su posizioni diverse. A Brema l'incontro bilaterale, il 24mo, tra il premier Silvio Berlusconi e il cancelliere Gerard Shroeder non ha portato ad avvicinamenti. Shroeder ha sottolineato che "visto il disarmo di Saddam a questo punto non c'è piú bisogno di una seconda risoluzione all'Onu". Ma Berlusconi ha risposto: "la risoluzione non é necessaria, ma auspicabile. Credo che anche la posizione franco-russo-tedesca possa trovare fondamento nella risoluzione 1441 perché lí ci sono gli estremi per dare piú tempo agli ispettori". Iraq a parte i due leader si sono trovati in sintonia su Medioriente ed Unione Europea. Obiettivo comune è chiudere i lavori per le riforme dell'Ue entro il semestre di presidenza italiana. Nelle strade di Brema, nel nordovest della Germania, si sono dati appuntamento decine di manifestanti. Per i gruppi pacifisti il vertice italotedesco è stata l'occasione per ribadire il "no" alla guerra e alla posizione italiana sulla questione irachena.


Militari israeliani presidiano Beit Hanun. Arafat candida un primo ministro

All'indomani dell'incursione israeliana a Jabalya, durante la quale undicipalestinesi sono rimasti uccisi e oltre cento feriti, reparti militari d'Israele hanno occupato alcune zone cuscinetto nel nord della striscia di Gaza. Ci sono circa sessanta blindati e diversi bulldozers a presidiare le zone ai margini della cittadina di Beit Hanun e del campo profughi di Jabalya per impedire, come riferito dalla radio militare israeliana, ulteriori lanci di razzi palestinesi "Qassam".

Un'occupazione che rischia di portare all'esasperazione la spirale di violenza degli ultimi giorni. Violenza cui sembra non arrendersi il leader palestinese Arafat, che cedendo alle pressioni internazionali ha chiesto al segretario generale del comitato esecutivo dell'Olp Mahmoud Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen, di diventare primo ministro. Moderato, Abu Mazen, che ha chiesto tempo per dare la sua disponibilità, è considerato da Israele un interlocutore di fiducia, ma, per questo, gode di minor credito presso i palestinesi. La sua nomina comunque dovrà essere sottoposta al Consiglio centrale dell'Olp che si riunirà domani.


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5 Marzo 2003
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Spagna: il parlamento sostiene la linea interventista di Aznar


Il partito popolare spagnolo si è schierato compatto con il premier José Maria Aznar sulla crisi irachena. Tutti i 183 deputati del P.P.E. hanno approvato una mozione presentata dall'esecutivo, favorevole ad una nuova risoluzione Onu che dia il via libera ad un intervento militare. Nessuna diserzione dunque nella maggioranza, nonostante l'opposizione avesse chiesto il voto a scrutinio segreto. I partiti del no alla guerra hanno invece subito una seconda sconfitta in serata, aggravata dal voto di un falco. La loro mozione che chiedeva di dare piu' tempo agli ispettori è stata bocciata con 184 voti contrari, un deputato all'opposizione ha votato contro la proposta del proprio gruppo.

Il primo ministro spagnolo Aznar ha ricevuto l'appoggio dei parlamentari, ma l'opinione pubblica continua a contestarlo: secondo gli ultimi sondaggi nove spagnoli su dieci sono contrari ad una guerra in Iraq.



A Londra il ministro degli esteri russo prospetta il diritto di veto

Mantengono il fair play, ma non sono riusciti a dissimulare le divergenze. Il ministro degli esteri britannico Jack Straw e il suo collega russo Igor Ivanov sono rimasti ciascuno sulle proprie posizioni. La Russia potrebbe usare anche il diritto di veto per bloccare una risoluzione che autorizzi un'azione militare In Iraq, ha ribadito il capo della diplomazia russa, in visita a Londra. La Gran Bretagna sostiene la linea dura americana, mentre Mosca insiste sulla necessità di ottenere il disarmo dell'Iraq per via politica. "Nella risoluzione 1441 - ha sottolineato Ivanov- non c'è nessuna clausola che autorizzi il ricorso automatico alla forza".

Il ministro degli esteri russo incontrerà in mattina il premier britannico Blair, poi si recherà a Parigi dove è atteso dal presidente francese Chirac.

Tuttavia mentre Mosca moltiplica i colloqui diplomatici per una soluzione pacifica della crisi irachena, la televisione russa ha annunciato il rimpatrio di 650 russi che lavorano in Iraq. Entro il 10 marzo saranno organizzati 4 voli da Bagdad.



Nel Kuwait arrivano ottomila soldati inviati dai paesi vicini

Solidarietà col Kuwait: nel paese che teme una rappresaglia irachena se l'offensiva partirà dal suo territorio sono arrivati altri quattromila uomini. Sono le truppe inviate dal Consiglio di Cooperazione per il Golfo, un'alleanza politico-economica che raggruppa Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati.

Proprio da quest'ultimo stato vengono gli ultimi uomini, appoggiati da elicotteri Apache, tank e mezzi anfibi. Con quelli già sul terreno saranno in tutto ottomila soldati - se necessario altri potrebbero raggiungerli.

Lunedì i sei paesi che formano il Consiglio si sono incontrati con rappresentanti dell'Unione Europea nella capitale del Qatar: tutti concordi che il disarmo dell'Iraq resta comunque compito dell'Onu.



E' in mano degli Usa il numero due di Al Qaeda arrestato sabato in Pachistan


Gli Stati Uniti se lo tengono ben stretto. Da Khalid Sheikh Mohammed, che era il ricercato numero 2 dopo Bin Laden, gli investigatori sperano di trarre informazioni per sventare nuovi progetti terroristici.

Dopo averlo arrestato le autorità pachistane lo hanno passato agli americani. Ora si troverebbe in Afghanistan, in attesa di essere trasferito nella base di Guantanamo.

Per l'amministrazione Bush, alle prese con la questione dell'Iraq, è una manna insperata che dimostra che la lotta al terrorismo dà i suoi frutti. "La mente degli attacchi dell'11 settembre non è più un problema per gli Stati Uniti di America," ha dichiarato trionfalmente il presidente americano. Ma la nazione, avverte George Bush, non deve abbassare la guardia.

Mohammed era stato catturato sabato scorso vicino Islamabad insieme ad altri due sospetti membri della rete di Al Qaeda. Per chi lo conosce è un osso duro: "Penso che capirà che questa è la fine. - dice il giornalista di Al Jazeera che lo intervistò - Probabilmente resisterà per un po' di tempo per permettere ai suoi compagni, che hanno preso certamente ogni precauzione, di riorganizzarsi e di fare qualche cambiamento."

Mohammed era anche ricercato per la strage alla sinagoga di Djerba in Tunisia avvenuta lo scorso aprile.



Rinviate le elezioni in Irlanda del Nord

Le trattative per ripristinare le istituzioni della provincia autonoma nord irlandese si sono concluse con un nulla di fatto. Dopo due giorni di discussioni, al castello di Hillsborogh, nei pressi di Belfast, il premier Tony Blair e il primo ministro irlandese Bertie Ahern hanno deciso di rinviare le prossime elezioni locali, di quattro settimane. Lo scorso ottobre, Londra aveva ripreso le redini dell'amministrazione della regione, per un sospetto caso di spionaggio dell'IRA, nel governo nord-irlandese. "Abbiamo posticipato le elezioni al 29 maggio, per dare piú tempo alle parti per discutere- ha annunciato Blair. Il primo ministro irlandese ed io ci rivedremo ad aprile per presentare le nostre proposte, non torneremo per discutere ma per rendere note queste proposte".

Entrambi i leader vogliono convincere l'IRA, il braccio armato del movimento indipendestista repubblicano a compiere un gesto concreto sul disarmo, per ottenere concessioni come il ritiro parziale dell'esercito britannico dalla regione.

Il parlamento cinese consacra il cambio della guardia ai vertici dello stato



Il parlamento cinese ha aperto oggi una sessione storica. Jiang Zemin, settantasei anni, lascerà il posto a Hu Jintao che verrà eletto presidente della repubblica. Si fa così avanti la generazione dei sessantenni con avvicendamenti anche ai vertici del governo e del parlamento. Ma la vecchia generazione, Jang Zemin in testa, continuerà a occupare posizioni chiave.

Il primo ministro uscente Zhu Rongji ha pronunciato il suo ultimo discorso di fronte ai tremila deputati dell'Assemblea Nazionale del Popolo. Il tasso di crescita economica per il 2003 è stato fissato al 7 per cento, un punto in meno rispetto al risultato dello scorso anno. L'azione dell'esecutivo sarà improntata a una politica finanziaria di rilancio, al contenimento della crescente dispartità tra ricchi e poveri e alla lotta alla disoccupazione, che ha oltrepassato il dieci per cento.

I lavori del parlamento si conlcuderanno il diciotto marzo.

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3 Marzo 2003
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Elezioni in Estonia, exploit del nuovo partito di centro-destra


In Estonia i pronostici della vigilia sono stati rispettati. La Res Publica, formazione di centrodestra di Juhan Partz, si è rivelata la vera novità delle elezioni per il rinnovo del governo che porterà l'ex Repubblica Sovietica nell'Unione Europea e nella Nato. Con il 24,6% dei consensi la Res Publica ha riportato lo stesso numeri di seggi del Partito di Centro che fa parte della coalizione uscente e che, tuttavia, è riuscito ad imporsi come il primo partito. La formazione di Edgar Savisaar ha ottenuto, infatti, il 25,4% dei voti. Terzo il Partito della riforma del premier uscentei Siim Kallas con il 17.7%. La campagna elettorale della Res Publica fondata sulla lotta alla corruzione e l'ordine pubblico, quindi, ha colpito il bersaglio conquistando la fiducia degli elettori. In totale 860mila cittadini sono stati chiamati alle urne per eleggere 101 deputati. Il tasso di partecipazione, secondo i primi dati della commissione elettorale, non ha superato il 58%.



Iraq distrugge altri missili. Trovate tracce di antrace e gas nervino

L'Iraq continua a collaborare e a distruggere i missili la cui gittata supera i 150 chilometri. Ieri vicino a Baghdad, sotto la supervisione dei rappresentanti delle Nazioni Unite, sono stati smantellati altri sei dei 120 Al Samoud 2 di cui l'Iraq sarebbe ancora in possesso. Salgono cosí a 10 i missili distrutti in due giorni. Operazioni - ha ribadito Baghdad - che saranno bloccate in caso di unattacco unilaterale degli Usa. Nei pressi della capitale irachena ieri sono state trovate tracce della distruzione di bombe contenenti antrace e di oltre una tonnellata di gas nervino di cui l'Onu da anni chiedeva chiarimenti.

Il disarmo continua a non convincere l'amministrazione americana che lo considera un elemento della partita di inganni che Saddam sta giocando con la comunità internazionale. Washington attende e intanto osserva il fronte turco dopo il no di Ankara al dispiegamento delle truppe Usa. Dal partito di governo di Erdogan giungono posizioni contraddittorie su un possibile ripensamento. I preparativi nelle basi aeree e nei porti turchi non si fermano. Missili Patriot sono stati posizionati. Senza la Turchia gli Stati Uniti dovranno considerare la possibilità di trasferire le forze nelnord dell'Iraq direttamente dal Kuwait con un ponte aereo.

Francesi pro e contro la guerra

La Francia si oppone a una guerra contro l'Iraq, ma non tutti a Parigi sono d'accordo. Alcune centinaia di persone hanno manifestato ieri a Place de la Concorde, non lontano dall'ambasciata americana, per esprimere sostegno alla politica di George Bush. I dimostranti, che hanno sventolato bandiere francesi, americane e israeliane, rimproverano a Chirac di non ricordare l'aiuto fornito dagli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale. Nel frattempo, il ministro degli esteri francese Dominique De Villepin, intervistato da una tv statunitense, ribadisce che Parigi non esclude di ricorrere al veto per bloccare all'Onu una nuova risoluzione contro l'Iraq, ma nega che la posizione francese sia anti-americana: "Assolutamente no. La Francia non si oppone agli Stati Uniti. Ma che amici sono quelli che ti sostengono sempre, ti dicono sempre che hai ragione e che sei il piu' bello?" Per Parigi, la strada da percorrere in Iraq è ancora quella delle ispezioni.

Prima visita di un capo di stato francese in Algeria dalla sua indipendenza


È la prima visita in Algeria di un capo di stato francese dall'indipendenza dell'ex colonia.

Jacques Chirac è giunto a Algeri stamattina dove a accoglierlo c'erano più di un milione e mezzo di persone.

Un benvenuto festoso per il presidente francese che in questi tre giorni di visita ufficiale vuole girare definitivamente pagina.

Il passato non si può cancellare, ma bisogna partire da qui per stabilire un dialogo politico e rinforzare la cooperazione bilaterale tra i due paesi.

Scopo condiviso dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, che vuole dare ossigeno alla collaborazione economica che negli ultimi tempi langue.

Una dichiarazione politica firmata oggi dai due capi di stato riavvierà questo partenariato.

Per dare il via a un nuovo corso con Algeri, Parigi ha impiegato anni. Solo nel 1999 si e' cominciato ad ammettere le torture che i francesi fecero subire agli algerini.

In Pakistan islamici in fermento per l'avvicinamento fra Washington e Islamabad



Mentre soffiano sempre più forti i venti di guerra il Pakistan islamico è già inquieto. In migliaia sono scesi in strada a Karachi a minacciare il regime. La parte più oltranzista dei musulmani non perdona infatti al Governo la stretta collaborazione con gli Stati Uniti che ha portato all'arresto di Khalid Cheik Mohammed, uno dei dieci uomini più ricercati del mondo. L'uomo, trentasette anni, di origine kuwaitiana, farebbe parte della cupola di al Quaeda, l'organizzazione di Osama Bin Laden. Dagli inquirenti è considerato il regista degli attentati dell'11 settembre e sulla sua testa pendeva una taglie di 25 milioni di dollari. Secondo gli analisti l'esecutivo del generale Parvez Musharraf avrebbe deciso l'arresto dell'uomo a Rawalpindi per evitare future rappresaglie statunitensi nel caso il Pakistan decida di votare contro una seconda risoluzione sull'iraq al Consiglio di Sicurezza.


Un altro scandalo a Buckingham Palace

Il Principe Carlo è nell'occhio del ciclone per i suoi rapporti con Cem Uzan, un imprenditore turco condannato a 15 mesi di prigione per oltraggio alla corte. Secondo la stampa britannica, l'erede al trono avrebbe cenato con Uzan dopo che questi aveva donato circa 600mila euro a un fondo di beneficenza del principe. Nel dicembre scorso, Uzan è stato condannato in contumacia per essersi rifiutato di comparire davanti a un tribunale inglese che doveva decidere se congelare i suoi beni. Due multinazionali, che avevano finanziato le sue attività nel settore della telefonia, erano ricorse ai giudici per ottenere la restituzione di prestiti per circa 3 miliardi di euro. "Non penso che sia positivo per la reputazione del Principe - afferma Robert Lacey, un biografo della casa reale. - E' squallido. C'è chiaramente bisogno di procedure piu' rigorose per quanto riguarda non solo i regali, ma anche le donazioni di beneficenza." I collaboratori del principe assicurano che sarà fatta chiarezza sulla vicenda.


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2 Marzo 2003
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Arrestato in Pakistan un uomo-chiave di Al Quaeda

E' considerato il regista degli attentati dell'11 settembre. Khalid Mohammed, 37 anni, è stato arrestato in Pakistan con altri due presunti membri di Al Quaeda, l'organizzazione che fa capo a Bin Laden. E' uno dei "most wanted"dall'Fbi, sulla sua testa pendeva una taglia da 25 milioni di dollari. Al blitz in diverse abitazioni di Rawalpindi, hanno partecipato agenti federali americani e i servizi segreti di Islamabad. Khalid Mohammed, kuwaitiano è il nipote dell'uomo che nel '93 ideó e coordinó il primo attentato al World Trade Centre. In un'intervista alla televisione Al Jazeera si era definito il capo militare di Al Quaeda. Secondo il dossier dell'intelligence americana avrebbe tenuto i contatti con tutte le cellule terroristiche e dal '99 avrebbe pianificato gli attacchi alle Torri Gemelle."E' fantasticato" ha commentato il presidente americano Bush l'arresto del super ricercato già estradato dal Pakistan e in viaggio verso una base militare statunitense.


Turchia, il Parlamento blocca il "sí" alle truppe Usa

Il colpo di scena ad Ankara tiene in standby la macchina da guerra americana. Il Parlamento turco, dopo diversi rinvii, ha respinto per pochi voti la mozione presentata dal premier Abdhullad Gul sull'ingresso e il dispiegamento nel Paese di 62mila soldati americani e l'invio di truppe turche nel nord dell'Iraq. E' stato un piccolo giallo: prima sembrava che il provvedimento fosse passato, poi l'annuncio del mancato raggiungimento del quorum. Se ne riparlerà martedí mentre l'attività nelle basi americane truppein Turchia prosegue a pieno ritmo. Le basi turche sono di fondamentale importanza per un'invasione dell'Iraq da nord. Quella di Incirlik fu largamente usata anche durante la guerra del Golfo nel '91 ma con lo stop di Ankara potrebbero essere costretti a cambiare strategia. Intanto la Casa Bianca sta a guardare. Secondo l'ambasciatore americano ad Ankara mostra "comprensione" a quello che ha definito un "infortunio del governo turco" e spera nell'approvazione dell'accordo raggiunto in cambio della promessa di cospicui aiuti economici. Con l'Iraq, invece, la linea è sempre dura. Per Washington la distruzione dei missili Al Samoud 2 cominciata ieri in queste basi a Bagdad è "solo una menzogna, un elemento in piú della partita di inganni" che sta giocando il Raís.

Si chiude con un appello contro la guerra il vertice della Lega Araba

Rifiuto assoluto di una guerra in Iraq e di un qualsiasi coinvolgimento nel conflitto. Chiudendo il vertice della Lega Araba di Sharm El-Sheik i ventidue paesi membri hanno espresso una linea comune. Ma anche questo consesso di Stati si ritrova diviso nel dibattito su come affrontare la questione irachena.

Per la prima volta un paese arabo ha parlato ufficialmente di esilio per Saddam Hussein.

"L'Iraq è pronto a respingere gli invasori - ha detto il vicepresidente del consiglio Ezzat Ibrahim -, visto che nonostante gli sforzi di disarmo Stati Uniti e sionisti mirano a ridisegnare la mappa della regione distruggendo il nostro Paese".

La morte piuttosto che l'esilio. Saddam Hussein non ha mai fatto concessioni.Ma la proposta avanzata dal presidente degli Emirati Arabi Uniti di un cambio di governo pacifico in Iraq garantito dall'ONU e dalla stessa Lega Araba assume comunque rilievo perché distinta dalle stesse proposte avanzate dagli Stati Uniti.

Quella di Washington è una presenza virtuale ma ingombrante. Scintilla di un infiammato scambio di accuse tra Libia e Arabia Saudita. Cicatrici mai riassorbite della guerra del Golfo in cui i sauditi, ha detto Gheddafi, "erano pronti ad allearsi col diavolo". "Mentitore, sei vicino alla tomba", ha risposto il principe saudita Abdallah ben Abdel Aziz.

"Una manovra cinica", "Una svolta fondamentale": reazioni opposte sui missili

Distruggere quattro missili non significa compiere un disarmo completo e totale. "È una manovra cinica per prendere tempo - ha detto oggi il ministro degli Esteri britannico Straw -. Dovremo anche giudicare se c'è la piena e immediata adesione a tutti gli altri obblighi".Come quello di Washington, che lo considera "parte di un gioco di inganni", il giudizio di Londra sulla prima distruzione di missili Al-Samoud 2 è tutt'altro che positivo.I circa trentamila soldati di Sua Maestà di stanza in Kuwait si preparano ai possibili sviluppi negativi della crisi.

In una schermaglia di dichiarazioni, Russia e Francia tirano acqua al mulino del disarmo pacifico. L'inizio della distruzione dei missili per il viceministro degli Esteri russo Fedotov "segna una svolta fondamentale nel processo di ispezione". "Un passo importante", è il commento del portavoce degli Esteri francese. Al sopravvenire di nuovi elementi, restano a fronteggiarsi due visioni contrapposte.


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1 Marzo 2003
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È iniziata nei tempi fissati dall'ONU la distruzione dei missili Al-Samoud 2


Terminate in mattinata le discussioni tecniche tra ispettori delle Nazioni Unite e responsabili iracheni, ha preso il via con la distruzione dei primi quattro missili il piano di smantellamento degli Al-Samoud 2 accettato dall'Iraq per aderire agli impegni di disarmo richiesti dalle Nazioni Unite.

Dopo un'ora e mezzo di colloqui nella sede dell'Organismo Iracheno di Controllo Nazionale a Baghdad, ispettori ONU e funzionari iracheni si sono recati nell'insediamento militare di Al Tayi, a nord della capitale. È qui che è iniziata la distruzione di quattro missili. Un'equipe di ispettori dell'ONU darà indicazioni su una eliminazione più massiccia da effettuare domani.

L'Iraq ha dichiarato di possedere un centinaio di Al-Samoud 2, una cinquantina dei quali ancora in costruzione, la cui gittata oltrepassa il limite di 150 chilometri consentito dall'Onu all'Iraq.



Saddam in esilio: proposta a sorpresa degli Emirati al vertice della Lega Araba


Un invito a Saddam Hussein a lasciare il potere. La proposta di un cambio al vertice per evitare la guerra in Iraq giunge a sorpresa dal vertice della Lega Araba in corso a Sharm El-Sheik.

Un progetto in quattro punti avanzato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti sarebbe ora sul tavolo intorno al quale sono riuniti i capi di Stato di undici dei ventidue paesi membri.Nel testo, l'invito a Saddam Hussein a lasciare il potere ed il Paese, per favorire il passaggio incruento ad una gestione congiunta dell'Iraq da parte dell'ONU e della Lega Araba.

I paesi arabi hanno fin qui respinto le ipotesi di esilio avanzate a più riprese da Washington, ribadendo in apertura di vertice una comune linea antinteventista.

Unanime, come già anticipato alla vigilia, la presa di posizione contro qualsiasi intervento armato e l'appello a far proseguire il lavoro degliispettori dell'ONU.

Turchia, oggi il parlamento decide sul via libero alle truppe Usa

Voto cruciale al parlamento turco. Riprenderà oggi il dibattito interrotto due giorni fa sul decreto del governo che permette il passaggio alle truppe americane in Turchia e l'invio di contingenti di Ankara nel nord dell'Iraq. Una decisione di fondamentale importanza perché darebbe il via libera allo stanzionamento e al passaggio di 62mila soldati americani. Gli Stati Uniti fanno pressioni affinché oggi arrivi il sí al recente accordo. Un'intesa sugli aspetti politici, militari ed economici della partecipazione turca ad un'eventuale operazione in Iraq discussa anche ieri nella lunga riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale. E mentre la Nato continua a inviare aerei radar e sistemi di lancio per missili Patriot, in attesa del voto anche Saddam sta muovendo le sue pedine: ieri l'ambasciatore irakeno ad Ankara Salih ha incontrato il leader storico dell'islamismo politico turco, Erbakan. Si sono detti concordi nell'esigenza di respingere interventi stranieri in Iraq.

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