Martedi, 29 Luglio, 2003

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Inchiesta Mediaset. Cdl trova compromesso, Ulivo soddisfatto: via alle rogatorie, Castelli non parlerà in Aula


Giorno della verità per Castelli su caso rogatorie


Roma, 29 luglio 2003

La Casa delle Libertà sembra aver trovato la chiave per uscire dalla pericolosa impasse, grazie a un faticoso compromesso, che ha richiesto la mediazione dello stesso Berlusconi. Oggi pomeriggio, al Senato sarà il vicepresidente Fini ad annunciare il ripristino delle rogatorie per l'inchiesta sui diritti cinematografici Mediaset, bloccate dal ministro della Giustizia Castelli. Il Guardasigilli, che sarà presente in aula, non farà alcuna dichiarazione. Si passerà quindi all'esame delle singole mozioni di sfiducia al ministro Castelli presentate da parlamentari dell'Ulivo e di Rifondazione Comunista.

Ulivo soddisaftto
Questa mattina, intanto, anche la Camera dovrà decidere se e quando discutere la mozione di sfiducia a Castelli. Ma l'Ulivo è soddisfatto. La maggioranza fa retromarcia dice, quello che conta è la sostanza. La svolta è giunta ieri, dopo che il presidente dell'udc Marco Follini aveva lanciato un vero e proprio ultimatum: "o Castelli sblocca le rogatorie - aveva detto - oppure non sarà più il nostro ministro della Giustizia". A rincarare la dose in serata era giunto anche il secco no del Presidente della Camera Casini alla richiesta del Guardasigilli di fornire una interpretazione autentica delle recenti norme del Lodo ex-Maccanico che sospende i processi per le cinque piuù alte cariche dello Stato. "Il Parlamento non dà consulenze sulle leggi" ha detto Casini.

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Processo Sme. Ielo per 5 ore in procura a Brescia. Copo di scena: esposto di Boccassini e Colombo


Esposto pm di Milano contro chi li ha denunciati


Brescia, 28 luglio 2003

Si gioca sulla direttrice Brescia- Milano-Perugia l'inchiesta che vede coinvolti i pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, entrata oggi nel vivo con l'interrogatorio dell'ex sostituto procuratore milanese Paolo Ielo e che si è arricchita di un colpo di scena: l'esposto presentato dai due pm indagati contro gli esponenti del Comitato Nazionale per la Giustizia che li hanno denunciati alla Procura di Brescia.

Presto tocca a pm perugini
A giorni, davanti al procuratore bresciano Giancarlo Tarquini e ai sostituti Antonio Chiappani e Francesco Piantoni che lo affiancano in questa delicata inchiesta, potrebbero comparire in veste di testimoni il pm perugino Dario Razzi e il procuratore aggiunto della città umbra, Silvia Della Monica. I magistrati - Razzi in prima persona - condussero quel troncone d'inchiesta sulla presunta corruzione dei giudici romani nel quale confluirono i verbali d'interrogatorio dei magistrati della Capitale, sentiti nel '96 dall'allora pm del pool Mani Pulite Paolo Ielo, ora al Tribunale di Sorveglianza di Milano.

Cinque ore in procura per Ielo
Ielo è stato sentito dal procuratore Tarquini e dal sostituto Chiappani dalla tarda mattinata fino alle 16: circa cinque ore in totale anche se, a quanto si è appreso, buona parte del tempo è servita per la verbalizzazione. L' interrogatorio del magistrato come persona informata sui fatti si è svolto in un clima "sereno", è stato detto in Procura, e si sarebbe incentrato sulla storia degli interrogatori e dei relativi verbali degli ex giudici Antonio Mario Casavola e D'Angelo e di altri magistrati romani.

Nuovo fronte: esposto pm
Da oggi, comunque, i magistrati bresciani sono alle prese con un altro fronte: quello nato dall'esposto presentato dai due pm sotto indagine contro chi (Giacomo Borrione e Gianfranco Sassi) aveva sottoscritto la denuncia a Brescia per le presunte irregolarità nella gestione del fascicolo 9520. Il contrattacco di Ilda Boccassini e Gherardo Colombo si è concretizzato stamani in una denuncia, presentata dai loro legali, per diffusione e utilizzazione di notizie coperte dal segreto d'indagine e per calunnia. Se a Brescia l'estate si presenta rovente, a Milano, a giorni, il sostituto procuratore generale Gaetano Santamaria dovrebbe esprimere il suo parere sulla possibile avocazione delle indagini affidate i due pm. Il magistrato oggi ha avuto un colloquio con il capo dell'ufficio, Mario Blandini, ora in vacanza. Il procuratore generale Blandini potrebbe prendere in visione il 9520 per decidere ai fini dell'avocazione e restituirlo alla Procura nel caso in cui trovasse tutto in ordine. Anche la Procura di Brescia, nei giorni scorsi, aveva posto i quesiti ai colleghi milanesi sottolineandone l'urgenza perché si configurava la possibilità di dover acquisire il fascicolo della discordia.

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Borsa. Seduta positiva, bancari in evidenza: Mibtel chiude a +0,81%


Rialzo sul mercato milanese


Milano, 28 luglio 2003

Piazza Affari chiude in rialzo con il Mibtel in progresso dello 0,81% a 18.686 punti e il Mib30 dello 0,89% a 25.488 punti. Anche il Nuovo Mercato ha chiuso la seduta in rialzo. Il Numtel ha guadagnato lo 0,94% a 1.294 punti.

Parte con il piede giusto la settimana operativa per Piazza Affari, che chiude la prima seduta in buon rialzo, nonostante un rallentamento finale dovuto all'andamento incerto di Wall Street. Sospinta dal denaro sui bancari, la Borsa ha fatto vedere le cose migliori in avvio di giornata, quando ha toccato il massimo del +1,4%, alla notizia dell'indice Ifo tedesco, segnalato in crescita. Il grosso del rialzo è stato mantenuto per il resto della seduta, con il Nyse prudente dopo il forte rialzo di venerdì.

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Lunedi, 28 Luglio, 2003

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Inchiesta Mediaset. Il Messaggero, Buttiglione: "Solo Berlusconi può sbloccare situazione"


Rocco Buttiglione


Roma, 28 luglio 2003

Il ministro Buttiglione (Udc) è ottimista sull'esito del caso Castelli-Vietti. "Siamo convinti - dice in un'intervista al Messaggero - che andremo a una soluzione. La cosa migliore, suggerisce Buttiglione, sarebbe un intervento di Berlusconi per invitare Castelli a inviare le rogatorie".

"Così si sbloccherebbe la situazione e sarebbe un modo per far uscire Castelli dal brutto guaio in cui s'è cacciato. Noi non mandiamo ultimatum - continua il ministro - ma Castelli venga in Parlamento non a chiederci un parere, ma a dirci che lo abbiamo convinto ed ha accettato".

Buttiglione infine difende l'operato del sottosegretario Vietti (Udc) che ha posto la questione del lodo Maccanico ai processi e non alle indagini: "Non possiamo consentire che venga insolentito".

Oggi scade l'ultimatum dell'Udc, affinché il Ministro faccia marcia indietro. Ma anche l'Ulivo è pronto ad andare fino in fondo ricorrendo a una mozione di sfiducia contro Castelli. Il ministro della Giustizia, anche ieri, ha ribadito che scioglierà i suoi dubbi solo dopo il dibattito di martedì al Senato, che verrà fissato, sempre oggi, dalla conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama.

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Cronaca. Foggia, uomo muore travolto da un Eurostar. La Polfer: probabile suicidio

E' accaduto ad Apricena, nel foggiano


Foggia, 27 luglio 2003

Un uomo è stato travolto e ucciso da un treno Eurostar diretto al Nord. E' accaduto nel primo pomeriggio nei pressi di un passaggio a livello ad Apricena, nel foggiano. Sul posto sono giunte pattuglie della polizia ferroviaria.

Ieri altri due incidenti simili
Sono stati travolti da un treno mentre andavano al mare, in due incidenti avvenuti in circostanze del tutto simili due ragazzi di 16 e di 17 anni aTuturano nel brindisino e a Bari due sorelle di 18 e di 16 anni. Sia gli uni sia le altre sono state travolte da un treno - un Eurostar in entrambi i casi - mentre oltrepassavano passaggi a livello con le sbarre abbassate.

Per la Polfer si tratta di un suicidio
Secondo la Polizia ferroviaria l'uomo travolto in provincia di Foggia si è intenzionalmente gettato sotto il treno che sopraggiungeva. Vicino al passaggio a livello è stata infatti trovata l'auto della vittima e, a poca distanza, alcuni mozziconi di sigarette. Ciò - a giudizio degli investigatori - farebbe pensare che l'uomo abbia atteso l'arrivo del convoglio dal quale si è fatto poi travolgere.

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Rogatorie. Castelli: "Un trappolone dei Pm contro il governo"


Il ministro della Giustizia Roberto Castelli


Roma, 27 luglio 2003

"Un trappolone per il governo". Il ministro della Giustizia Roberto Castelli si è convinto che il vero bersaglio della lettera dei pm milanesi a proposito delle rogatorie in Usa per l'inchiesta su Mediaset, sia una manovra dei magistrati di Milano contro l'esecutivo guidato da Berlusconi.

"Sono sempre solo"
In un'intervista al Messaggero si sfoga: "Comincio a pensare che il mio destino è di essere aggredito. Ogni volta che faccio il mio dovere mi crocifiggono". "Mi rimetto al Parlamento, deciderà il Parlamento" dice a proposito degli ultimatum di Udc e An. "Sono sempre solo. Sulle cose che riguardano la Giustizia decido sempre in solitudine. Tanto più che la questione delle rogatorie è un fatto amministrativo". Favore a Berlusconi? "Non lavoro per fare favori alla gente...applicare le leggi mi costa l'aggressione continua...questa operazione non è contro di me, è un trappolone contro tutto il governo".

"Provate a domandarvi perché la risposta dei pubblici ministeri di Milano che doveva essere riservata, viene prima passata ai giornali e soltanto alla fine arriva sulla mia scrivania". "Vietti non si dimetterà, figurarsi... - continua il ministro - Ha agito in base alle pubblicazioni sui giornali".

"Sono in barca non ricevo ultimatum né giornali"
A proposito dell'ultimatum fissato da Follini Castelli taglia corto: "Sono in barca e non ricevo né ultimatum né giornali. Non so niente di niente. E, come ho gà detto a questo punto mi rimetto a ciò che martedì dirà il Parlamento...Non sono io a questo punto che devo sbloccare le rogatorie. Dovrà essere l'organo legislativo a dire se la legge si applica, o meno, alle indagini preliminari. La forma verrà decisa dal Senato. Ma adesso basta me ne vado in barca. Riaccenderò il cellulare tra quarantott'ore. C'era chi diceva: 'Tanti nemici, tanto onore' e credo che nella fattispecie sia un onore essere attaccati dalla sinistra".

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Domenica, 27 Luglio, 2003

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Il premier affronta i problemi del Paese. «“Io anche di notte lavoro. Questa ad esempio l’ho scritta stanotte”. Tira fuori dalla tasca un foglio. È la sua nuova canzone creata insieme a Mario Apicella. Il titolo in napoletano è appunto “Chesta notte”».

Silvio Berlusconi, intervista la Repubblica, 26 luglio 2003

Rogatorie, An e Udc contro l'asse Berlusconi-Lega
di m. ci.

Mostra una tranquillità che non ha Silvio Berlusconi alle prese con l’ennesimo scontro all’arma bianca all’interno della sua coalizione granitica che si sta sgretolando. Sarà anche vero che, come ama dire il premier, «non fanno sul serio» i suoi alleati dell’Udc «troppo sensibili al caldo» quando minacciano di uscire dall’esecutivo se il “pasticcio rogatorie” confezionato dal ministro Castelli non troverà la soluzione che a loro sembra l’unica possibile. Ma il presidente del Consiglio si trova adesso a fare i conti anche con l’evidente malumore di Alleanza nazionale, l’altro partito che non ci sta alle uscite devastanti della Lega e all’accondiscendenza di Berlusconi nei confronti di Bossi e dei suoi.

Avrà anche amabilmente parlato l’altra sera di francobolli e quadri con il ministro Giovanardi, mentre il terremoto politico metteva a rischio la stabilità della casa, avrà anche composto qualche altra melodia con il menestrello Apicella, ma Berlusconi non riesce a nascondere la preoccupazione di dover gestire l’ennesima lite in famiglia. E questa volta sembra proprio non funzionare la giustificazione di sempre e cioè che «quelli della Lega sono fatti in un certo modo» e quindi vanno presi per il loro verso. Tanto poi finiscono sempre con l’allinearsi fino alla prossima volta.

La questione delle rogatorie in cui il premier è doppiamente coinvolto, come capo del governo in cui un ministro chiede che il Parlamento dia l’esatta interpretazione di una legge, e come indagato nell’inchiesta, deve arrivare a rapida soluzione. Questo è l’imperativo categorico per cercare di salvare una situazione sempre più difficile.

Bisogna trovare la quadra, direbbe Bossi, prima che la mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli presentata dall’Ulivo compia il suo intero percorso. L’auspicio è che l'ingegnere Castelli sblocchi le rogatorie prima del giorno che la conferenza dei capigruppo di Montecitorio, fissata per domani, stabilirà come quello del confronto. Probabilmente martedì. In modo da disinnescare la mina. Il problema, però, è quello di mettere d’accordo le diverse anime della coalizione di maggioranza che ormai, più che un quartetto è un evidente due più due. Forza Italia e Lega da una parte. Centristi e An dall’altra. Che giocano, questi ultimi, ormai in perfetta sintonia in ogni occasione. Con l’Udc che parte per prima e il partito di Fini che arriva in seconda battuta a sostenerlo. O viceversa. A seconda dei casi.

Sulle rogatorie sono andati avanti i centristi. Ieri, cogliendo il passaggio al volo, a far capire come la pensa il suo partito, ha provveduto a dire la sua Ignazio La Russa. «Castelli fa bene a rimettersi ale decisioni del Parlamento per l’interpretazione del cosiddetto lodo Maccanico. Se, come tutto lascia pensare, e come noi riteniamo probabile verrà confermato che non è possibile fermare le rogatorie, il Guardasigilli ne prenderà atto e agirà di conseguenza» perché, sottolinea il capogruppo di An, «in caso contrario potrebbero esserci gravi conseguenze politiche». Rincara la dose il governatore del Lazio, Francesco Storace per cui la direzione nazionale del partito, prevista per martedì, dovrà mandare un messaggio chiaro a Berlusconi che deve capire «che non si può continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto, perché così è lui ad alimentare il peggior teatrino della politica che a parole dice di rifiutare».

I centristi non sono rimasti a guardare. E se il ministro Giovanardi si dice sicuro che già domani il dubbio sulle rogatorie posto da Castelli «sarà stato sciolto al di là di ogni ragionevole dubbio» , Rocco Buttiglione punta il dito sugli alleati scomodi della Lega che sono tanto in amicizia con il premier: «Non siamo noi a dire “o noi o loro” ma i leghisti: se continuano così Berlusconi prima o poi sarà costretto a scegliere».

Cerca di gettare acqua sul fuoco il buon Sandro Bondi che impallidisce sempre di più, ogni volta che scoppia la lite nella maggioranza. Per lui Castelli ha semplicemente posto un problema di interpretazione giuridica di una norma sulla quale il Parlamento si pronuncerà presto. Non cogliendo, nel tentativo di far credere che sia normale quanto avviene, la singolarità di una situazione in cui una legge approvata da un mese ha bisogno di tornare in Parlamento per averne l’interpretazione esatta. Davvero incredibile.

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Fiat. Tribunale di Milano ordina il reintegro dei cassaintegrati di Arese


Gli operai della Fiat durante una manifestazione


Milano, 26 luglio 2003

Il giudice del lavoro di Milano, Riccardo Atanasio, ha ordinato, con decreto esecutivo, "l'immediato rientro nello stabilimento di Arese" delle linee produttive relative alle linee sperimentali delle auto a basso inquinamento e la revoca "di tutte le sospensioni in Cigs e di iammetere immediatamente i lavoratori sospesi nei rispettivi posti di lavoro". Su ricorso presentato dalla Fiom-Cgil e dallo Slai Cobas, il giudice ha ritenuto infatti "antisindacale" il comportamento della Fiat che dovrà pagare ai circa 1000 operai cassintegrati anche gli arretrati a partire dal dicembre scorso.

Ma lo stabilimento è già in fase di smantellamento
Anche se la Fiat persenterà ricorso, fanno osservare i legali di Fiom e Cobas, il decreto resterà esecutivo. Gli operai, diventati nel frattempo circa 850 da 1023, non potranno comunque tornare nello stabilmento, già in via di smantellamento. "L'azienda - dice Maurizio Zipponi, segretario regionale della Fiom della Lombardia - sta distruggendo le catene di produzione con le gru: impianti che erano funzionanti e sicuramente almeno vendibili. Spero che gli azionisti ne chiederanno conto". La speranza per la salvaguardia dell'occupazione resta quindi legata al nuovo piano di rilancio di Arese studiato con la Regione, per la realizzazione di motori per auto a basso impatto ambientale, fino all'idrogeno. "Verificheremo - aggiunge Zipponi - nel prossimo incontro lunedì in Regione, se la Fiat è disponibile a tornare protagonista del progetto per Arese".

Il decreto
Resta intanto la decisione del giudice che ha imputato alla Fiat il comportamento antisindacale "nell'avere omesso di informare preventivamente la Fiom-Cgil di Milano e la Rsu circa la scelta di trasferire a Torino le linee produttive relative al Vamia (Veicoli a minimo impatto ambientale) e alle Costruzioni sperimentali"; e "nell'avere omesso di comunicare preventivamente alla Fiom-Cgil di Milano, allo Slai Cobas e alla Rsu i criteri di selezione per la individuazione dei lavoratori da sospendere in Cigs".

Ai lavoratori, che in cassa integrazione hanno ricevuto circa 600 euro al mese contro i 1000 di stipendio, dovrebbero andare ora circa 2mila euro a testa di arretrati e la Fiat dovrebbe provvedere anche a integrare i mancati versamenti contributivi. "Si tratta di una sentenza molto importante - dichiara Zipponi - che ci da la forza per continuare perché riconosce ai lavoratori di Arese di essere trattati come tali. Il giudice non si limita a dichiarare antisindacale il comportamento della Fiat, ma indica anche come superare questo atteggiamento: riportare ad Arese la produzione".

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Economia. La maggior parte delle grandi imprese evade il fisco


Operai al lavoro in una catena di montaggio


Roma, 26 luglio 2003

Si contano sulla punta delle dita le grandi imprese che pagano tutte le tasse dovute. Dall'esame effettuto dalla Corte dei Conti sull'andamento del ministero dell'Economia - contenuto nel Rendiconto generale dello stato - risulta che, su 370 aziende passate al setaccio dai magistrati contabili, il 98,38% ha in qualche modo evaso il fisco lo scorso anno.

Nel 2002 le entrate tributarie dovute ad attività di accertamento sono diminuite del 37,7%, da 16.607 a 10.347 milioni di euro. Gli incassi legati al recupero di evasione del solo ex ministero delle finanze, sono calati del 32,05%, passando da 33.168 a 22.537 milioni.

La diminuzione si deve anche alle novità introdotte che consentono di pagare multe meno salate e prevedono l'irretroattività e la intrasmissibilità agli eredi delle sanzioni. "Un'ulteriore forte spinta alla riduzione di questa componente di entrata - conclude la magistratura contabile - verrà a partire dal 2004 dai condoni della finanziaria 2003, e in particolare dalla cosiddetta rottamazione dei ruoli".

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Sabato, 26 Luglio, 2003

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Inchiesta Mediaset. Castelli: tutto ok con Vietti. Udc ribatte: non c'è stato nessun chiarimento


Milano al centro di un altro polverone giudiziario


Roma, 26 luglio 2003

Castelli sulla graticola. La conferenza dei capigruppo del Senato si riunirà lunedì prossimo per decidere la data del dibattito sulla mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli presentata dall'opposizione. Castelli, intervenendo ieri nei comizi leghisti, parla di "polverone estivo" e chiede al Parlamento di pronunciarsi sull'interpretazione della legge dell'immunità. Ma i centristi dell'Udc fanno quadrato con il sottosegretario Vietti, smentiscono che ci sia stato un chiarimento con il ministro e chiedono che venga applicata la legge.

Vietti alla stampa
Vietti torna sulla questione del giorno in tre distinte interviste ai quotdiiani italiani. "Il ministro deve inoltrare quelle rogatorie. Sul testo del Lodo Maccanico non ci sono dubbi interpretativi: le indagini sono escluse dalla sospensione". Il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti (Udc) ribadisce che "la volontà del legislatore è quella e quella soltanto. Ed e' la posizione del governo che io ho rappresentato alla Camera e al Senato". Vietti confessa di aver preso "in solitudine" la decisione di scrivere la nota con cui invitava Castelli a correggere la posizione del ministero. "Non potevo sopportare che si addebitasse al governo il gioco delle tre carte. Mi ha fatto molto piacere la solidarietà del mio partito, di altri della maggioranza e dell'opposizione. E del presidente della Camera Casini". L'esponente dell'Udc replica poi al parlamentare azzurro Gaetano Pecorella, secondo il quale l'interpretazione del Lodo da parte di Castell iè giusta. "Pecorella, correttamente, non ha partecipato al dibattito parlamentare per evitare un possibile conflitto di interessi. Farebbe altrettanto bene a non partecipare alla discussione successiva". "Non ci sono mediazioni possibili" aggiunge, "se il Guardasigilli non dovesse recedere da questa sua posizione, le conseguenze andranno ben oltre le mie dimissioni". Anche perché, ribadisce il sottosegretario, non è una questione personale, piuttosto "è in gioco la credibilità e la dignità del governo". "Non abbiamo bisogno di nessuna interpretazione da parte del Parlamento", afferma Vietti, anche perché "mi sembrerebbe alquanto singolare che il governo si debba far spiegare da terzi la posizione che lui stesso ha assunto".

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Lega. Maroni, aut aut a Bossi: se Moncalvo resta direttore della Padania, io mi dimetto


Una accesa polemica spacca la Lega


Milano, 25 luglio 2003

Fibrillazione nella Lega. Non si spengono le polemiche tra il ministro del Welfare Maroni e il direttore della Padania Gigi Moncalvo per un articolo pubblicato oggi dal quotidiano del Carroccio. "Non credo nel comunicato di Moncalvo. Ho parlato con Bossi. O viene confermato quanto sta scritto nella Padania, oppure viene smentito. Ma se davvero dovesse essere confermato il contenuto di quell' articolo e non la mia onestà come ministro del Welfare, allora quel ministro del Welfare non starebbe un minuto di più a fare il ministro". Lo ha dichiarato a Radio Padania Maroni in merito all' articolo comparso oggi sul quotidiano leghista.

La risposta alle accuse
"O il mondo è sottosopra, oppure qui c'è qualcosa che non va"' ha detto Maroni parlando con Radio Padania sulla vicenda dell'articolo della Padania, diretta da Gigi Moncalvo. "Moncalvo dice che sono probabili scambi di favore tra il ministero del Welfare e la Confindustria. Posso accettare tutto: che mi si dia dell'incompetente, o altro. Tranne una cosa: che i miei comportamenti non siano onesti". Maroni si è detto "sbalordito" che un attacco del genere gli sia stato rivolto "dal quotidiano del mio partito". "Ho fatto fatica a rendermi conto che si trattava della Padania, e non dell'Unita"'. "Ho chiamato subito Bossi e gli ho detto che non posso accettare di rimanere un minuto di piu' al ministero se questa cosa non viene chiarita".

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Venerdi, 25 Luglio, 2003

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Giustizia. Csm, rottura evitata, laici della Cdl votano documento. Rognoni: molto soddisfatto


Il dispositivo è stato approvato all'unanimità


Roma, 24 luglio 2003

Spaccatura evitata al Csm. I laici della Casa delle Libertà hanno votato il documento delle polemiche, quello sulla legittimità del segreto investigativo opposto dai pm di Milano agli ispettori di Castelli sul contestato fascicolo 9520. Il si dei rappresentanti del centrodestra è stato espresso soltanto sulla parte finale del testo, completamente modificata rispetto alla versione precedente approvata una settimana fa dalla sesta commissione.

La votazione
La votazione è avvenuta per parti separate. La parte motivata, cioè la premessa della risoluzione nella quale si fa riferimento al "caso Milano" è stata approvata a maggioranza con il voto dei consiglieri togati e dei laici di centrosinistra e i voti contrari dei consiglieri laici della Cdl. La parte dispositiva è invece passata all'unanimità, con il voto di tutti i consiglieri. Il Csm ha fissato un principio: i pubblici ministeri possono, nella loro autonomia ed indipendenza, opporre il segreto investigativo solo se lo motivano con la necessità di evitare un pregiudizio per il positivo sviluppo delle indagini.

Rognoni: molto soddisfatto
"Sono molto soddisfatto ma non mi sono mai arreso di fronte alla prospettiva di un nulla di fatto che sarebbe stato uno scacco istituzionale". E' quanto ha dichiarato il vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni, parlando ai giornalisti dopo l'approvazione della risoluzione sulle ispezioni ministeriali a Milano. "Ho cercato la mediazione anche con altri colleghi", ha aggiunto Rognoni ricordando l'intenso lavoro di mediazione che è stato svolto tra la giornata di ieri e la mattinata di oggi per raggiungere un'intesa che evitasse una frattura tra i componenti togati e i laici di centrosinistra, da un lato, e i laici della Cdl, dall'altro. Rognoni ha poi voluto sottolineare che "tutti hanno dato un contributo rilevante per l'approvazione del documento". "Il dispositivo è stato approvato all'unanimità. Questo è quello che conta". Il vicepresidente ha elogiato poi l'andamento del dibattito che ha "rispecchiato un pluralismo di convincimenti e di culture".

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Giustizia. Inchiesta Mediaset. Castelli respinge richiesta rogatoria pm di Milano. Taormina: Guardasigilli sbaglia


Castelli contesta anche Tg2 e Tg3


Milano, 24 luglio 2003

Per la nuova legge sull'immunità alle alte cariche dello stato il ministero della Giustizia ha rinviato alla Procura di Milano le richieste di rogatorie negli Stati Uniti e in Svizzera relative all'inchiesta Mediaset dove risulta indagato il premier Silvio Berlusconi. La magistratura milanese, oggi, ha rispedito al Ministero la documentazione dichiarandola "irricevibile" e ha segnalato il caso al Csm in quanto ritiene si configuri un'interferenza nell'attività giudiziaria.

Ping pong
E' un vero e proprio ping-pong l'ultimo capitolo delle indagini sull'acquisto dei diritti cinematografici di Mediaset, condotta dai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo. Indagini che, con il rinvio al mittente di qualche giorno fa (18 luglio, per la precisione) delle due richieste di rogatoria, con tanto di allegati, secondo gli ambienti giudiziari "rischiano di fermarsi". Tant'è che questa mattina l'intero carteggio è stato di nuovo rimandato in via Arenula, accompagnato da una lettera firmata dal procuratore aggiunto Corrado Carnevali e dal pm Robledo. Nella lettera, indirizzata all'attenzione del direttore generale Augusta Iannini (che aveva firmato il rinvio a Milano del carteggio) si definiscono "irricevibili" gli atti relativi alle richieste rogatoriali alle quali il ministero "aveva già provveduto a dare corso" e si sottolinea "l' abnormità della procedura seguita, in palese violazione della legge". I due magistrati hanno anche inviato i documenti e una nota alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura in quanto il caso "concerne all'evidenza il tema dell'effettivo esercizio indipendente della funzione giuridica".

Taormina: Castelli sbaglia
"Non condivido la decisione del ministro della Giustizia di bloccare la richiesta di rogatorie fatta nell'ambito dell'inchiesta Mediaset. Ma per un motivo tecnico ben preciso...". Il deputato di Fi, Carlo Taormina commenta così la decisione di Castelli di bloccare la richiesta delle rogatorie per gli Usa fatta nell'ambito dell'inchiesta Mediaset che è ancora nella fase delle indagini preliminari. "Il ragionamento che ha fatto Castelli - spiega Taormina - ha una sua validità e cioé lui dice nel corso delle indagini preliminari non si possono formare delle prove, ma si possono acquisire solo degli elementi di prova. Pertanto non è possibile dire sì alla richiesta di rogatorie. Questo tipo di ragionamento eè plausibile, ma io da tecnico ritengo di non condividerlo".

Castelli: critiche a Tg2 e Tg3
Della vicenda si sono occupati i tg rai. I servizi della rete pubblica non sono però piaciuti al Guardasigilli. "Superficiali e contenenti notizie prive di fondamento i servizi trasmessi questa sera da tg3 e tg2 sulla vicenda delle rogatorie" ha detto il ministro della giustizia Roberto Castelli, il quale ha aggiunto:"che certe cose siano fatte dal tg3 non mi sorprende più di tanto, mi stupisce invece come anche il tg2 ha affrontato la vicenda".

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Giovedi, 24 Luglio, 2003

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Totocalcio. Lottomatica e Sisal nel mirino dell'Antitrust: "comportamenti collusivi"


Una ricevitoria del Totocalcio


Roma, 24 luglio 2003

Lottomatica e Sisal finiscono nel mirino dell'Antitrust per "presunti comportamenti collusivi" nel mercato della gestione della raccolta di giochi e scommesse, come la Tris. Ma sotto la lente per la verifica di un possibile cartello ci sono anche le modalità di partecipazione alla gara per il nuovo Totocalcio. Lo rende noto lo stesso Garante che ha aperto un'istruttoria sul caso che dovrà concludersi entro la fine di novembre 2004.

La rete Sisal impiegata per accettazione scommesse
In particolare, sostiene l'Authority per il mercato, attraverso l'accordo siglato nell'aprile del 2002 tra le due società, è stato instaurato un rapporto di collaborazione "che non si esaurisce nel generico impegno di Lottomatica a favorire il rientro di Sisal nell'attività di raccolta della Tris, ma giunge anche a prevedere che nei punti vendita in cui le reti delle due imprese si sovrappongono la raccolta avvenga anche attraverso i terminali Sisal, ponendo quindi le basi - sostiene l'Antitrust - per l'effettivo impiego della rete Sisal nell'accettazione della scommessa".

Lottomatica e Sisal potrebbero ripartirsi l'intero mercato
Secondo il Garante "emerge chiaramente dalla lettera dell'accordo che Lottomatica si è impegnata a fare tutto quanto ragionevolmente possibile affinchè la raccolta della Tris possa avvenire attraverso l'intera rete Sisal". L'Antitrust ritiene perciò che "l'attività di coordinamento tra Lottomatica e Sisal potrebbe investire l'intero mercato dei giochi e delle scommesse, tramite una strategia collusiva più ampia volta alla ripartizione dello stesso tra le due imprese. Quest situazione sarebbe suscettibile, da un lato, di condizionare negativamente la crescita e, dall'altro, di ostacolare l'entrata di altri operatori".

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Scuola. Finalmente è stato siglato il contratto. Gli aumenti crescono assieme agli anni di servizio


Niente più aule vuote per sciopero dopo la firma del contratto?


Roma, 24 luglio 2003

Siglato definitivamente il contratto della scuola: insegnanti, tecnici e amministrativi troveranno a brevissimo termine in busta paga anche gli arretrati a partire dal primo gennaio 2002. Il contratto, per il quale era stato già trovato un accordo in sede Aran, l'agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, prevede anche la rivalutazione dello stipendio a partire da settembre.

Gli aumenti crescono assieme agli anni di servizio
Gli aumenti sono ripartiti per fasce in relazione all'anzianità di servizio. I collaboratori con meno di due anni di servizio percepiranno mensilmente 61,74euro in più ed arretrati pari a 856,31 euro. Gli assistenti, sempre con meno di due anni di anzianità, avranno 70,08 euro al mese in più e arretrati per 975,72 euro. Così i dirigenti dei servizi amministrativi 78,10 euro mensili e 1.125,95 di arretrati; gli insegnanti delle materne ed elementari rispettivamente 98,79 euro e 1.465,04 di arretrati; gli insegnanti delle medie e delle superiori, da zero a due anni di anzianità, avranno 104,58 euro al mese in più e 1.548,54 euro di arretrati.
Per una anzianità che va da tre ad otto anni, invece, si va da 62,77 euro in più per i collaboratori ai 108,74 euro per gli insegnanti delle superiori. Da 9 a 14 anni di servizio gli aumenti vanno da 66,48 euro per i collaboratori ai 115,41 per gli insegnanti delle superori. La fascia da 15 a 20 anni di servizio percepirà aumenti medi intorno ai 118 euro per gli insegnanti elementari fino ai 126 per i "prof" delle medie e i 129 degli insegnanti delle superiori. Segue la fascia da 21 a 27 anni per la quale gli aumenti arrivano a 134 euro circa mensili per gli insegnanti delle medie e a 140 per quelli delle superori. Dai 28 ai 34 anni di anzianità gli aumenti oscillano intorno ai 157 euro per gli insegnanti elementari, ai 164 per quelli delle medie e ai 169 per quelli delle superori. Oltre i 36 anni di anzianità gli insegnanti delle superiori arrivano a 175 euro in più al mese corrispondenti a 2.612 euro di arretrati.

Antonio Foccillo, della Uil, ora si passi al pubblico impiego
Dopo la firma del contratto della scuola, serve una rapida svolta nei contratti del pubblico impiego. Lo sottolinea Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil, dopo la firma definitiva del rinnovo del contratto per la scuola.
"Con il contratto - prosegue Foccillo - circa un milione di lavoratori che attendevano da un anno e mezzo di vedere difeso il potere d'acquisto delle proprie retribuzioni percepiranno gli incrementi economici fin dal primo giorno di scadenza contrattuale. Si fanno così concreti passi in avanti nel riconoscimento della funzione della scuola e della valorizzazione di chi vi opera. Ora - conclude Foccillo - ci attendiamo una rapida svolta per tutte le altre categorie del pubblico impiego, dagli enti locali alla sanità, dall'università alla ricerca, dai vigili del fuoco ai monopoli, dalle agenzie fiscali alla presidenza del consiglio e all'alta formazione".

SNALS: la firma del contratto non basta
"La firma del contratto della scuola non basta. La nostra attenzione va oggi alla gravissima e inaccettabile situazione di disagio del personale precario". Lo dichiara Fedele Ricciato, leader dello Snals, dopo la firma definitiva del contratto per i lavoratori della scuola.
"La mancata autorizzazione per le nomine in ruolo, ormai bloccate da anni, a fronte di oltre centomila posti vacanti - ha affermato Ricciato - le discutibili politiche del personale che non garantiscono nè la stabilità del posto di lavoro, nè la continuità del servizio, le inique scelte governative che frantumano ogni equilibro fra valorizzazione del servizio e titoli di accesso, oltre a ledere gravemente i diritti del personale compromettono il regolare inizio dell'anno scolastico e mettono a rischio il funzionamento della scuola statale. Lo Snals - ha concluso Ricciato - sosterrà sempre il personale precario per un giusto e dovuto riconoscimento dei suoi diritti anche perchè dalla stabilità degli operatori dipende in buona parte il destino della scuola italiana".

Di Menna, Uil-scuola: positiva la conclusione del contratto
"Con la firma definitiva si conclude positivamente la lunga vicenda del contratto scuola". Lo afferma Massimo Di Menna, leader della Uil-Scuola, sottolineando però che "a fronte di un dato positivo, si registra anche con preoccupazione che è ancora in alto mare il provvedimento per le immissioni in ruolo. Il meccanismo delle graduatorie - prosegue Di Menna - si va modificando di ora in ora e questo crea un clima di forte incertezza e preoccupazione, con situazioni di forte criticità in alcune città italiane. Quella delle nomine in ruolo è una questione che meriterebbe di essere affrontata con un confronto serrato con il sindacato per giungere in tempi rapidi all'emanazione del decreto che autorizza le immissioni in ruolo". Per il segretario della Uil-Scuola occorre "mettere mano al sistema delle graduatorie per dare certezza e trasparenza nelle nomine evitando operazioni controverse e improvvisate".

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Vacanze. Circa otto milioni di veicoli previsti sulle autostrade italiane


Emergenza esodo


Bologna, 24 luglio 2003

Saranno quasi otto milioni i veicoli in circolazione sui 3408,1 km della rete del Gruppo Autostrade per l'Italia questo fine settimana. Dal venerdì al sabato il tempo soleggiato, con temperature superiori alla media estiva, favorirà viaggi verso il mare Adriatico, il mar Tirreno, i laghi, con un aumento delle escursioni in montagna. Si andranno inoltre intensificando anche le partenze per le isole.

Dove sono previsti i disagi maggiori
I tratti autostradali del Gruppo Autostrade, maggiormente interessati da traffico, saranno: al nord, A1 Autosole, da Milano sino a Pescara e da Modena a Bologna; verso Firenze, specialmente venerdì e sabato mattina; da Bologna verso Milano la domenica sera. A8/A9 Autolaghi, in entrambe le direzioni, venerdi' sera, sabato e domenica nel pomeriggio; A26 - dei Trafori - da Ovada a Genova Voltri e verso il lago Maggiore; A6 Torino-Savona, sabato mattina e domenica verso la riviera ligure; A10 e A12, in Liguria: venerdì sera, sabato mattina e domenica fino a tarda sera.
Al centro: A14 Adriatica, da Bologna sino ad Ancona e da Pescara sud verso la Romagna; A11 Firenze-Pisa, in entrambe le direzioni, soprattutto nella serata di venerdì e domenica; A12 Roma-Civitavecchia, specie la mattina di sabato e la domenica sera; A25 Roma-Pescara, in direzione Roma, la domenica pomeriggio e nella tarda serata.
Al sud: A1 Autosole da Roma sud a Napoli venerdì sera e sabato mattina in direzione Napoli; Tangenziale di Napoli, venerdì sera, sabato mattina e domenica sera; A3 Napoli-Salerno, sabato e domenica, in entrambe le direzioni.

Le soluzioni proposte da Lunardi
Sulla problematica esodo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Pietro Lunardi ha dichiarato che "la situazione delle viabilità nel nostro Paese è drammatica e il minimo che si può fare è accelerare i tempi di realizzazione delle nuove opere della manutenzione lavorando su tre turni che coprano l'intero arco di 24 ore".
Il ministro ha già dato disposizione in merito all'Anas e alla società Autostrade e ha chiesto senza mezzi termini di tenere i cantieri aperti giorno e notte durante una visita per la verifica dello stato di avanzamento dei lavori per la variante di valico.

La Salerno - Reggio Calabria
Riguardo la necessità di imprimere una accellerazione ai lavori nella Salerno- Reggio Calabria Lunardi spiega: "Era previsto di lavorare su tre turni. Lavorare su tre turni è più semplice sui nuovi lotti piuttosto che su quelli dove i lavori sono stati già avviati, comunque non è impossibile intervenire sui lotti 'vecchi' e questa è una disposizione che io ho già dato all'Anas d'accordo con la societa' Autostrade perchè oggi, dal momento che viviano una situazione di emergenza, non possiamo permetterci di perdere il turno di notte. Ne abbiano parlato con i sindacati che devono capirlo."
Osservando che in situazioni drammatiche come queste "lavorare di giorno o lavorare di notte è la stessa cosa", il ministro ha ribadito che "la situazione va impressa a carattere cubitale perchè non possiamo permetterci di lavorare su due turni: c'è" la necessità di accelerare i tempi".

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Mercoledi, 23 Luglio, 2003

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Giustizia. Colombo e Boccassini indagati a Brescia


I sostituti procuratori di Milano Ilda Boccassini e Gherardo Colombo


Milano, 22 luglio 2003

"Abuso d'ufficio". Questa l'imputazione con la quale Gherardo Colombo e Ilda Boccassini sono stati iscritti sul registro degli indagati dalla procura di Brescia per la vicenda legata al fascicolo 9520. Il fasciolo del quale gli ispettori del ministero di Giustizia ed i legali della difesa al processo Sme, avevano chiesto l'acquisizione, rifiutata dai magistrati che hanno sempre opposto il segreto istruttorio.

Lo si è appreso da fonti del Csm
I sostituti procuratori di Milano Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, titolari del fascicolo 9520 - quello da cui sono scaturiti i processi Imi-Sir e Sme - sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla procura di Brescia.

L'inchiesta di Brescia sarebbe scaturita da un esposto presentato dal "Comitato per la giustizia" sul fascicolo 9520, oggetto anche di una recente ispezione disposta dal ministro della Giustizia Roberto Castelli.

La relazione finale sull'ispezione è stata inviata anche al Csm, al quale ora - da quanto si è appreso - il procuratore di Brescia Giancarlo Tarquini ha chiesto copia.

Nelle indagini preliminari a carico dei pm di Milano Gherardo Colombo e Ilda Boccassini, avviate dalla procura di Brescia, il reato ipotizzato - da quanto si è appreso - è quello di abuso di ufficio.

Previti: "C'è speranza di vertà"
"In una vicenda sconvolgente, come quella che mi riguarda, che qualcuno faccia luce mi dà una speranza di verità ": così Cesare Previti ha commentato la notizia dell'inchiesta della Procura di Brescia che riguarda i pm di Milano Ilda Boccassini e Gherardo Colombo.
Previti ha precisato di non aver preso alcuna iniziativa che possa determinato l' avvio dell' inchiesta della Procura di Brescia.

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Ddl Gasparri. Via libera del Senato, ma per l'opposizione garantisce solo il gruppo Mediaset


Retequattro non va sul satellite


Roma, 22 luglio 2003

Via libera del Senato, con 160 sì, 122 no e 5 astensioni, al Ddl Gasparri che ora torna alla Camera per il disco verde definitivo. Il dibattito in Aula è stato caratterizzato dalle prese di posizione, nella Cdl, dell'Udc, in particolare sul Cda Rai, e dall'ostruzionismo dell'opposizione, fortemente critica. Il provvedimento è già in calendario a Montecitorio a fine luglio ma è presumibile che l'esame si concluda alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa estiva.

Il Senato ha approvato tutti gli articoli del disegno di legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo, tra questi l'art. 25 che regola il passaggio del sistema al digitale.

Le concessioni analogiche sono state prorogate fino al 2006, compresa quella relativa a Retequattro.
Dalle 16 sono cominciate le dichiarazioni di voto ed il voto finale. Il provvedimento tornerà alla Camera entro luglio, anche se è probabile che il via libera finale slitti a settembre.

Per l'opposizione, la legge Gasparri è la più clamorosa dimostrazione del conflitto di interessi, perchè garantisce solo il gruppo Mediaset.
Questa sera, a piazza Navona a Roma, ad un anno esatto dal messaggio alle Camere del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi sul pluralismo dell'informazione, l'Ulivo ha indetto una manifestazione di protesta.

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Martedi, 22 Luglio, 2003

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Limpida e logica proposta del ministro delle Riforme: «La grazia a Sofri? Io dico che la soluzione potrebbe arrivare con il federalismo. Prima la devolution, che è nei patti, poi, magari, la grazia a Sofri».

Umberto Bossi, la Repubblica, 21 luglio pag.

Rifanno maggioranza. Sulla pelle di Sofri
di Carlo Brambilla

Il caso Sofri è per la Lega una partita politica. Con buona pace del fatto che si sta parlando di una persona in carcere e che sta scontando la sua pena, è una partita politica da giocarsi soprattutto all’interno della maggioranza. Due gli attori principali: il Guardasigilli Roberto Castelli nella parte del falco duro, i cui problemi di coscienza impedirebbero la concessione della grazia, e Umberto Bossi nella parte del falco più moderato (impossibile definirlo colomba), senza problemi di coscienza, ma che vuole comunque una preda da artigliare. E la vuole dalla sua maggioranza. La preda o contropartita, manco a dirlo, è la devolution padana.

Bossi ha detto: «Castelli da quell’orecchio non ci sente, lui personalmente è contrario alla grazia a Sofri». E il leader leghista? Lui no, lui «vede» così la soluzione del caso: «Questa potrebbe arrivare dopo il federalismo, quando ci sarà il battesimo del nuovo sistema, di una Italia nuova. Ci deve essere un punto di svolta come si è fatto quando si è usciti dalla guerra».

Al di là delle implicazione morali, Bossi ha artigliato, appunto, le polemiche suscitate dalla posizione di chiusura del suo ministro, rovesciandole tutte sul tavolo della maggioranza. Il ragionamento freddo può riassumersi così: cari alleati e caro Berlusconi mostrate di che pasta siete fatti, le riforme dovete darmele, perché sta nei patti, altrimenti la Lega saluta e se ne va. E Sofri che c’entra? Per Bossi c’entra eccome, poichè si servirebbe di qualsiasi circostanza favorele pur di mantenere alta la conflittualità interna. Così anche su Sofri è scontro, alimentato dalle mosse ciniche, ricattatorie e spiazzanti di Bossi, giocate sullo sfondo di un possibile conflitto istituzionale fra Governo e Presidenza della Repubblica. E anche ieri non sono mancate le prove delle contraddizioni in seno alla Casa delle libertà. Anche perché di mezzo potrebbe arrivare in Parlamento una mozione di sfiducia al Guardasigilli.

«Le grazie non si danno o tolgono sotto ricatto», ha detto il ministro per le politiche comunitarie Rocco Buttiglione, polemizzando con Bossi, aggiungendo: «Quella della grazia è una questione morale prima che politica. È necessario un segno di riconciliazione, ancora di più dopo la visita del Papa a Montecitorio. Lo Stato deve essere severo, ma anche umano». Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera e deputato di Forza Italia, ha giudicato invece positivamente quanto detto da Bossi e Castelli sulla necessità di inquadrare il caso Sofri in un più ampio provvedimento di pacificazione nazionale: «Credo che i due provvedimenti, grazia e ammnistia, non siano incompatibili, anzi mi pare che la grazia a una persona che è un emblema di quell'epoca sarebbe una prima apertura. In ogni caso va valutato in modo assolutamente positivo ciò che è stato detto sia da Castelli, sia da Bossi, cioè che se non si può fare un provvedimento per una posizione singola lo si potrebbe fare per tutti coloro che ormai sono lontani e lontanissimi nel tempo e nella cultura dalla lotta armata». Più compatta la maggioranza sulla questione della sfiducia a Castelli. Ha affermato sempre Pecorella: «Quando il Guardasigilli si oppose alla grazia ho subito osservato che vi era sicuramente un contrasto culturale sull'idea del carcere che poteva avere lui rispetto a quella che poteva avere una parte della maggioranza. Mi pare comunque improponibile che in relazione alla libertà di coscienza che ha un ministro di proporre o non proporre la grazia, si possa porre una questione di sfiducia».

Anche Giuseppe Gargani, reponsabile Giustizia di Fi, ha letto in positivo l’aut aut bossiano: «Possiamo approfittarne, per la prima volta la Lega ha detto sì a un intervento generale. Le riforme vanno tutte insieme e il pacchetto giustizia può arricchirsi di questo contributo dato sul piano generale da Castelli. Anche quello che è stato detto per Sofri può far parte di quel discorso generale delle riforme. Io, personalmente, sarei però favorevole alla grazia per Sofri».

Tornando al tema della sfiducia a Castelli decisamente contrario si è mostrato l’ex Guardasigilli, Filippo Mancuso: «Non la voterò mai. Castelli sul caso Sofri ha il merito di sfidare l’impopolarità. Col ministro dissento su tutto o quasi, ma mandarlo via è un errore. Non condivido una riga delle sue opinioni su Sofri, sia chiaro. Ma è sbagliato chiederne la testa. E non lo faccio per ragioni postume di carattere personale, come potrebbe sembrare. Io fui sfiduciato, è vero, e la Corte Costituzionale da me investita mi diede torto. La dottrina però rimase scandalizzata».

Insomma la maggioranza si ricompatta se si parla di sfiducia a Castelli, ma le contraddizioni restano. Come dimostra il leader dell’Udc Marco Follini che ha dichiarato perentorio: «Mi batto per la grazia a Sofri, ma non dirò mezza parola contro Castelli». Compatti? Come prima: con troppi «se» e tanti «ma».


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Berlusconi in ginocchio da Bush
di red

Niente di nuovo sul fronte texano. Durante la conferenza stampa congiunta con il presidente americano George Bush, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non propone, non giudica e soprattto non parla né straparla, ma si limita a sottoscrivere le affermazioni del suo alleato. «Con il presidente Bush abbiamo trovato una visione comune su tutti gli argomenti affrontati», ha affermato lapidario il premier italiano.

Nel ranch texano di Crawford Berlusconi si è dilungato esclusivamente in complimenti e ringraziamenti nei confronti degli Stati Uniti e della sua attuale amministrazione, sottolineando come sia necessario rafforzare la cooperazione tra Usa e Italia per debellare la cultura della divisione che ha caratterizzato i legami tra gli alleati d’Oltreoceano e l’Europa, soprattutto negli ultimi tempi.

«Ritorno in Italia, ritorno in Europa – ha continuato Berlusconi – con un convincimento che già avevo, ma che, grazie a questa visita si è rafforzato: far prosperare la cultura dell'unione, della coesione e non cultura della divisione, non deve mai vincere l'egoismo, il narcisismo, la divisione». E ancora una sequela di ringraziamenti ossequiosi: «Grazie per il suo invito, per avermi fatto venire ancora una volta in un Paese che amo, a parlare con un caro amico delle cose che ci preoccupano insieme, la libertà, la democrazia, la giustizia, lo sviluppo».

Bush aveva appena ricordato che la guerra contro il terrorismo non è terminata e che l’Iran e la Siria sono nel mirino dell’intelligence americana per il loro appoggio ai terroristi e il premier italiano ha ben pensato di cogliere l’occasione per ringraziare gli Usa per il loro impegno negli affari internazionali. «Questa occasione è ancora una volta la possibilità per me di rappresentare a lei, signor Presidente, e agli Stati Uniti la riconoscenza del mio Paese di chi sa di dovere la propria libertà e il proprio benessere all'intervento coraggioso e generoso degli Stati Uniti».

Infine la sorpresa per gli impegni di Bush: «Sono rimasto impressionato dal carico di responsabilità che cade sulla figura del presidente degli Stati Uniti». Si stupisce Silvio oltre che delle responsabilità, della quantità di argomenti di politica internazionale affrontati nella riunione, che oggi si è svolta nel ranch di proprietà della famiglia Bush. «Ho pensato che sarebbe davvero importante per i cittadini occidentali - ha aggiunto Berlusconi - sapere con quanta attenzione, spirito di sacrificio e generosità il Presidente segua tutti gli sviluppi nel mondo che possono portare una minaccia alla pace e alla stabilità».

E anche Bush ha colto al volo l'occasione per ricordare al mondo il ruolo fondamentale giocato dagli Stati Uniti sullo scena internazionale: «C'è gente in Iraq che odia il pensiero della libertà. - ha concluso il presidente - Sono i sostenitori di Saddam che vogliono restare al potere appoggiando il terrorismo. Ho spiegato al presidente Berlusconi che siamo pazienti, forti e risoluti e risolveremo questo problema insieme e certamente più aiuto avremo meglio è e più lo apprezzeremo».
perché no? Anche con l’aiuto del suo più fedele e meno critico alleato.

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Dpef. Tremonti, è prima finanziaria europea. Effetti a partire da Gennaio


Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti


Roma, 22 luglio 2003

"Questa è la prima finanziaria europea ed è curioso che i numeri, accettati a livello internazionale, siano contestati in Italia". Lo ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti nel corso dell'audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, con il quale sta presentando il Dpef. "Il metodo individuato è giusto anche se i numeri possono essere considerati giusti o sbagliati, noi pensiamo però che siano giusti".

Effetti da gennaio
Il piano europeo per la crescita impostato dall'Italia e approvato durante lo scorso Ecofin "avrà effetti a partire da gennaio ed è parte integrante della manovra disegnata nel Dpef", ha detto il ministro dell'Economia. "Ormai e' una proposta europea ma nasce come proposta italiana".

"Meno una tantum della sinistra"
Il Governo ha fatto meno una tantum di quelle realizzate dai precedenti esecutivi del centro sinistra e in una condizione di maggiore difficoltà economica generale. Lo ha detto il ministroTremonti replicando ai parlamentari durante l'audizione in Senato.

"Le cartolarizzazioni su immobili le abbiamo trovate nella finanziaria di Amato, erano strutturali solo perché fatte dal centro sinistra? - ha detto il ministro - Avete fatte le una tantum almeno per almeno il doppio di noi mentre l'economia andava bene. Noi le abbiamo fatte perché era l'unico modo di non uscire dal Patto in un momento di congiuntura negativa, senza fare macelleria sociale, e le abbiamo fatte in accordo con la Ue".

No a manovra bis
Grazie agli stabilizzatori automatici "si esclude l'evenienza di una manovra bis". Lo ha sottolineato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti durante l'audizione sul Dpef.

Ancora non disponibili dati su condono
I dati sulle entrate apportate dai condoni fiscali 'non sono ancora tecnicamente disponibili". Lo ha detto il ministro Tremonti rispondendo a una domanda di Vincenzo Visco (Ds) durante l'audizione in Senato.

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Ddl Gasparri. Atteso per oggi via libera al Senato, ma manca in mattinata il numero legale


Maurizio Gasparri


Roma, 22 luglio 2003

E' atteso per oggi il via libera del Senato al disegno di legge Gasparri, sul riordino del sistema radiotelevisivo. Il provvedimento potrà così tornare alla Camera entro il 30 luglio. E' probabile, peró, che il via libera finale slitti, comunque, a Settembre. Alla ripresa dei lavori sul ddl Gasparri nell'aula del Senato è subito mancato il numero legale. La seduta è stata aggiornata a metà mattinata.

Sempre, oggi, si riunisce il Consiglio di Amministrazione della Rai, ma l'ipotesi di dimissioni circolata nelle ultime ore appare improbabile. Per l'opposizione, la legge Gasparri è la più clamorosa dimostrazione del conflitto di interessi, perchè garantisce solo il gruppo Mediaset.

Manifestazione protesta a P.zza Navona
E, così, questa sera, in piazza Navona a Roma, ad un anno esatto dal messaggio alle Camere del capo dello stato Carlo Azeglio Ciampi, l'Ulivo ha indetto una manifestazione di protesta.

Caso Kelly, i sondaggi atterrano Blair
di Marina Mastroluca

Blair spara sulla Bbc, ma la maggior parte degli inglesi alza il tiro sul governo. Chi pagherà per la morte di David Kelly? La parola d’ordine ufficiale ora è «lasciar lavorare il giudice», dare tempo al tempo per far diradare il polverone e le emozioni che hanno accompagnato la morte dello scienziato che ha rivelato alla Bbc la storia dei dossier truccati sull’Iraq, prima di finire in un bosco con le vene del polso recise. Nell’attesa Tony Blair da Pechino torna a sorridere, lasciando ai suoi generali il compito di cannoneggiare l’emittente pubblica, colpevole ai loro occhi di aver venduto uno scoop inesistente, che però nessuno al momento è stato in grado di smentire. Perché le armi di distruzione di massa che avrebbero potuto colpire Londra nel giro di 45 minuti non sono ancora state trovate. E l’opinione pubblica se n’è accorta.

Secondo un sondaggio pubblicato ieri sul Daily Telegraph il 71 per cento dei cittadini britannici è convinto che il governo abbia sbagliato a rendere pubblico il nome di Kelly, indicandolo come la talpa degli scoop della Bbc. Altrettanti pensano che l’inchiesta dovrebbe essere allargata al modo in cui il governo ha trattato le informazioni dei servizi sulle armi di Saddam per giustificare la guerra in Iraq, come chiede l’opposizione e anche larghi settori del Labour. E il 39 per cento trae le conclusioni: Blair dovrebbe dimettersi. Il sostegno al suo governo non supera il 41 per cento, mentre la popolarità del premier scivola in picchiata, il 59% dice di aver rivisto al ribasso il proprio giudizio sul primo ministro. E, sia pure senza risparmiare critiche all’obbiettività della Bbc, il 54 per cento degli inglesi è più diposto a credere all’emmittente che non al governo, considerato di gran lunga il principale responsabile nella vicenda del presunto suicidio dello scienziato.
In attesa dei risultati dell’inchiesta - che lascia scettici due inglesi su tre, convinti che la verità non verrà mai a galla - il giudizio politico sembra già pronunciato, per quanto sull’onda dell’emozione per la morte di Kelly. I mercati finanziari, barometro sensibile sul clima del paese, ieri hanno visto scivolare la sterlina sul dollaro, come non avveniva da tre mesi a questa parte, e sull’euro, il segno che gli operatori temono una fase di incertezza.

Lord Hutton, il magistrato incaricato dell’inchiesta, aprendo ieri ufficialmente il fascicolo delle indagini ha annunciato che si riserva piena libertà di movimento, anche nel decidere fino a che punto potrà spingersi. Perché indagare sulle circostanze che hanno condotto alla morte di Kelly senza addentrarsi sul terreno dei dossier gonfiati - vero nodo da sciogliere nel braccio di ferro tra Bbc e governo - sarà un’impresa ardua, se non «impossibile», come sostiene l’ex ministro laburista Robin Cook, dalle pagine dell’Independent. Un’operazione di facciata, che non porterà a nulla, una manovra diversiva. Come è, a suo giudizio, l’attacco furente alla rete tv che ha messo alla berlina l’esecutivo. «Il governo ha deciso di lanciare una guerra feroce contro la Bbc per non dover spiegare le ragioni per le quali ha lanciato la guerra all’Iraq», scrive Cook, spalleggiato dall’ex ministra Claire Short, anche lei uscita dal governo Blair per profonde divergenze sulle ragioni del conflitto. «Non è che uno schermo di fumo. Tutto fa parte di una manovra diversiva per evitare la vera domanda, che è: in quali condizioni siamo andati a fare la guerra in Iraq?».

Blair finora è sembrato assai poco disposto a rispondere su questo punto. Da Pechino, il premier assicura la massima collaborazione con Lord Hutton, che intende svolgere un’inchiesta rapida e il più possibile pubblica, ma che non ha pieni poteri e non può costringere nessuno a testimoniare sotto giuramento. Le questioni da affrontare sono molte. C’è da capire perché Kelly, interrogato dalla commissione esteri dei Comuni, abbia negato di essere la fonte dei servizi Bbc e di aver mai affrontato la «storia dei 45 minuti». Oggi sembra che Kelly abbia parlato dei dossier contraffatti anche con altri giornalisti della Bbc, oltre ad Andrew Gilligan autore del famoso scoop sulle bugie governative.

Chiarimenti necessari per verificare fino in fondo che la Bbc non abbia a sua volta gonfiato le informazioni ricevute, come oggi suggerisce lo staff di Blair, smentendo l’emittente che aveva attribuito le notizie ad una fonte di alto livello dei servizi segreti, cosa che Kelly non era, pur essendo l’esperto per definizione sulle armi di sterminio irachene. Va chiarito se davvero c’è stato un tentativo del governo di stringere una tregua con la Bbc, come sostiene il Guardian, che accusa l’emittente di essere andata avanti testardamente esponendo inutilmente Kelly. E c’è anche da capire perché il ministero della Difesa abbia reso pubblico il nome dello scienziato, gettandolo malamente nella mischia. Tutti dettagli importanti. Ma la questione, a voler andare fino in fondo, non potrà essere soltanto sapere «chi ha detto che cosa e a chi». Piuttosto sapere chi ha mentito in tutta la partita delle armi irachene come chiede il 71 per cento degli inglesi. E allora chi dovrà pagare per la morte di Kelly?

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Lunedi, 21 Luglio, 2003

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«Quando vedo la Guardia di Finanza che presenta le armi ad uno accusato di falso in bilancio trovo la scena di una irrefrenabile comicità: degna di Charlie Chaplin».

Enzo Biagi, Corriere della Sera, 20 luglio, pagina 1

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La Bbc: «Sì, Kelly era la nostra fonte». Blair: «Non mi dimetto. Ho le spalle forti»
di Marina Mastroluca

Rispolvera la grinta dei tempi migliori, quella che negli ultimi giorni sembrava appannata. Non ci saranno dimissioni, non basta il cadavere di uno scienziato a farlo fuori. «Per fare questo mestiere bisogna avere delle solide spalle. E io ce l’ho», risponde Tony Blair sotto ai riflettori di Sky News. Stavolta non ci sono imbarazzati silenzi, come quando solo poche ore prima un reporter gli aveva chiesto se si sentisse la mani sporche di sangue per la morte di David Kelly, lo scienziato indicato dal governo come la talpa che aveva passato alla Bbc le informazioni sui dossier iracheni gonfiati, trovato morto con le vene del polso sinistro recise.

Con un colpo di scena inatteso, il network pubblico britannico ha confermato che la sua fonte era davvero Kelly, la notizia è stata taciuta fino a quando i familiari non hanno ritenuto che fosse ormai inutile mantenere il riserbo. Blair da Seul si dice «soddisfatto» e annuncia che resterà al suo posto. Parlerà al magistrato che segue l’indagine indipendente da lui stesso sollecitata, ma non convocherà il parlamento come chiede l’opposizione. «Farebbe più calore che luce», dice Blair, meglio dare tempo all’inchiesta e poi si vedrà. E su questo ha senz’altro ragione: riunire le camere in queste ore non farebbe che alzare la già rovente temperatura politica, sarebbe una decisione molto simile ad un suicidio politico.

Blair si affida al tempo, facendosi scudo di un’inchiesta che la stampa domenicale guarda già con disincanto, senza farsi troppe illusioni su quale verità potrà davvero portare a galla. Troppe domande attendono una risposta e c’è una sola certezza. «Blair che avrebbe potuto aspettarsi di godere di un trionfo nel dopo-Iraq è nei guai e lo sa», scrive il Sunday Times, mentre l’Independent giudica comunque insufficiente qualsiasi inchiesta che non affronti il nodo cruciale di tutta questa dolorosa vicenda: «Le vere ragioni per le quali questo paese è entrato in una guerra di cui sono cadute vittime molte vite umane, ma anche la fiducia del paese nei suoi dirigenti».

Su questo punto il governo britannico ha sempre rifiutato di rispondere con chiarezza e continua a farlo. A dispetto dell’invito di Blair a «rispetto e moderazione», lo stato maggiore del Labour - in sua assenza - cerca di chiamarsi fuori dalla tragedia di Kelly, un presunto suicidio costellato ancora da molti punti interrogativi, attaccando a colpi bassi la Bbc. Sull’Observer, Peter Mandelson, considerato molto vicino a Blair, accusa l’emittente pubblica di essere stata accecata dalla sua «ossessione» nei confronti di Alastair Campbell, il responsabile delle comunicazioni del governo, accusato di aver contraffatto i dossier iracheni. «Il modo in cui la Bbc si è comportata mostra la necessità di fare il punto sulla sua direzione e sul modo in cui tratta l’informazione», rincara Gerald Kaufman, presidente della commissione Cultura e media alla Camera dei Comuni.

Un’informazione aggressiva che altera i fatti, questo il filo conduttore dei generali di Blair, che trovano il sostegno inatteso in alcuni settori dell’opinione pubblica inclini a pensare che Kelly sia stato stritolato da un meccanismo di cui media e governo condividono la responsabilità, uno scontro di poteri dove la persona finisce per non contare più. L’inattesa conferma della Bbc sul fatto che Kelly fosse davvero la fonte delle rivelazioni complica le cose. «Se l’avessero detto prima, Kelly non sarebbe morto», deplora il deputato conservatore Richard Jackson.

La Bbc in realtà non smentisce nulla sui dossier iracheni, non ritratta sulle bugie del governo che avrebbe introdotto ad arte l’affermazione secondo la quale Saddam era in grado di colpire Londra con armi chimiche e batteriologiche nell’arco di 45 minuti per piegare l’opinione pubblica alla necessità di una guerra. I vertici dell’emittente giudicano le notizie diffuse «nell’interesse pubblico» e danno pieno sostegno alla direzione e ai giornalisti. La Bbc sostiene di aver fatto di tutto per tutelare la sua fonte ma di «essersi trovata in difficoltà ad impedire che venisse identificato» e finisse nell’arena, esposto a quelle pressioni che secondo molti potrebbero averl spinto Kelly al suicidio. Ma come è saltato fuori il nome dello scienziato, si chiedono oggi tutti i quotidiani britannici? Il ministro della Difesa Geoff Hoon assicura di aver fatto il possibile per proteggerlo. Pam Teare, portavoce del ministero, afferma però che «i resposabili del servizio stampa avevano fornito ai media le informazioni che hanno permesso l’identificazione». Il braccio di ferro tra Bbc e governo continua.

Le armi batteriologiche di Saddam erano un'invenzione. E Bush neanche consultò la Cia di Roberto Rezzo

Uccisi due marines in un agguato nel Nord dell'Iraq. A Najaf cortei antiamericani

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Trentamila in silenzio. Trentamila imbavagliati. Contro l'impunità
di Piero Sansonetti

Genova. Circa trentamila persone hanno sfilato per le strade del centro di Genova nel giorno del secondo anniversario dell'uccisione di Carlo
Giuliani. E' stato un corteo silenzioso, lungo, assolutamente pacifico. Più
grande di quello che si aspettavano gli organizzatori, cioè il comitato
"Verità e Giustizia per Genova" e il comitato "Piazza Carlo Giuliani".
C'erano moltissimi giovani, in gran parte genovesi, ma almeno quattro o
cinquemila venuti da fuori, da tutte le città d'Italia. C'erano anche
diverse centinaia di inglesi, francesi, greci, spagnoli.

Il corteo è partito da piazza Alimonda, vicino alla ferrovia, ed è arrivato a Piazzale Kennedy, sul mare. Piazza Alimonda e piazzale Kennedy sono i due luoghi simbolo di Genova 2001. A piazzale Kennedy si svolse il social forum nei giorni precedenti alla carneficina, e poi divenne il teatro di una parte degli scontri, sia nella giornata del 20 che in quella del 21. A piazza Alimonda un carabiniere uccise con una revolverata in fronte Carlo Giuliani, un ragazzino di vent'anni, molto piccolo di statura, magrissimo, timido,
pochissimo pericoloso. Il carabiniere fu inquisito, perché si pensò che
fosse illegale uccidere le persone. Però dopo poco più di un anno e mezzo fu assolto: i giudici stabilirono che l'omicidio del 20 luglio 2001 non era
reato. Per questo c'è stata la manifestazione di ieri. E per questo era
silenziosa: migliaia di persone imbavagliate in segno di protesta contro
l'archiviazione del processo. Genova 2001 fu un massacro operato da polizia e carabinieri e denunciato da tutta la stampa nazionale e internazionale e da molte organizzazioni dei diritti civili: come mai nessuno, proprio nessuno ha pagato? I vertici di polizia e carabinieri sono rimasti al loro posto, e anche molti funzionari, colti in flagranza di reato, se la sono cavata egregiamente.

La giornata in ricordo di Carlo Giuliani è arrivata a conclusione di una
nove-giorni, iniziata il 12 luglio, con moltissime iniziative, dibattiti,
assemblee, spettacoli. Ieri invece per tutta la giornata si è svolta la
rievocazione in piazza Alimonda. E' stato montato un palco sul lato della
piazza opposto a quello dove fu ucciso Carlo, e lì si sono alternati vari
gruppi musicali. Dalla mattina alle 10, in una giornata infuocata dal caldo,
migliaia di persone hanno passato un po' di tempo davanti al palchetto, e
davanti a quella specie di altarino - con le foto, i messaggi, i ricordi, le
poesie - che da due anni è stato sistemato nel punto esatto dove Giuliani fu abbattuto e poi per due volte schiacciato sotto le ruote dalla Jeep dei
carabinieri.

Alle cinque del pomeriggio è salito sul palco Giuliano, il padre di Carlo,
un ex sindacalista della Cgil che da quel giorno atroce del luglio 2001,
insieme alla moglie, si occupa solo della memoria del figlio e delle
inchieste su Genova. Ha parlato pochi minuti mentre la piazza iniziava a
riempirsi. C'erano tre o quattromila persone. La mamma di Carlo, Haidy, la
sorella maggiore, Elena, e un'altra quindicina di persone si sono sedute per
terra davanti alla Chiesa, e cioè a pochi metri dal luogo dove ci fu
l'omicidio. Si sono sedute in circolo, e piano piano tutta la piazza ha
fatto cerchio intorno a loro. Si aspettava il momento esatto della
revolverata di due anni fa, e cioè le cinque e 27 minuti del pomeriggio.
Giuliano ha smesso di parlare tre o quattro minuti prima, poi ha iniziato a
camminare tra la folla per raggiungere la moglie e la figlia. Il clima era
di grande emozione: appena Giuliano ha smesso di parlare la gente ha
cominciato un applauso ritmato che è durato per dodici minuti filati. Un
applauso di dodici minuti è veramente interminabile.

Haidi stava seduta con il viso immobile, e applaudiva anche lei. Senza tradire l'emozione, come quasi mai l'ha tradita in questi due anni. Vicino a lei la figlia Elena, una ragazza bionda e riccia, piccolina, con gli occhi azzurri, che assomiglia molto al fratello, al quale era legatissima. Haidi ed Elena, e anche Giuliano, erano vestiti tutti allo steso modo: con una maglietta bianca con su stampata la foto di piazza Alimonda, che oramai si chiama "piazza Carlo Giuliani, ragazzo". Giuliano è riuscito a raggiungere la moglie e la figlia esattamente alle 5 e 27, mentre le sirene del porto iniziavano a ululare, in ricordo di Carlo. Intanto l'applauso continuava e rimbombava in tutta la piazza coprendo anche il fischio delle sirene. Giuliano si è seduto anche lui per terra e ha salutato una ragazza mora, molto bella, e ha abbracciato una bambina di quattro o cinque anni che stava seduta lì vicino a lei. La ragazza era la fidanzata di Carlo, la bambina era sua figlia, alla quale Carlo si era molto affezionato in quell'ultimo anno della sua vita. Nessuno dei parenti di Carlo ha versato una lacrima, nemmeno quando la piazza ha smesso di applaudire e ha gridato degli slogan con il nome di Carlo. Però la commozione era fortissima e prendeva tutta la piazza. In un angolo c'era una donna di quarant'anni che piangeva senza ritengo, e veniva abbracciata dagli amici. Non era parente di Carlo, era Raffaella Bolini, una dei leader più influenti del movimento no-global, che era a Genova nel 2001 ed poi ha seguito passo passo tutte le inchieste, le ricostruzioni, le indagini. Lei è convinta che Genova 2001 fu un piano preordinato, probabilmente nacque nell'asse che si era formata tra i carabinieri e Alleanza nazionale, e che in un primo tempo aggirò la polizia di De Gennaro, la quale - per evitare lo smacco - il giorno dopo scavalcò tutti in ferocia, con le cariche, i pestaggi, e poi l'infamia del massacrato alla scuola Diaz.

Dopo la cerimonia, il corteo è partito da piazza Alimonda. E' partito alle
sei in punto, cioè mezz'ora prima del previsto. Quando ha svoltato su via
Tolemaide c'era un piccolo plotoncino di polizia ad aspettare. Il corteo ha
applaudito polemicamente. Giuliano Giuliani si è messo tra il corteo e la
polizia per evitare imprevisti. Diceva: "buoni, buoni, gli applausi teneteveli per concerto di stasera.". Il corteo era aperto da uno striscione grandissimo, lungo almeno quindici metri, bianco con la scritta in vernice rossa che diceva: "pensate di averlo ammazzato ma Carlo vive attraverso di noi". Era firmato: gli amici. Il corteo ha camminato in silenzio per un paio di chilometri, prima su via Tolemaide e poi su viale Torino, cioè nei luoghi dove due anni fa iniziarono le due ore di cariche dei carabinieri che portarono all'uccisione di Carlo. A metà di Corso Torino, quando ormai si è molto ingrandito, il corteo è tornato rumoroso. In testa un gruppo musicale con trombe e flauti ha iniziato a suonare musica, dapprima molto seria e triste, poi giocosa e i ragazzi hanno cominciato a ballare. Il corteo si è concluso a piazzale Kennedy, alla fine di Corso Torino, verso le otto e mezzo, e poco dopo è iniziato il concerto. C'erano i "Modena City ramblers", c'erano "les Anarchistes", c'era "la casa del vento" e altri. Tutti hanno suonato gratis.

I Black block? I black block da quando si è scoperto che la metà di loro venivano dalla questura, sono spariti. C'erano un gruppetto di anarchici un po' arrabbiati, vestiti di nero e con le bandiere nere e rosse. Ma non hanno alzato un dito. I Black block erano un'altra cosa

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Castelli e l’imbroglio dell’amnistia: un pezzo dell’Ulivo pensa alle dimissioni
di Oreste Pivetta

MILANO. Che cosa ci dovremo attendere ancora dal ministro Castelli? Dal ministro Castelli, dal ministro Umberto Bossi, dalla Lega tutta, che insieme con il ministro Maroni cantano vittoria: negata la grazia Sofri, dopo le barricate persino contro l’indultino, salvata la delega per le pensioni, conquistato il foglietto con le date della devolution, secondo una tattica ormai scoperta, la tattica di spaccare tutto pur di giustificare la propria esistenza, fuori o dentro lo schieramento di destra. Nel silenzio o nell’accondiscendenza di Berlusconi, in viaggio.

Che Castelli avesse in antipatia Sofri si poteva supporre. La prima battuta fu rivelatrice: dovremmo dare la grazia a uno, solo perchè è un fine intellettuale? La Lega, per ragioni antropologiche, diffida della cultura e di chiunque le giri attorno. In questo senso Castelli è stato coerente fino a combinare quello che è stato definito da alcuni un disastro, da altri come i Ds, con molto realismo, un polverone, da Giuliano Ferrara (amico di Sofri) un «imbroglio».

Ha impugnato una questione assai semplice, maneggiandola al punto da renderla inaccettabile per tutti. Varrebbe anche per la Lega: come si può transitare da un’ostinata opposizione a qualsiasi provvedimento di clemenza, compreso l’indultino (che estingue la pena, non cancella il reato), a un’amnistia, che è un colpo di spugna su delitti talvolta di enorme gravità? La spiegazione, nobile, secondo il ministro Castelli, sta in un gesto di pace: chiudere con un passato doloroso e già che ci siamo chiudere anche con il passato di Tangentopoli, forse meno doloroso ma assai inquietante per gli amici degli amici. Il risultato è quello d’aver suscitato in modo confuso un gran trambusto politico, la cui prima vittima è Adriano Sofri. Lo ha ricordato anche Fassino: «La verità è che il ministro non gli vuole dare la grazia. Allora che lo dica e basta. Se poi crede davvero in una ipotesi d’amnistia presenti un decreto legge in Parlamento...».

Castelli con una manata di gran baldanza è riuscito a farsi due amici (Alemanno e La Russa) e molti nemici, dal centrodestra al centro sinistra. Castagnetti ha minacciato che chiederà le dimissioni, se l’Ulivo sarà d’accordo e non si capisce che cosa aspettino a farlo: «Il ministro si è in troppe occasioni mostrato non all'altezza del proprio ruolo: basti pensare alla situazione delle carceri italiane ed ancor più al clima di conflittualità e confusione nella giustizia italiana spesso determinato da sue personali responsabilità. La gestione del caso Sofri ha confermato la sua inadeguatezza. Non già per il merito della concessione della grazia, su cui è legittimo avere opinioni diverse che in parte io stesso ho manifestato. Non è legittimo però avere comportamenti tanto ambigui e contraddittori da favorire pronunciamenti del capo dello Stato e dello stesso presidente del Consiglio tali da configurare un'evidente rottura del rapporto di fiducia che deve intercorrere tra un ministro ed i vertici della Repubblica e del governo. A questo punto la questione non interessa più solo l'esecutivo, ma tutto il Parlamento».

Paolo Cento dei Verdi (che presentaranno una loro proposta di legge di amnistia e indulto «per chiudere definitivamente la stagione degli anni di piombo») gli ha persino dato una mano e una via d’uscita: restituisca la propria delega per consentire tecnicamente al governo di presentare alla presidenza della Repubblica la domanda di grazia per Sofri, così non offenderà la propria coscienza, poi si riprenda pure la sua delega...

Il popolo leghista dà i soliti segnali, d’entusiasmi e di rancori. Ci fu chi a una Pontida, dal microfono, con ardore proclamò che Castelli era il miglior ministro della giustizia che l’Italia aveva mai avuto. A Radio Padania s’è ascoltato una sinfonia di lodi: «Allora dovrebbero fare uscire anche Riina», «L’unico che vogliono buttare fuori è Castelli. Dal governo». Alla fine una rivelazione: «Dovete stare lì e rompere le scatole per ottenere quello che vogliamo noi». Eterna linea rossa della Lega di governo e di lotta: rompere le scatole nel gioco di chi allunga la mano e poi la ritira, come Bossi ci ha insegnato. Anche il fantasma dell’amnistia serve, un trucco per non deludere il proprio elettorato dopo la sceneggiata contro l’indulto: arrivasse una soluzione per Sofri, il ministro potrà sempre dire che stava pensando ad altro, alla pacificazione che dovrebbere rimettere in sesto la storia dei terroristi neri, dei bombaroli alto atesini, dei tangentisti, dei leoni di San Marco e infine, per ultimo, del povero Sofri. In un guazzabuglio, che persino il “serenissimo” Luigi Faccia, uno degli scalatori del campanile di San Marco, adesso agli arresti domiciliari, ha respinto: «Se mi avesse telefonato, gli avrei detto di lasciar perdere».

Tra tanto frastuono di scatole rotte sarebbe bello capire il prossimo traguardo. Bossi aveva appena sventolato da un pulpito leghista il foglietto con la firma di Berlusconi... Che cosa chiederà adesso, dopo lo schiaffo del suo ministro, perchè Berlusconi aveva più di una volta preso parola in favore di Sofri. In una normale compagnia, un socio come Bossi sarebbe stato allontanato da tempo. Certo, il centro del centrodestra (e cioè Follini) lavora per una idea del genere, sperando di riacchiappare qualche voto democristiano, fidando sulla moderazione di An e sull’appeal di Forza Italia, per cacciare gli inaffidabili leghisti. Un progetto in fondo semplice, che consentirebbe al governo di governare un po’ di più se non meglio di quanto gli capiti adesso. Ma non succede e chissà se mai succederà: si può capire perchè Bossi stia a modo suo legato al carro di Berlusconi (lo disse una settimana fa: siamo gli alleati più fedeli), alla luce del sole non si capisce perchè Berlusconi stia al carro di Bossi, perchè debba pagare tanto dazio. Da una parte ci potrebbero essere conti (anche economici) che tornano, dall’altra c’è il mistero (non basta a sverlarlo il peso elettorale della Lega nei collegi lombardi). Uno dei tanti misteri.

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Nel ranch texano, il presidente Usa chiede «truppe» a Berlusconi

di Bruno Marolo

Crawford (Texas) Gli amici si vedono nel momento del bisogno, e George Bush ha bisogno di soldati. Il problema sta diventando acuto per gli Stati Uniti, nel momento in cui Silvio Berlusconi arriva a Crafword nel Texas, nel ranch dell’amico George, per ritirare il premio di fedeltà. Tutti i capi di governo che hanno sostenuto gli americani in Iraq sono stati invitati nella tenuta agricola dell’uomo più potente del mondo. Berlusconi non poteva mancare, e domenica è sceso dall’elicottero sul prato dove lo aspettava l’amico George.

“Io non mi chiamo Cesare o Augusto, solamente Silvio – ha dichiarato al settimanale americano Time – ma la tradizione politica dei tempi antichi, filtrata in Italia da Machiavelli, ci insegna una cosa: ogni principe ha bisogno di alleati e più grande è la responsabilità, maggiore è il numero di alleati di cui c’è bisogno”. Parole profetiche. Il governo americano in questi giorni si rivolge a tutti i paesi disponibili e implora più truppe per pacificare l’Iraq. Un nuovo contributo italiano sarebbe estremamente gradito.

Una fonte diplomatica tedesca ha rivelato che gli Stati Uniti sono particolarmente insistenti con i governi che hanno un contingente militare in Afghanistan, dove la forza di pace internazionale ha un mandato esplicito dell’Onu. L’Italia ha in territorio afgano un migliaio di soldati del corpo di spedizione “Nibbio” e contribuisce con quasi 500 uomini ai servizi di sicurezza della capitale Kabul. Se queste truppe fossero spostate in Iraq, l’amministrazione Bush riceverebbe un grande favore e lascia intendere che troverebbe il modo di ricambiarlo.

Anche in Afghanistan la situazione rimane tesa. Mentre Berlusconi era in viaggio per il Texas ha appreso la notizia che quattro soldati italiani sono stati feriti dall’esplosione di una mina. Tuttavia se il contingente fosse spostato potrebbe essere sostituito senza eccessive difficoltà da militari di altri paesi, appunto perché la missione è organizzata dall’Onu. In Iraq, invece, le truppe di occupazione corrono rischi molto maggiori e la copertura dell’Onu non c’è. Metà delle forze armate americane sono alle prese con la guerriglia strisciante. Nella terza divisione di fanteria, che ha conquistato Baghdad, parecchi soldati si sono abbandonati a proteste veementi quando hanno saputo che non avrebbero potuto tornare in patria a settembre come promesso, dopo un anno in zona di operazioni.

Secondo la Cnn, il Pentagono è tanto preoccupato per il malumore delle truppe che sta cercando il modo di annunciare la prossima settimana il rimpiazzo della divisione. Sono destinati in Iraq altri 10 mila soldati della guardia nazionale, che di solito vengono impiegati in servizi di ordine pubblico in patria. Inoltre l’amministratore civile dell’Iraq, Paul Bremer e il comandante militare John Abizaid hanno annunciato che intendono formare una forza paramilitare irachena per affiancare i reparti americani.

Paesi come l’India e la Francia, dai quali Bush sperava di ottenere rinforzi per l’Iraq, hanno rifiutato di impegnarsi in una missione non richiesta dall’Onu. Il segretario di stato americano Colin Powell insiste per chiedere un mandato al consiglio di sicurezza, ma il ministro della difesa Donald Rumsfeld vuole che il controllo rimanga saldamente in mani americane. In ogni caso sarebbe difficile formare una forza dell’Onu prima dell’autunno, e a Bush le truppe servono subito. Silvio Berlusconi è uno dei pochi che non gli dicono mai di no.

“Alcuni europei – ha dichiarato Berlusconi a Time – non capiscono che il mondo è rapidamente cambiato dopo l’11 settembre 2001. Il 10 novembre di quell’anno, nella più bella piazza di Roma, noi abbiamo organizzato una manifestazione di solidarietà e sventolato la bandiera americana. Siamo stati i soli a farlo. Credo anche di essere all’avanguardia con l’idea che gli atteggiamenti contrari all’America e alla globalizzazione non sono progressisti, sono spazzatura ideologica”. Chi si vanta di essere il primo della classe potrebbe difficilmente tirarsi indietro quando il maestro è in cerca di volontari.

In America, Berlusconi non ha avuto l’attenzione pubblica e l’accoglienza solenne riservate al premier britannico Tony Blair. La maggior parte dei giornali americani non ha trovato spazio per presentare la visita, e lo stesso Bush ha organizzato soltanto un incontro informale con un pool di giornalisti, invece di una vera conferenza stampa congiunta. Di solito, in occasioni come questa, i due capi di governo si rivolgono al pubblico da una tribuna con le due bandiere nazionali. Ma in questo caso è stato scelto un formato meno solenne. Troppe domande sull’uranio del Niger minacciano di guastare la festa. Domenica è emersa un’altra esagerazione, tuttora in bella vista sul sito internet della Casa Bianca. L’amministrazione Bush sosteneva che l’Iraq sarebbe stato in grado di mettere in campo armi di sterminio nel giro di 45 minuti. Ora si scopre che anche in questo caso il governo americano riprese a scatola chiusa vaghe informazioni fornite da servizi segreti stranieri, senza consultare la Cia.

A una domanda sui falsi documenti sull’uranio arrivati in America dall’Italia Berlusconi ha risposto: “Non c’è stata pressione politica. Non ero a conoscenza di questi fatti”. In Iraq, ha aggiunto, “non si troveranno armi di sterminio: se io fossi Saddam le avrei distrutte o mandate all’estero”. Quando gli è stato fatto presente che invece Bush conta ancora di trovare le armi Berlusconi ha tagliato corto: “Sentite, io spero che le troveremo, le cose sarebbero più chiare, ma l’argomento non mi sembra importante”.

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Agguato ai soldati italiani in Afghanistan: quattro feriti
di Umberto De Giovannangeli

Un’operazione di guerriglia in piena regola, modello «hezbollah» libanesi. Una dichiarazione di guerra contro chi dovrebbe essere impegnato in un’operazione di «peacekeeping». La mina piazzata sulla strada viene azionata con un radiocomando a distanza. L’obiettivo del commando è uno dei due automezzi protetti su cui viaggiano quattro paracadutisti italiani della task force «Nibbio» impegnati nell’operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Nei piani del commando terrorista doveva essere una strage, evitata solo perché la mina o forse un razzo secondo altre fonti - è stata azionata con qualche secondo d’anticipo. Quei secondi hanno salvato la vita ai quattro militari italiani che stavano pattugliando una zona vicina alla località di Gardez, nell’area sud-orientale del Paese affidata al controllo dei paracadutisti della Folgore, subentrati di recente agli alpini della brigata Taurinense. I quattro militari, confermano fonti dello Stato maggiore della Difesa, sono stati feriti lievemente e le loro condizioni non destano preoccupazione: quello apparentemente in condizioni più serie nel pomeriggio è stato sottoposto a una tac. Resta, però, il sinistro avvertimento che i terroristi afghani hanno inteso lanciare ai soldati italiani: anche voi, come gli americani siete entrati nel nostro mirino.

L’attacco terroristico scatta alle 14:00 locali (le 11:30 in Italia) a venti chilometri a sud-est di Gardez. «Il convoglio italiano si stava dirigendo verso Gardez e una delle loro auto è stata colpita da una mina azionata a distanza», afferma Amanullah Zadran, ex ministro di gabinetto del governo appoggiato dagli Usa. I militari italiani sono usciti dal veicolo e, benché lievemente feriti, hanno reagito con le armi per autodifesa. Fuori dalla ufficialità, fonti autorevoli vicine al comando di Enduring Freedom a Kabul parlano di un’«aspra battaglia» consumatasi sulla strada per Gardez. Si tratta dei primi militari italiani feriti in azioni ostili. Un segnale inquietante, che s’inserisce in una situazione di guerra che investe il tutt’altro che pacificato Afghanistan. Per quanto riguarda i soldati feriti, evacuati dal luogo dell’attentato con elicotteri da combattimento americani, sono fuori pericolo, sottolineano fonti dello Stato maggiore della Difesa, e loro stessi hanno potuto parlare al telefono con i familiari in Italia. Ed è lo stesso Stato maggiore a fornire l’identità dei quattro militari. Si tratta dei caporal maggiore scelti Vito Michele Mucci e Giampaolo Corbisiero, il primo caporal maggiore Vito Fumai e il caporale Roberto Parente. Appartengono tutti alla IV compagnia del 187/mo reggimento della brigata paracadutisti Folgore. L’agenzia di stampa Afghan Islamic Press (Aip), con base in Pakistan, dà altri particolari dell’attacco, sostenendo che l’esplosione, per l’Aip provocata da un razzo, ha gravemente danneggiato il veicolo e che uno dei soldati è stato ferito alla testa e che un altro ha subito una frattura alla gamba. In serata, giunge il comunicato ufficiale del Comando del contingente italiano in Afghanistan: «Una pattuglia su due automezzi della Task force Nibbio - recita la nota - di stanza a Khost, è stata fatto oggetto di un atto ostile, alle ore 14:00 locali in una zona a circa 20 chilometri a sud-est di Gardez. L’unità stava partecipando ad una attività di controllo e sorveglianza nell’area di responsabilità italiana, quando una forte esplosione a pochi metri avanti al primo automezzo, lo ha fatto uscire di strada». «Il personale - prosegue il comunicato - immediatamente appiedato, come previsto dalle procedure di autodifesa ha fatto fuoco in direzione della minaccia individuata, sganciandosi e ripiegando senza altre gravi conseguenze». I quattro militari, conferma il Comando del contingente italiano in Afghanistan, hanno riportato «solo ferite di live entità». L’attività operativa, conclude la nota, «ovviamente continua». Un’azione di «bonifica» che incontra forti resistenze in tutto il martoriato Afghanistan.

Di certo non è un posto tranquillo Khost dove dal dal primo febbraio sono in azione i militari italiani, inquadrati nella task force Nibbio, composta interamente da professionisti, veterani di missioni «fuori area». Il gruppo operativo del contingente è composto da mille soldati con annessa struttura logistica, che sono dislocati nella regione che fu al centro dei combattimenti durante la guerra per l’abbattimento del regime dei Talebani. Lì morì anche il primo soldato Usa in battaglia. Più volte lo stesso ministro della Difesa Antonio Martino ha sostenuto di essere ben consapevole dei rischi che avrebbero corso i soldati italiani, possibili obiettivi dei terroristi e dei miliziani di Al Qaeda. L’operazione era stata annunciata come «la più difficile da dopo la seconda guerra mondiale». L’attacco ne è una prima, drammatica, conferma.


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Domenica, 20 Luglio, 2003

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Le ultime promesse famose. «Nel più assoluto rispetto per le valutazioni del Quirinale, per le prerogative del governo e nella massima considerazione per la famiglia Calabresi credo che sia matura una decisione favorevole alla grazia per Sofri».

Silvio Berlusconi, Il Foglio, 8 novembre 2002

 

Castelli boccia la grazia a Sofri e rispolvera l'amnistia impossibile
di Vittorio Locatelli

«La grazia a Sofri? Non solo per lui! Anzi, meglio una bella amnistia! Però non ci sono le condizioni politiche per farla». Parole in libertà di Roberto Castelli, ministro leghista della Giustizia che ha trovato il modo di mettere, per l’ennesima volta, il Carroccio al centro delle polemiche politiche.

Non contento del polverone sollevato, sabato Castelli è tornato pesantemente sull’argomento, rispondendo alle critiche con il consueto aplombe leghista. Fassino? «Blatera, devono averlo tirato per la giacchetta, probabilmente gli è arrivata una telefonata da Violante. Fassino ha fatto il liceo classico come me: io mi sono laureato, lui no. Vorrei capire da dove origina questa convinzione di superiorità». Le parole di D’Alema? «Elucubrazioni prive di fondamento. Deve aver avuto qualche incubo notturno». E la sinistra è razzista: «Dicono che Sofri va liberato perché è un raffinato intellettuale, e così dimostrano tutto il loro razzismo: per loro, se io sono un raffinato intellettuale di sinistra posso ammazzare chi mi pare. Se invece salgo su un campanile devo stare in galera». Solo in serata si è forse reso conto che a molti la sua uscita poteve non essere piaciuta e quindi ha detto che «se si dovesse verificare che il governo, nella sua collegialità, fosse orientato in maniera diversa, non sarebbe più una posizione individuale ma del governo... E la Lega ha dimostrato molte volte che non sta attaccata alle poltrone per il potere ma per fare qualcosa; dunque non avrei nessun problema a farmi da parte».

Ma per tutto il giorno è stato un Castelli scatenato, sostenuto dal popolo leghista ai microfoni di Radio Padania, che ribadisce a Berlusconi di non impicciarsi: «La legge parla chiaro, il tema è in mano al ministro della Giustizia che lo gestisce in prima persona, non c’entra nulla con la maggioranza di governo». Ce n’è anche per Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, che lo ha criticato pesantemente in un articolo: «Più che un caso giornalistico il suo è un caso psichiatrico. È una persona animata da un odio viscerale nei miei confronti, mai io non l'ho mai visto nè conosciuto. Me lo posso immaginare: basso di cavallo, brutto: la natura non deve essere stata generosa con lui. Scarica le sue frustrazioni sugli altri. È uno della legge Basaglia».

E a Castelli non importa nulla di aver fatto, mettendo il caso Sofri nel calderone di un’amnistia, uno strafalcione giuridico. «L’amnistia - ha infatti precisato il segretario di Magistratura democratica Claudio Castelli -, sicuramente non può soddisfare le esigenze che sono state sollevate per il caso Sofri. E poi, non si è mai vista un’amnistia concessa per reati gravi quali l’omicidio. L’amnistia è stata data in Italia soltanto per reati puniti fino a tre o quattro anni di reclusione, che, quindi, non hanno nulla a che fare con il caso Sofri.

Ma che ne deve sapere Castelli, lui fa l’ingegnere. E sostiene che gli altri fanno «dichiarazioni a vanvera. Cercano di salvarsi dando dello stupido al leghista». E insiste: «Se la legge è uguale per tutti, perché Sofri deve essere un detenuto particolare rispetto agli altri 8.731 detenuti per omicidio o tentato omicidio?».

Il Guardasigilli difende a spada tratta la sua «determinazione di non trasmettere la pratica relativa alla domanda di grazia di Adriano Sofri, assumendomi in prima persona la piena responsabilità di questo atto» e di proporre un «atto di pacificazione» più generale per «chiudere un’epoca, quella del terrorismo di varia matrice». Amnistia, però, e non indultino, che sarebbe «una dichiarazione di resa da parte dello Stato e non risolverà, se non per pochi mesi, alcunché». E poi che diavolo vuole Sofri, che «non ha mai chiesto la grazia»? Però il ministro leghista, dopo aver lanciato il sasso, ha subito nascosto la mano. Bella l’amnistia ma «bisogna che tutte le forze politiche dichiarino che si è chiusa un’epoca, e che si inizia una nuova era in cui reciprocamente si riconoscano legittimamente atte a governare. Mi pare che questo clima oggi non ci sia».

Nella sua autocelebrazione Castelli ha anche citato Togliatti: «I nostri padri hanno avuto il coraggio di uscire dalla guerra civile, con Togliatti. Ciò dovrebbe costituire un grande esempio per noi. Oggi è in atto uno scontro tra la magistratura e una parte della classe politica, che è al governo, c’e un clima di delegittimazione vicendevole tra destra e sinistra, nel quale io sono involontario protagonista».

Comunque un risultato Castelli lo ha ottenuto: il caso Sofri è messo in secondo piano dal polverone «amnistia-pacificazione». Lo ha detto subito il presidente del Senato, Marcello Pera: «Il caso divide le coscienze e divide anche i partiti politici, perché, obiettivamente, è un caso assai complicato, sia per il tipo di reato sia per la qualità del condannato, sia anche per le implicazioni di gesti», quindi, a questo punto, «se la misura invocata dal ministro è un atto di pacificazione, che quindi va oltre il condannato, allora questa misura dovrebbe essere esaminata dalle forze politiche».

Un po’ seccato, invece, il presidente della Commissione Giustizia Gaetano Pecorella, di Forza Italia e legale di Berlusconi: «Non si può che prendere atto delle decisioni del ministro Guardasigilli e delle sue motivazioni. Ma poiché è evidente l’assenza di consonanza istituzionale fra il ministro, la maggioranza del governo e lo stesso premier ed anche il capo dello Stato che è il titolare del potere di grazia, credo che a questo punto sarebbe opportuno un chiarimento istituzionale sul modo di intendere e condurre la politica nei confronti dei detenuti». Pecorella ricorda a Castelli che «finora in Parlamento sono stati proprio il Guardasigilli ed il suo partito ad opporsi più di altri ai provvedimenti di clemenza».
Prende la palla al balzo Alfredo Biondi, senatore azzurro ed ex ministro della Giustizia: «Il Senato già nella prossima settimana potrebbe discutere seriamente di amnistia», mentre anche il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti, dell’Udc, ricorda al ministro che «il caso di Sofri riguarda un reato con una pena che non potrebbe mai rientrare in nessuna amnistia. Quindi, spostare il discorso dalla grazia all’amnistia o è il segno di una confusione concettuale preoccupante o risponde all’intento reale di non fare né l’una né l’altra cosa».

E se il presidente dei deputati di An, Ignazio La Russa, ritiene che «provvedimenti come l’amnistia, un pacchetto di grazia plurima o altre delicatissime ipotesi del genere, siano questioni troppo serie per essere affrontate in questi afosissimi fine settimana di luglio», il ministro dell’ambiente Altero Matteoli, sempre di An, fa un po’ di confuzione e si dice «favorevole alla grazia per Sofri e d’accordissimo con la posizione espressa dal ministro della Giustizia, Roberto Castelli».

Un atto di clemenza «sugli anni di piombo è necessario» per il ministro Rocco Buttiglione dell’Udc, che aggiunge: «Se non siamo in grado di fare un provvedimento più ampio, anche la grazia a Sofri sarebbe stato un segnale importante, perchè si tratta di un caso emblematico». Ovviamente Buttiglione è favorevole all’amnistia e dice che quella di Castelli è «una buona idea, peccato che non sia stato fatto a suo tempo quando il Santo Padre la chiese, venendo a parlare alla Camera». Critico con Castelli è il segretario dell’Udc, Marco Follini, per il quale «la grazia a Sofri fa parte del senso di umanità proprio di una giustizia giusta. Penso che il ministro Castelli non possa trascurare il fatto che questo sentimento fa parte di una coscienza diffusa nel Paese. Esistono le coscienze proprie, ma prim’ancora esistono, e vanno ascoltate, quelle degli altri».
Di un Castelli ministro «molto serio e scrupoloso», ha invece parlato il portavoce di Forza Italia Sandro Bondi, primo firmatario insieme a Enzo Bianco della petizione in Parlamento a sostegno della grazia a Sofri, che si augura che quella indicata dal ministro leghista «possa essere la strada che tutti insieme seguiamo nel futuro. Io spero che un provvedimento riguardante la pacificazione possa aiutare la concessione di un provvedimento di grazia nei confronti di Adriano Sofri».

Irritato con Castelli è il segretario dei Radicali, Daniele Capezzone: «La grazia è un atto sovrano che compete al Capo dello Stato, che può procedere in tutto e per tutto motu proprio, se ritiene di farlo». Invece il dibattito «sta assumendo una piega sempre più sconcertante e crudele. Ma ciò che più sorprende è l’interpretazione che si dà del funzionamento dell’istituto della grazia, ormai ridotto a un rito di concertazione, a una sorta di “tavolo” tra Quirinale, Ministero della Giustizia, Palazzo Chigi, parenti delle vittime, eccetera».

I sostenitori di Castelli in An si moltiplicano. «Condivido la linea del ministro» ha detto il ministro Gianni Alemanno, e per Francesco Storace serve un «provvedimento di clemenza se riguarda tutto un mondo, una generazione che ha fatto una scelta sbagliata e lo riconosce», mentre il presidente della giunta del Lazio è «assolutamente contrario ad una grazia mirata nei confronti di una persona di buona famiglia che ha letto molti libri ed ha le amicizie giuste».

Scarso successo invece del ministro nel suo partito: va bene il no alla grazia per Sofri ma «mi trovo in sintonia con lui quando propone atti di pacificazione a chiusura di periodi storici particolari», ha infatti detto il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord.

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Caro Presidente perché questa guerra?». Iraq, le bugie di Bush svegliano l'opposizione
di Roberto Rezzo

NEW YORK. Misleader, un neologismo per indicare un capo che anziché sulla retta via ti porta fuori strada, un leader che esercita il potere con l’inganno. È il titolo dello spot televisivo andato in onda questa settimana a Washington e New York. Immagini di repertorio, il presidente George W. Bush parla alla nazione, si vede il suo volto in primo piano, è colorato di verde, come quello di Iago. Agita la minaccia di un attacco nucleare contro gli Stati Uniti, descrive con minuzia di particolari gli arsenali proibiti di Saddam Hussein, snocciola quantitativi di gas nervino, straparla di uranio arricchito. È un presidente o un impostore? Una pagina a pagamento pubblicata sul New York Times ripete il concetto.

I pacifisti son tornati, si sveglia l’opposizione al Congresso, si fa sentire un movimento deciso a impedire che Bush venga rieletto. La vittoria militare non basta giustificare la guerra, uno scandalo incombe sulla Casa Bianca per le false prove sulle armi di sterminio. La situazione in Iraq è incontrollabile, ogni giorno qualche soldato americano torna a casa chiuso in un sacco di plastica. L’America finalmente si domanda: perché?

Tra i promotori della campagna, uno medico psicologo di 56 anni di Amherst nel Massachusetts, che dice di aver perso il sonno da due anni per il profondo disturbo che gli provoca Bush alla Casa Bianca. Ha fondato un gruppo che si chiama “Chiunque ma non Bush”, non sostiene nessun candidato alle prossime elezioni, ma si batte perché questo presidente non ottenga un secondo mandato. Non lo spaventa che il presidente conti di raccogliere contributi per 200 milioni di dollari: “Spero che raccolga un miliardo, così sarà chiaro a tutti il livello di avidità e corruzione di questa presidenza, verranno allo scoperto gli interessi che rappresenta davvero”.
Bush ha trascinato la nazione in guerra sostenendo che l’Iraq rappresentava un pericolo imminente per gli Stati Uniti e per il mondo civile. Le prove a sostegno di queste affermazioni stanno cadendo a pezzi una dopo l’altra. Richard Butler, capo degli ispettori delle Nazioni Unite durante gli anni ’90 e sostenitore dell’intervento armato, alla luce dei fatti ha scritto: “È chiaro che è stato deciso di pompare il caso contro l’Iraq”.
Il 26 giugno scorso Henry Waxman, deputato democratico della California, ha avanzato una proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta sulla storia delle armi di sterminio in Iraq. “Siamo stati al fianco del presidente quando ha chiesto di andare in guerra e restiamo oggi alleati del presidente nella lotta contro il terrorismo. Il problema non è se fosse giusto o sbagliato fare la guerra in Iraq: abbiamo approvato quella risoluzione. Non riguarda neppure il fatto che in Iraq prima o poi si possano trovare armi chimiche o batteriologiche. Vogliamo un’inchiesta perché è chiaro che prima della guerra i nostri servizi d’intelligence hanno fatto acqua da tutte le parti. Dobbiamo sapere come e perché questo è accaduto, per essere certi che mai possa accadere di nuovo. Dobbiamo sapere se il problema è stato causato dall’incompetenza o dall’irresponsabilità dei nostri servizi. Dobbiamo sapere se, come qualcuno all’interno dell’amministrazione ha suggerito, informazioni essenziali sono state nascoste al presidente. Dobbiamo sapere chi è stato e chiamarlo a rispondere”.

Ora l’istituzione di una commissione d’inchiesta è sostenuta da numerose organizzazioni pacifiste, movimenti sindacali, dal Consiglio nazionale delle chiese e da centinaia di migliaia di americani che si sono rivolti per iscritto ai loro parlamentari. Venticinque fra deputati e senatori hanno dato sinora la propria adesione, unendosi alla sigla Win Without War (Vincere senza la guerra). Il comunicato recita: “Se l’amministrazione Bush ha distolto le informazioni dei servizi segreti, o se ha deliberatamente usato false informazioni per ottenere sostegno alla guerra, si tratterebbe di un inganno senza precedenti. Persino se si dovessero trovare armi di sterminio, sarebbe difficile giustificare le affermazioni fatte prima del conflitto, quando si lasciava a intendere che ne fosse nota l’esatta ubicazione e che fossero pronte a essere usate in qualsiasi momento. La crisi di credibilità che sta investendo il presidente e la politica estera degli Stati Uniti impone risposte immediate, non tentativi di copertura”.

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Dopo Blair, nel ranch di Crawford arriva Berlusconi. Bush gli chiederà le truppe?
di Bruno Marolo

Crawford (Texas) Non c’è due senza tre. Dopo il premier britannico Tony Blair, si presenta alla corte di George Bush, il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi, terzo protagonista dello scandalo dell’uranio inesistente. Le rivelazioni rimbalzano da Washington a Londra e a Roma, ognuno si difende come può. Tony Blair ha entusiasmato, almeno per un giorno, il congresso americano con un discorso abile e appassionato. E’ contestato in patria, ma negli Stati Uniti è molto popolare e il suo prestigio ha offerto un momento di sollievo all’amico George in difficoltà.

Berlusconi non potrebbe fare lo stesso. Arriverà stasera nel ranch di Bush a Crawford, preceduto da articoli sarcastici sulla stampa americana. L’agenzia Associated Press ha arricchito la presentazione della visita con un campionario di esempi tristemente famosi, dalla battuta sulla civiltà occidentale destinata “a conquistare l’Islam come ha conquistato il comunismo” a quella sul “kapo” rivolta a un deputato europeo e al gesto delle corna cui l’uomo sembra incapace di rinunciare.

La vicinanza con Berlusconi non aiuta Bush a far dimenticare lo scandalo. Il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan ha cercato inutilmente di ignorare le domande sul ruolo dei servizi segreti italiani nella vicenda dell’uranio del Niger. “Le visite di leader come Berlusconi e Blair – ha sostenuto – ci offrono l’occasione di parlare dei progressi nella guerra contro il terrorismo, e dei progressi nel portare stabilità e sicurezza all’Iraq”. In parole povere, questo significa che Bush chiederà direttamente a Berlusconi le truppe in più per l’Iraq che altri paesi gli hanno negato, in assenza di un mandato dell’Onu? “Aspettiamo che l’incontro abbia luogo – ha risposto il portavoce – in Iraq molta gente ci aiuta in vari modi, e Berlusconi è stato un vero amico in tutti i nostri sforzi".

Ovviamente lo scandalo dell’uranio non è all’ordine del giorno dei colloqui di Crawford. Altrettanto ovviamente, non potrà essere ignorato. Gli americani hanno qualche chiarimento da chiedere, se non a Berlusconi, alla delegazione che lo accompagna. L’origine dei falsi documenti non è chiara, anche se una redattrice della rivista di proprietà del presidente di consiglio italiano ha ammesso di essere la giornalista che ne ha consegnato una copia all’ambasciata americana a Roma.

Il portavoce dell’Fbi, Bill Carter, ha confermato che gli agenti federali hanno in corso un’indagine, aperta su indicazioni del senatore democratico John Rockefeller, vice presidente della commissione di vigilanza sui servizi segreti. Altre fonti indicano che il contenuto dei documenti era stato discusso dai servizi segreti italiani con i colleghi americani e britannici. La Cia non chiese una copia perchè riteneva l’intera pista irrilevante e poco credibile, dopo che un suo inviato in Niger aveva escluso che l’Iraq potesse acquistare uranio. L’intera vicenda era stata archiviata quando la giornalista di Panorama consegnò una copia dei documenti all’ambasciata americana a Roma, che tornò alla carica con la Cia. I professionisti dello spionaggio americano ora non nascondono la loro irritazione. Il falso era talmente grossolano da togliere credibilità anche al materiale autentico faticosamente raccolto dagli informatori in Iraq.

Chi aveva interesse a giustificare l’invasione dell’Iraq in modo tanto maldestro? In pubblico, il presidente Bush si comporta come se lo scandalo lo sfiorasse appena. Bill Gerz, un giornalista molto vicino al suo partito, sostiene invece che è furioso, e che durante la visita in Africa ha aspramente rimproverato la consigliera per la sicurezza nazionale Condi Rice e il portavoce dimissionario Ari Fleischer.

La popolarità del presidente è in declino, come le sorti delle sue truppe in Iraq. Un sondaggio dell’istituto Zogby International ha rilevato venerdì un indice di approvazione del 53 per cento, mentre il 46 per cento degli interpellati non si fida più. L’America è divisa tra un’opposizione che non trova un leader e un governo che non trova scuse.

Per lanciare un contrattacco di propaganda è stata presa in considerazione l’idea di richiamare dalla pensione Mary Matalin, l’aggressiva consulente del vice presidente Dick Cheney. La pubblicazione di un rapporto dei servizi segreti che citava “prove schiaccianti” delle intenzioni nucleari di Saddam Hussein, e doveva dimostrare la buona fede di Bush, si è sgonfiata tra le mani di chi ha avuto l’idea. Una nota dello stesso rapporto precisa infatti che gli esperti del dipartimento di stato avevano grossi dubbi sull’attendibilità delle presunte prove. Nei servizi segreti, come nel governo, era in atto una fiera polemica. “Il presidente non poteva leggere anche le note in un documento di novanta pagine”, sostiene ora la Casa Bianca, ma altri, compresa Condi Rice, avrebbero dovuto farlo per lui.

In questo campo minato mette ora piede Berlusconi, con il suo bagaglio di gaffe, di barzellette e di rivelazioni che non rivelano tutta la verità. Per il suo prestigio personale la visita nel ranch è importante. Per Bush, sarà forse un piacevole intermezzo tra tanti eventi drammatici.

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O Giscard o l'Europa dei diritti. A Genova il «movimento» fa politica
di Piero Sansonetti

GENOVA. Il movimento no-global lancia la sua nuova battaglia: contro l’Europa come l’ha disegnata Giscard D’Estaing. Quella ­ dice - è un’Europa che fa del liberismo la gabbia della vita collettiva, e rovescia il senso di tante Costituzioni conquistate nel secolo scorso, come quella italiana. La nostra Costituzione fondava la Repubblica sul lavoro, la Costituzione di Giscard fonda l’Europa sul mercato e sull’impresa. Porta la storia della civiltà indietro di mezzo secolo. E per la prima volta “costituzionalizza il liberismo”.

Il movimento intende concentrare gran parte delle proprie forze su questo tema, indicando una sua via alternativa all’Europa. La sua idea di Europa si fonda su un modello politico-sociale che mette al primo posto i diritti, e sacrifica il mercato, mette al primo posto il disarmo ed esclude la guerra, mette al primo posto il Welfare e rinuncia a sgravi fiscali per i ceti ricchi. E’ una ricetta abbastanza semplice.

Il modello proposto da Giscard invece mette al primo posto la competitività e scommette sull’esercito europeo. Cioè vuole contrapporsi all’America solo nel senso che vuole competere con l’America, su tutti i piani -­ economico, produttivo, militare - ma senza contrapporsi al modello americano. Anche quella di Giscard è una ricetta semplice: però è opposta a quella del movimento.

Il movimento dice che l’Europa che sa sta costruendo è una Europa privata e oligarchica, l’Europa del futuro invece deve essere pubblica e democratica. La Costituzione di Giscard prevede sistemi di decisione basati sul potere dei governi e degli organismi internazionali che comandano l’economica globalizzata; la sovranità popolare è pura finzione. La Costituzione che vuole il movimento prevede invece il ritorno del potere ai popoli, e cioè un percorso di democrazia.

Questa è una discussione politica? Cioè, è una piattaforma che pone questioni politiche? Si, è evidente. Si può dissentire o concordare con l’analisi del movimento, ma non si può negare che il terreno nel quale si muove è quello della politica-politica. E quindi è subito risolta la questione se la sinistra, due anni dopo Genova, debba uscire dalla sua fase movimentista e tornare alla politica. E’ una questione che non sta in piedi perché il movimento no-global è già immerso nella politica fino al collo. Non c’è contrapposizione tra politica e movimento. La sinistra tradizionale, se vorrà, potrà tenerne conto. Senza sperare in deleghe o passaggi di competenze, perché queste non sono possibili. E senza immaginare che siano ragionevoli trattative e quindi alleanze o patti con il movimento, o con alcuni suoi pezzi, perché il movimento non è un partito: è possibile invece avviare la discussione sulle proposte concrete e sulle idee politiche, una per una: pace, disarmo, mercato, privatizzazioni, diritti collettivi, stato sociale.

La linea europeista del movimento è stata discussa a Genova nella penultima giornata della nove giorni organizzata per ricordare le drammatiche giornate del G8 di due anni fa, quando trecentomila persone diedero l’assalto pacifico al vertice dei grandi del mondo, e la polizia sparò, uccise Carlo Giuliani, e picchiò, arrestò e torturò varie centinaia di persone.

Domenica le manifestazioni in ricordo di Genova 2001 si concluderanno con un corteo che parte da Piazza Alimonda - cioè dal luogo dell’omicidio del 2001 - e che dovrebbe essere un corteo silenzioso, in segno di protesta per l’archiviazione delle inchieste contro polizia e carabinieri. E poi con un concerto, una festa. Nei giorni scorsi a Genova si sono tenute centinaia di riunioni, assemblee, mostre e spettacoli teatrali. Sabato mattina c’è stata l’assemblea del forum sociale italiano, alla quale però hanno partecipato - e preso la parola - diversi rappresentanti di altri forum europei, e anche una ragazza indiana, Leni, visto che il prossimo forum mondiale si terrà nel gennaio prossimo a Bombay.

La relazione l’ha tenuta Franco Russo, un signore di 55 anni che lavora alla Treccani ed è uno dei leader del movimento italiano (35 anni fa, quando era studente appena ventenne, era il capo riconosciuto del movimento studentesco romano). Russo ha esposto la linea europeista del movimento, ha presentato il programma politico, gli obiettivi e le prossime scadenze che sono molto impegnative. Le principali sono tre. La prima è la contestazione della riunione del Wto a Cancun, Messico (dal 9 al 14 settembre) che sarà preceduta da un vertice di ministri europei a Riva del Garda (1-3 settembre) e da un controvertice del movimento nella stessa cittadina (negli stessi giorni). La riunione di Cancun (e la sua preparazione) è importantissima, perché l’ordine del giorno prevede: privatizzazione dell’acqua, privatizzazione della sanità, privatizzazione dell’istruzione, privatizzazione delle produzioni intellettuali. Se il Wto esce vincitore da Cancun vivremo in un mondo che è difficile definire semplicemente liberista, sarà qualcosa di più: un mondo interamente privatizzato. Dove la democrazia sarà relegata a decidere su aspetti assolutamente marginali della vita delle persone. Se il Wto esce sconfitto da Cancun, cioè non riesce ad imporre il suo programma di privatizzazioni accelerate, sarà una vittoria fenomenale per il movimento, e molte cose della politica internazionale, e di quella dei singoli stati, cambieranno.

La seconda scadenza importante è il 4 ottobre, a Roma. In quella data si riunirà la commissione intergovernativa europea. Si compirà un passo importante verso la nuova Europa che il movimento contesta. Ieri è stata decisa la mobilitazione generale per il 4 ottobre, la manifestazione, il corteo.

La terza scadenza ravvicinata è il 12 ottobre, e cioè la marcia per la pace Perugia-Assisi. Poi ci sono altri appuntamenti, come lo sciopero generale dei metalmeccanici (17 ottobre) e poco dopo il forum europeo a Parigi.
La marcia Perugia-Assisi ­ che fu inventata da Capitini 40 anni fa - è entrata a far parte ufficialmente degli appuntamenti del movimento. E questo apre la questione del pacifismo e cioè di un riesame dell’ultimo anno del movimento. Segnato dalle gigantesche mobilitazioni contro la guerra in Iraq, ma anche dal fatto che la guerra c’è stata, l’Iraq è stato devastato, occupato militarmente e trasformato in un protettorato degli Stati Uniti. Il movimento non ama ragionare su questo. Giustamente sottolinea la grandiosità delle mobilitazioni e come queste abbiano portato a enormi ­ e stabili spostamenti nel senso comune e nell’opinione pubblica; e però non gli piace prendere atto del colpo subito, visto che una nuova guerra devastante non è stata impedita e migliaia di persone sono state uccise. Così come il movimento non ama discutere dei risultati del referendum sull’articolo 18, che i no-global hanno sostenuto. Anche lì si è realizzato un forte spostamento di opinione pubblica, con 11 milioni di elettori che si sono pronunciati per il sì, contro tutti i partiti di destra e di centro e di centro-sinistra: ma anche lì il risultato è stato negativo. Nella costituzione europea ­ ha osservato Mario Agostinelli ­ dopo il referendum italiano è stata introdotta una modifica al capitolo “licenziabilità”, e cioè si è affermata la necessità di una differenza di normative tra piccola e grande impresa.
Il movimento su questi temi preferisce rilanciare, cioè baipassare il problema.

Piero Bernocchi, leader dei Cobas, ha detto che oggi la questione è quella di trasferire sul terreno dei diritti sociali e del lavoro, l’enorme potenza che il movimento ha espresso sulla pace. Unificare le due gambe del movimento, coordinarle: pace e diritti, lotta alla guerra e lotta al liberismo economico. Vittorio Agnoletto dice che nella strategia liberista l’opzione militare e quella del comando economico sono perfettamente coordinate, e anche il movimento deve coordinare pacifismo e lotte sociali. Agnoletto dice anche che chi crede che il movimento sia in crisi e che si sia concluso il “biennio rosso” (si riferisce a un articolo del “riformista”) si sbaglia, perché il biennio rosso non c’è mai stato: il movimento non pone problemi dei ”rossi” e neanche problemi “epocali”, pone i problemi, ineludibili, della sopravvivenza del pianeta e dell’umanità. Per questo è assurdo pensare che possa scomparire come d’incanto. Bernocchi dice che il movimento durerà quanto il liberismo (una volta si diceva: “un minuto di più…”). Anche Raffaella Bolini pensa che la questione della crisi del movimento sia infondata. Lei dice che semplicemente negli anni novanta era successa una cosa stranissima: la sinistra aveva smesso di fare quello che ha sempre fatto e che le tocca come dovere: pensare a come cambiare il mondo. La sinistra mondiale si era illusa che non fosse necessario cambiarlo. Il movimento esprime l’inversione di tendenza, e quindi è forte ed è in salute.

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Dossier Iraq, un suicidio la morte di Kelly per il governo Blair
di Marina Mastroluca

David Kelly

Immobile, il viso tirato, lo sguardo fisso sul nulla, oltre la platea dei giornalisti che avrebbero dovuto chiedere del suo incontro con il premier giapponese Koizumi e invece... «Si sente le mani sporche di sangue? Intende dimettersi?», chiede un reporter britannico. Lunghi istanti di silenzio nella sala improvvisamente zittita, Tony Blair non risponde, ha quello che sembra un attimo di stordimento. Tace. Fine della conferenza stampa, il tour asiatico del premier britannico sprofonda nell’imbarazzo, vittima della crisi politica scatenata dalla morte di David Kelly, lo scienziato esperto di disarmo indicato dal governo come la talpa che avrebbe fornito alla Bbc le informazioni sulle manipolazioni dei dossier iracheni. Dossier truccati per far digerire all’opinione pubblica la pillola indigesta della guerra, amara e necessaria.

Kelly è stato trovato con un profondo taglio al polso sinistro, sabato c’è stato il riconoscimento formale, l’autopsia ha confermato la morte per dissanguamento. Era sparito di casa dicendo alla moglie che avrebbe fatto una passeggiata e non è più tornato. Vicino al cadavere, rinvenuto su una collinetta boscosa a 8 chilometri dalla sua abitazione, gli investigatori hanno trovato un coltello e una confezione di «Coproxamol», un anestetico. «Non c’è alcuna indicazione al momento che faccia pensare al coinvolgimento di altre persone», ha detto il portavoce della polizia, David Purnell.

Un suicidio, dunque - già venerdì sera la famiglia dello scienziato era stata informata su quella che è stata da subito la prima ipotesi investigativa. Kelly non avrebbe retto alle pressioni tremende alle quali era stato sottoposto, da quando il ministro della difesa Geoffrey Hoon lo aveva pubblicamente indicato come la fonte della Bbc sui dossier contraffatti. Doveva essere un modo per screditare la fondatezza del servizio giornalistico che chiamava in causa il superconsigliere di Blair sulle comunicazioni, Alastair Campbell. È andata diversamente, Kelly finito in pasto alla stampa e sottoposto per due volte ad un vero e proprio terzo grado dalla commissione esteri della Camera dei Comuni, non ha retto, era «molto molto arrabbiato e infelice» per come era stato trattato.

«Era sotto stress, come noi tutti», racconta la moglie Janice, che mai aveva nutrito sospetti e che ora si rende conto di quanto fosse diventata «intollerabile» la vita per suo marito David, offeso e sconvolto da tutta questa storia. «Tutti coloro che sono coinvolti dovrebbero riflettere a lungo e seriamente», si legge nel comunicato diffuso dalla famiglia. Per il momento le scuse arrivano dal laburista Andrew Mackinlay, dispiaciuto per la ruvidezza delle sue domande nell’audizione di martedì scorso, dove ancora una volta Kelly aveva negato di essere stato la talpa della Bbc.

«Una terribile tragedia», dice Blair e la voce quasi gli si spezza, mentre davanti all’insistenza dei giornalisti che lo hanno seguito a Tokyo invita a «non saltare alle conclusioni» prima che siano stati accertati i fatti. L’inchiesta indipendente e «urgente», preannunciata venerdì, è già stata affidata a Brian Hutton, un giudice della Camera dei Lord, massima istanza della magistratura britannica. «Il governo darà la massima collaborazione», dice il ministro della difesa Hoon, che afferma di aver fatto tutto il possibile per sostenere Kelly. «Purtroppo non è stato sufficiente», ammette il ministro, cercando di gettare la patata bollente altrove, invitando alla collaborazione anche la Bbc, che non ha mai voluto rivelare le fonti del servizio sui dossier artificiosamente pompati e che ora riscuote una parte di colpevolezza nel comune sentire: avrebbe potuto scagionare Kelly, non l’ha fatto.

Sulla sua prima pagina il Times chiama in causa tutti, «la veemenza di Downing street, l’arroganza della Bbc, la spietatezza dei media, la pomposità del parlamento», che hanno finito per stritolare una vita umana. «Vittima di guerra», titola l’Indipendent con una lettura più critica verso il governo, mentre il «Guardian» denuncia «lo Stato - esecutivo e parlamento - disposto ad abbandonare qualsiasi senso della misura pur di ottenere punti nella lotta politica contro i critici».
A chi gli chiede se tirerà le somme, Blair risponde con il silenzio. E tace anche il regista dei dossier truccati Alastair Campbell, il manovratore dell’opinione pubblica inglese, che ormai non regge più il timone. Ma la parola «dimissioni» ormai velleggia sulla scena politica britannica senza tabù. Le chiede l’opposizione, che sollecita la riconvocazione del parlamento, da giovedì scorso in pausa estiva, e che pretende un’inchiesta più ampia, estesa anche ai dossier iracheni. I tabloid sono impietosi con il governo, il Daily Mail parla della «macchina maligna e amorale» che ha schiacciato David Kelly.

Secondo un sondaggio a caldo di Sky News il 60% degli inglesi ritiene che Blair debba lasciare. Anche Glenda Jackson, ex ministra del Labour, chiede le dimissioni e c’è da giurare che non resterà da sola nelle file di un partito già lacerato dalle polemiche di un affannoso dopoguerra.


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Sabato, 19 Luglio, 2003

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«L’ideologia liberista vuole garantismo giudiziario per pochi - tra cui Berlusconi - una legge sulle comunicazioni che frutterà alla Fininvest (proprietà Berlusconi) 1500 miliardi di lire e continui tagli che fanno dire al ministro della Sanità: ora basta!».

Famiglia Cristiana, editoriale, 20 luglio

Caso Sofri. Ciampi non toglie le castagne dal fuoco a Berlusconi e Castelli
di Vincenzo Vasile

Un braccio di ferro. Dove la frase chiave, da segnare con l’evidenziatore, è: “Resto in attesa”. Castelli vuole una mano da Ciampi sul caso Sofri, annuncia un “finimondo” e strombazza come decisivo un incontro sul Colle. Berlusconi, anche lui, chiede aiuto. Ma il presidente della Repubblica si rifiuta di cavare le castagne dal fuoco della maggioranza nuovamente divisa. Con un gelido comunicato alle sei e mezza di ieri sera il Quirinale ha messo la parola fine in calce alla diatriba sul “pacchetto delle grazie” in cui dovrebbe essere compresa la vicenda dell’ex leader di Lotta Continua condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Non si capisce come andrà a finire ad Adriano Sofri. Ciampi sarebbe disposto a firmare, anche immediatamente, fa capire. Ma non gli è stata formulata – accusa nero su bianco - nessuna richiesta da chi, come il ministro guardasigilli, è l’unico che abbia il potere e il ruolo istituzionale per farlo. L’unica cosa certa è che non ci sarà nessuna concessione di provvedimenti di clemenza “motu proprio” – non lo prevede il nostro ordinamento - da parte del capo dello Stato. Che s’è rifiutato di assumere, come pure il governo gli chiedeva, un’iniziativa autonoma surrettizia che in qualche modo, in qualunque modo, salvasse l’esigenza del presidente del Consiglio di dar seguito alla promessa della grazia a Sofri (consacrata in una lettera al Foglio), e insieme quella della Lega e di altre forze del centrodestra di vendere un’immagine di sé abbastanza forcaiola da conquistare fasce estreme di opinione pubblica.
A ruota, tre quarti d’ora dopo la sortita di Ciampi, il premier faceva buon viso e ammetteva con un suo comunicato che non tocca al capo dello Stato, ma al ministro (al “suo” ministro) l’iniziativa della grazia, e con ciò – pur proclamandosi favorevole alla clemenza per Sofri - tentava incredibilmente di chiamarsi fuori. Nel frattempo si era mercanteggiato sino all’ultimo momento su un elenco di personaggi cui estendere la grazia. Ma le divisioni sono tali e tante, che Castelli ieri mattina non ha portato all’attenzione del presidente nessun “pacchetto”. Si sono fatti tanti nomi: quelli dei “Serenissimi” che diedero l’assalto al Campanile di San Marco (cui la Lega tenderebbe volentieri la mano per tamponare un trend elettorale in calo); quello di alcuni terroristi altoatesini (che la Farnesina ha anche promesso senza esito al presidente austriaco Klestil); e ancora i “neri” Francesca Mambro e Giusva Fioravanti (ma non tutta An era d’accordo), e persino il criminale delle Ss Priebke. Per ciascuno di loro s’è trovato via via sponsor più o meno altolocati all’interno del governo e della maggioranza e altrettanti, inflessibili avversari. Nei mesi scorsi si era proceduto a un lavoro di complicata scrematura, cui non era stato estraneo lo stesso Quirinale: ci sarebbe il no di Ciampi, per esempio, dietro l’esclusione, da una prima larga “rosa”, già nell’autunno scorso, del boia delle Fosse Ardeatine. Ad An non è bastata, invece, l’esclusione del pluri-ergastolano Peter Kienesberger condannato per l’uccisione di quattro militari italiani. Il “no” di Fini riguarda, infatti, tutti gli “altoatesini”, la cui liberazione avrebbe dovuto essere annunciata durante la visita del presidente Klestil in Italia l’anno scorso, nè viene ammorbidito dall’offerta in extremis della grazia per un carabiniere condannato per aver ucciso un rapinatore.
Per cui, quando ieri Castelli s’è presentato da Ciampi a mani vuote, cioè – nonostante le baldanzose dichiarazioni della vigilia – senza alcuna proposta né di grazia individuale a Sofri, né di “pacchetto”, ha visto davanti a sé il Ciampi dei momenti peggiori allargare le braccia e congedarlo rapidamente: “Posso solo prendere atto che lei non mi porta – gli avrebbe risposto il presidente – alcuna richiesta, e lei sa bene che non ho alcun margine di iniziativa autonoma”.
Ne è venuto fuori un accaldato rincorrersi di dichiarazioni: il leghista Speroni (capo di gabinetto di Bossi) attacca Ciampi (vuol “forzare” Castelli). Corre in suo aiuto l’ex presidente della Corte Costituzionale ed ex presidente Rai, Baldassarre. Ma il ministro interessato s’affretta a ringraziare cerimoniosamente il presidente “per l’attenzione”, mentre Pannella accusa quei “venti plebei leghisti”. Veltroni e Mastella apprezzano l’equilibrio e la saggezza di Ciampi. Tace An, al cui veto si addebita quest’ultima convulsione. Per rispetto delle istituzioni c’è anche il doloroso silenzio della vedova Calabresi e del fratello di Sofri, Gianni. La “Padania” annuncia uno scoop: solo sulle sue colonne si potrà leggere stamane il pensiero di Roberto Castelli, che ha preferito scrivere un “lungo articolo” per quella testata amica alle domande, si ritiene più impertinenti, di altri giornalisti.
E’ un altro “caso” finito nel frullatore della crisi della maggioranza. Già quasi nessuno parla più del futuro di Adriano Sofri. E in pochi si accorgono che nella stessa giornata il vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni, ha dato inaspettatamente atto a Castelli di essere stato “corretto” nei confronti del Csm a proposito delle ispezioni a Milano. E’ solo un artifizio retorico: Rognoni dà voce alle preoccupazioni di Ciampi, abbassa i toni. Ma sa bene che qualsiasi tregua suggerita dal Quirinale ha poche probabilità di reggere.

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Tremonti dice agli altri ministri: «Affonderete tutti, io vado via»
di Bianca Di Giovanni

Nuova bufera nella maggioranza. E al centro del vortice ancora una volta Giulio Tremonti. «Affonderete tutti, ma io me ne andrò via prima», avrebbe detto il titolare dell’Economia prima di entrare nel consiglio dei ministri. La miccia è stata una querelle con il ministro Mirko Tremaglia che avanzava obiezioni sul Dpef. «Se non seguite le mie indicazioni, le cose andranno male e c'è poco da fare per l'avvenire - avrebbe aggiunto Tremonti - Presenterò una proposta sulle pensioni e voi la boccerete, così me ne andrò prima che affondiate».

Quanto basta per far riaprire la partita di una verifica iniziata e mai veramente chiusa. Chiaro che neanche quelle 124 pagine del documento economico e finanziario «partorite» dopo lunghe nottate di bracci di ferro nello studio di Tremonti tra An, Udc e settori di FI da una parte e Lega dall’altra sono bastate a trovare la «quadratura». Il primo adalzare il tiro, ieri, è stato naturalmente Tremaglia. «Non voglio dichiarare nulla al telefono in questo momento - spiega contattato nel pomeriggio - Prima devo parlare con il Presidente del consiglio». In mattinata però aveva già detto chiaro e tondo che la verifica, per quanto lo riguardava, era ancora da chiudere. «Ormai è chiaro - aveva aggiunto - che oltre al problema Lega c’è un problema Tremonti».

A poco servono le parole del presidente Berlusconi in consiglio. Pare che il premier abbia invitato tutti a recuperare serenità e spirito unitario, chiedendo di serrare le fila in vista delle riforme istituzionali, quelle della giustizia e quelle economiche. Così come a poco servono i proclami di Roberto Maroni, che dichiara chiusa una volta per tutte la verifica dopo l’accordo sulle riforme tra Berlusconi e Umberto Bossi. «Siamo pronti per andare in vacanza», chiosa il ministro del Welfare. Anche se poco dopo dà un colpo sull’acceleratore del Dpef, proponendo di far partire già la prossima settimana i nove tavoli con le parti sociali previsti nel documento, e rinviando a settembre invece quello sulla previdenza. Ma non doveva andare in vacanza?

Mentre i sindacati frenano sulla proposta (Savino Pezzotta propone un incontro chiarificatore sul metodo con l’esecutivo), sono gli alleati a piazzare una serie di mine sulla strada del governo. Per An e Udc si può anche partire per il mare o per la montagna, ma con la consapevolezza che al ritorno si riprenderà il discorso interrotto sulla verifica in occasione della presentazione e dell'approvazione della Finanziaria. Non solo, per i partiti di Fini e Buttiglione sarebbe anche necessario che prima di fare le valigie per le vacanze si tenga un vertice dei leader della Casa delle Libertà. È vero che il Dpef è stato finalmente varato - argomentano centristi e An - ma con quel varo si è aperta la partita decisiva della Finanziaria, e su quella c’è tutto da discutere. A rincarare la dose ci pensa Ignazio La Russa, il quale sia pure con toni soft fa intendere che la questione-verifica resta tutta aperta perchè si tratta di un processo «continuo», quotidiano e si misura sui fatti concreti. «Il primo è stato il Dpef ed è stato positivo grazie all'ottima regia di Tremonti e alla partecipazione di altri ministri», ha sottolineato il capogruppo di An alla Camera rimarcando così il ruolo giocato da Alemanno e Buttiglione.

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Il giallo dei dossier. Trovato morto l'accusatore di Blair
di Marina Mastroluca

Ora ci sarà un’inchiesta. Ora che c’è un cadavere eccellente tra gli alberi sulla collina di Harrowdown, nell’Oxfordshire. Ufficialmente il riconoscimento ci sarà solo sabato, ma non sembrano esserci dubbi sull’identità, il ritrovamento del corpo ha già messo in fibrillazione il governo britannico. Tony Blair raggiunto dalla notizia mentre volava a Tokyo annuncia un’inchiesta indipendente, il suo portavoce specifica che Downing Street - finora restia a mostrare le sue carte - consentirà il libero accesso ai magistrati ai dossier sui quali la Gran Bretagna è andata alla guerra in Iraq. Perché quel cadavere è quello di David Kelly, il microbiologo consulente del ministero della Difesa, indicato dallo stesso governo britannico come la talpa che avrebbe fornito ad un giornalista della Bbc le informazioni sui «falsi» inseriti ad arte nei rapporti ufficiali sulle armi di sterminio irachene dal superconsigliere di Blair, Alastair Campbell, per orientare l’opinione pubblica sull’assoluta e inderogabile necessità della guerra contro Saddam: 45 minuti per colpire la Gran Bretagna con armi chimiche e batteriologiche, uno slogan per colpire nel vivo, tanto efficace quanto infondato.

David Kelly, 59 anni, un esperto di controllo delle armi che contava come ispettore delle Nazioni Unite ben 37 missioni sul territorio iracheno tra il ‘94 e il ‘99, si era allontanato dalla sua casa in campagna giovedì pomeriggio. Ha detto alla moglie Janice che avrebbe fatto due passi. Alle 11 di sera non era ancora rientrato, è scattato l’allarme, dopo una notte di ricerche il cadavere è stato trovato ieri mattina a 8 chilometri da casa.
Kelly era sotto pressione, per due volte era stato sentito dalla commissione esteri del parlamento, l’ultima martedì scorso. Aveva ammesso di aver incontrato il giornalista della Bbc Andrew Gilligan prima della messa in onda del suo servizio nel programma «Today» di Radio 4, escludendo comunque di essere stato lui a fornire le informazioni sulle manipolazioni del governo britannico per pompare i rapporti dei servizi segreti e «renderli più attraenti». Un’audizione serrata, un terzo grado, al termine del quale i deputati giudicano molto improbabile che lo scienziato possa essere la fonte principale del servizio giornalistico. Kelly appare tranquillo, ma in quella sede non nasconde la sua contrarità per come è stato trattato dal ministero della Difesa, che senza troppi scrupoli ha gettato il suo nome in pasto ai media, additandolo come la talpa, un traditore: lui, l’esperto che ora tutti dicono poco incline ai riflettori, uomo riservato, abituato a confrontarsi più con i fatti che con le parole, buttato nella mischia, nel braccio di ferro tra il governo e l’emittente pubblica, che si rifiutava - e continua tuttora - di svelare le sue fonti persino davanti alla commissione parlamentare. «Non posso nemmeno rientrare a casa, i giornalisti mi seguono ovunque», si era lamentato Kelly. Un amico di famiglia, Tom Mangold, davanti ai microfoni della Itv rivela che «era molto molto arrabbiato per quello che era successo alla commissione», un vero interrogatorio.
Un suicidio? Un omicidio? Nessun dettaglio sulle condizioni in cui è stato ritrovato il corpo. Ma l’imbarazzo è palpabile. Il ministero della Difesa esclude che ci siano state pressioni sul consulente, nessuno aveva minacciato di sospenderlo o licenziarlo, gli era stato spiegato che aveva violato le regole del gioco avando un contatto non autorizzato con un giornalista, «tutto qui». «Non è il momento di affrettare giudizi o trarre conclusioni», ha tenuto a dire il portavoce di Blair.

Per il conservatore John Maples, Kelly è stato usato come capro espiatorio nella polemica tra Downing Street e la Bbc. «Una macchinazione politica è finita in una vera tragedia umana - dice Richard Ottoway, membro Tory della commissione esteri -. Chiaramente non era la fonte principale della storia. Devono esserci spiegazioni al più alto livello sul modo in cui è stato usato un innocente scienziato». Certo il governo laburista, alle prese con un tempestoso dopoguerra al fronte come in casa, non potrà disfarsi di questo cadavere tanto facilmente. E il direttore delle comunicazioni di Blair, Alastair Campbell, il regista dei ritocchi aggressivi ai dossier sull’Iraq secondo la Bbc potrebbe diventare di troppo nello staff del primo ministro laburista.

Uraniogate. Fu Berlusconi ad accreditare le notizie false
di Gianni Cipriani


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Scrivi una e-mail a Bush. Ma prima devi dire se sei d'accordo con la sua politica
di Bruno Marolo

Washington. Non disturbate il presidente. La Casa Bianca ha installato un sistema elettronico che rende quasi impossibile mandare e mail all’ufficio di George Bush. Prima dell’invio il cittadino deve rispondere a un questionario di nove pagine, precisare se approva o meno la politica del governo, e confermare di essere proprio sicuro di voler scrivere all’uomo più importante del mondo.

La possibilità, almeno simbolica, di accesso al presidente era fino alla settimana scorsa una delle caratteristiche più gradevoli della democrazia americana. Bastava indirizzare il messaggio a president@whitehouse.gov.

Il testo veniva letto da un impiegato della Casa Bianca che decideva se segnalare il contenuto a un livello superiore. In ogni caso l’autore riceveva entro qualche giorno una risposta personalizzata. Ogni giorno arrivavano in media 15 mila messaggi.

Tutto è cambiato. Ora è possibile inviare messaggi soltanto tramite il sito www.whitehouse.gov/webmail. Appare una pagina interattiva su cui è indispensabile indicare nome e cognome, professione, posto di lavoro, indirizzo.

La schedatura prosegue. Prima di scrivere il testo del messaggio occorre precisare se si è favorevoli o contrari all’amministrazione Bush. Viene proposto allora un lungo menu: bisogna scegliere l’argomento della lettera. Prima dell’invio, compare un ultimo avvertimento: “Sei sicuro?”.

Jimmy Orr, direttore del servizio internet della Casa Bianca, ha dichiarato al New York Times che il nuovo sistema è un “miglioramento” ma ha aggiunto:”Un sito internet è come un film, alcuni diranno che è complicato, altri che è un fiasco”. In ogni modo, ha precisato Orr, è ancora possibile mandare messaggi al vecchio indirizzo. C’è soltanto un problema: nessuno li leggerà.

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La Corte Costituzionale: non c'è solo il carcere per i malati di mente
di red

Nessun ricovero coatto per gli imputati prosciolti per infermità mentale. Con una sentenza la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma del codice penale che prevede l’obbligo di degenza in ospedali psichiatrici giudiziari per gli infermi mentali considerati socialmente pericolosi. Il giudice potrà adottare in alternativa una misura di sicurezza meno segregante e comunque idonea ad assicurare le cure, allo stesso tempo, fare fronte alla sua pericolosità sociale: per esempio la libertà vigilata accompagnata da prescrizioni terapeutiche.

Con una sentenza depositata oggi in cancelleria la Consulta ha eliminato l'automatismo che imponeva al giudice sempre e solo il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario dichiarando incostituzionale l’articolo 222 del codice penale nella parte in cui non consente al giudice di adottare una diversa misura di sicurezza.


A rivolgersi ai giudici della Consulta era stato il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Genova, chiamato a pronunciarsi sulla responsabilità penale di un imputato di violenza sessuale aggravata e lesione personale ritenuto, in sede di perizia, totalmente incapace di intendere e di volere per infermità psichica. Il Gup aveva fatto osservare che la rigidità della norma impugnata impedisce l'adozione di misure idonee a difendere la collettività e insieme a curare adeguatamente un soggetto pericoloso ma penalmente irresponsabile.

La questione è stata considerata dai giudici costituzionali fondata poiché gli infermi di mente, sostiene la Consulta, «non sono in alcun modo penalmente responsabili e dunque non possono essere destinatari di misure aventi un contenuto anche solo parzialmente punitivo». Per loro c'è bisogno di «misure a contenuto terapeutico», in grado di «controllare la pericolosità e tutelare la collettività da ulteriori possibili manifestazioni».


Con l'occasione i giudici della Corte hanno rivolto un invito al legislatore perché intraprenda un serio ripensamento del sistema delle misure di sicurezza, con particolare riguardo a quelle previste per i pazienti psichiatrici autori di fatti di reato. Accanto all’azione legislativa si auspica anche una riorganizzazione delle strutture e di un potenziamento delle risorse da impiegare nel settore della medicina psichiatrica

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Venerdidi, 18 Luglio, 2003

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«Licenziato» il Cda della Rai: tutti a casa entro febbraio
di Federica Fantozzi

Roma, 18 luglio 2003

Grazie a un emendamento congiunto con Forza Italia e con i soli sì della maggioranza, l’Udc porta a casa il risultato che più le premeva: lo sfratto anticipato al 28 febbraio 2004 del consiglio di amministrazione Rai. Mentre la legge Gasparri a Palazzo Madama prosegue il suo cammino, che per il ministro proponente è «in dirittura d’arrivo». La conferenza dei capigruppo ha però rinviato il voto finale (che avrà luogo in diretta tv) a martedì prossimo in serata.

Secondo Gasparri «un giorno in più o in meno non è sostanziale». Secondo l’opposizione alla base del rinvio c’era la difficoltà di ottenere il numero legale ieri pomeriggio. Cosa che puntualmente si è verificata, costringendo il vicepresidente Calderoli a interrompere due volte la seduta. E a richiamare la CdL per l’uso spregiudicato dei «pianisti, stigmatizzato dall’Ulivo.

Intanto il presidente della Fieg Montezemolo lancia un allarme: «In un Paese c’è libertà se la stampa è autonoma e indipendente rispetto ai bilanci e alla capacità di fare impresa».

L’approvazione dell’art. 20 del ddl di riforma del sistema radiotelevisivo è stata il fulcro della votazione di ieri al Senato. L’aula ha dato via libera all’emendamento Cicolani (Fi)-Iervolino (Udc), con parere favorevole del relatore Luigi Grillo. La norma stabilisce i criteri di nomina del CdA Rai nella prima fase del processo di privatizzazione, cioè fino alla vendita del 10% del capitale. L’articolo entrerà in vigore appunto il 28 febbraio 2004 ma prevede l’attivazione delle procedure di elezione del nuovo CdA «anteriormente alla suddetta data». Con la riforma sette membri verranno eletti dalla commissione di Vigilanza e due - fra cui il presidente - dal socio di maggioranza, cioè il Tesoro (e dunque il governo).

Ed è polemica fra Udc e Quercia. Il capogruppo centrista D’Onofrio ipotizza: «La nostra battaglia per il rinnovo del CdA è stata capita anche dall’opposizione che su questo punto si è astenuta». È vero, ammette, che al Senato l’astensione vale voto contrario, ma resterebbe la valenza simbolica. Replica il Ds Falomi: «L’impressione è che l’Udc abbia mollato sulla pubblicità a Mediaset per un piatto di lenticchie. Nell’art.20 (che contiene appunto la data di scadenza dell’attuale CdA, ndr) si rilevano moltissime ambiguità». D’Onofrio a sua volta ribatte che la decadenza del CdA Rai nel 2004 è certa: «Si legga bene la legge, a me le lenticchie piacciono molto ma questa è una bistecca». Gli fa eco il collega Ronconi: «La sinistra non coglie la disponibilità, dovremo essere più intransigenti».

Durissimo il giudizio del Ds Passigli, che non ha partcipato a un voto «palesemente incostituzionale». Spiega: «Porre la nomina di due membri del CdA, tra cui il presidente, nella disponibilità diretta del governo, per di più alla vigilia delle elezioni europee, lede la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ha sempre affermato che i principi generali... vogliono l'emittenza pubblica svincolata dal controllo del governo». L'art. 20, secondo Passigli, violerebbe gli articoli 21, 3 e 10 della Carta. Conclude: «Maggioranza illiberale, inesistente il peso dell’Udc». Pagliarulo (Pdci): «Si chiude il cerchio delle leggi ad personam».

Anche il presidente della Fieg Luca Cordero di Montezemolo ribadisce le sue critiche: «Vincere nella vita va bene, stravincere no. Sbagliata l’attuale contrapposizione fra carta stampata e tv: troppe risse. Si è persa l’occasione per fare una vera legge di sistema». Montezemolo sottolinea la «situazione anomala italiana» e rammenta i «richiami forti» di Cheli e Ciampi sulla «mancanza di pluralismo». Secondo il presidente degli editori «c’è il rischio che questa legge dreni ulteriori risorse dal mercato pubblicitario a favore di una grande tv privata e a totale discapito della carta stampata».

È stato approvato anche l’art. 21 del ddl Gasparri che disciplina la privatizzazione della Rai. Dopo il completamento della fusione tra Rai Holding e Rai Spa entro il 31 dicembre di quest’anno, entro il 31 gennaio 2004 dovrà essere avviata la privatizzazione attraverso Opv, con un limite del possesso azionario dell'1%.

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Dpef. Si litiga sulla concertazione. Nuovo braccio di ferro tra An-Udc e Lega


Tremonti al centro delle dispute tra An-Udc e Lega


Roma, 17 luglio 2003

A poche ore dal travagliato parto del Dpef si è aperto un nuovo fronte polemico nella Cdl che ha per oggetto il cuore del nuovo "patto sociale" (come lo ha ribattezzato Alemanno), ossia la concertazione. An e Udc hanno battagliato fino all'ultimo minuto all'interno della estenuante trattativa con il ministro Tremonti per riportare in auge il 'vecchio' metodo della concertazione da mettere in pratica da subito per 'ricucire' con i sindacati. Una linea condivisa anche dallo stesso Berlusconi che ieri aveva perorato la causa inviando segnali di fumo alle parti sociali.

Lega contraria
Ma la Lega si è messa subito di traverso e ha gridato il suo 'no' alla ipotesi della concertazione. Si è fatto sentire prima il capogruppo alla Camera, Alessandro Cé, che ha detto di non condividere un ritorno alla concertazione che "si è sempre estrinsecata in un diritto di veto da parte dei sindacati nei confronti delle riforme e del cambiamento". Al massimo, secondo il Carroccio, si può accettare il "dialogo sociale, mantenendo un rispetto dei ruoli", e soprattutto "senza dimenticare che la Cdl ha ricevuto delle indicazioni chiare contenute nel programma elettorale da parte dei cittadini che l'hanno votata".

No anche da Maroni
In serata il 'no' ufficiale alla concertazione è stato pronunciato dallo stesso ministro del Welfare, Roberto Maroni. "Il confronto con le parti sociali è molto utile - ha detto - ma sia chiaro che non si torna alla concertazione". Il Dpef - ha fatto presente - parla solo di dialogo sociale, che significa "confrontarsi con le parti, ma poi alla fine è il governo che decide". "Su questo - ha aggiunto Maroni - sono d'accordo con Epifani che dice che la Finanziaria non si scrive a quattro mani". Una presa di posizione, quella della Lega, che, secondo le voci che circolano nella Cdl, rappresenterebbe una nuova puntata del braccio di ferro in corso da tempo con An e Udc: sullo sfondo di questo scenario si intravede ancora una volta la fisionomia del ministro Tremonti. L'insistenza del partito di Fini (attraverso Alemanno) e di quello di Follini (attraverso Buttiglione) di ricercare il confronto con le parti sociali viene visto con diffidenza, come si trattasse di un tentativo di arginare, proprio con l'ausilio della concertazione, eccessi di zelo del ministro dell'Economia in vista della Legge finanziaria. E il Carroccio ha quindi assunto ancora una volta il ruolo di 'paladino' nei confronti di Tremonti.

Obiettivo An e Udc
L'obiettivo di An e Udc sarebbe quello di arrivare a settembre con una manovra già a buon punto, frutto del confronto con le parti sociali. Questa nuova partita, carica di incognite, è tutta da giocare. Di certo, dopo la tregua estiva si aprirà la seconda fase della verifica. Oggi, dopo il varo del Dpef nella Cdl è tornato il sereno con dichiarazioni trasversali tutte distensive nella speranza che un capitolo si sia intanto chiuso positivamente. Ma, come si diceva, sul calendario del centrodestra sono segnati in rosso i mesi di Settembre (preparazione della finanziaria) e di Gennaio (fine del semestre di presidenza italiana dell'Ue).

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Calcio. Serie B nel caos. La Salernitana tra i cadetti, il Catania retrocesso in C


Quali squadre giocheranno la prossima serie B?


Roma, 17 luglio 2003

La serie B non conosce pace. Il giorno dopo la sentenza della Caf, che ha accettato il ricorso del Venezia e, di fatto, rispedito il Catania in serie C, la situazione non è ancora chiara. Quante squadre giocheranno il prossimo campionato della serie cadetta? E quali saranno?

Il nuovo caso Salernitana
La Salernitana, retrocessa sul campo in serie C come ultima classificata, è stata riammessa nel campionato cadetto (sia pur con riserva) dal Tribunale Amministrativo di Salerno. Quest'ultimo colpo di scena lo si deve alla Corte di Appello Federale, quello stesso organismo che ha accolto il reclamo del Catania per il match con il Siena, creando tutto il trambusto che ne è seguito.

Catania in serie C
La CAF ha deciso invece oggi di accogliere l'istanza presentata dal Venezia che richiedeva i tre punti a tavolino per il match dello scorso 17 maggio che vide i veneti capitolare in Sicilia contro il Catania per 2-0. I lagunari contestavano la posizione di Vito Grieco, considerandolo squalificato. Ora in pratica il Catania potrebbe anche vedersi assegnati i due punti del match contro il Siena (sul campo finì in parità) secondo quanto disposto dal TAR del capoluogo siciliano, ma resterebbe senza i tre che gli sono stati sottratti dalla CAF e sui quali non pende alcuna decisione della giustizia amministrativa.

Sanzioni al Presidente del Catania
La Commissione Disciplinare delle Lega Calcio ha deciso di sanzionare il presidente del Catania, Riccardo Gaucci, con 10 mesi di inibizione, e la stessa società etnea con 80 mila euro di ammenda. La motivazione? La decisione di Gaucci di rivolgersi all'autorità giudiziaria (Tar Sicilia) senza prima chiedere l'autorizzazione agli organi sportivi.

Le reazioni della Figc
Il presidente della Figc Franco Carraro non ha alcuna intenzione di dimettersi, nonostante la bagarre scatenata dal caso Catania. "Mi sento oggettivamente responsabile ma abbiamo ancora tanto da fare. Ci sono le elezioni nel 2004 non darei un vantaggio alla nostra federazione se mi dimettessi. In ogni caso è offensivo pensare che ci possano delle mie ingerenze e di tutto il consiglio federale sugli organi di giustizia sportiva. Questo non è accettabile e lo combatteremo in tutte le sedi". Insomma, per la Federazione il caso si è chiuso nel migliore dei modi, vale a dire con una sentenza della giustizia sportiva.

Le reazioni a Catania
Ben diverso invece l'umore a Catania. L'intera città si sente defraudata della serie B. Il presidente Gaucci promette di andare avanti e di sconquassare tutti i campionati. E non ci sta nemmeno Umberto Scapagnini, sindaco di Catania: "Non accettiamo l'assurdo verdetto, abbiamo chisto urgentemente un incontro con il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, e con il presidente del Coni, Gianni Petrucci. È assolutamente incredibile - continua il primo cittadino - quanto si sta verificando. Soltanto un riesame globale di tutta la situazione, assieme ad un azzeramento di questa federazione, servirá a riportare questo mondo del calcio dall'assurdo alla realtá". Il 22 luglio i tifosi del Catania si ritroveranno a Roma davanti alla sede della Federcalcio, dove è prevista una riunione del Consiglio Federale, per protestare contro la retrocessione decisa dalla Caf.

La classifica attuale della serie B
Nella confusione più totale dopo le ultime clamorose decisioni del TAR di Salerno (ha riammessola Salernitana in B) e della Commissione di Appello Federale (accolto reclamo del Venezia per l'incontro Catania-Venezia), la classifica di serie B in questo momento si presenterebbe così:

68 (38) Siena (promossa in A)
67 (38) Sampdoria (promossa in A)
63 (38) Lecce (promossa in A)
61 (38) Ancona (promossa in A)
58 (38) Palermo
58 (38) Triestina
55 (38) Ternana
55 (38) Vicenza
54 (38) Cagliari
49 (38) Livorno
49 (38) Bari
48 (38) Venezia
48 (38) Ascoli
46 (38) Verona
46 (38) Messina
45 (38) Napoli
43 (38) Catania (retrocessa in C-1)
39 (38) Genoa (retrocessa in C-1)
36 (38) Cosenza (retrocessa in C-1)
27 (38) Salernitana (riammessa in serie B con riserva dal TAR di Salerno nonostante la retrocessione)

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Processo Sme. Castelli: da Csm presa di posizione prematura. Domani ne parlerò a Ciampi


Castelli ribatte al Csm sul fascicolo 9520 e ispezioni


Roma, 17 luglio 2003

"Il Csm non ha in mano le carte, non so in base a quali fatti hanno potuto prendere posizione": lo ha detto il Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, durante una intervista a Radio Padania Libera, emittente leghista, riferendosi alla presa di posizione del Csm sulla vicenda del fascicolo 9520. "Quella del Csm è una presa di posizione quantomeno prematura - ha aggiunto Castelli - ma avremo occasione di parlarne con cognizione di causa nei prossimi giorni. Per il momento dico che, secondo me, è una posizione prematura".

In udienza al Quirinale
"Domani andrò dal presidente della Repubblica per parlare di queste cose, perché ritengo istituzionalmente corretto riferire al Presidente del Csm" ha aggiunto il Ministro della Giustizia. "Facciamo decine e decine di ispezioni. Per noi tutti i tribunali sono uguali, non c'è un tribunale diverso dall' altro. Quindi, in questo caso, abbiamo agito come abbiamo agito numerosissime altre volte. E' chiaro poi - ha aggiunto -, ed è inutile nascondersi dietro un dito, che a Milano ci sono processi importanti, data la natura degli uomini politici coinvolti. Quindi non mi stupisco che su Milano si concentri l' attenzione dei mass media. Io però sono molto lieto di poter dire che gli ispettori hanno agito nel modo assolutamente più oggettivo e corretto possibile, come hanno sempre fatto, in tutti gli altri casi".

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Energia. 17 luglio 2003 entra nella storia: raggiunto oggi record dei consumi. Colpa dell'afa


Un'altra giornata di afa, si impennano consumi elettrici


Roma, 17 luglio 2003

E' record storico per la domanda di elettricità in Italia: oggi i consumi si sono spinti a 53.100 mw superando, alle 11 di questa mattina, anche il precedente picco invernale toccato nel dicembre scorso con 52.590 richiesti sulla rete. Lo annuncia il Grtn ricordando che, ancora una volta, ad incidere sulla fortissima domanda pesa il caldo con il ricorso massiccio ai condizionatori e refrigeratori.

Nessun black out
Nonostante l'impennata della domanda non è stato necessario far scattare il piano di emergenza con i distacchi agli utenti civili anche se il Gestore ha dovuto intervenire "procedendo al distacco dei cosiddetti interrompibili", quei clienti, cioé che hanno un contratto che prevede (a fronte di uno sconto sul prezzo della fornitura) la possibilita' di interruzioni del servizio.

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Patente a punti. Camera approva modifiche. Più lunghi tempi per la "ricarica". Cartelli stradali anche in dialetto


Introdotto divieto di vendere superacolici in autostrada


Roma, 17 luglio 2003

L'Aula della Camera ha approvato il decreto sulla patente a punti. Astenuti i deputati dell'Ulivo. Il provvedimento passa all'esame del Senato. E' andato avanti per tutta la giornata il confronto tra chi voleva mitigare le novità introdotte dal nuovo codice della strada e i 'duri' della sicurezza. Tra le novità: l'aula della Camera ha approvato una nuova formulazione della tabella delle penalità che comportano le violazioni delle norme del codice. L'emendamento è stato proposto dalla commissione Trasporti. Ad esempio: dieci punti in meno (così come prevedeva il testo originario del decreto) per l'eccesso di velocità, mentre salgono da 4 a sei i punti di penalità per chi non si ferma allo stop. Salgono a cinque i punti di penalità per chi non rallenta in curva, e passano da 5 a 6 per chi passa col semaforo rosso.

La "ricarica"
Si allunga il periodo di buona condotta per ottenere la "ricarica" dei punti sulla patente : gli anni durante i quali non si compiono infrazioni si "guadagnano" due punti fino ad massimo di 10 passano da uno a due. L'aula della Camera ha approvato ritoccandolo un emendamento del forzista Benedetto Nicotra.

Cartelli in dialetto
I cartelli stradali bianchi di competenza dei comuni potranno essere in due lingue: italiano e dialetto. Lo prevede un emendamento al nuovo codice della strada presentato dalla Lega Nord e approvato dall'Aula di Montecitorio.

Pugno duro con taxi abusivi
Duro colpo in arrivo per i tassisti abusivi. La Camera ha approvato un emendamento di Walter Tocci (DS) che intende colpire alla radice il fenomeno dell'abusivismo nel servizio taxi. La nuova norma prevede la confisca dell'automobile e il ritiro della patente. "Continuiamo a chiedere ai tassisti di migliorare il servizio - spiega Tocci - bisogna anche aiutarli a crescere. Sono sempre stato convinto che il modo migliore consiste nel colpire la malapianta dell'abusivismo. Tale fenomeno costituisce una concorrenza sleale nei loro confronti e molto spesso determina gravi vessazioni verso i cittadini, in modo particolare i turisti. Con l'emendamento approvato oggi in aula i comuni italiani hanno uno strumento formidabile per intervenire".

Niente alcolici in autostrada
Bevande superalcoliche off limits in autostrada: negli autogrill scatterà il divieto di vendita e di somministrazione con la conversione del decreto sulla patente a punti. L'aula della Camera ha approvato un emendamento della commissione Trasporti e da un gruppo di deputati della Margherita. Una norma che tra l'altro aiuterà il provvedimento Giovanardi sulla chiusura alle 3 di notte delle discoteche: il ministro era stato criticato per la misura che vietava la vendita di alcolici nei locali obiettando che i giovani possono acquistarli facilmente in autostrada.

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Gioevedi, 17 Luglio, 2003

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Tremonti sbotta: allora mi dimetto. Alemanno: «Vuoi andare? Accomodati»
di Bianca Di Giovanni

Giulio Tremonti non dimenticherà tanto facilmente il suo terzo Dpef del secondo governo Berlusconi. Se non altro perché proprio questo appuntamento, giunto nel fulgore del semestre di presidenza Ue, avrebbe potuto segnare il suo addio alla coalizione di governo. Pare che il titolare dell’Economia abbia minacciato di andarsene, di lasciare quella scrivania «che è l’unica cosa che lo Stato non dovrebbe mai vendere» (parole sue) quando gli alleati hanno puntato i piedi sulla stesura del testo. La scena dev’essere stata degna di un film ad alta tensione. Un thriller politico-finanziario degno della Hollywood degli anni d’oro. Il ministro seduto al tavolo del suo studio con Gianni Alemanno e Mario Baldassarri davanti a lui. Fuori la notte avvolge il palazzone di Via Venti Settembre: le lancette dell’orologio avanzano e si avvicina l’incontro con le forze sociali. «Se davvero volete questo me ne vado», avrebbe detto. E Alemanno, placido: «Se davvero vuoi andartene, accòmodati». Poi gli angoli si sono smussati. Ma ad avere la meglio - per ora - sono stati gli uomini di An. Così, Dpef modificato, con un sostanzioso capitolo (40 pagine) aggiunto in mattinata e rivisto per l’intera giornata di ieri dal ministro del Tesoro.
Ma andiamo con ordine. Tutto è iniziato quando i colleghi ministri mercoledì sera sono stati costretti a presentare il documento alle Regioni, visto che il titolare dell’Economia era al suo primo Ecofin da presidente. Ebbene, la rabbia tra gli esponenti del governo deve aver superato quella degli stessi rappresentanti degli enti locali. Per i ministri nel testo non c’era neanche un euro. Meglio: quello che Pietro Lunardi, Letizia Moratti e Lucio Stanca si sono ritrovati tra le mani era mezzo Dpef: cioè i tagli per rispettare i parametri europei. E l’altra parte? Le risorse per attuare i programmi tanto propagandati con elettori e telespettatori? Niente di niente. A quanto pare dai diversi dicasteri erano giunte sul tavolo del «guardiano dei conti» richieste per 20 miliardi di euro. Troppo, certo. Con il Pil che arranca e il deficit che sale, sarebbe da pazzi avviare un programma di spese di quella portata. Ma è anche vero - argomentano i ministri - che sarebbe stata auspicabile almeno una selezione, magari un’indicazione. Tipo: 20 miliardi no, ma 10 sì. Oppure solo 5. Invece nel documento non c’era proprio nulla. E non c’era verso di far aggiungere anche una sola voce. Addirittura Tremonti era intenzionato ad allegare al «primo pezzo» di Dpef le richieste dei ministri, così come erano pervenute, senza nessuna analisi e nessun lavoro di selezione, ma con un preambolo chiaro: non fanno parte del documento.
Insomma, guerra aperta. Così è iniziata l’opera di mediazione di Rocco Buttiglione, Alemanno e Baldassarri. Il ministro per le Politiche comunitarie avrebbe solo dato l’avvìo alla partita, che all’inizio sembrava tutta in salita. Il primo incontro si è tenuto mercoledì sera intorno alle 10,30, con Tremonti appena sbarcato da Bruxelles. «Vedi Rocco, ce lo chiede l’Europa, da qui non possiamo muoverci», avrebbe detto. «Puoi anche non indicare in dettaglio le misure da adottare - Buttiglione di rimando - Rinunciamo ad una seconda parte sullo sviluppo. Ma nella prima deve esserci un percorso ben delineato, che lasci immaginare le linee di intervento». Così è nata la proposta del nuovo «patto sociale».
Buttiglione da solo non ce l’ha fatta. Non solo perché aveva poco tempo a disposizione. Il fatto è che a quanto pare Tremonti deve aver perso davvero la calma. Quasi un replay della lite furibonda fatta con Fini nell’ultimo consiglio dei ministri sui contratti per il pubblico impiego. Così, il titolare delle politiche comunitarie ha preferito non insistere, quantomeno per lasciare aperta la strada della mediazione. Ha lasciato il tavolo dopo il primo incontro, visto che aveva un impegno all’estero. Così il campo è rimasto ad Alemanno e Baldassarri.
I due hanno duellato peruna notte intera: poi la capitolazione di Tremonti. Il quale, per la verità, si aspettava un’aggiunta di poche pagine. Invece, di primo mattino, sono arrivate in Via Venti Settembre 40 pagine da inserire nel Dpef. Il testo è stato scritto a sei mani, dal viceministro dell’Economia, il titolare delle politiche agricole e Gianfranco Polillo, capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi. A quanto pare è stato quest’ultimo a sedersi alla tastiera del computer e a digitare, fisicamente, l’aggiunta.
Un preambolo che fa riferimento al dialogo sociale su welfare, Mezzogiorno e sviluppo, e una parte finale (più corposa) che approfondisce le politiche sociali. Pare che il Tesoro l’abbia «limato» per l’intera giornata, sostituendo alcune parole, tagliando altre parti. Solo attorno alle 21 di ieri era tutto pronto per il consiglio dei ministri.

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Ora sotto accusa è la Boccassini. Salvato Berlusconi, si rovesciano le parti
di Marco Travaglio

MILANO. Come sarebbe andata a finire l'ennesima ispezione ministeriale straordinaria anti-Pool, era scontato prim'ancora che partisse. L'unico dubbio riguardava il giornale prescelto per fare il botto con la consueta fuga di notizie. Alla fine ha vinto il Giornale, com'era giusto, trattandosi dell'house organ del presidente del Consiglio, che è al contempo il mandante e il beneficiario (insieme a Previti) dell'operazione. Ieri il quotidiano titolava compiaciuto, in prima pagina, a caratteri di scatola: «Dossier contro la Boccassini. La relazione degli ispettori sul misterioso fascicolo del processo a Previti e Berlusconi. Le violazioni dei pm: indagini senza autorizzazione, reati prescritti, documenti nascosti». Uno scoop straordinario, poi confermato nel pomeriggio dalla agenzie. Poi, in serata, la stravagante e incomprensibile mezza smentita del ministro della Giustizia Roberto Castelli: «Nessuna valutazione, nessuna censura sulle attività della procura. Solo rilievi tecnici».

Cominciamo dalla fine e diciamo subito che verosimilmente anche questa ispezione, essendo fondata sul nulla, finirà nel nulla. Come le altre che l'hanno preceduta: quella di Biondi nel 1994 e quella di Mancuso nel 1995. Il ministro Castelli prenderà le conclusioni dei suoi 007 e, molto probabilmente, le trasformerà in un capo di incolpazione, per chiedere al Pg della Cassazione di spedire Gherardo Colombo, Ilda Boccassini davanti al Csm, sotto procedimento disciplinare. L'accusa è addirittura quella di esser «venuti meno al dovere di correttezza e di leale collaborazione con organi istituzionali» (cioè con gl'ispettori medesimi, opponendo il segreto investigativo al tentativo di ficcanasare nel fascicolo 9520/95) e di avere «compromesso il prestigio dell'ordine giudiziario». «Assolti» invece dagli ispettori il procuratore reggente Ferdinando Vitiello e l'aggiunto Corrado Carnevali, la cui mancata vigilanza - scrivono sempre gli emissari del Guardasigilli - potrebbe derivare dalla straripante «personalità di Colombo e Boccassini». Intanto (ma ci vorranno mesi) il Csm valuterà - come chiedono a gran voce i membri laici della Cdl - se trasferire d'ufficio, cioè lontano da Milano, i due pm per «incompatibilità ambientale». Prevedibile che anche questa volta i suonatori finiscano suonati, con una sonora archiviazione, sul tipo di quelle che chiusero ingloriosamente i 14 procedimenti disciplinari avviati dai ministri Mancuso e Flick e i 64 fascicoli penali aperti dalla Procura di Brescia contro gli uomini del Pool fra il 1994 e il 1998.

L’altolà della Cassazione
Il problema è tutto qui: poteva la Procura di Milano opporre il segreto sul fascicolo 9520/95, negandone la visione agli ispettori (come già alle difese Previti e Berlusconi)? Anche su questo il Csm si pronuncerà, forse già oggi, in sesta commissione, come lo sollecita a fare la Procura milanese da quando è partita l'ispezione più irrituale (secondo Anna Finocchiaro, Ds) della storia italiana: due imputati chiedono di dare un'occhiata a un fascicolo contro ignoti (dunque, a loro estraneo), tribunale e procura rispondono picche; i due imputati, essendo al governo, attivano il loro ministro, che sguinzaglia i suoi ispettori perché ottengano ciò che ai due imputati è stato negato. La risposta del Csm è legata all'interpretazione dell'articolo 415 del Codice di procedura penale sui fascicoli contro ignoti. Ancora un mese fa, il 23 giugno, la VII sezione della Cassazione, respingendo un'istanza di rimessione di Giovanni Acampora per il processo Imi-Sir/Mondadori, ha dato ragione ai giudici milanesi e torto a Berlusconi, Previti e ispettori. Mettendo nero su bianco che la condotta seguìta a Milano risponde all'«uniforme indirizzo giurisprudenziale» della Cassazione. Che prevede quanto segue.
Segreto o non segreto?
Quando un sospettato viene iscritto sul registro degli indagati, cominciano a decorrere i termini di indagine, che non possono superare i 6 mesi salvo proroghe del gip (non più di tre, per un massimo di 2 anni). Ma la regola non vale per i fascicoli contro ignoti, dove si ipotizza un reato ma si attende di capire chi l'ha commesso: in questo caso, basta chiedere al gip una sola proroga, dopo i primi sei mesi, dopodiché si può procedere a oltranza, almeno finché non scatta l'iscrizione di qualcuno, o finché la prescrizione di tutti i reati non chiude il caso. La linea Previti-ispettori sostiene un'interpretazione restrittiva: anche i fascicoli contro ignoti sarebbero soggetti a proroghe obbligatorie ogni sei mesi, e dopo 2 anni andrebbero chiusi con le richieste di rinvio a giudizio o di archiviazione. Ma - ricorda la Suprema Corte - questa linea si fonda su una sola sentenza, del 13 gennaio di quest'anno, del tutto «isolata», che non fa testo: anche perché arriva otto anni dopo l'avvio del fascicolo della discordia. E la fiaba del lupo e dell'agnello non si applica (ancora)alla giustizia.
Il fascicolo della discordia
Il 9520 nasce nel 1995 dalla dichiarazioni di Stefania Ariosto. Si arricchisce via via di migliaia di carte fra verbali di interrogatorio, relazioni di polizia giudiziaria e documenti bancari. Nel settembre 1995, quando emergono i primi riscontri alle notizie di reato, le persone interessate vengono iscritte nel registro e, alla scadenza dei termini di indagine, nell'autunno del '97, viene chiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi, Previti & C. «stralciandoli» dal faldone-madre (con relativi atti) e dando vita ai procedimenti Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir. Per molte altre posizioni, si attendono ancora le risposte alle rogatorie bancarie, dunque si indaga contro ignoti. Senza limiti di tempo. E con l'esigenza di segretezza assoluta. Perciò gli imputati e gl'ispettori non possono ficcare il naso nel fascicolo: riguarda altri e gli accertamenti sono ancora in corso.

La soluzione finale
Ieri i parlamentari interessati - di riffa o di raffa - alla questione erano, comprensibilmente, scatenati. Previti su tutti: «La mia battaglia comincia oggi». Poi, a ruota, i discepoli di più stretta osservanza: Nitto Palma, Carlo Taormina, Michele Saponara (che è pure il suo avvocato). Ma le loro speranze di ribaltare davanti al Csm le decisioni dei giudici milanesi, con il consueto uso giudiziario della politica, sono infinitesimali. Perché allora questo ennesimo assalto alla diligenza? Lo scopo è triplice: giudiziario, mediatico e politico. Giudiziario per premere sul Pg di Milano Mario Blandini, che presto dovrà decidere se avocare a sé il fascicolo 9520 oppure lasciarlo ai legittimi titolari. Mediatico e politico per preparare il terreno, nell'opinione pubblica e in Parlamento, alla soluzione finale in programma per settembre: quella che dovrà salvare a ogni costo Previti dalla sentenza Sme (ma anche Dell'Utri, il cui processo per mafia sta per concludersi a Palermo). Almeno quattro le nuove, possibili difese impunitarie da alzare: riforma dei termini di prescrizione, attenuanti generiche obbligatorie (emendamento Pepe, per ora stoppato da Lega e An), legge costituzionale per ripristinare dell'autorizzazione a procedere o, più probabilmente, per estendere il Lodo Maccanico a tutti i 950 parlamentari. Per far digerire queste nuove oscenità ad alleati ed elettori (oltreché ai settori più «dialoganti» dell'opposizione) occorre un bombardamento a tappeto ininterrotto, per ribaltare definitivamente i ruoli agli occhi della gente. Le guardie devono diventare ladri e i ladri guardie. Se passa l'idea che Colombo e Boccassini disonorano la Giustizia, mentre Berlusconi, Previti, Squillante & C. la nobilitano, tutto poi diventa possibile.

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Un missile sfiora un aereo americano nel cielo di Baghdad
di t.fon.

Ormai è una guerra, meno spettacolare di quella finita ufficialmente il primo maggio, ma non meno sanguinosa e soprattutto sempre più estesa. L’elenco dei caduti americani si allunga ancora (un soldato è rimasto ucciso ieri ed altri due feriti nel corso dell’ennesimo agguato non lontano da Baghdad) mentre la guerriglia delle milizie pro-Saddam alza il tiro e dimostra un’imprevedibile pericolosità. Un aereo cargo statunitense, che stava atterrando all’aeroporto della capitale, è stato fiorato da un missile terra-aria. Il pilota dell’Hercules C-130 (dotato di strumentazioni in grado avvertire le minacce) ha compiuto una manovra ed è uscito a planare sulla pista senza conseguenze. Il comando Usa ha confermato l’accaduto senza fornire altri particolari.

Il segnale è tuttavia inquietante per i capi militari delle forze di occupazione, aggredite innumerevoli volte lungo le strade di Baghdad o nelle province vicine, ma che ora debbono vigilare e sventare possibili attentati in grande stile che i gruppi clandestini hanno più volte annunciato. L’ennesimo agguato (che porta a 147 il numero delle vittime americane in combattimento, pari a quello della guerra del Golfo del 1991) è avvenuto lungo l’autostrada che conduce ad ovest di Baghdad, in direzione di Abu Gharib. Una bomba, nascosta tra i rottami di un mezzo iracheno distrutto nel corso della guerra, è esplosa al passaggio di una colonna di camion americani. Un soldato è morto, altri sono stati colpiti dalle schegge. Vedendo il camion che bruciava i militari sono scesi dai mezzi ed alcuni di loro hanno iniziato a sparare all’impazzata contro i cespugli e i rottami. Il nervosismo, la tensione e la stanchezza che si stanno diffondendo tra le truppe Usa vengono incrementate dalle ostilità che si ripetono sempre più frequentemente.

Assalti e sparatorie sono avvenuti nuovamente a Ramadi e Falluja, centri situati ad ovest della capitale a conferma del fatto che un ampio triangolo in direzione della Giordania e delle regioni curde è sfuggito al controllo delle forze di occupazione. Le rappresaglie dei guerriglieri coinvolgono anche gli iracheni che hanno deciso di collaborare con gli americani. A Hadithah, una cittadina dell’Iraq occidentale, sono stati assassinati il sindaco, recentemente eletto, e uno dei suoi figli.

Gli americani reagiscono all’ondata di violenza intensificando la repressione e i rastrellamenti. Negli ultimi giorni i soldati hanno arrestato ben 400 iracheni, 38 delle quali - sostiene il comando - sono influenti ex-dirigenti del partito Baath. Quanto accade in Iraq non solo sta sfiancando le truppe, ma sta anche alimentando le polemiche negli Stati Uniti. Uno dei candidati alla Convention democratica, il senatore John Kerry, ha usato ieri toni finora sconosciuti per criticare l’operato di Bush e si è schierato senza mezzi termini per la fine dell’occupazione dell’Iraq. «Noi - ha detto nel corso di un’intervista televisiva - non dobbiamo dare l’impressione di un’occupazione militare in Iraq. Dobbiamo proteggere i nostri soldati, l'amministrazione deve fare ciò che doveva fare fin dall’inizio, cioè rivolgersi alle Nazioni Unite». Kerry ha anche ricordato di aver combattuto in Vietnam e gli errori compiuti in quella sfortunata guerra per gli Stati Uniti. Anche i fanti della terza divisione, intervistati dalle agenzie di stampa internazionali, lamentano la lunga permanenza in Iraq, iniziano a paragonare la spedizione a Baghdad al conflitto del Vietnam e lanciano invettive contro i capi del Pentagono. Nel corso del programma della Abc «good morning America» alcuni militari si sono spinti addirittura a chiedere le dimissioni di Rumsfeld. I soldati della terza divisione sono stati i primi a giungere a Baghdad ed alcuni di loro sono in campo ormai da sei mesi. Le proteste rischiano di scuotere l’amministrazione Bush. Centinaia di mogli di soldati hanno scritto indignate lettere a deputati e senatori criticando aspramente l’amministrazione Bush che ha deciso di rinviare il rientro dei fanti.

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«Gli immigrati devono poter votare». La campagna dei ds per le amministrative
di Massimo Franchi

La ragazza è sorridente. La scritta dice: “È nata a Teheran, ama un italiano, va pazza per Alex Britti, vive e lavora a Pisa da 5 anni. Sarebbe orgogliosa di votare italiano”. Il bimbo asiatico ha una mano sulla bocca. “È nato in Italia, va a scuola con i nostri figli, tifa per Totti, adora la pizza. Perché domani non dovrebbe votare italiano?”. Messi da parte gusti musicali e calcistici dei protagonisti, la campagna pubblicitaria lanciata dai Democratici di sinistra sul diritto di voto agli immigrati per le elezioni amministrative è efficace. Mostra i volti di persone che lavorano in Italia da anni, ma che, a differenza di quanto accadrebbe loro nella stragrande maggioranza dei paesi europei, non godono del diritto di voto. Denuncia la situazione di tutti i bambini con genitori stranieri che affollano le nostre scuole, costretti ad attendere di aver compiuto diciotto anni per avere la cittadinanza italiana.

Da oggi in tutte le Feste de l’Unità sarà possibile firmare la petizione popolare per riconoscere la partecipazione al voto agli immigrati, per istituire la cittadinanza europea di residenza e per riformare la legge italiana sulla cittadinanza. «Il nostro obiettivo - spiega Livia Turco - è quello di raccogliere un milione di firme per poi portarle al Parlamento italiano e a quello europeo. Questa è una battaglia di civiltà che riguarda il futuro del nostro paese, la portiamo avanti con molta convinzione». Come previsto in un disegno di legge già presentato nel 2001, si chiede l’elettorato attivo nelle elezioni locali per i cittadini stranieri che risiedono in Italia da cinque anni. In più si propone la cittadinanza europea di residenza e il voto nelle elezioni europee per chi è nel nostro continente da 5 anni, come chiede un emendamento presentato dall’europarlamentare Ds Elena Paciotti. Per ultimo, i Ds propongono di riformare la legge sulla cittadinanza del 1991. «È una legge penalizzante - continua l’ex ministro per la Solidarietà sociale - in cui ciò che conta è il legame di sangue. Crediamo che sia necessario voltare pagina rispetto al modo in cui si parla di immigrazione in Italia. Basta con l’equazione immigrazione uguale sbarchi, clandestini e sanatorie. È un fenomeno che sta cambiando il paese in cui viviamo con i matrimoni misti, i figli di seconda generazione, la scuola con la crescita tumultuosa del numero di bambini stranieri. La politica non può trovarsi spiazzata da questo cambiamento a cui il governo non dà un minimo di attenzione e delega a Comuni e volontariato la gestione del problema».
E molti sono i Comuni italiani che stanno portando avanti esperienze di Consulte degli stranieri, veri e propri parlamentini votati dagli immigrati. Non a caso quasi tutte queste esperienze sono in regioni guidate dal centro sinistra. L’esperienza più avanzata è quella di Modena, dove presidente e vice della Consulta stranieri da giugno hanno un gettone di presenza uguale a tutti gli altri consiglieri comunali. Per restare in Emilia-Romagna, anche Ravenna e Rimini hanno le loro Consulte, mentre è proprio di qualche giorno fa la proposta del presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, di estendere agli immigrati il diritto di voto alle Regionali.
«È necessario - insiste Turco - passare dalla politica della paura alla politica della convivenza, noi proponiamo un patto di diritti e doveri tra stranieri e cittadini italiani: un messaggio di speranza, fiducia e anche serenità all’Italia. La partecipazione politica è principio per eccellenza che sancisce un valore e dà pari dignità. Nelle esperienze locali già portate avanti è emerso che gli immigrati chiamati a partecipare sono più responsabili, diritti ma anche doveri dunque. Solo così potremo avere una democrazia inclusiva, non monca come quella che abbiamo ora». Copiando magari dalla Spagna di destra di Aznar, dove gli immigrati votano per tutte le elezioni amministrative e il grado di coesione sociale è molto più alto. L’ex ministro che ha dato il nome assieme a Napolitano alla oramai rimpianta legge sull’immigrazione, aveva già tentato, proprio con un articolo di quella legge, di introdurre il diritto di voto per le elezioni amministrative, ma un po’ il fuoco di sbarramento della Lega, un po’ il rischio che il provvedimento rischiasse di essere incostituzionale, la fecero desistere, stralciando l’articolo. Così il disegno di legge presentato il primo agosto 2001 dalla stessa Turco con Violante, Montecchi e Soda è una “proposta di legge costituzionale”, con annesso iter più lungo e complesso.
«Già nella mia dichiarazione di voto sulla modifica costituzionale per il voto degli italiani all’estero - ricorda Vannino Chiti, coordinatore segreteria Ds - avevo ricordato la necessità di dare questo diritto agli immigrati in Italia e anche Tremonti riconobbe che il problema esisteva. In più credo che come accaduto in Toscana, gli Statuti regionali possono essere l’occasione per dare più rilevanza al tema e fare dell’immigrazione una potente molla propulsiva di cambiamento e sviluppo come in tutti i paesi moderni, cosa che da noi non accade a causa della Bossi Fini».
A questo proposito al Festival nazionale dei migranti che si è aperto ieri sera agli ex Mercati generali a Roma, c’è un muro che ricorda il mare con su scritto “No alla fortezza Europa” e sarà lanciato un concorso di scultura per il “monumento al naufrago migrante», per ricordare tutti quelli che il diritto di voto l’hanno perso su una carretta in viaggio verso il nostro paese.

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Usa, gli elettori democratici finanziano solo chi si è opposto alla guerra
di Roberto Rezzo

George W. Bush, Dick Gephardt.

NEW YORK Piangono le casse dei candidati democratici in corsa per le presidenziali del prossimo anno: i dati indicano che tutti e nove insieme hanno raccolto meno di George W. Bush, che non ha rivali nel Partito repubblicano. Dick Gephardt, deputato del Missouri ed ex capogruppo alla Camera, corre il rischio di doversi ritirare per mancanza di soldi e in una situazione non migliore si trova il senatore John Lieberman, vice di Al Gore nel 2000, quando l’esito delle elezioni fu deciso con una discussa sentenza della Corte suprema.

Questa settimana Gephardt è stato costretto a incontrare i vertici del suo Partito per convincerli di non essere una boccia persa, nonostante negli ultimi tre mesi sia riuscito a raccogliere appena 3,87 milioni di dollari, un milione in meno rispetto all’obiettivo minimo previsto. Lieberman ha strigliato i responsabili della sua campagna, non sa capacitarsi del fatto che, nonostante i sondaggi iniziali lo dessero tra i favoriti, gli elettori ora non vogliano saperne di metter mano al portafogli. Ufficialmente si tratta di problemi organizzativi, che dovrebbero essere risolti nel corso delle prossime settimane, ma è interessante notare che i simpatizzanti democratici stanno penalizzando in modo particolare i due candidati che nel Partito si sono distinti per un sostegno quasi di slancio ai piani di guerra della Casa Bianca in Iraq. Quando Bush presentò al Congresso il caso contro Saddam Hussein, Gephardt si fece in quattro per mettere a tacere l’opposizione dei suoi; Lieberman poi andava dichiarando che, fosse stato per lui, il regime di Baghdad sarebbe stato spazzato via anni addietro.

L’America che non vota Bush ha premiato invece l’ex governatore del Vermont, Howard Dean, che alla storia delle armi di sterminio non ha mai creduto e che ora preme perché il presidente sia messo sotto inchiesta. La sua campagna, partita con pochi mezzi e affidata quasi completamente a Internet, sembrava destinata a restare un atto di pura testimonianza, invece ha ottenuto i migliori risultati nel fronte democratico. Subito dopo Dean, il senatore John Edwards, un’altra voce chiara di condanna per la rottura con le Nazioni Unite consumata dall’amministrazione Bush. Gli elettori sembrano dunque premiare i candidati dell’opposizione che fanno opposizione, non quelli che si appiattiscono sulle scelte del governo, anche le più discutibili, per non correre il rischio di sembrare anti patriottici.

Il partito della guerra ha comunque spalle molto larghe, e lo si vede dal flusso di contributi piovuti sulla campagna che dovrebbe portare George W. Bush verso un secondo mandato. Il presidente dall’inizio dell’anno ha raccolto quasi 70 milioni di dollari e di qui alle primarie del 2004 potrebbe mettere facilmente insieme 200 milioni di dollari, una cifra con cui potrebbe seppellire di spot televisivi ogni contendente in circolazione. Il responsabile del finanziamento elettorale di Bush non è più il suo amico Kenneth Lay, che preferisce fare vita riservata dopo la bancarotta di Enron, ma le tecniche son rimaste le stesse. Bush mette in corsa fra di loro i suoi sostenitori: chi raccoglie almeno 100mila dollari viene fregiato del titolo di “pioniere”, per quello di “ranger” bisogna metterne insieme almeno il doppio. Tra i ranger ci sono banchieri, come Stan O’Neil, amministratore delegato di Merrill Lynch, capitani d’industria, uomini d’affari. Il presidente, superando quanto imposto dai regolamenti elettorali sulla trasparenza dei finanziamenti, indica con nome e cognome chiunque gli versi almeno un dollaro. “Lodevole iniziativa – ha commentato Larry Noble del Center for Responsive Politics – anche se resta lecito domandarsi cosa si aspetti in cambio dal presidente chi raccoglie per lui centinaia di migliaia di dollari”.

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Mercoledi, 16 Luglio, 2003

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«Gettare sabbia in faccia ai tedeschi è l’ultima cosa che Berlusconi doveva fare. Lui e i suoi della Lega dimostrano che i peggiori stereotipi sono ancora forti in Europa».

James Graff, Time Magazine, 15 luglio

 

Manovra: 5 miliardi di tagli. E un'idea: «Italiani, se vi servono soldi rivendete la casa»
di Bianca Di Giovanni

«Perseguire con vigore il cammino delle riforme». Questa l’architrave costruita da Giulio Tremonti per abbattere la mannaia su due «voci» del bilancio: pensioni e sanità. Da qui verrà gran parte di quei 5,5 miliardi di risparmi della spesa corrente indicati nel Dpef 2004-2007. Per rispettare gli obiettivi di indebitamento, poi, si prevedono 10 miliardi di euro di una tantum, tanto perché l’Europa chiedeva di sostituire le misure temporanee già abbondantemente adottate per quest’anno (condono in primis). In ogni caso nel 2005 - assicura Tremonti - il rapporto sarà capovolto: 10 miliardi da pensioni e sanità, 5,5 da una tantum. Vuol dire una stretta da paura sui servizi e sugli assegni previdenziali.

Senza contare un bizzarro intervento per i consumi. La ricetta in sé è semplice. Gli italiani amano avere la casa di proprietà? Bene, secondo il ministro Tremonti la strada da battere per recuperare quella liquidità necessaria al rilancio dei consumi - che da troppo tempo languono con pesanti conseguenze per tutta l’economia - è quella del mattone. In pratica, il credito al consumo verrebbe garantito attraverso il rifinanziamento del mutuo ipotecario, acceso per acquistare la casa, basato sull’incremento del valore dell’immobile stesso. È vero o no che dal ‘98 ad oggi il prezzo degli alloggi è in continua crescita? Insomma, indebitarsi per consumare. O, come ha commentato Bersani, «vendere casa per comperare la benzina». E per gli anziani che, per ragioni anagrafiche ed economiche, non possono indebitarsi a lungo termine con le banche? Nessun problema. Il governo ha pensato anche a loro. Non incrementando le rendite di anzianità. Ma prevedendo la vendita della «nuda proprietà». Così si garantiscono, oltre al diritto di abitazione per un certo numero di anni, anche una sorta di vitalizio aggiuntivo alla pensione. Che consente loro di consumare. Che poi la casa finisca alla banca o alla finanziaria, pazienza.

Insomma, vista così, pare proprio una manovra che favorisce l’indebitamento, più che la spesa. La formula 10 miliardi + 5,5 sarà la base su cui si costruirà la finanziaria, che dovrà reperire almeno altri 5 miliardi per lo sviluppo.

Per il momento, tuttavia, è tutto appena «accennato». «Siamo ancora a Kant, c’è un dover essere e qualche numero», rivelano fonti vicine al governo. Il fatto è che la politica non consente movimenti troppo bruschi: tanto che il vertice di maggioranza sul Dpef è rimasto avvolto nel mistero fino a tardi. Probabilmente non si è fatto molto di più di un giro di telefonate. Per questo il documento presentato ieri agli enti locali è poco più di «aria fritta»: i problemi sono rinviati. Dall’incontro sono partite scintille. Saranno le Regioni, infatti, a sostenere gran parte dei «tagli» definiti strutturali. Oggi si aspetta la guerra vera, quella con le parti sociali, che saranno informate a giochi fatti, poche ore prima del consiglio dei ministri convocato per stasera alle 9 per varare il provvedimento. Domani la «trincea» passa in Parlamento.

Pensioni e sanità
Molto sfumato l’accenno alla previdenza: la Lega ha alzato il tiro. Così si prevede di «adeguare le erogazioni ai contributi, integrando la previdenza pubblica con altre forme di risparmio - si legge in una bozza circolata ieri - e allungando su base volontaria la permanenza al lavoro». Nulla di più di quanto prevede la delega Maroni: chiaro che il problema è stato rinviato a settembre. Ma il fatto stesso che il capitolo previdenza sia stato citato dimostra fa pensare ad un intervento più duro. Peggio per la sanità, in cui si profila un budget comune che medici di base e pediatri dovranno gestire in proprio (azienda territoriale convenzionata), un monitoraggio dei livelli essenziali di assitenza e la lotta agli sprechi; una tassa di scopo (altro che meno tasse per tutti) per costituire un fondo nazionale per la non autosufficienza. Il testo fa riferimento, poi, all’ipotesi di convenzioni tra assicurazioni, fondi privati e Regioni per sostenere le spese dell’attività intramoenia.

Patrimonio in vendita e condoni
Quei 10 miliardi da trovare ad ogni costo si reperiranno con altre dismissioni di beni immobili (si riprova con Scip 3), non solo con cartolarizzazioni, ma tornando alla vendita diretta, forse attraverso fondi immobiliari. Si sono accorti che la grande trovata del ministro dell’Economia è costosa e più lenta del vecchio sistema. Tant’è. Una parte arriverà dai condoni pregressi, che hanno un effetto trascinamento di circa 3-4 miliardi di euro. Si parla poi di condono edilizio, ma la parola non compare nel testo. Altra ipotesi è quella di un concordato sull’Irpeg, che nel 2005 divenetrà Ire. Quanto alle privatizzazioni, resta l’obiettivo di dismissioni di partecipazioni non strategiche. Visti gli andamenti di Borsa, però, si parte dalle società che possono essere vendute a trattativa diretta. Subito, quindi, Seat, Fime, Coopcredito. Più tardi, la seconda tranche di Enel, che dovrà prima procedere allo scoporo della rete (Terna) e alla fusione di questa con il Grtn (gestore). Potranno essere soggette a un riassetto prima della cessione anche Alitalia, Fincantieri, Finmeccanica, Poste, Fs e Rai.

Crescita e inflazione
Limate le previsioni del Pil di quest’anno, che si fermerà a 0,8% (si era partiti da 2,9% per passare al 2,3 e infine all’1,1 di aprile scorso). Nel 2004 non si supererà l’1,8%, con un’inflazione che dal 2,4% di quest’anno dovrebbe passare all’1,9%, con quella programmata fissata all’1,7%. I sindacati sono già in allarme. «L'1,7% per il 2004 - dice il segretario confederale Cgil, Marigia Maolucci - non è credibile perché significa un punto esatto sotto l'inflazione reale come lo scorso anno».

L’indebitamento
È la bestia nera che Tremonti vuole tenere a bada per rispettare i parametri di Maastricht. quest’anno già viaggia sul 2,3% (c’è chi dice che è già al 3%). L’anno prossimo sfonderà la soglia, con un 3,1% sul Pil. Per contenerlo all’1,8% e rispettare la riduzione dello 0,5% promessa a Bruxelles, servono appunto quei 16 miliardi. Ma tutto questo a bocce ferme. Come dire: sulla carta. Nella realtà la stangata sarà molto probabilmente più pesante: lo vedremo a settembre. Le pensioni servono al ministro per rassicurare l’Europa, preoccupata dell’enorme debito del Paese, e magari chiedere qualche flessibilità in più.

Fisco e mutui al Mezzogiorno
Stop al secondo modulo della riforma fiscale: non ci sono soldi. Se si riuscirà a trovare qualche spicciolo si agirà, semmai, sull’Irap (che è per lo più regionale). Nel frattempo si punta a trasformare in prestiti gli incentivi a fondo perduto per il Sud.

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Furono fabbricate a Roma le false prove sull'uranio iracheno
di Gianni Cipriani

In attesa che il governo si decida a spiegare come sia nato il pasticcio dell'uranio e quale sia stato l'eventuale ruolo svolto dai servizi segreti italiani nella diffusione di una falsa notizia così determinante per la guerra contro l'Iraq, la Procura di Roma ha deciso di aprire un'inchiesta. Al momento si tratta solo di un fascicolo con la dicitura «Atti relativi». Nel senso che i magistrati non hanno ancora ipotizzato alcun reato specifico, ma hanno intenzione di scavare un po' meglio nella vicenda per vedere se dovessero emergere alcuni profili di rilevanza penale.

Insomma sul mistero della compravendita di uranio tra il Niger e l'Iraq indagherà la Procura di Roma. Al momento nel fascicolo ci sono solo articoli di giornale e lanci delle agenzie di stampa con le rivelazioni dei giornali inglesi e statunitensi. Ma a quanto pare i magistrati sono decisi ad acquisire presso gli archivi del Sismi, il servizio segreto militare, il carteggio relativo all'intera pratica. Per verificare, cioè, se è vero che il Sismi ha acquisito alcuni documenti; se questi ultimi fossero o no contraffatti; se in tutta l'operazione il comportamento dell’intelligence italiana sia stato lineare. L'inchiesta è appena cominciata, però è presto per fare ipotesi. Ma è possibile che alla fine non emergano precisi rilievi penali anche se, come è ormai evidente, è nel complesso il sistema dei servizi segreti internazionali ad uscire a pezzi da questa situazione. Dal momento che i più grandi ed autorevoli servizi segreti hanno fatto a gara per accreditare un'ipotesi che si è rivelata del tutto destituita di fondamento.

Continuano, intanto, a trapelare ulteriori indiscrezioni sulla nascita del carteggio sull'uranio. Fino a ieri si era sempre parlato genericamente di documenti acquisiti attraverso un informatore. Ora il network americano Abc, che a sua volta ha citato fonti dell'intelligence americana, ha sostenuto che il misterioso personaggio sarebbe un diplomatico di basso rango che prestava servizio presso l'ambasciata del Niger a Roma. Costui avrebbe dato i falsi documenti al Sismi verso la fine del 2001 in cambio di poche migliaia di dollari. Il motivo? Fare soldi, perché veniva sottopagato dall'ambasciata. Dopo di che, il diplomatico sarebbe stato richiamato in patria. Ma questa ricostruzione è già stata smentita dall'incaricato d'affari del Niger in Italia, signora Hadjio Abdoulmoumine. Questa versione, se confermata, è compatibile con le indiscrezioni emerse fino a ieri. E cioè che nella vicenda del presunto passaggio di uranio tra Niger e Iraq ci sarebbe stata in origine una riattivazione dei contatti dei servizi segreti italiani. In altri termini, il Niger era sotto l’occhio del Sismi fin da molti anni addietro. Ed in particolare, a margine di alcune indiscrezioni provenienti dalla Mauritania, era stata ipotizzata una connection a proposito di rifornimenti di uranio che riguardavano i primi anni Novanta. Così, in tempi più recenti, il servizio segreto italiano ha ritenuto opportuno approfondire nuovamente quella pista e ha attivato gli informatori di area. È possibile, visto che l'interessamento dei nostri 007 era assai pressante, che qualcuno - nel caso il diplomatico del Niger - abbia pensato di ricavare qualche soldo, facendosi pagare documenti contraffatti. La storia dei servizi segreti è piena di episodi simili. Ed infatti proprio questo le fonti hanno un diverso grado di attendibilità ed alcune di loro sono anche considerata «in esperimento». Del resto, solo dopo aver pagato il carteggio, il Sismi ha potuto leggere le carte.

Ed in effetti, la vera storia non riguarda tanto l'acquisizione del documento (come detto i rischi di fare un buco nell'acqua ci sono sempre) quanto piuttosto il suo utilizzo. In altri termini, era dopo aver avuto le carte in mano che il Sismi e gli altri servizi segreti avrebbero dovuto valutarne l'attendibilità complessiva. Mentre tutto questo pare che non sia avvenuto. Così mentre alcuni settori dell’ intelligence si mostravano assai prudenti sulla validità delle notizie, altri le hanno accreditate e le hanno girate ai servizi segreti collegati, Mi6 e Cia, che hanno a loro volta amplificato il contenuto delle informazioni, che - come detto - si sono rivelate determinanti per esautorare gli ispettori dell'Onu e far decidere Bush e Blair a dichiarare guerra all'Iraq. Come s'è già detto nei giorni scorsi, se le cose dovessero più o meno stare in questi termini, le responsabilità sarebbero complessive. Proprio perché dal 2001 in poi non solo non sono stati fatti controlli seri per verificare l'autenticità delle notizie, ma le poche voci che si sono levate per mostrare scetticismo non sono nemmeno state tenute in considerazione.

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Schulz all'attacco: «Governo italiano razzista»
di c.pe.

L’eurodeputato tedesco Martin Schulz torna all’attacco di Silvio Berlusconi. «In Italia c’è un governo razzista» ha dichiarato il socialdemocratico Schulz. Ormai tristemente noto come protagonista dell’attacco del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, nel giorno d’apertura del semestre italiano, al Parlamento europeo.

Nell’intervista alla tv privata tedesca «Xxp», Schulz ha spiegato che Berlusconi ha risposto alle sue battute «attaccandolo personalmente», per «distogliere l’attenzione dal governo italiano». Secondo Schulz, le parole di risposta di Berlusconi erano «molto mirate, non a caso era nervoso», poiché «si sentiva colto nel vivo». E ricorda che «la reazione di Berlusconi è arrivata solo dopo che lo avevo esortato a licenziare il ministro Umberto Bossi per le sue parole sugli immigrati clandestini. Dopo questa esortazione - ha continuato Schulz - ho avvertito che Berlusconi stava scoppiando».

Il tema della politica sull’immigrazione, accanto a quello della «dubbia politica sulla giustizia», è, secondo l’europarlamentare tedesco, un’altra dimostrazione «che in Italia è in carica un governo razzista bello e buono».

«All’inizio degli anni novanta - ha spiegato Schulz nell’intervista alla rete Xxp - l’avanzata della criminalità organizzata in Italia non aveva eguali in nessun altro stato democratico. Ma in nessun altro stato - ha aggiunto - è stata combattuta così energicamente come in Italia. Davanti a personalità come Borsellino, Falcone e Di Pietro mi tolgo il cappello».

Mentre resta molto critico nei confronti della gestione attuale del governo italiano: «Ciò che ora vedo mi rende furioso», ha spiegato il deputato, parlando anche di un sistema che credeva debellato, e che secondo lui starebbe rialzando la testa. E ha fatto anche più volte riferimento alle «leggi à la carte» volte a «soddisfare opportunità politiche del momento».

A Schulz risponde il ministro degli Esteri Franco Frattini, secondo il quale «a nessuno può venire in mente, se non per provocazione, che il governo italiano sia razzista...Il governo italiano è un governo democraticamente eletto». E annuncia che per la settimana prossima è attesa la visita del suo omologo tedesco, Josckha Fischer.

Nel frattempo Schulz ha detto di accettare il fatto di non piacere a Berlusconi: «È reciproco, capita in politica». Il comunicato della tv Xxp chiude con l’annotazione che la prossima opportunità per Schulz di porre al presidente di turno dell’Ue domande scomode sarà in margine al vertice Ue di ottobre a Bruxelles. E i tedeschi attendono trepidanti la seconda puntata dello show.

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La destra dà il benservito al Consiglio Rai: «Ve ne andate a fine febbraio»
di Natalia Lombardo

Volete che il Cda della Rai scada il 28 febbraio del 2004? Allora possiamo andarcene anche subito, appena il Senato approverà quell’emendamento Udc nella legge Gasparri che timbra la data di scadenza sul Cda. Un «gesto estremo» che i consiglieri Rai non escluderebbero. Ne hanno discusso ieri al settimo piano di Viale Mazzini, dopo le tre ore di riunione del Cda, Giorgio Rumi, Marcello Veneziani e Angelo Maria Petroni (era assente Francesco Alberoni). Lucia Annunziata, la presidente, era collegata da New York. Lei la sua condizione l’aveva già posta al ministro Gasparri: «Resterò fino a quando sarà possibile esercitare la presidenza di garanzia. Non un minuto di più». Un consiglio, aveva spiegato, «va giudicato per il lavoro svolto», questo è di garanzia, «rimarrà al suo posto fino a quando sarà in grado di garantire una corretta gestione aziendale e la rappresentazione equilibrata di tutte le forze culturali e politiche del Paese».

Si è creata una situazione singolare, che vede il Cda Rai schierato contro il partito di Pierferdinando Casini, presidente della Camera che lo ha nominato insieme al presidente del Senato. Certo Casini era meno convinto di Pera sulla formula «di garanzia» e negli ultimi tempi avrebbe assunto un atteggiamento distaccato anche da Rumi. Pur essendo il più vicino all’Udc, il consigliere potrebbe aver deluso le aspettative, infatti lo stesso segretario, Marco Follini, bollò il Cda di «conformismo». Lo storico cattolico ieri è stato chiaro: «Senza garanzia di continuità non veniamo presi in considerazione nemmeno dall’autista». Così quello che si profila come un accordo nella maggioranza (il minimo per non disturbare Berlusconi), apre un altro fronte di scontro. Sulla scadenza del Cda, infatti, ieri è piovuta la «scomunica» dell’Osservatore Romano (di cui è editorialista Rumi): chiedere a un consiglio di lavorare «a tempo» vuol dire non prevedere «un forte rilancio della Rai»; perché «scomodare personalità di rilievo, facendo pressioni perché accettassero il delicato incarico» in una fase di scontro politico? «Nulla contro le persone, neppure contro la Annunziata», chiarisce il senatore Udc Iervolino, «del resto i consiglieri, se lavorano bene, possono essere rinominati», tranquillizza, ma sulle proteste vaticane passa oltre: «Con tutto il rispetto per l’Osservatore e per i consiglieri, ma la politica la facciamo in Parlamento, la nuova legge va applicata subito». Ad essere furibondo è anche il consigliere vicino ad An, Marcello Veneziani, che ieri si è astenuto sull’accordo tra RaiSat e la SkyNews di Murdoch per l’avvio di cinque canali satellitari.

Ieri in Senato è mancato il numero legale una volta, sono stati approvati otto articoli (dal 7, sulle emittenti locali, al 14 sull’accertamento di posizioni dominanti nel Sic). In serata nell’aula di Palazzo Madama si è visto un gran parlare tra il ministro Gasparri, il capogruppo Schifani, di FI, e Francesco D’Onofrio dell’Udc. Una riunione era prevista in serata. Certo ciò che accade in Senato va di pari passo con le risse della maggioranza nel governo. Ieri c’è stata una schiarita con tra Lega: potrebbe accettare l’interesse nazionale che vogliono An e Udc «basta che non sia contenuto nella Devolution, ma in qualche altro capitolo della riforma costituzionale», ha spiegato il leghista Alessandro Cè. Molto dipende dal Dpef, comunque nel centrodestra ci sono tiri di avvicinamento. E all’Udc potrebbe essere concesso il maggiore controllo sulla Rai, più difficile trovare un accordo sul nodo dell’articolo 15 (sarà discusso oggi) e sugli altri due emendamenti chiave posti dai centristi: il divieto per i gruppi tv di acquisire giornali fino alla completa transizione al digitale (anziché i tre anni dall’approvazione della legge proposti dal relatore forzista Grillo), il divieto di telepromozioni per le tv nazionali, e la riduzione del Sic, il sistema integrato della comunicazione: quel «paniere» gonfiato sul quale calcolare il 20 per cento di raccolta pubblicitaria per ogni soggetto. Paniere che Grillo ha fatto finta di ridurre. L’Udc spera che almeno uno degli emendamenti venga accolto: «Siamo sempre noi ad adeguarci, lo facciano loro», avvisa Iervolino.

Da banchi di An è partito un attacco a un fotografo che si trovava in tribuna stampa: appena Mauro Scrobogna, dell’agenzia La Presse, ha scattato una foto sul pollice verso che Grillo mostrava per far votare contro gli emendamenti dell’opposizione, è scattato Ettore Bucciero, di An, al grido di «avvoltoio, aspetta solo un nostro momento di cedimento» (ovvero i «pianisti»); «buttatelo fuori», grida Pedrizzi. Ordine eseguito dai commessi, nonostante Fisichella (An) lo difendesse mentre presiedeva la seduta. Dopo le proteste dell’Ulivo (e della Fnsi), è stato fatto rientrare in tribuna, ma senza macchina fotografica.... «Un’altra minaccia per ridurre i giornalisti al silenzio», condanna il diessino Giulietti, che paragona questo caso alla querela di Mediaset a «La Repubblica». Tutta l’opposizione, unita. si prepara a manifestare a piazza Navona la sera del 22, con tutti i leader.

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Iraq, non torneranno a casa i soldati di Bush: il Pentagono rinvia il rientro
di Bruno Marolo

Washington Julie Galloway non crede ai suoi occhi. Ha appena ricevuto una e mail dagli alti comandi militari. Suo marito Michael, sergente della terza divisione di fanteria americana, non tornerà a casa in settembre come le avevano promesso. Rimarrà in Iraq, come altri 10 mila soldati della divisione cui era stato garantito il ritorno entro l’autunno.

“Non possono farmi questo – si sfoga Julie – non possono giocare con i sentimenti delle famiglie in questo modo”. Michael è partito per la guerra in novembre, la sua divisione è stata la prima a entrare in Baghdad e ha rovesciato la statua di Saddam Hussein. Sembrava una vittoria trionfale, lo stesso presidente George Bush aveva annunciato la fine dei combattimenti in Iraq. Invece le forze di occupazione incontrano una resistenza sempre più accanita, e gli Stati Uniti non trovano alleati disposti ad affiancarli senza un mandato esplicito dell’Onu. Dopo due mesi di trattative lunedì l’India ha detto no. Non manderà in Iraq il contingente di 17 mila uomini chiesto con insistenza dalla Casa Bianca. Anche il presidente Jacques Chirac ha ribadito, una volta per tutte, che l’invio di truppe francesi “non è concepibile nella situazione attuale”, senza cioè un mandato dell'Onu.

Il messaggio sulla posta elettronica di Julie è firmato dal comandate della terza divisione, generale Buford Blount. Annuncia che le truppe d’assalto americane resteranno in Iraq a tempo indeterminato “data l’incertezza della situazione e i recenti attacchi contro le forze delle coalizione”. Se si trattasse di una normale missione di pace, qualunque reparto potrebbe svolgerla. Ma per schiacciare la guerriglia che ormai divampa in Iraq, con una media di venti attacchi al giorno contro i soldati americani e britannici, non basta il tipo di militari che accarezza i bambini e distribuisce cibo. C’è bisogno di guerrieri per sfondare le porte a calci, arrestare gente nel cuor della notte, aprire il fuoco quando su un tetto si intravede il lampo di una canna di fucile. L’altra notte, a Baghdad, una pattuglia ha visto un riflesso metallico, ha creduto a un attacco e ha sparato per prima. Quando ha recuperato il corpo di quello che credeva un terrorista, ha scoperto che era un bambino di 11 anni. La terza divisione è abituata a sostenere il fuoco, e ha avuto 36 caduti, un numero più alto di ogni altro reparto, in una guerra vinta dagli americani con la sola potenza dei bombardamenti aerei. Due delle sue tre brigate verranno mandate a occupare Falluja, la città più turbolenta dell’Iraq.

Mercoledì 9 luglio il ministro della difesa Donald Rumsfeld aveva dichiarato al senato: “La prima brigata della terza divisione tornerà dall’Iraq in settembre”. Il giorno dopo il generale Tommy Franks, che ora ha lasciato il comando, aveva precisato davanti ai senatori: “Ci sono tre brigate nella magnifica terza divisione. Una si prepara per rientrare in patria adesso, la seconda comincerà il ritiro il mese prossimo, la terza e ultima lascerà l’Iraq in settembre”. Martedì il portavoce della divisione Richard Olson ha chiarito che soltanto una delle tre brigate tornerà alla base di Fort Stewart in Goergia. “Le famiglie – ha ammesso – sono molto deluse. Avevano grandi speranze, avevano veramente scritto la data di settembre nei loro cuori”.

Paul Bremer, il funzionario americano che governa l’Iraq con il titolo di amministratore civile, ha dichiarato che la durata dell’occupazione “è nelle mani del popolo iracheno”. In pratica, gli americani se ne andrebbero se riuscissero a insediare un governo in grado di tutelare i loro interessi. Ma non riescono a delegare ad altri le responsabilità che si sono assunti con l’invasione. Per definire le truppe occupanti, Casa Bianca e Pentagono sono molto attenti a usare la parola “coalizione”. In realtà la “coalizione” consiste di 148 mila soldati americani, 17 mila britannici e modesti contingenti di altri paesi, tra cui Italia e Polonia. Il ministro Rumsfeld ha dichiarato che 19 paesi partecipano all’operazione, altrettanti hanno promesso contributi futuri e 11 stanno trattando con gli Stati Uniti. Tuttavia il Pentagono non ha pubblicato la lista della coalizione: alcuni paesi hanno offerto contributi simbolici, con poche decine di osservatori. Non è una missione di pace. La guerra continua e i guerrieri di George Bush sono stanchi. “Non credo – si è sfogato con la BBC il sergente americano Todd Lewis – che i nostri comandanti sappiano quello che stanno facendo. Prima hanno detto che saremmo entrati e usciti dall’Iraq al più presto possibile. Ora dicono che staremo qui tutto il tempo necessario per costruire libertà e democrazia. Più passa il tempo e meno sono sicuro che ci riusciremo”.

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Martedi, 15 Luglio, 2003

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Governo. Tremonti anticipa all'Ue il Dpef: manovra da 17 miliardi


Giulio Tremonti


Roma, 15 luglio 2003

Il ministro dell'Economia ha esposto ai colleghi dell'Eurogruppo i termini del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef) del governo ed ha detto di aver ricavato dalla discussione, "molto interattiva", "diverse indicazioni positive". In ogni caso, ha ricordato Tremonti - al debutto in qualità di presidente dell'Eurogruppo - "presenteremo il Dpef nei prossimi giorni al Parlamento della Repubblica Italiana".

Secondo le prime indiscrezioni, conterrà una manovra da 17 miliardi di euro, nessun accenno alle pensioni e una revisione al ribasso della crescita che, per l'anno in corso, si fermerà allo 0,8%. Per quanto riguarda il deficit il DPEF conterrà la conferma di una riduzione dello 0,5% annuo, con la previsione del pareggio nel 2006.

Su scala europea, la crescita nel 2004 raggiungerà a stento un progresso dello 0,7% del Pil, contro le precedenti stime dell' 1%. Per l' Italia una crescita dello 0,7-0,8% significherebbe una riduzione di 3-4 decimi di punto rispetto al precedente 1,1%. L' impatto sui conti pubblici sarebbe, nel pieno rispetto dei parametri europei, quello di far aumentare il deficit, ora previsto al 2,3%, ad un valore attorno al 2,5%. Anche per il 2004 la crescita del 2,1% prevista scenderebbe sotto il 2%.

L' Eurogruppo è il primo del semestre italiano. Per l'occasione l' ingresso del palazzo Justius Lipsius del Consiglio Europeo e' addobbato in chiave italiana. Varcato il portone c'è una statua di Marco Aurelio, dell' eta' giulio-claudia. Se le stime finali per l'Italia dovessero mantenersi entro l'ordine di grandezza circolato in questi giorni, la manovra finale potrebbe alla fine aggirarsi attorno ai 15-17 miliardi di euro. La cifra non esiste ancora ma per correggere il deficit potrebbe essere necessario un intervento all' ordine di un punto di Pil, che vale 12,5-13 miliardi di euro. A questo importo, però, andrebbero aggiunte le risorse per gli interventi richiesti dalla politica economica. Per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, ad esempio, servirebbero almeno 500 milioni. Poi ci sono gli interventi fiscali per ridurre l' Irpeg e anche la necessità di finanziare la riforma della scuola, le infrastrutture e gli interventi di repressione della criminalità.

Sul tavolo, oggi, anche la richiesta francese di ammorbidire il patto di Stabilità. Ma il commissario europeo Pedro Solbes rimane un rigido guardiano del patto. Il patto è già sufficientemente elastico e non sono previsti ulteriori sconti.

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Governo. Lega, sì al piano riforme di Berlusconi, no a devolution con interesse nazionale. An e Udc di nuovo distanti


Umberto Bossi e Berlusconi


Roma, 14 luglio 2003

Sì alla scaletta delle riforme istituzionali firmata da Silvio Berlusconi. Ma 'no' all'inserimento nella devolution del principio dell'interesse nazionale, condizione imprescindibile per gli alleati di maggioranza An e Udc. La ricucitura dei rapporti all'interno del centrodestra prosegue con passo incerto: da una parte la riunione della segreteria politica della Lega, a Milano, ricompatta il partito di Umberto Bossi nel governo. Dall'altra, come ha affermato Speroni, il riferimento all'interesse nazionale era contenuto nella riforma del titolo V della Costituzione predisposta dal ministro La Loggia. Ma per la Lega quel ddl non fa parte degli accordi di governo, che prevedono invece la devolution. Quel testo, insomma, deve saltare proprio a cominciare dal riferimento all'interesse nazionale. Pronta la replica di Udc e An: Marco Follini e Mario Landolfi hanno fatto sapere a Bossi che devolution e interesse nazionale camminano insieme altrimenti cadono insieme.

"Secondo me hanno capito male: se non c'è l'interesse nazionale non c'è neanche la devoluzione", ha detto il portavoce di An. E il leader dell'Udc ha rafforzato il concetto con una battuta: "No Martini? No party!". E' stato Ignazio La Russa a dare per primo fuoco alle polveri accusando la Lega di "giocare con le parole" e di muoversi con ambiguità. Il capogruppo di An alla Camera ha chiesto a Bossi di scoprire le carte e di smetterla con la sua politica di veti ed improvvise accelerazioni.

Mentre di nuovo la tensione nel centrodestra saliva alle stelle, Berlusconi da Arcore ha fatto un giro di telefonate con gli alleati per rassicurarli. Non è certo che sia riuscito a contattare Bossi ma di certo ha parlato, tra gli altri, con La Russa: "Ho parlato poco fa con il presidente del Consiglio che ha tenuto a confermare di avere trasmesso a Bossi unicamente la scaletta impegnativa delle date previste per portare contestualmente in Parlamento l'intero corpus delle riforme". E nel pacchetto delle riforme - ha sottolineato La Russa - "il riferimento al rispetto dell'ordinamento giuridico della nazione, o meglio, all'interesse nazionale è e deve essere sicuramente presente".

Devolution ed interesse nazionale, peraltro, non sono gli unici scogli sui quali rischia di arenarsi la maggiornaza: anche sulle pensioni la Lega ha ribadito la sua posizione: nessuno deve toccare quelle di anzianità, in gran parte erogate al Nord. Maroni ha detto chiaramente che eventuali modifiche devono avvenire solo ed esclusivamente nella legge delega e non nel Dpef. Inoltre la Lega "si opporrà a qualunque intervento sulle pensioni nella legge Finanziaria".

"Se si vuole fare cassa le risorse possono essere trovate in tanti modi, in particolare affrontando il lavoro nero e dell'economia sommersa la cui entità è paragonabile ad un terzo del Pil", ha detto ancora Maroni che ha proposto tra l'altro l'istituzione di un "commissario straordinario" che stronchi il fenomeno del lavoro nero.

Una piaga che, secondo il ministro delle Riforme Umberto Bossi, ha la dimensione di 400 miliardi di euro all'anno, il 30% del Prodotto Interno Lordo. Bossi ne ha parlato in un'intervista al quotidiano La Padania, nella quale ha riconfermato il 'no' del suo partito al taglio delle pensioni perché "i diritti acquisiti dei lavoratori non si toccano, non si fa cassa con le pensioni". Secondo il leader della Lega, le risorse per fronteggiare la situazione economica andrebbero ricercate nella lotta all' evasione. "Oltre il 75% del lavoro nero - dice Bossi - viene prodotto da Roma in giù. Finora non c'è stata la volontà politica di intervenire perché questo sommerso viene considerato erroneamente un contributo ai problemi sociali del Mezzogiorno. Al Nord invece il lavoro nero è al massimo lo straordinario pagato fuori busta, mentre al Sud ci sono intere filiere produttive composte da decine di aziende che lavorano in nero. Sono difese spesso da un'omertà diffusa su cui lo Stato deve intervenire con decisione".

Per Umberto Bossi, "al Sud c'è anche un altro tipo di imbroglio che tutti conoscono e che nessuno sottolinea: i soldi in busta paga non corrispondono a quelli dichiarati effettivamente. Lo segnala il fatto che i consumi nel Sud sono più alti del totale delle retribuzioni".

Quindi, nessun dubbio tra il taglio delle pensioni o la lotta al lavoro nero. "Non c'è alternativa - ha concluso Bossi - per fare la Finanziaria propongono perfino di tagliare la pensione ai morti... Ci sono 400mila miliardi di nero e non si riescono a trovare 20 miliardi?".

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Medicina. Al Gallucci di Padova primo trapianto di cuore artificiale Incor1


A Padova intervento d'eccellena dell'equipe del Gallucci


Padova, 14 luglio 2003

Prospettive inesplorate e fino a pochi anni fa impensabili potrebbero aprirsi in Italia per i malati di cuore. A Padova, infatti, è stato eseguito il primo trapianto in Italia di "Incor 1", un cuore artificiale ultrasottile e leggero di nuova generazione.

Il trapianto, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stato compiuto recentemente su più pazienti. Ad effettuarlo una equipe coordinata da Gino Gerosa, direttore del centro cardiochiurgico "Gallucci" di Padova, che riconferma la sua eccellenza dopo essere stato travolto dallo scandalo delle presunte mazzette per le valvole cardiache brasiliane difettose.

Massimo riserbo, da parte dell'azienda ospedaliera, sulle modalità del trapianto e soprattutto sulle caratteristiche tecnologiche del nuovo cuore artificiale, che dovrebbe garantire anche una maggiore durata. Il suo utilizzo, in particolare, potrebbe essere esteso a quanti sono in attesa del trapianto di un cuore vero.

Finora, secondo l'azienda ospedaliera di Padova, in Europa un trapianto analogo a quello effettuato al centro Gallucci sarebbe stato compiuto solo in Germania.

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Lunedi, 14 Luglio, 2003

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Siccità. Blackout scongiurato, anche domani erogazione dell'elettricità senza problemi


Erogazione dell'energia elettrica, si guarda alle nuvole


Roma, 13 luglio 2003

Nessuno rimarrà al buio, almeno per ora. Ad assicurarlo è il Gestore della Rete Elettrica Nazionale (Grtn), che oggi pomeriggio ha verificato, numeri alla mano, le possibili difficoltà che già domani la siccità potrebbe provocare nella produzione di energia elettrica.

Anche martedì non dovrebbero verificarsi interruzioni di corrente, anche se solo domani si potrà fare una stima accurata in materia. Qualche difficoltà, invece, potrebbe presentarsi a metà settimana, ma solo se ci sarà un aumento delle temperature.

"Domani sarà una giornata normale - affermano dal Gestore della Rete Elettrica - è previsto un consumo normale di elettricità, sui 51.000 megawatt, decisamente inferiore ai picchi di 52/53.000 megawatt delle scorse settimane".

Porto Tolle, che da sola vale il 5% dell' energia elettrica prodotta in Italia, continuerà a funzionare, anche se a metà, con due sole turbine su quattro. Nessuna interruzione è prevista per altre centrali e la siccità che sta prosciugando i fiumi non avrà ulteriori impatti. "La situazione è la stessa dei giorni scorsi - affermano al Grtn - è previsto qualche temporale, qua e là, ma non in grado di migliorare o peggiorare la situazione".

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Cronaca. Arrestati due esponenti della Nuova camorra flegrea per l'omicidio all'ippodromo di Agnano


Agnano, risolto il giallo dell'ippodromo?


Napoli, 13 luglio 2003

Si chiamano Antonio Esposito e Luigi De Marinis, hanno 30 anni, e sono stati arrestati dalla polizia. Sono i due uomini che secondo gli inquirenti ieri sera hanno ucciso Costantino Baldassarre nelle scuderie dell'ippodromo di Agnano.

Esposito, un piccolo boss locale della cosiddetta Nuova camorra flegrea, elemento di spicco della criminalità, era stato fermato dalla squadra mobile poco dopo l' agguato di ieri sera. Il pm Luigi Frunzio aveva emesso nei suoi confronti un fermo giudiziario. Poco prima delle 19 di questa sera al Villaggio Coppola, sul litorale domiziano dove si era rifugiato, è stato arrestato Luigi De Marinis.

Antonio Esposito si contende la supremazia nell' area flegrea con il suo omonimo Massimiliano Esposito, ritenuto vicino al clan dei D' Ausilio. Proprio a Massimiliano Esposito, secondo gli investigatori, era legata la vittima dell' agguato di ieri sera.

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Moto Gp. Donington, Rossi perde la vittoria per aver sorpassato Capirossi con bandiera gialla. Vince Biaggi


Max Biaggi, vittoria insperata


Donington, 13 luglio 2003

Vittoria a tavolino, per Max Biaggi, dopo la decisione della giuria del Gp di Gran Bretagna che ha penalizzato Valentino Rossi di 10" per avere superato Capirossi al secondo giro nonostante le bandiere gialle. Secondo diventa così lo spagnolo Sete Gibernau e terzo Valentino Rossi.

L'insolito epilogo del Gp d'Inghilterra accorcia la classifica del motomondiale e rende più avvincente la seconda parte di stagione: Valentino rossi ora è in testa con 167 punti, davanti a Gibernau a 133 e Biaggi a 130. Prossimo appuntamento in Germania a Sachsenring.

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Governo. Bossi: "E' tempo di fare le riforme, ma senza tagli alle pensioni di anzianità"


Umberto Bossi


Varese, 13 luglio 2003

Da una parte chi vuole andare avanti con il sistema "assistenzialista". Dall'altra chi "vuole il federalismo e quindi la responsabilità". E' la fotografia del duro confronto politico sulla riforma delle pensioni secondo Umberto Bossi, intervenuto in serata a Besozzo, nel Varesotto. Per spiegare che nella maggioranza in materia ci sono idee diverse, ma la contrapposizione tra i due sistemi "non mette assolutamente in discussione il governo".

"Bisogna fare la Finanziaria - ha detto Bossi - e ci si deve chiedere dove trovare i soldi per farla in un momento di crisi generale delle imprese e dell'economia. Lo scontro avvenuto all'interno del governo è il classico scontro tra un sistema che vuole proseguire con l'assistenzialismo e chi invece dice che ci vuole la responsabilità".

"Pensate che noi possiamo tagliare le pensioni di anzianità dei lavoratori che sono per l'80% al nord? - ha chiesto Bossi alla platea che gli ha risposto con un coro di 'no' - Oppure dobbiamo rivedere questioni come il fatto che nel pubblico impiego si va in pensione a 55 anni e il computo delle pensioni è fatto sull'ultimo mese, invece che sugli ultimi cinque anni come avviene per i lavoratori privati?".

"Allora dobbiamo tagliare le pensioni di anzianità ai lavoratori del nord - ha proseguito Bossi - O rivediamo le pensioni del pubblico impiego che sono per la maggior parte al sud? Sono queste le cose che stanno dietro lo scontro in atto. Secondo noi il federalismo è dare la responsabilità, così che gli amministratori locali sentano il dovere di non fare sperperi e non facciano debiti chiedendo poi al governo di ripianare".

"Guardate - ha proseguito Bossi rivolto al pubblico - che, secondo quello che c'è scritto sui giornali, l'ultimo scontro avvenuto in Consiglio dei Ministri è stato tra Fini e Tremonti. E proprio sulla questione dei contratti per il pubblico impiego". "E' tempo di fare le riforme - ha concluso Bossi - perché se no andiamo avanti verso il baratro. Questo governo nato per tagliare le tasse non può tagliare le pensioni di chi ha lavorato".

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Cronaca. Ferilli sposa nella sua Fiano Romano, il paese in festa


Sabrina Ferilli


Roma, 13 luglio 2003

"Ci vuole così poco per sposarsi...". Spontanea ed esuberante come sempre, Sabrina Ferilli ha commentato così fatidico 'sì' pronunciato oggi nel Palazzo Ducale di Fiano Romano, dove l'attrice ha sposato Andera Perone sulle note delle colonne sonore de La vita e' bella e di Lawrence d'Arabia scelte dalla mamma Ida.

Il rito civile - protetto da 25 guardie del corpo (altrettante sono previste al ricevimento) che hanno tenuto a bada la folta schiera di cronisti, i tanti curiosi e gli abitanti di Fiano - si e' svolto nella sala consiliare dello storico palazzo del XV secolo voluto da Niccolo' III Orsini, conte di Pitigliano, alla presenza dei soli familiari, circa una ventina.

Per l'evento che da giorni ha tenuto in fibrillazione l'intero paese a 30 chilometri da Roma, la bella Sabrina ha scelto un abito lungo firmato Alessandro Dell'Acqua in satin di seta color avorio, con una generosa scollatura sul seno e sulla schiena e arricchito da dieci metri di strascico in chiffon avorio. Al collo, la 'regina' di Fiano Romano - che secondo un recente sondaggio tra gli adolescenti risulterebbe la "mamma ideale" - indossava un collier in platino anni '40, un solo filo con nove brillanti da un carato l'uno.

Perone, senza dubbio l'uomo più invidiato del giorno, ha optato per un abito nero con cravatta avorio, coordinata con l'abito della sposa. Dopo il discorso e le congratulazioni, il sindaco Tarquinio Splendori ha detto: "Abbiamo finito". "Già?", ha risposto lei sorridendo.

All'uscita del Palazzo Ducale Sabrina Ferilli ha mantenuto la promessa: si è fermata a salutare la gente sotto i flash dei fotografi e ha consegnato una rosa rossa a gambo lungo del suo bouquet. A riceverla e' stata Samantha Fadda, di 24 anni, di Monterotondo, che dalle prime ore del pomeriggio non aveva lasciato le transenne per non perdersi la scena del matrimonio del suo idolo. La ragazza per l'emozione è scoppiata a piangere: "Un regalo troppo bello. Questa rosa la imbalsamerò"'.

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Domenica, 13 Luglio, 2003

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Governo: Stop alle polemiche ma sotto condizione. Fassino: "Si marcia verso il voto"


Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi


Roma, 13 luglio 2003

Tregua nel centrodestra ma già si preannunciano nuove tensioni sul Documento di Programmazione Economica e Finanziaria. Dopo il chiarimento con Bossi, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha sentito gli altri due alleati, Gianfranco Fini e Marco Follini. I leader di Alleanza Nazionale e UDC hanno precisato di voler verificare il comportamento della Lega nel prossimo futuro, a cominciare proprio dalla presentazione del DPEF.

I passaggi cruciali all'esame

I passaggi cruciali del documento di programmazione economica e finanziaria saranno, infatti, affrontati nel consiglio dei ministri convocato per mercoledì. E già si manifestano inquietudini: il ministro delle politiche comunitarie Rocco Buttiglione chiede che il documento sia visionabile in anticipo per poterlo valutare, altrimenti non lo voterà.
Fassino: "Insostenibile la situazione politica"

Intanto dall'opposizione già si pensa alla battaglia elettorale. "Con ogni probabilità nel 2004 ci saranno le elezioni anticipate". Lo ha affermato il segretario dei DS, Piero Fassino. "E' difficile che la crisi di governo si apra ora - ha detto Fassino - ma l'attuale situazione politica non sarà sostenibile dopo il semestre italiano di presidenza europea". Il segretario dei DS ha poi invitato il presidente del Consiglio Berlusconi a riferire in Parlamento sulle intenzioni del governo. E il leader del carroccio Umberto Bossi parla dell'accordo con Berlusconi dicendo: "entro la fine del prossimo anno, il sogno del federalismo sarà realizzato". L'accordo riguarda il progetto di devoluzione nonchè la creazione del senato federale e della corte costituzionale federale.

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Ulivo. Fassino: "Berlusconi per non bollire andrà alle elezioni anticipate nel 2004"


Piero Fassino


Siena, 12 luglio 2003

"Se le cose andranno avanti come in questa settimana, nel 2004 si andrà alle elezioni anticipate". Ne è convinto Piero Fassino, intervenuto questa sera alla Festa dell'Unità di Torrita di Siena. E' la prima volta che il segretario Ds evoca esplicitamente le elezioni anticipate come prospettiva politicamente vicina, riportando in primo piano, di conseguenza, la questione della leadership nel centrosinistra.

"E' difficile che ora si apra la crisi di governo - ha detto Fassino - ma l'attuale situazione politica non sarà sostenibile entro un certo limite. Ci attendono - ha proseguito Fasino - mesi di estrema precarietà. Alla fine Berlusconi, pur di non bollire, andrà alle elezioni anticipate perché non reggerà a questa situazione di logoramento".

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in Italia. Protezione Civile pronta a sostenere le regioni


L'emergenza è destinata a continuare


Roma, 12 luglio 2003

Da Nord a Sud in Italia le alte temperature e la mancanza di pioggia stanno danneggiando l'agricoltura. L'Emilia Romagna ha chiesto lo stato di emergenza: in questa regione il Po - osserva la Coldiretti - è oltre quattro metri al di sotto del suo livello standard e continua a scendere al ritmo di dieci centimetri al giorno. A rischio le colture di mais, bietole e foraggio che hanno già perso il 50% della produzione.

Secondo la Confagricoltori, si rischiano danni alle colture per 5 miliardi di euro. Ma la siccità potrebbe provocare danni anche alla produzione di energia elettrica. Secondo il responsabile della Protezione civile Guido Bertolaso, se la situazione del Po non migliorerà si dovrà decidere se privilegiare l'irrigazione o far funzionare le centrali elettriche. L'emergenza è destinata a continuare: non dovrebbe piovere almeno fino alla fine della prossima settimana.

La Protezione Civile pronta a sostenere le regioni
Il Dipartimento della Protezione Civile è pronta a sostenere le Regioni nella ricerca di soluzioni alternative alla crisi di acqua sempre più evidente determinata dal protrarsi della siccità, specie nel nord dell'Italia dove sono in crisi anche gli invasi da dove si preleva acqua per le centrali elettriche.

Al Dipartimento sottolineano che c'è preoccupazione per la situazione, specie per quella che si registra a Porto Tolle, dove c'è la più grande centrale elettrica dell'Italia settentrionale, che produce il 10% dell'energia dell'intero Paese, e oggi a rischio a causa del forte abbassamento della portata del fiume Po, ma anche per la situazione nelle campagne, dove le colture sono sempre più a rischio a causa del caldo e della contestuale scarsità di acqua per uso irriguo. Da alcune regioni - Piemonte, Emilia Romagna - è già venuta la richiesta di dichiarazione dello stato di calamità ma il Consiglio dei ministri ieri non ha preso alcuna decisione in proposito.

Ciò non toglie però - dicono alla Protezione Civile - che a questa dichiarazione possa essere dato via libera nei prossimi giorni, se l'attuale situazione dovesse persistere o addirittura registrare un peggioramento. In tal caso si avrebbe la nomina di un commissario straordinario attraverso un'ordinanza del Dipartimento che l'autorizzerebbe ad attuare interventi anche in deroga alle leggi in vigore. Ci sarebbe quindi la possibilità di essere tempestivi, nel momento in cui ciò si rendesse necessario.

E che la situazione sia costantemente sotto osservazione lo ha detto a più riprese nei giorni scorsi Guido Bertolaso, responsabile della Protezione Civile, e come ha ancora una volta ribadito nell'intervista pubblicata oggi dal quotidiano "la Repubblica" dove dice chiaramente che in caso di persistenza dello stato siccitoso si sarà costretti a scegliere tra l'irrigazione per uso agricolo o l'erogazione di energia elettrica per uso civile ed industriale. In entrambi i casi la parola chiave è una sola: acqua. Senza di essa non si può né l'una né l'altra cosa, e alla Protezione Civile non nascondono le preoccupazioni per lo stato della situazione. Di qui la necessità di tenere tutto sempre più sotto controllo e, al tempo stesso, la disponibilità a sostenere le Regioni nel momento in cui dovessero profilarsi ipotesi di soluzione, sia
pure si trattasse di soluzioni-tampone.

Ma il rischio concreto è che alla fine la Protezione Civile si veda costretta a a scegliere: irrigare o dare energia elettrica. E questo dipenderà solo ed unicamente dalle condizioni meteo, strade diverse non ce ne sono. Se non quella di importare ancora di più energia elettrica dall'estero.

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Sabato, 12 Luglio, 2003

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Stefani lascia

Ha rassegnato le dimissioni Stefano Stefani, sottosegretario al turismo che nei giorni scorsi ha scatenato reazioni a catena con commenti poco lusinghieri e generici sui turisti tedeschi. "Biondi stereotipati dall'orgoglio nazionalista che invadono rumorosamente le spiagge italiane." Questo aveva scritto sulle colonne della Padania, il giornale vicino alla Lega Nord.

Il cancelliere tedesco aveva reagito annullando le vacanze in Italia. All'annuncio delle dimissioni di Stefani il portavoce del governo di Berlino ha fatto sapere che per la prossima estate Schroeder tornerà in Italia.

Prima che si sapesse delle dimissioni, il cancelliere aveva giustificato la sua decisione.

"Ritengo di aver fatto quello che bisognava fare, ossia mostrare ciò che è ammissibile e ciò che non lo è. Per me la storia è chiusa.""Non le pare che con la sua reazione dimostri di dare un peso eccessivo alle parole di Stefani?", gli chiede l'intervistatore."Qui si confonde tra causa ed effetto, risponde Schroeder. Nel mio governo Stefani non sarebbe rimasto un'ora di più, ma questa è una decisione del governo italiano che non mi compete."

Il senatore della Lega si è pure scusato sul quotidiano Bild: "i tedeschi, ha detto, sono vicini esemplari e amici leali, in Italia sono i benvenuti."

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Governo. Bossi: con Berlusconi "si può trovare l'accordo". Il premier: "C'è un'evoluzione positiva"


Bossi: "Decise le date delle riforme"


Milano, 11 luglio 2003

Ancora una giornata convulsa per il Governo. Dopo il vivace scontro tra Fini e Tremonti in consiglio dei ministri, disertato dai ministri leghisti, un incontro di due ore nella villa di Arcore tra Bossi e Berlusconi ha catalizzato l'attenzione del mondo politico. Al termine del colloqui, entrambi hanno mostrato ottimismo sulla prosecuzione dell'alleanza: sul tavolo non ci sono più, almeno per ora, gli ultimatum perentori lanciati nei giorni scorsi.

"Un incontro positivo. Si può trovare l'accordo". Così il leader della Lega Umberto Bossi ha commentato l'esito del faccia a faccia con il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, confermando così di averlo incontrato nel pomeriggio alla villa di Arcore. E il premier Silvio Berlusconi al termine dell'incontro con il leader della Lega Bossi ha confidato ad alcuni collaboratori: "C'è un'evoluzione positiva".

Il premier avrebbe anche detto, a quanto si apprende, che "è meglio fare bene piuttosto che fare in fretta, perché questo accordo deve durare tre anni, fino al termine della legislatura".

Bossi: "Un incontro positivo"
Un incontro "direi positivo. Abbiamo trovato l' accordo. Adesso vediamo nei prossimi giorni come evolvono le cose. Quindi il processo può ripartire, possiamo marciare nel cammino delle riforme", ha detto Bossi.

"Sono allegro da questa mattina", ha detto Bossi ai giornalisti. "Mi viene da ridere al pensiero di Berlusconi lasciato nelle mani di Mastella, il grande assistenzialista. No, davvero non possiamo lasciare Berlusconi nelle mani di Mastella, sarebbe una punizione troppo grave".

"Comunque - aggiunge Bossi - al di là delle battute, il problema sono le riforme. Quelle che la Lega ha chiesto di fare. Questo e' un Paese che ha un nord e un sud e occorre stare attenti che sui bisogni del sud la risposta non sia: andiamo avanti come in passato, come sempre. Insomma non sia l' assistenzialismo. Perché quello non produce nulla, crea solo disastri".

"Berlusconi - conclude Bossi - sa che siamo gli alleati di sempre. Abbiamo chiesto le riforme per cambiare in meglio il Paese".

"Con Berlusconi decise le date delle riforme"
Il Ministro per le Riforme istituzionali, Umberto Bossi, e' riuscito a strappare al Premier Silvio Berlusconi, nell'incontro di oggi a Milano un
fogliettino firmato dal premier con su scritte le date "di tutte le riforme federalismo per il grande cambiamento, e non solo per la devolution".

Per dare la notizia, il leader del Carroccio ha scelto la festa della Lega di Badia Calavena, un paesino sui monti veronesi. "In questo fogliettino, però autografo, ci sono le date delle riforme - ha ripetuto Bossi - 2003. Entro quest'anno la prima lettura in Parlamento. 2004, l'anno che viene, seconda lettura entro aprile, entro settembre terza lettura e entro dicembre 2004 quarta lettura. Firmato Silvio Berlusconi".

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«Berlusconi rappresenta per l’Europa una minaccia che va molto al di là della pur rimarchevole minaccia che il suo potere sui media e la sua guerra ai giudici pone alla democrazia italiana».

The Economist 12 luglio, pag. 29

 

Schroeder. Berlusconi: ho chiesto a Stefani di dimettersi, relazioni con Germania restano ottime


Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi


Milano, 12 luglio 2003

"Oggi sono andato a Milano, ho parlato a Stefani e gli ho chiesto di dimettersi". Lo ha detto ieri il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlando ad una cinquantina di giornalisti della stampa internazionale accreditata presso l'Unione Europea a Bruxelles nel corso di un incontro organizzato in occasione dell'inizio del semestre di
Presidenza italiana.

Berlusconi ha definito la vicenda Stefani "un evento deplorevole che è stato esagerato dalla stampa". "Il caso adesso- ha concluso- è chiarito e penso che ora possiamo chiudere questo capitolo".

Relazioni restano ottime
Ritengo sbagliata "la decisione del Cancelliere Schroeder di annullare le sue vacanze estive in Italia", ha aggiunto Berlusconi, che ha definito "ottime e profonde" le relazioni tra la Germania e l'Italia, osservando che la vicenda che ha visto protagonista il sottosegretario Stefani "non avrà su di esse un impatto negativo".

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Ogm. Piemonte: Ghigo ordina la distruzione del mais entro 48 ore


Tolleranza zero nei confronti degli ogm


Torino, 11 luglio 2003

Il presidente della Regione Piemonte, Enzo Ghigo, ha ordinato la distruzione dei 381 ettari di mais geneticamente modificato presenti sul territorio. L' ordinanza stabilisce che "tutte le colture seminate con partite di mais nato da sementi contenenti ogm vietati e attualmente
sotto sequestro devono essere distrutte entro 48 ore dalla notifica del provvedimento".

L' operazione verrà fatta tramite trinciatura sul campo, eseguita dai coltivatori proprietari degli appezzamenti. Alla trinciatura dovrà seguire una riaratura dei campi, che dovrà essere completata entro trenta giorni. Il controllo e la verifica dell' avvenuta distruzione sono affidati alle Asl. Il termine delle 48 ore per la distruzione vale per le coltivazioni di mais ogm che sono già state dissequestrate. Per le altre il termine è di cinque giorni dalla notifica dell' ordinanza regionale.

Ghigo: una scelta coraggiosa, difende l'agricoltura del Piemonte
"Una scelta coraggiosa fatta per difendere l' agricoltura": così il presidente della Regione Piemonte, Enzo Ghigo, definisce la sua decisione di ordinare la distruzione del mais transgenico.

"Ho voluto dare un segnale di tolleranza zero nei confronti degli ogm - ha detto il governatore - che spero possa essere seguito anche da altre regioni. Credo - ha spiegato - che la peculiarità della nostra agricoltura stia nella biodiversità, nelle tradizioni, in una cultura millenaria legata ai processi di trasformazione e preparazione dei cibi. Credo che un 'pomodoro San Marzano', uno dei tanti 'presidi' tutelati da Slow Food, rappresentino un patrimonio da tutelare. E credo che la scelta di neutralizzare il mais ogm - ha sottolineato - rappresenti un segnale ben preciso nel senso della tutela dell' agricoltura in Piemonte. Diciamo no al transgenico perché ci siamo differenziati e specializzati su una produzione agricola naturale e biologica".

"Ogni regione - ha aggiunto Ghigo alludendo al suo ruolo di presidente dei governatori italiani - assumerà sue decisioni. Ma poichè l' agricoltura in Piemonte ha una valenza importante - ha ribadito - auspico che la nostra scelta, in casi simili, possa essere seguita anche dalle altre regioni".

Della contrarietà di una parte degli agricoltori Ghigo non si preoccupa: "la Coldiretti è con noi, i coltivatori contrari sono pochi e comunque - ha affermato - quando si fanno scelte nette di campo, si mette in conto che non piacciano a tutti. Sono convinto che questa scelta sia quella giusta nel rispetto del lavoro degli agricoltori e delle scelte dei consumatori".

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Venerdi, 11 Luglio, 2003

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Il Re si diverte. «Voglio vederli adesso. Cosa faranno: apriranno la crisi? E dove vanno An, la Lega, i centristi, senza di me? Li ho raccolti io e senza di me rischiano di suicidarsi».

Silvio Berlusconi, al Corriere della Sera 10 luglio, pag. 1

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Governo. Berlusconi e Tremonti volano a Milano: probabile incontro con Bossi


Il premier Silvio Berlusconi e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti


Milano, 11 luglio 2003

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è partito per Milano per un possibile incontro con il leader della Lega, Umberto Bossi. Il premier ha lasciato Roma al termine del Consiglio dei ministri e dovrebbe tornare nella capitale nel tardo pomeriggio per incontrare la stampa estera a Villa Madama.

All'incontro tra il premier e il leader del Carroccio, non confermato però da fonti ufficiali, è presente anche il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Bossi, che questa mattina non ha partecipato al Consiglio dei ministri presentandosi a sorpresa al meeting informale dei ministri del Welfare della Ue a Varese, non ha voluto commentare la situazione politica e le tensioni all'interno della maggioranza.

Bossi: non lascio il governo
"Vi pare che lascio il posto a Mastella? Io resto lì". Umberto Bossi, nella sua improvvisata visita al vertice dei ministri del lavoro dell'Ue, in corso a Varese, non ha commentato le parole del vicepremier Fini. Ma il
leader del Carroccio ha conversato con un cronista del quotidiano di Varese "La Prealpina", al quale avrebbe detto: "Vi pare che lascio il governo per lasciare il il posto a Mastella? Io resto lì".

Il fatto che il ministro delle Riforme non abbia voluto però fare dichiarazioni ufficiali non vuol dire che nelle prossime ore non risponderà direttamente a Fini, ma anche ai centristi dell'Udc. Probabilmente lo farà stasera, nel corso del comizio che terrà nel veronese.

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Crisi, tutti contro tutti. Fini a Berlusconi: «Liberaci da Bossi»
di Marcella Ciarnelli

L’incontro «due a due» che per Berlusconi finora è stata la panacea di tutti i mali non ha portato i risultati sperati. Fumata nera. La crisi continua. Si guardano in cagnesco senza incontrarsi le varie anime della maggioranza. Figuriamoci se il presidente del Consiglio avesse forzato la mano per mettere tutti i partner attorno allo stesso tavolo.

Tornato al grigio del Palazzo dopo il sole di Positano, il premier si è chiamato uno ad uno i ragazzi che non hanno ancora finito di sfogarsi nonostante la giornata di libertà valutata da Berlusconi sufficiente a tranquillizzare gli animi. Non è stato così. Nell’ufficio a Palazzo Chigi, non in quello amichevole di via del Plebiscito, non davanti ad una tavola imbandita, prima è stato chiamato Gianfranco Fini, il più arrabbiato di tutti, poi Marco Follini, scuro in volto anche lui, ricevuti dopo una lunga telefonata con Umberto Bossi che se n’è rimasto platealmente a Milano mentre la Lega conduceva in aula a Montecitorio la battaglia contro l’indultino e che potrebbe disertare anche il Consiglio dei ministri di stamattina, giusto per calcare la mano.
«Il presidente sta lavorando per riportare la serenità, sicuro che alla fine prevarranno responsabilità e ragionevolezza» ha riferito il portavoce del premier che, per una volta, non ha potuto smentire i problemi nella maggioranza davanti al quadro che si era andato delineando al termine di un’altra giornata di crisi in cui ormai l’appello non poteva essere fatto che «alla ragionevolezza e alla responsabilità». Nella sostanza l’invito a trovare una forma di coesistenza per non far tornare a casa una coalizione che vanta una maggioranza storica che, ormai è evidente, non sa gestire.
Operazione difficile che Berlusconi ha cercato di gestire mandando in avanscoperta Gianni Letta alla Camera a parlare con Pier Ferdinando Casini, giusto per tastare il polso della situazione e capire a quanti gradi era arrivata la febbre di cui aveva parlato il ministro Maroni esponente di punta di quella Lega che è diventato il problema dei problemi.
Lo ha confermato Fini al premier. Il problema del vicepremier, pronto a tornarsene al partito se le cose non cambieranno, resta il rapporto con la Lega e l’importanza che il partito di Bossi ha nella coalizione di governo, troppo grande per essere giustificata dal reale peso elettorale. Ma piuttosto conseguenza del legame a doppio filo con Tremonti e di quel patto sottoscritto prima delle elezioni davanti al notaio che si va dimostrando essere realmente di ferro. E da cui discende l’atteggiamento che il Carroccio ha assunto da alcune settimane, «incontrollabile e politicamente indifendibile». Soprattutto per l’insistenza sulla devolution.
Cinquanta minuti di colloquio «freddo» e soltanto «interlocutorio» tra Berlusconi ed il suo vice che ha visto chiudersi la cabina di regia senza che vi fosse neanche una riunione e che, da quel momento, non aveva più fatto sentire la sua voce. «Così non si può andare avanti» ha detto Fini insistendo perché Berlusconi si decida a riprendere in mano «il timone della coalizione» cercando di pilotarla lontana dagli scogli che Bossi ha evocato solo l’altro giorno. Il pericolo-Lega è stato evocato anche da Follini in un faccia a faccia durato ancora di più di quello con Fini. «La coalizione e il governo sono schiacciati a livello di immagine dalle uscite sempre più incontrollabili e sopra le righe dei leghisti» ha detto spazientito il segretario dell’Udc. E giù a ricordare le cannonate contro gli immigrati, il voto con l’opposizione e la posizione assunta sull’indultino. Mostrando una sintonia con il leader di An che, almeno per il momento, mostra di essere solida. Ma non è detto fino a quando.

Questa però è un’altra puntata. In quella di ieri Bossi ha scelto di lanciare messaggi in nome del convincimento che bisogna «ridiscutere l’intesa da cima a fondo» e che «se salta il patto e non se ne sigla un altro non siamo più legati». Affermando, però, che «se arriva il rinnovamento del programma, riparte la macchina». Però sia chiaro «deve essere un rinnovamento da fare e non solo da dichiarare». Il premier è avvertito. Ad aiutarlo nella difficile opera di ricomposizione destinata a durare non si sa per quanto resta la consapevolezza, comune a tutta la colaizione di governo, che se la corda si spezza il destino sarebbe oscuro per tutti. Potrebbe essere la paura del domani il nuovo collante di una coalizione in pezzi.

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Governo. Premier cerca di "riportare la serenità" nella Cdl


Berlusconi ha incontrato Fini e Follini


Roma, 10 luglio 2003

Silvio Berlusconi tenta di ricucire i rapporti nella Cdl, ma l'impresa sembra davvero difficile. Gli incontri avuti oggi, prima con Fini poi con Follini, non sono stati risolutivi, tant'è che il portavoce del premier Paolo Bonaiuti ha solo potuto assicurare che Berlusconi è al lavoro per "riportare la serenità, sicuro che alla fine prevarranno responsabilità e ragionevolezza".

"Malessere" di An e Udc verso la Lega
Il premier avrebbe ribadito a Fini e Follini di considerare "chiusa" la fase della verifica e di non voler riaprire nulla. "C'è un programma condiviso e siamo al governo in virtù di questo patto siglato con gli elettori", questo il ragionamento di Berlusconi, "quindi ora non resta che lavorare insieme per realizzarlo". D'accordo i due interlocutori sulla "fedeltà al patto", ma è stato fatto presente al leader il "forte malessere" per quelle che vengono definite "continue provocazioni della Lega".

Colloquio con Bossi
Nel pomerigggio Berlusconi ha avuto un colloquio telefonico con il leader della Lega Umberto Bossi. La telefonata, secondo quanto si apprende da fonti parlamentari della Lega e di Forza Italia, avrebbe riguardato le principali richieste della Lega rispetto alla verifica, vale a dire l'approvazione della devoluzione in tempi certi e definiti, e l'accantonamento delle proposte di riforma del sistema pensionistico.

Bossi: con rinnovamento il programma riparte
"Se arriva il rinnovamento del programma, riparte la macchina", ha detto conversando con i giornalisti il ministro per le Riforme, Umberto Bossi. "Ma, sia chiaro, un rinnovamento da fare e non solo da dichiarare".

Difficile giornata parlamentare
Il Consiglio dei ministri di domani mattina potrebbe di fatto costituire una ulteriore occasione per proseguire la riflessione all'interno della maggioranza. La situazione nella CdL sembra quindi ferma a ieri. Anzi, si è ulteriormente acuita la divisione con la difficile giornata parlamentare alla Camera dedicata all'indultino. La Lega ha attaccato a testa bassa prima Casini (di nuovo accusato da Cè di non essere imparziale) poi Forza Italia, accusata di non poter dare lezioni di moralità, giacchè "pensa solo a leggi che attenuino le pene prevedendo attenuanti per tutti e per i corrotti".

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In Italia il sistema non è pluralistico. Parola di «garante»
di Caterina Perniconi

Il richiamo formale a Rai, Mediaset e Publitalia, per lo sforamento dei tetti di raccolta di risorse economiche nel triennio 1998-2000, periodo in cui è stata superata la soglia del 30%, «è gia una sanzione». Lo conferma il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle Telecomunicazioni, Enzo Cheli, presentando alla Camera la relazione annuale dell’istituzione. Il richiamo «si caratterizza già come sanzione - ha detto Cheli - oltre che come diffida ad adottare atti o comportamenti vietati dall’articolo 2 della legge Maccanico (249/97)».

Enzo Cheli, nel rapporto, ha puntato il dito contro le «rigidità del duopolio televisivo», ha spiegato che dal punto di vista del pluralismo «la situazione è insoddisfacente», dato che «permane la rigidità dell’originario impianto duopolista del sistema televisivo, già ripetutamente denunciata dalla Corte Costituzionale». Cioè, si protrae una «situazione di stallo», nonostante «la quantità e la varietà dei tentativi compiuti, per lo più con armi spuntate rispetto alla forza degli interessi costituiti».

Il presidente ha sottolineato come l’Autorità, nella sua pronuncia, si è anche riservata «l’adozione di provvedimenti deconcentrativi indicati nel comma 7 dello stesso articolo, una volta completata, entro l’aprile del prossimo anno, l’analisi della distribuzione delle risorse». Ovvero, portata a termine la seconda istruttoria attualmente in corso, l’Autorità potrebbe obbligare i grandi network a dismettere rami delle aziende, in modo da rientrare nei parametri della legge Maccanico oggi in vigore.
Il problema è che quando la seconda istruttoria sarà terminata, la legge Maccanico quasi sicuramente non esisterà più, sostituita dalla legge Gasparri che definisce parametri molto diversi. Ed è ancora da chiarire se avrà effetti retroattivi. Poi Cheli ha ricordato che «bisogna tenere conto degli effetti della sentenza della Corte costituzionale n. 466 del 2002». Perché «la redistribuzione delle risorse che l’applicazione di tale sentenza verrà a determinare, a seguito del previsto passaggio sul satellite di una rete analogica privata, (Retequattro, ndr), e della conseguente sottrazione della pubblicità a Raitre, è destinata, infatti, ad incidere sul tasso di concentrazione dei due maggiori attori del mercato».

La relazione ha toccato anche la questione della liberalizzazione delle telecomunicazioni in Italia, che si è sviluppata in modo rapido in questi ultimi cinque anni, determinando, «con l’ingresso di molti nuovi operatori», un arricchimento nell’offerta di servizi e una «consistente discesa nei prezzi». Anche se «restano - ha detto Cheli - problemi rilevanti», quali «la posizione preminente e quasi esclusiva di Telecom», cioè l’operatore «incumbent», nel mercato dell’accesso. Cheli non ha nemmeno dimenticato il socio di Telecom, Rupert Murdoch, e la neonata Sky Italia, riservandosi «per il momento» il giudizio «sugli effetti dell’ingresso del maggiore operatore di pay-tv a livello mondiale potrà avere sugli equilibri complessivi del sistema, oltre che sugli interessi dell’utenza», precisando che la situazione d’ingresso è «di sostanziale monopolio».

Il dibattito sul tema del pluralismo radiotelevisivo «ha trovato il suo punto di sintesi più elevato - ha precisato Cheli - nel messaggio che il presidente della Repubblica ha indirizzato alle Camere il 23 luglio del 2002». Secondo Cheli quello di Ciampi era «un messaggio diretto a sottolineare l’esigenza di una legge di sistema volta a regolare l’intera materia delle comunicazioni secondo i principi in tema di pluralismo e imparzialità dell’informazione tracciati dalla giurisprudenza costituzionale». E ha lanciato un monito al ministro Gasparri, ricordando come «l’esperienza dimostri che la difesa del pluralismo va innanzitutto affidata alla formulazione di leggi chiare e rispettose dei principi costituzionali». Proprio contro il «lodo Gasparri», il vertice dei segretari dell’Ulivo ha deciso d’indire una manifestazione il prossimo 22 luglio a Roma. La data scelta non è casuale, perché ricorre il primo anniversario del «solenne messaggio» di Ciampi, ricordato da Cheli.

Le voci contro il disegno di legge sono molteplici: dagli Stati Uniti è arrivato il richiamo della presidente della Rai, Lucia Annunziata, ai giornalisti della sua azienda: «In un momento in cui è in discussione la legge Gasparri, che determina il destino della Rai, è impressionante, e forse rivelatore di incertezze e di paure, il silenzio dell’azienda stessa. È tempo che tutti i dipendenti della Rai facciano sentire la loro voce per definire qual è lo spazio vitale della loro azienda. Il futuro che il ddl riserva ad una Rai subalterna non è un futuro felice». La presidente è stata invitata ad occuparsi «della qualità del prodotto» dal ministro Gasparri, e ha ricevuto una dura risposta da parte di Roberto Natale, presidente dell’Usigrai: «L’unico silenzio è quello di un vertice che sta lasciando letteralmente orfana la Rai - ha detto Natale - alla presentazione del rapporto annuale di Cheli, c’erano Montezemolo per la Fieg e Confalonieri per Mediaset, che hanno immediatamente dato voce agli interessi delle aziende che rappresentano. Per la Rai non ha parlato nessuno: forse c’era il Direttore Generale Cattaneo, ma l’effetto è stato nullo».

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Rai. Annunziata: il conflitto d'interessi condanna l'azienda al declino


Il presidente rai Lucia Annunziata


Roma, 10 luglio 2003

"In un momento in cui è in discussione la legge Gasparri, che determina il destino della Rai, è impressionante, e forse rivelatore di incertezze e di paure, il silenzio dell'Azienda stessa". Lo scrive in una nota la presidente della Rai, Lucia Annunziata.

"E' tempo che tutti i dipendenti della Rai facciano sentire la loro voce per definire qual è lo spazio vitale della loro Azienda - afferma Annunziata -. Il futuro che il del riserva a una Rai subalterna non è un futuro felice. Come già molti hanno detto, anche imprenditori privati ed editori, la legge proposta inibisce infatti la competizione all'interno del sistema delle comunicazioni e non risolve il nodo fondamentale: il conflitto di interessi".

"Eppure c'è una strada alternativa - argomenta ancora la presidente della Rai -. La mia opinione, che ho già espresso in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera (6/7/2003), è che esiste una soluzione insieme imprenditoriale e pluralistica in grado di salvaguardare il patrimonio Rai, di far crescere complessivamente il nostro sistema industriale della comunicazione e di ammodernarlo. Penso che, mantenendo al centro l'azienda di servizio pubblico, si debba aprire l'editore Rai ad alleanze con imprese private in modo da favorire, fornendo condizioni di sicurezza, la nascita e la crescita di nuovi gruppi".

"Il fatto paradossale su cui nessuno si sofferma - sottolinea Annunziata - e' che se anche si arrivasse all'apertura del mercato, ad esempio quello pubblicitario, non vi sarebbe l'ingresso di nuovi soggetti nazionali in grado di competere con colossi internazionali". "Prima tutto pero' bisogna superare il conflitto di interessi - conclude la presidente della Rai - che, non solo nel campo della comunicazione ma anche in politica, impedisce ormai una seria discussione perche' costringe ogni potenziale protagonista a lottare unicamente per sopravvivere e non per competere. Ed e' sempre il conflitto di interessi che non permette alla maggioranza di esprimere governi e progetti forti per la Rai condannandola a un progressivo declino".

Gasparri: presidente si occupi della Rai
"Invito la Annunziata ad occuparsi della Rai, visto che ne è il presidente". Così il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri ha risposto alle critiche che il presidente di Viale Mazzini ha rivolto oggi al ddl che porta il suo nome.

"Il presidente - ha detto Gasparri - lavori per il ruolo della Rai. La qualità e l'impegno sono compiti che riguardano anche i vertici dell'azienda. Chi la guida, deve anche badare al prodotto". Quanto al "progressivo declino" cui l'azienda, secondo Annunziata, sarebbe condannata dal ddl Gasparri, e alla necessità di far crescere il sistema industriale delle comunicazioni "colgo un po' di confusione nella dichiarazione", ha sottolineato il ministro. "La legge va esattamente in questa direzione: aprire il mercato a una maggiore concorrenza ma insieme non determinare un nanismo delle imprese editoriali".

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Giovedi, 10 Luglio, 2003

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Governo. Giornata di tensioni nella maggioranza, si affaccia la crisi


Bossi ha chiesto a Berlusconi di 'dare la rotta'


Roma, 9 luglio 2003

Giornata nera per la maggioranza. Si affaccia lo spettro della crisi, con An e Udc che si fanno sponda rafforzando l'asse tra di loro, la Lega che lancia altolà, Berlusconi che si spazientisce con gli alleati.

Salta la Cabina
Salta la 'cabina di regia' per le questioni economiche, ed è lo stesso Fini a prendere atto, senza preavvisare il premier, che "non ci sono le condizioni politiche" per il ruolo che il vice premier aveva chiesto di ricoprire nell'organismo che, nel rinnovato patto programmatico di governo, rappresentava proprio il suggello dell'avvenuta verifica.

Berlusconi: li lascio sfogare
In una giornata carica di tensioni e di colpi di scena la Cdl ha vissuto una giornata di fuoco. E Berlusconi, di fronte al ribollire della sua maggioranza, ha ostentato distacco: è partito di buon mattino per Positano, nella villa dell'amico regista Franco Zeffirelli. "Li lascio sfogare", ha detto il premier degli alleati ribelli.

An: sì al rimpasto
Ora buona parte del partito di Fini spinge per il rimpasto - tutt'al più concedendo una 'moratoria' per il semestre europeo - e, insieme all'Udc, punta a una resa dei conti con la Lega, e non manca chi spera che la crisi possa sfociare nell'uscita di Bossi dal governo.

Se il capitano....
Per la sinistra il governo di centrodestra è ormai in piena 'crisi'. E sia Forza Italia sia gli alleati, Bossi in testa, ora chiedono a Berlusconi un colpo di reni. Si aspettano e sollecitano un vertice che ristabilisca la rotta del governo.

"Se il capitano non dà la rotta, la nave va sugli scogli. E il capitano deve evitare che la nave vada sugli scogli. Siamo in attesa che Berlusconi ci dia questo patto che gli abbiamo chiesto", ha detto in serata Umberto Bossi, dopo aver esternato nel pomeriggio le sue preoccupazioni direttamente al premier con una telefonata.

Il leader leghista aveva già lanciato un messaggio-ultimatum attraverso il suo capogruppo alla Camera, Alessandro Cè: il patto elettorale è ormai saltato, occorre, entro lunedì, un nuovo "accordo formale" che chiuda la verifica, una intesa sottoscritta da Berlusconi, Bossi, Fini e Casini e 'garantito' dallo stesso premier. "Uscire dal "tunnel" nella "chiarezza - è la sollecitazione del Carroccio - perché "non bastano più né le pacche sulle spalle, né i contentini (tipo cabina di regia), né le promesse di trovare soluzioni ai problemi".

Ora tocca di nuovo al premier riprendere in pugno la situazione per allontanare lo spauracchio di una crisi e di un rimpasto al buio in pieno semestre.

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Governo. Bagarre alla Camera. Lega protesta contro indultino. Udc: buffonate indegne


Protesta show della Lega, l'Udc si infuria


Roma, 9 luglio 2003

Senza fine la giornata più nera della Casa delle Libertà. Stamattina è morta prima di nascere la cabina di regia. In serata la maggioranza si fa la guerra alla Camera. Mentre si stava votando l'indultino è cominciata la protesta del Carroccio. Il presiedente della Camera Pier Ferdinando Casini ha sospeso la seduta dopo che alcuni 'parlamentari del gruppo della Lega hanno allargato le loro giacche mostrando delle t-shrit con la scritta verde "io sto con Abele". Insomma, non difendiamo i Caini in carcere, i beneficiari del provvedimento di clemenza. Mentre i deputati dell'opposizione scandivano "fuori, fuori", il presidente della Camera Casini richiamava ripetutamente all'ordine i deputati leghisti ed in particolare il capogruppo del Carroccio, Alessandro Cé, richiamandolo alle sue responsabilità. Le parole di Casini cadevano nel vuoto. I leghisti continuavano a non ascoltarlo e così il presidente della Camera, al terzo richiamo, ha sospeso la seduta fino a quando i commessi non avessero provveduto a partare fuori dall'aula un gruppo di deputati leghisti.

Bordate in Transatlantico
Le schermaglie sono continuate fuori dall'Aula davanti ai taccuini dei cronisti. "Cominciamo a mettere un po' in forse il ruolo istituzionale di Casini" ha affermato il capogruppo della Lega alla Camera, Alessandro Cé. "A furia di tirare, la corda alla fine si spezza" ha commentato un irritato Carlo Giovanardi, ministro per i Rapporti con il Parlamento. Ancora più duro il capogruppo Udc Luca Volonté: "Buffonate indegne di essere rappresentate da parte di rappresentanti del popolo che siedono in Parlamento".

Si riprende domani mattina
I deputati della Lega hanno rinunciato a parlare sul complesso degli emendamenti al provvedimento sull'indultino: la seduta è stata sospesa e aggiornata a domani mattina alle nove. Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ha annunciato che l'esame del testo riprenderà domani mattina con "immediate votazioni".

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Senato. Ddl Gasparri, Angius chiede sospensione seduta dopo lettura dichiarazione di Bossi. Opposizione lascia l'Aula


Senato in agitazione durante l'esame del ddl Gasparri


Roma, 9 luglio 2003

Il capogruppo dei senatori Ds, Gavino Angius, è intervenuto nell'Aula di Palazzo Madama leggendo una dichirazione di Umberto Bossi che pubblica domani un quotidiano definendola "una vera e propria apertura di una crisi di governo".

Gavino Angius afferma che Bossi ha detto: "Basta, il patto elettorale su cui si è costituita la CdL è finito. Occorre subito un nuovo patto". "Si tratta a nostro avviso - ha spiegato - dell'apertura formale della crisi di governo".

Angius ha chiesto perciò che la seduta venga interrotta e che il premier, Silvio Berlusconi, venga al più presto a riferire in Aula sullo stato di salute della maggioranza. I capigruppo dell'Udc e della Lega Nord, Franco D'Onofrio e Francesco Moro hanno espresso parere opposto chiedendo al presidente di proseguire la seduta. Il capogruppo di Dl, Willler Bordon, ha chiesto una conferenza dei capigruppo per formalizzare la richiesta.

"Una dichiarazione politica - ha detto alla fine il presidente del Senato, Marcello Pera, respingendo la richiesta di sospensione - non può avere effetti sul calendario. Ove a quella dichirazione dovessero seguire atti formali il Senato ne prenderà atto".

L'assemblea di Palazzo Madama sta dunque proseguendo l'esame del ddl Gasparri. E' stato ora approvato l'articolo 3 del provvedimento.

Ma dopo la reiterata reiterata decisione del Presidente Pera di proseguire la seduta al Senato, i parlamentari delle opposizioni hanno abbandonato l'aula di Palazzo Madama, lasciando un "presidio" di 15 senatori a seguire l'esame del ddl Gasparri.

Gavino Angius e Willer Bordon hanno poi annunciato nella sala stampa del Senato che domani, alle 13,30, si svolgerà un'assemblea straordinaria dei senatori dell'Ulivo.

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Governo. La Russa: è evidente che la verifica non ha funzionato, ora bisogna trovare un'altra intesa


Ignazion La Russa ammette il fallimento della verifica


Roma, 9 luglio 2003

"E' evidente che la verifica non ha funzionato, ora c'è da cercare un'altra intesa". Così Ignazio La Russa, presidente dei deputati di An, commenta in Transatlantico il fallimento della cabina di regia e i conflitti all'interno della maggioranza.

"C'è chi lavorava per far partire il governo Berlusconi ad un'altra velocità, sembrava che ce l'avessimo fatta - osserva il capogruppo di An - La verità invece è che quando uno crede che ci sia l'intesa, non sempre l'intesa c'è".

Come si esce da questo avvitamento? La Russa risponde intonando il ritornello di una vecchia canzone di Battisti: "Lo scopriremo solo vivendo...".

Incontro Casini-Bonaiuti-Follini
Oggi pomeriggio si è svolto a Montecitorio un incontro tra il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti e il segretario dell'Udc Marco Follini. Nessun commento è stato rilasciato dai partecipanti all'incontro, che è avvenuto nello studio del presidente Casini.

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Semestre Ue. Schroeder ha deciso: niente vacanze in Italia. Frattini: non è caso politico. Ulivo: Stefani deve andarsene


Nuova polemica a distanza tra Roma e Berlino


Berlino, 9 luglio 2003

Sembrava rientrato l'incidente diplomatico tra Italia e Germania. Ed invece la decisione presa oggi dal cancelliere tedesco riapre le ostilità. Gerard Schroeder ha annullato la vacanza già fissata in Italia. Motivo: le dichiarazioni del sottosegretario leghista Stefano Stefani. Stamattina, il portavoce del cancelliere aveva detto che Schroeder non aveva ancora deciso se concedersi o meno il soggiorno nelle Marche, che sarebbe dovuto iniziare dal 19-20 luglio. Anda aveva precisato che la decisione non sarebbe comunque dipesa dalle eventuali dimissioni del sottosegretario Stefano Stefani.

In vacanza ad Hannover
Il cancelliere trascorrerà con la famiglia "le sue vacanze ad Hannover". " Gerhard Schroeder non vuole esporre la sua famiglia a ulteriori speculazioni sul poco tempo comune di ferie". I conseguenti condizionamenti "comprometterebbero il necessario riposo e una indisturbata convivenza". "La famiglia trascorrerà pertanto - conclude il comunicato - le sue vacanze assieme a Hannover" (città di residenza del cancelliere).

Ulivo chiederà la rimozione di Stefani
L'Ulivo domani chiederà alla Camera e al Senato che "il sottosegretario Stefano Stefani sia sollevato dal suo incarico per gli enormi danni che sta arrecando al Paese con le sue sconsiderate dichiarazioni". E' quanto ha annunciato Luciano Violante al termine della riunione dei leader e dei capigruppo del centrosinistra.

Frattini: mi dispiace, ma non è caso politico
"No, non e' un caso politico" taglia corto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ai giornalisti che in Senato gli comunicavano la notizia che il Cancelliere tedesco aveva deciso di cancellare le sue programmate vacanze in Italia dopo le recenti dichiarazioni anti-tedesche del sottosegretario Stefani. "Sono dispiaciuto, per me - ha aggiunto Frattini - l'incidente è chiuso da due giorni ed io continuerò comunque ad andare in Germania".

Berlusconi: mi spiace per lui
"Mi dispiace per lui". E' la laconica risposta del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a Positano, alla richiesta dei giornalisti di commentare la notizia che il premier tedesco Gerhard Schroeder quest'anno non verrà in Italia in vacanza.

La stampa cavalca la polemica
La stampa popolare tedesca cavalca oggi la disputa. "Cancelliere, resta duro! Nix bella Italia", titola in prima la Bild dedicando alla vicenda tutta la seconda pagina con tanto di lettera della firma d'oro del giornale Franz Josef Wagner al cancelliere ("Caro Gerhard Schroeder"), un commento del re del gossip di palazzo, il conte Mainhardt Nayhauss, offerte di vacanze alternative di operatori tedeschi e dichiarazioni di politici che sconsigliano al cancelliere di andare in Italia. Nella stessa pagina la Bild pubblica inoltre una foto con uno scorcio affollatissimo di spiaggia a Rimini con una croce rossa sopra (a mò di bando) e accanto un riquadro in grassetto intitolato "Epidemia di morbillo in Italia". La vicenda è seguita anche oggi da altri quotidiani. La Welt esce con una terza pagina dal titolo ironico "E adesso dove?" con Schroeder e la moglie Doris che guardano una guida turistica di Mallorca. Accanto è pubblicata una intervista al sindaco di Positano Pietro Ottavio (che per primo aveva accolto la coppia in vacanze in Italia nel '99) e sotto un articolo con una serie di mete alternative: "Adesso vediamo un po' dove siamo ancora amati". Decisamente sobria la Frankfurter Allgemeine Zeitung che in un articolo in prima parla di"distensione nella lite tedesco-italiana" e in un commento in decima osserva che il ministro degli esteri Franco Frattini ha detto le parole giuste (i tedeschi "sono sempre benvenuti nel nostro paese") e rilevando che nonostante la partenza "penosa e leggermente autodistruttiva" il risultato del governo Berlusconi con la presidenza italiana dell'Ue sarà giudicato alla fine: comunque "non si dovrebbe in nessun caso provocare un insuccesso a forza di isteria", afferma.

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Mercoledi, 9 Luglio, 2003

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Giustizia. Berlusconi, sì a carriere separate per i giudici. La riforma entro breve


Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi


Roma, 8 luglio 2003

Semaforo verde del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, alla separazione delle carriere per i magistrati. La "assoluta separazione delle carriere", spiega il premier, sarà presentata attraverso un emendamento al disegno di legge già depositato in Parlamento sulla riforma dell'ordinamento giudiziario. Per la seconda volta dunque Berlusconi ribadisce ai vertici dell'Unione delle Camere penali ricevute oggi a Palazzo Chigi, la volontà del governo di intervenire sulla questione.

Insoddisfatti vertici Ucpi
L'impegno non soddisfa però i vertici dell'Ucpi. "Siamo contrariati - commenta al termine dell'incontro il presidente Ettore Randazzo - perché si è ancora alle dichiarazioni di intenti". Il percorso, illustrato dal presidente del Consiglio, è in ritardo rispetto a quanto promesso in un primo momento. Allora, ricorda il leader dei penalisti, il premier aveva promesso che il primo intervento sarebbe stato pronto "entro 15 giorni". "E' passato un mese e mezzo - sottolinea Randazzo - siamo ancora alla proroga di quell'impegno verbale".

In merito al disegno di legge costituzionale annunciato dal ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che prevede la separazione delle carriere dei magistrati e l'elezione diretta dei pm e la loro regionalizzazione, il premier Silvio Berlusconi ammette di non saperne nulla. Parole che ancora una volta non rassicurano i penalisti. Non si esclude un nuovo ricorso all'astensione dalle udienze per protestare contro le mancate riforme.

Castelli parla del Ddl
Prima dell'annuncio di Berlusconi, nella mattinata, a sorpresa il ministro Castelli ha parlato di un ddl costituzionale che prevede la separazione delle carriere dei magistrati e l'elezione diretta dei pm e la loro regionalizzazione pronto "tra due mesi". Ma di più non aveva detto. "Ci stiamo pensando", aveva sottolineato, "vedremo che cosa ne pensano i nostri alleati". Subito dopo le parole del premier, Castelli si affrettato a smentire una sconfessione da parte del presidente del Consiglio al disegno di legge proposto dalla Lega.

"Sconfessato? No - spiega il ministro - tutto questo fa parte della normale dialettica politica. Lui non può conoscere il ddl della Lega perchè ancora non c'è".

No dell'Amn e critiche Csm
Il progetto di Castelli non piace ai magistrati. L'Anm ribadisce il proprio 'no' alla separazione delle carriere dei magistrati. "La nostra posizione è nota - sottolinea il presidente Edmondo Bruti Liberati - non ci sembra dia maggiori garanzie ai cittadini, ma ne dia di meno".

Critica il sistema dei concorsi per magistrati il vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni. La soluzione prevista dividerebbe, secondo il numero due del Consiglio superiore della Magistratura, la categoria "tra chi fa i concorsi e chi li giudica". Per Rognoni, "occorre invece far crescere la cultura e la professionalità del magistrato mentre lavora".

Le riserve di An
Dietro l'iniziativa della Lega, ci sarebbe Umberto Bossi. Ma la proposta rischia di aprire un nuovo fronte nella maggioranza. "Io mi sono sempre schierato per la separazione delle funzioni, mai per la separazione delle carriere dei magistrati", conferma il capogruppo di Alleanza nazionale alla Camera, Ignazio La Russa.

Per il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, "la separazione delle carriere, posta in questi termini, è semplicemente un nuovo capitolo della guerra di Berlusconi contro la magistratura e contro la Costituzione". Il capogruppo dei Ds alla Camera, Luciano Violante, parla di "personaggi inattendibili e incompetenti professionalmente. Inattendibili perchè - aggiunge - non voglio usare altri termini".

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Pensioni. Bossi: semmai tocchino i privilegiati


Umberto Bossi


Roma, 8 luglio 2003

"Se vogliono toccare le pensioni, semmai tocchino i privilegiati": il ministro Umberto Bossi è tornato questa sera a parlare di pensioni, in un'intervista TelePadania. "Siamo contrari - ha spiegato Bossi - ad andare oltre la delega che in questo momento si trova al Senato, dopo essere passata al Consiglio dei ministri e alla Camera. Noi diciamo che se si vuole che i lavoratori vadano avanti a lavorare ci devono guadagnare: ovvero ci vogliono gli incentivi. Non si possono tagliare le pensioni per fare cassa".

"Il problema è che la gente sbaglia a votare - ha sostenuto Bossi in un passaggio dell'intervista - vota quel giro politico che sta intorno a Confindustria e purtroppo di questi ce ne sono anche nella maggioranza".

"Capisco anch'io - ha aggiunto il ministro - perché alcuni non vogliono la devoluzione e il federalismo perché la devoluzione e il federalismo richiedono responsabilità. Se per fare cassa uno invece che chiamare alla responsabilità le Regioni, ad esempio sulla questione della spesa sanitaria, preferisce toccare le pensioni la Lega si schiera contro, per forza. Devoluzione e federalismo significano questo: io ti dò la competenza e tu sei responsabile e se fai un buco perché sei incapace o sei furbo te ne devi andare".

"Io sono duro - ha concluso Bossi - con quelli che vivono di trucchi e che tirano a campare, fossero anche dentro la maggioranza. Per salvare il Paese noi dobbiamo avere a che fare con gente responsabile".

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Genova. Ispettore di polizia uccide moglie, 2 figli e si suicida


La atragedia è accaduto in via Cornigliano a Genova.


Genova, 8 luglio 2003

Un ispettore di polizia ha ucciso stasera a colpi di pistola i suoi due figli, di otto e quattro anni, e la moglie e si è poi suicidato. E' accaduto nell'abitazione del poliziotto, in via Cornigliano a Genova.

L' ispettore si chiamava Saverio Galoppo, aveva 47 anni ed era in servizio alla squadra informativa dell'ufficio di gabinetto della questura. La moglie, Assunta, aveva 43 anni. La figlia maggiore aveva otto anni, il figlio minore quattro.

La follia dell' uomo è esplosa poco prima delle 22. I vicini di casa hanno udito diversi spari e, allarmati, hanno chiamato 113 e 112. Sul posto sono accorse pattuglie della polizia e dei carabinieri, che hanno cercato di entrare nell'abitazione, la cui porta d'ingresso era chiusa dall'interno.

In un primo tempo si era ritenuto che l'uomo si fosse barricato in casa. Quando però gli agenti sono riusciti ad entrare nell'appartamento, nel popoloso quartiere di Cornigliano, hanno trovato soltanto i cadaveri dei quattro.


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Martedi, 8 Luglio, 2003

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Sfratti. Governo battuto 4 volte alla Camera da 'asse' Ulivo-Lega


L'emiciclo della Camera


Roma, 8 luglio 2003

Governo battuto alla Camera per ben quattro volte nella giornata di oggi, mentre in Aula erano in corso le votazioni sul decreto cosidetto 'mille proroghe', che contiene tra l'altro lo slittamento degli sfratti.

La Lega e l'Ulivo hanno votato insieme per tre volte un emendamento presentato dal Carroccio e una volta un emendamento presentato dall'Ulivo. Con un emendamento su cui il governo è andato sotto sono state prorogate di tre mesi, fino al 31 dicembre 2003, le agevolazioni sulle ristrutturazioni edilizie. L'Aula della Camera ha deciso di sospendere la trattazione del decreto 'mille proroghe', che sarà ripresa domani. La decisione è stata presa con 4 voti di scarto.

Vito: decisione responsabile
"E' più responsabile attendere poche ore per proporre subito alla Camera una nuova e valida copertura finanziaria agli emendamenti approvati". Il capogruppo di Fi alla Camera Elio Vito nell'Aula di Montecitorio così motiva il suo sostegno alla richiesta avanzata dal relatore Nino Oricchio di sospendere fino a domani la trattazione del decreto 'milleproroghe'.

Violante, governo impotente
E' un Governo impotente, non è capace di avere una maggioranza": il capogruppo Ds alla Camera Luciano Violante commenta così l'approvazione di ben quattro emendamenti (uno di Ds-Margherita e 3 della Lega) al decreto cosiddetto "mille proroghe", nonostante il parere contrario del Governo.

Giovanardi, un fatto tecnico
"Un normale episodio di vita parlamentare, un fatto tecnico e non politico". Carlo Giovanardi, ministro per i rapporti con il Parlamento, risponde così ai cronisti che gli chiedono conto delle quattro votazioni che alla Camera hanno mandato sotto il governo sul 'decreto mille proroghe'. "Si tratta di proroga di termini - spiega il ministro -
alcuni termini sono stati prorogati su provvedimenti che noi condividiamo pienamente. Il problema è che la commissione Bilancio ha dato parere negativo perché non c'è copertura finanziaria. La Lega ha votato i suoi emendamenti, l'Ulivo ha votato strumentalmente quegli stessi emendamenti". Giovanardi parla di "provvedimenti tecnici facilmente rimediabili".

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Pensioni. Bossi: "Dite al popolo che non gli taglieremo le pensioni"


Il segretario della Lega e ministro per le Riforme Umberto Bossi


Roma, 7 luglio 2003

Il segretario della Lega e ministro per le Riforme Umberto Bossi, al termine della segreteria politica del Carroccio, frenano su uno dei temi caldi della verifica di Governo. Insomma: la Lega è pronta a difendere la delega ferma in Parlamento e, a dispetto delle diverse posizioni presenti nella maggioranza, è disposta a dare battaglia.

"Dite al popolo che non gli taglieremo le pensioni", sostiene un Bossi sorridente di fronte ai giornalisti. "La delega è già stata approvata dal Governo, da un ramo del Parlamento e dalle parti sociali e va bene così come è, solo incentivi e nessun disincentivo", gli fa eco Maroni che, a chi gli ha fa notare come la posizione della Lega è differente da quella di altri alleati di Governo, risponde: "Ci sono diversità, è vero, ma noi abbiamo questa posizione e intendiamo difenderla".

Il seguito sarà comunque deciso nelle trattative con gli altri partner della maggioranza perché, come ha sottolineato lo stesso Bossi, la Lega non intende certo far cadere il governo.

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Minori. Sondaggio: bambini a 10 anni già schiavi del cellulare


Il 56% dei bambini possiede un cellulare


Roma, 7 luglio 2003

Il 56 per cento di un campione di 129 bambini di quarta e quinta elementare possiede un telefono cellulare e solo il 32 per cento lo spegne prima di andare a dormire; il 37 per cento lo ha avuto in dono dai genitori i quali, nell'intento di aumentare il controllo sui figli, finiscono per indurli ad una non sempre sana dipendenza.

E' quanto emerge da una ricerca coordinata dal docente di Teoria e tecniche delle comunicazioni di massa all'Università di Trieste, Francesco Pira, realizzata sul campo da un'insegnante laureanda in pedagogia, Paola Sigmund; terza ricerca di una serie dedicata da un'equipe della Facoltà di Scienze della formazione di Trieste all' universo dei bambini delle ultime classi elementari.

Dopo avere indagato sui rapporti dei più giovani con la televisione e con i videogiochi, stavolta i questionari si sono concentrati sul rapporto con i cellulari: "Se ne evince - ha sintetizzato Pira - che se ne fa uso presto, troppo e male, anche in confronto con gli altri Paesi europei, dove l'uso del mezzo appare più selettivo".

Questi i risultati del sondaggio: il 30 per cento fa più di tre telefonate al giorno, il 10,85 per cento le fa sia di giorno che di notte, solo il 20 per cento lo spegne in un luogo di culto e solo il 14 per cento ne fa a meno a scuola. Il 30 per cento definisce l' oggetto "indispensabile". Chi non ce l'ha vorrebbe averlo.

Il 42 per cento delle ricariche le pagano mamma e papà, il 5 per cento i nonni, mentre un 19% sostiene di pagarselo da sè, ovviamente con la paghetta settimanale. Ma lo sforzo economico di tanti genitori ottiene poi lo scopo voluto?

Tutti i ragazzi intervistati dicono di amare il mezzo perché è utile e li fa sentire più sicuri, e, in effetti, i maggiori destinatari delle chiamate (il 44,18%) risultano essere i genitori. Il 38,75 per cento ammette però di abusare degli sms tra amici, e tra le funzioni più utilizzate figurano i giochi (40,31%) e le impostazioni, soprattutto sveglia e suoneria (33,33%).

"Comportamenti questi che, specialmente sviluppati in un'età così precoce - ha osservato Pira - rischiano di avere non pochi effetti negativi, dalla perdita di concentrazione al contatto diretto con i coetanei, dalle radiazioni nocive all'organismo, specie per chi ha l' abitudine di tenerlo acceso tutta la notte sul comodino accanto al letto, all'impoverimento del linguaggio indotto dal lessico essenziale degli sms".

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Medicina. Operazione siamesi: ci sono complicazioni, cervelli troppo vicini


Laleh e Ladan


Singapore, 7 luglio 2003

A 37 ore dall'inizio della maratona in camera operatoria per separare due gemelle siamesi iraniane di 29 anni, i medici del Raffles Hospital di Singapore fanno sapere che sono sorte delle complicazioni.

Il portavoce del centro medico, Prem Kumar Nair, in una conferenza stampa alle 23 (ora locale) spiega che i cervelli delle due ragazze, Laleh e Ladan, sono molto vicini: "i due cervelli sono quasi aderenti l'uno all'altro". La fase in corso, quella appunto della separazione dei due organi, durerà quindi più tempo del previsto perché "i neurochirurghi deveno incidere i tessuti con molta attenzione, letteralmente millimetro per millimetro" ha detto Nair.

Il rischio resta lo stesso di quello annunciato
L'intervento quindi non si concluderà in serata come previsto ma "andrà avanti nella notte forse fino a domani mattina". Nair sostiene che in questo tipo di operazioni ci sono sempre degli imprevisti e che quello incontrato dai chirurghi in questa fase non aumenta la percentuale di rischio: "Il rischio è più o meno lo stesso di quello che avevamo annunciato". Stamattina, il portavoce aveva riferito del "cauto ottimismo" dei medici dopo le prime 24 ore di intervento.

Nella notte, il portavoce ha riferito che ci sono anche dei problemi di stabilizzazione della circolazione sanguigna tra le due ragazze, dopo l'innesco di un by-pass venoso.

Il team specialistico
In camera operatoria, ci sono alcuni dei migliori neurochirurghi del mondo, sotto la direzione del professor Keith Goh, noto per un'intervento di 97 ore con cui nel 2001 riuscì a separare le siamesi nepalesi, Ganga e Jamuna Shrestha, di 11 mesi, unite per la testa.

Al suo fianco, Benjamin Carson, primario del reparto di neurochirurgia pedriatica del Johns Hopskins (Baltimora, Usa) che ha compiuto con successo tre interventi di separazioni di siamesi, e altri cinque nomi di primo piano a livello internazionale. Diciotto gli specialisti locali che fanno parte del team, tra i quali il chirurgo plastico Walter Tan, direttore del Raffles Hospital.

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Lunedi, 7 Luglio, 2003

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Riforma elettorale. Pera: non possiamo tornare indietro


Il presidente del Senato Marcello Pera


Roma, 7 luglio 2003

Marcello Pera ritiene che sulla legge elettorale non si possa tornare indietro. Partecipando ad un convegno dell'Isle, il presidente del Senato ha detto di non voler "dare indicazioni sulla legge elettorale. Ma a chiunque vuole tornare indietro ricordo i costi enormi del sistema proporzionale".

Una nuova legge elettorale non risolverebbe le "fibrillazioni nella maggioranza, fenomeno che c'è sempre stato". Ne è convinto Marcello Pera che ha indicato invece la strada del rafforzamento dei poteri del premier.

Marcello Pera ricorda a quelli che vogliono tornare indietro, cioè al proporzionale, "quali sono stati i costi enormi del periodo in cui il proporzionale era imperante. Non solo costi politici: se un enorme debito pubblico noi abbiamo ancora da pagare in parte lo si deve anche a quel sistema. Quindi a coloro che volessero andare avanti su quella strada dico attenzione! A coloro, invece, che volessero andare avanti sul sistema maggioritario e renderlo più rigido ancora -ammonisce Pera - all'inglese, all'americana, io devo fare una raccomandazione di realismo empirico: noi non abbiamo assistito e fenomeni di scomparsa di partiti politici come si sarebbe aspettato dal maggioritario. Non abbiamo assistito nemmeno a fusioni importanti di partiti in partiti più grandi, come sempre il maggioritario avrebbe suggerito, perché si pensava che il maggioritario avrebbe pian piano portato alle fuzioni dei partiti e non solo al simbolo fittizio unico ma anche al partito unico. Questa cosa però non è accaduta. E' probabile che uno dei motivi per cui non sia accaduta è che sono mancate le riforme istituzionali conseguenti. E' probabile che l'identità ed il radicamento dei partiti italiani, di quelli che scomparvero nel '93, sia tale che essi tendono a rinascere nella società italiana".

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Codice della strada. Ventenne perde 54 punti in una volta


In questi giorni molte patenti sono state ritirate dalla polizia stradale


Roma, 7 luglio 2003

Ha commesso infrazioni al codice della strada per un totale di 54 punti, che gli sono stati tolti in una sola volta. Il protagonista è un ventenne bresciano fermato per un controllo dalla polizia provinciale a Concesio.

Il giovane è risultato positivo al controllo dell'etilometro, con conseguente perdita di 10 punti; responsabile di un sorpasso pericoloso, che ha pagato con altri 10 punti; guidava a velocità pericolosa in centro abitato, per questo ha perso altri 2 punti; non aveva allacciata la cintura di sicurezza, che lo ha portato a perdere altri 5 punti. Complessivamente il totale raggiunto è stato di 27, che però sono stati moltiplicati per due perché patentato da meno di 5 anni.

Bilancio da record
Il controllo, che risale a sabato verso le 19, è stato reso noto con il bilancio dell'attività della polizia provinciale nel fine settimana. Sono stati controllati circa 330 veicoli, e ritirate cinque patenti e altrettante carte di circolazione. In questi casi, però, non si è mai raggiunto il totale dei 20 punti.

Sempre nel fine settimana, a un altro giovane, i carabinieri hanno contestato infrazioni per un totale di 40 punti. Anche qui si è proceduto al raddoppio di due infrazioni da 10 punti l'una: guida in stato di ebbrezza e sotto l'effetto di stupefacenti. Altre patenti sono state ritirate dalla polizia stradale.

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Sabato, 5 Luglio, 2003

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Governo. Bossi: l'agenda va bene ma manca la temporizzazione


Il ministro per le Riforme Umberto Bossi


Cremona, 4 luglio 2003

"L'agenda di governo? Va bene. Manca solo la temporizzazione delle riforme, perché l'importante è che ci siano tempi certi". Lo ha detto questa sera il ministro per le Riforme Umberto Bossi parlando della agenda inviata oggi da Silvio Berlusconi. "La mia segreteria politica - ha spiegato Bossi - mi ha fatto notare che nella agenda manca la temporizzazione. E di questo ne parleremo lunedì. Perché la cosa seria è che i tempi di attuazione delle riforme siano certi".

Quando è stato chiesto a Bossi se sussista il problema dell' interesse nazionale, il leader leghista, sorridendo, ha risposto: "E' la Costituzione l'interesse nazionale... Comunque non è quello il problema perché si può trovare comunque l'equilibrio. Adesso bisogna procedere con le riforme e il prossimo anno procedere con il Senato federale, con la nuova Corte Costituzionale. Si possono fare le cose che vanno bene a tutti".

Ministro, e la questione delle pensioni? "Vediamo anche noi che la situazione fa fatica a tenere - ha spiegato Bossi - di certo la Lega ritiene che chi ha pagato le pensioni di anzianità non può subire scherzi. Bisogna riprendere in mano tutto il sistema pensionistico, comprese le pensioni di invalidità. Insomma bisogna fare un discorso generale. Io non ho ancora sentito un progetto preciso. L' ideale sarebbero gli incentivi, come ho già detto, comunque per la questione delle pensioni c'è Maroni ed è la garanzia".

Ministro Bossi, e la questione della cabina di regia? "Non ne ho idea - ha detto Bossi - io sono uno che si occupa delle piccole cose, precise. Fini è già il vicepremier, e per l'economia c'è Tremonti che è un genio. Comunque alla cabina di regia partecipano tutti, anch'io. Diciamo che la cabina diventa la proposizione di alcuni problemi. D'altra parte nella coalizione ci sono differenti sensibilità, ma la cosa importante è cercare di portare a casa i risultati".

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Semestre Ue. Berlusconi: nessuna scusa per Schulz, ma il caso è chiuso


"Ringraziamento profondo e di cuore" da parte di Berlusconi a Prodi


Strasburgo, 4 luglio 2003
"Nessuna scusa" al cancelliere tedesco Gerhard Schroeder per il caso Schulz ma "rammarico" per il fatto che una "battuta ironica" possa aver offeso i sentimenti di un popolo.

Silvio Berlusconi ha oggi riaperto polemiche che sembravano quasi chiuse dopo la telefonata chiarificatrice, ieri sera con Schroeder, che aveva soddisfatto la Germania. Anche se poi in serata, al ricevimento per la festa nazionale americana, ha tenuto a precisare che per lui il caso è chiuso.

Messa la parola fine all'incidente diplomatico con Berlino, restava però aperto quello con l'Europarlamento che, attraverso il suo presidente Pat Cox, faceva sapere che era stata offesa l'istituzione parlamentare europea e che solo un intervento diretto di Berlusconi avrebbe stemperato le tensioni.

Obbiettivo sulla Costituzione
"Ho un profondo rispetto per il Parlamento europeo", ha detto oggi il presidente del Consiglio in una conferenza stampa con il presidente della Commissione europea Romano Prodi. E' stata una giornata importante per il semestre di turno italiano della Ue: il tradizionale incontro con i membri della Commissione è andato bene, i commissari si sono potuti concentrare fattivamente con i rispettivi ministri italiani su temi concreti. "Ci siamo a lungo soffermati sul punto nodale della Costituzione europea sulla quale è stata impostata una collaborazione molto stretta in una atmosfera di cordialità", ha osservato Prodi al termine dei lavori svoltisi a villa Madama.

Ringraziamento a Prodi
Immediato il "ringraziamento profondo e di cuore" che Berlusconi ha indirizzato a Prodi "per il lavoro svolto e i suggerimenti dati per l'avvio di questo semestre". Anche oggi, nessun commento da parte di Prodi.

Si ritorna a parlare del caso Schulz
Ma l'attenzione dei media è stata nuovamente monopolizzata dal ritorno di fiamma del caso Schulz, riaperto inaspettatamente dallo stesso premier in piena conferenza stampa.

Il governo tedesco ha lasciato correre ritenendosi soddisfatto dalle parole usate da Berlusconi nella telefonata di ieri, anche se un portavoce non ha nascosto una punta di irritazione sulle parole del premier: "spero molto che qualcuno vicino al premier gli dia un buon consiglio", ha sottolineato il portavoce del governo federale Bela Anda.

Battuta ispirata da telefilm Hogan's Heroes
Silvio Berlusconi ha spiegato ancora il perché della sua battuta a Schulz indicato come un "kapo" dei campi di concentramento: "è stato il suo modo di gestirsi e il tono della voce" dell'eurodeputato della Spd ad avergli ricordato "il personaggio televisivo del sergente Schulz in una serie degli anni '65-70' che si chiamava Hogan's Heroes". Un sergente che "sbraitava ma che alla fine era anche un bonaccione, al quale ne combinavano di tutti i colori", ha precisato.

Rassicurazioni sull'ininfluenza di Bossi
Il presidente del Consiglio ha comunque teso la mano all'Europarlamento i cui membri, in particolare i socialisti europei, sono ancora irritati per le sue parole. Dopo aver ribadito le priorità della presidenza di turno italiana già illustrate a Strasburgo, il premier si è detto certo che la presenza di Umberto Bossi al Governo non influirà sulla politica estera ed europea dell'esecutivo, poiché questa viene fatta "dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri".

"Sintonia" su diversi punti
Tornando ai lavori tra i membri della Commissione e la presidenza italiana, Berlusconi ha potuto incassare al convergenza e la "sintonia" dell'esecutivo su diversi punti importanti: primo fra tutti la necessità di non stravolgere in sede di Conferenza Intergovernativa il testo di riforma istituzionale della Ue faticosamente raggiunto dalla Convenzione e poter quindi raggiungere la firma del nuovo Trattato il più presto possibile.

Il 21 e 22 Berlusconi incontra Bush
Quindi, "sintonia" sulla necessità di riavviare il dialogo euro-atlantico, unica strada per vivere "nel mondo della globalizzazione". In questo contesto oggi Berlusconi ha annunciato che sarà negli Stati Uniti il 21 e 22 luglio per incontrare il presidente Bush. Comunanza di vedute anche sul tema dell'immigrazione e sulla necessità che si adottino "politiche comuni" di contrasto ai flussi di clandestini. In proposito Berlusconi ha ricordato che è a buon punto l'intesa con la Libia per rafforzare il controllo delle frontiere terrestri e marittime di uno dei Paesi dai quali maggiore è la partenza di clandestini verso l'Italia.

Economia
Ultimo ma non meno importante tema, la crescita dell'economia. Prodi e Berlusconi si sono trovati d'accordo sull'urgenza di adottare misure di stimolo anche attraverso finanziamenti pubblici e privati di "grandi infrastrutture" europee.

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Governo. Cdl: Dpef pronto entro metà luglio, pensioni in Finanziaria. Sindacati: no a riforma previdenziale


Palazzo Chigi


Roma, 4 luglio 2003

Il Dpef sarà messo a punto "entro metà luglio" e traccerà "lo schema della prossima legge Finanziaria e le prospettive di sviluppo del Paese". Ad affermarlo è il il documento inviato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ai segretari della Casa delle libertà. Compatibilmente con i paletti fissati dal Patto per la stabilità e la crescita in Europa, la manovra dovrebbe contenere anche la riforma delle pensioni, delle Authority e il "graduale avvio" di quella della scuola.

Gli interventi sulla previdenza - si legge nel documento - dovrebbero essere condotti in modo da "sostenere la famiglia e la sanità pubblica". Mentre la riorganizzazione delle autorità di vigilanza dovrebbe essere portata avanti "a tutela del pluralismo dell'informazione e a garanzia del consumatore e del risparmiatore".

Più in generale, il documento auspica che la manovra possa contenere interventi "per il rilancio dell'economia in tutto il territorio nazionale", con misure di sostegno per gli investimenti pubblici, la ricerca e la competitività.

Attenzione verrà prestata anche al "rilancio del dialogo sociale" sul solco tracciato dal Patto per l'Italia e maggiori investimenti verranno previsti per la sicurezza e la lotta all'immigrazione clandestina. Risorse importanti, infine, saranno destinate alle grandi opere fissate dalla Legge Obiettivo e alle infrastrutture.

Sindacati: le pensioni non si toccano
Cgil Cisl e Uil sono d'accordo: le pensioni non si toccano. I sindacati sono disposti a contrastare le proposte del Governo sulla riforma previdenziale con "tutte le mobilitazioni necessarie, anche lo sciopero generale, sperando che non ce ne sia bisogno": lo ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, a margine di una tavola rotonda con i colleghi Savino Pezzotta e Luigi Angeletti alla festa della Cisl di Bergamo.

"Non si possono usare le pensioni per fare cassa - ha detto - su questo siamo tutti d'accordo, come credo saremo d'accordo sulle risposte da dare". Epifani ha ribadito la richiesta di convocazione da parte del Governo per conoscere il Dpef e per conoscere la situazione dei conti pubblici.

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Venerdi, 4 Luglio, 2003

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Semestre Ue. Berlusconi si scusa con Schroeder, il cancelliere: la questione è chiusa


Il premier italiano Silvio Berlusconi e il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder


Roma, 3 luglio 2003

Una telefonata ha messo la parola fine ad un giorno e mezzo di crisi diplomatica tra Italia e Germania.

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha manifestato al cancelliere tedesco Gerhard Schroeder il suo "rincrescimento" per le frasi pronunciate ieri all'indirizzo dell'eurodeputato Martin Schulz.

Il premier italiano ha però ribadito di aver ricevuto gravi offese dal parlamentare europeo della Spd.

Ad ogni modo Schroeder ha preso atto delle scuse di Berlusconi ed ha dichiarato chiusa la questione.

I due premier hanno convenuto che "nell'interesse dell'Europa, la Conferenza intergovernativa sulla Costituzione europea dovrà essere conclusa con successo durante la presidenza italiana".

Nelle dichiarazioni alla stampa, Schroeder ha anche sottolineato l'impegno della Germania per il successo della presidenza italiana.

Semestre Ue. Ciampi: le polemiche non pesino sui lavori, l'Europa può contare su nostro europeismo
3 luglio 2003 ore 22:23 - Roma - "Non possiamo permettere che le dolorose polemiche che hanno turbato il dibattito pesino sui futuri lavori" del semestre di presidenza italiano...

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Semestre Ue. Ciampi: le polemiche non pesino sui lavori, l'Europa può contare su nostro europeismo


Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi


Roma, 3 luglio 2003

"Non possiamo permettere che le dolorose polemiche che hanno turbato il dibattito pesino sui futuri lavori" del semestre di presidenza italiano dell'Ue.

Cosi' il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi si è rivolto ai 55 ospiti invitati a cena al Quirinale per salutare l'inizio del semestre italiano.

"Come ha autorevolmente detto, ieri stesso, il presidente del Parlamento europeo, Pat Cox, devono essere al più presto recuperate saggezza e serenità: a ciò volgono i chiarimenti in corso".

"A tale proposito, ho preso atto con soddisfazione del positivo colloquio di stasera tra il Cancelliere tedesco e il presidente del Consiglio italiano".

"L'Europa potrà sempre contare sulla coscienza europeista degli italiani. Essa si basa sui valori di libertà e di rispetto della dignità di ogni essere umano, fondamento della nostra civiltà".


La scorsa settimana "ho avuto modo di ricordare gli anni drammatici vissuti dalla mia generazione nella sua giovinezza: le cupe esperienze della dittatura, le stragi sui campi di battaglia, gli orrori dei lager. Queste sono state le radici profonde del nostro europeismo. Sapevo e sentivo di interpretare l'animo di tutti gli italiani".

Alla cena erano presenti il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, il vice premier Gianfranco Fini, il commissario per le Riforme amministrative, Neil Kinnock, ed altre autorità italiane ed europee.

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Immigrazione. Siglata l'intesa tra Italia e Libia per fermare i clandestini


intesa tra Italia e Libia per fermare i clandestini


Tripoli, 3 luglio 2003

E' un'intesa operativa per la collaborazione bilaterale tra le polizie italiana e libica contro l'immigrazione clandestina quella che il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, porta a casa, da Tripoli, dopo una "visita di lavoro" nel corso della quale ha anche incontrato il leader libico Gheddafi.


L'accordo è stato siglato dal capo della Polizia, Gianni De Gennaro, e dal sottosegretario per gli affari alla sicurezza della Libia, Omran Hameda Essudani.

Con l'intesa, La Libia si impegna ad adoperarsi "per contribuire a definire le possibili modalità per la prevenzione del fenomeno dell'immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori".

Gheddafi promette, dunque, di collaborare con l'Italia nello scambio di informazioni.

Inoltre la Libia ha ufficialmente condannato "i trafficanti di esseri umani che sfruttano spietatamente i migranti clandestini" e ha ribadito l'importanza di combattere le organizzazioni criminali che organizzano il traffico, impegnandosi in uno sforzo di intelligence.

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Delitto di Cogne. La procura di Aosta ha chiesto il rinvio a giudizio di Annamaria Franzoni

Annamaria Franzoni


Aosta, 3 luglio 2003

La Procura di Aosta ha chiesto il rinvio a giudizio di Annamaria Franzoni per l'omicidio del figlio Samuele Lorenzi.

Si chiude così la fase delle indagini preliminari avviate dopo l'assassinio avvenuto a Cogne il 30 gennaio dello scorso anno.

La decisione spetta ora al giudice per l'udienza preliminare.

La decisione della procura ha suscitato le proteste del difensore della Franzoni: la procura non ha effettuato "l'interrogatorio che la legge prevede come obbligatorio per tutti i cittadini", ha detto Carlo Taormina.

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Mafia. Strage Borsellino, la Cassazione conferma l'ergastolo per i mandanti

Palazzo di giustizia Roma

Palermo, 3 luglio 2003

La Cassazione ha confermato le condanne all'ergastolo per i mandanti della strage di via D'Amelio, nella quale furono uccisi dalla mafia, a Palermo, il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta.

I giudici hanno reso definitive le condanne per Totò Riina, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Calascibetta, Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Salvatore Biondino, Cosimo Vernengo, Natale e Antonino Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Gaetano Scotto, Gaetano Murano e Gaetano Urso.


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Giovedi, 3 Luglio, 2003

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Scontro Berlusconi-Schulz, capitolo chiuso per il cancelliere tedesco Schroeder

Incidente diplomatico chiuso. "Berlusconi mi ha espresso il suo rincrescimento per la scelta delle parole e il concetto" usati al Parlamento europeo con l'eurodeputato Martin Schulz. Così il cancelliere tedesco Schroeder dopo la telefonata con il suo omologo italiano. "Per il governo federale - ha poi aggiunto - la questione è chiusa".Il cancelliere aveva definito le parole del premier italiano inappropriate e completamente inaccettabili e si auspicava le scuse da parte di Berlusconi.Oggi il presidente del consiglio, a Roma all'assemblea di Confcommercio ha parlato ai cronisti definendo l'intervento dell'europarlamentare tedesco a Strasburgo, preparato adeguatamente dall'opposizione."Ho ricevuto gravi provocazioni con gravi offese - ha ribadito ai giornalisti -a me, alla mia parte politica, al governo italiano, al mio ruolo di presidente del Consiglio d'Europa".Il deputato della SPD Martin Schulz aveva smentito quanto dichiarato da un giornale tedesco, e cioè che avrebbe intenzionalmente provocato Berlusconi.Ma l'esordio della presidenza italiana all'Unione europea sarà ricordato soprattutto per la provocazione dell'europarlamentare socialdemocratico al premier italiano sul conflitto di interesse e sulle sue passate vicende giudiziarie. E per la reazione del neo presidente.In seguito Berlusconi, nella riunione del gruppo popolare europeo, si dirà dispiaciuto perchè non immaginava che una battuta ironica potesse offendere il sentimento del popolo tedesco.

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«Il premier di un Paese in cui Mussolini è stato capo del governo con un passato fascista come quello della Germania, non può permettersi di fare dell’ironia sulle vittime del fascismo» (lungo applauso del Parlamento Europeo).

Martin Schulz, deputato socialista tedesco, 2 luglio

Semestre Ue. Rinviata a stasera la telefonata tra Berlusconi e Schroeder


Il cancelliere, oggi al Bundestag, ha sollecitato Berlusconi a scusarsi


Roma, 3 luglio 2003

La telefonata fra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il cancelliere Gerhard Schroeder è stata rinviata a stasera a causa di accavallamenti di impegni. Lo comunicano fonti ufficiali dell'ufficio stampa federale a Berlino.

Inizialmente la telefonata era stata fissata per le 14:30. A quanto indicato da un portavoce, la telefonata dovrebbe svolgersi fra le 18 e le 19.

Il cancelliere, in apertura del suo discorso di oggi al Bundestag, ha sollecitato Berlusconi a scusarsi.

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Semestre Ue. Casini: nessun incidente può incrinare i rapporti tra Italia e Germania


Il presidente della Camera Pierferdinando Casini


Roma, 3 luglio 2003

"Incidenti e malintesi non possono in alcun modo attenuare i rapporti di amicizia e di stima tra Italia e Germania, che sono nel nostro DNA di Italiani e di europei".

E' quanto ha affermato il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini rivolgendo un affettuoso saluto ai giovani di Berlino e Colonia arrivati a Montecitorio per partecipare alla convenzione degli studenti europei organizzata dall'università di Tor Vergata.

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Rai. Petruccioli convoca direttori dei Tg in Vigilanza


Il presidente della Commissione di Vigilanza Claudio Petruccioli


Roma, 3 luglio 2003

I direttori dei Tg Rai saranno ascoltati dalla Commissione di Vigilanza Rai. Il presidente della Commissione Claudio Petruccioli ha convocato per martedì 8 luglio il direttore del Tg1 Clemente Mimun.

Mercoledì 9 sarà la volta dell'audizione del direttore del Tg3 Antonio Di Bella e il 15 luglio di quella del direttore del Tg2 Mauro Mazza. Lo comunica il presidente Petruccioli.


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Mercoledi, 2 Luglio, 2003

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Al via tra le polemiche il semestre italiano

Riforme istituzionali, rilancio dell'economia europea, dialogo con la Russia e il Mediterraneo, Silvio Berlusconi ha presentato il programma per i prossimi sei mesi in cui l'Italia gestirà la presidenza dell'Unione europea. Non sono mancate le contestazioni all'Europarlamento di Strasburgo, una manifestazione dei verdi ha interrotto il discorso del premier italiano. L'Italia avrà il compito di terminare i lavori per la costituzione europea:

"Apriremo la conferenza intergovernativa nel mese di ottobre, e la condurremo a ritmo serrato nella prospettiva di un accordo entro il mese di dicembre"

Il presidente del consiglio ha proposto una riforma europea delle pensioni e un piano di investimenti per le grandi infrastrutture. In materia di politica estera ha sottolineato l'importanza delle relazioni con gli Stati Uniti.

" Vogliamo ribadire il nostro convincimento sul fatto che non ci siano contraddizioni tra un impegno europeo forte e una altrettanto forte solidarietà transatlantica"

Berlusconi si è inoltre offerto di organizzare una conferenza in Sicilia per trovare un compromesso per la pace in Medioriente.

Clima infiammato in chiusura del dibattito al parlamento europeo: Silvio Berlusconi in risposta alle critiche del capogruppo dei socialdemocratici tedeschi, Martin Shultz, che lo accusava di dilapidare il patrimonio italiano, ha reagito con una battuta proponendo il politico tedesco per il ruolo cinematografico di kapò di un campo di concentramento nazista.

Il presidente del consiglio ha rifiutato di ritirare la battuta affermando che il Schultz lo ha "offeso gravemente sul piano personale, gesticolando e su un tono davvero non ammissibile: io l'ho detto con ironia, se non capite l'ironia mi dispiace. Ma non ritiro quanto ho detto, con ironia, se Schultz non ritira le offese personali: io ho parlato con ironia, lui con cattiveria."

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Semestre Ue. Berlusconi: nessuno può darci lezioni di moralità


Silvio Berlusconi, premier italiano e presidente di turno dell'Ue


Roma, 1 luglio 2003

"La dignità e la piena rappresentatività del governo italiano nella sua funzione europea è fuori discussione per tutte le persone serie e imparziali nel loro giudizio".

In un articolo che sarà pubblicato domani da Il Foglio, Le Figaro, Frankfurter Algemeine Zaitung ed Abc, così il premier Silvio Berlusconi risponde alle numerose critiche piovute dalla stampa straniera sulla presidenza di turno italiana dell'Unione europea.

Nessuno può darci lezioni
"La rispettabilità" non è un problema del governo italiano "perché ne abbondiamo e, detto con cortesia, nessuno è in grado di dare lezioni di moralità al governo eletto dagli italiani".


Non ignorare i cambiamenti
In questo quadro, Berlusconi sottolinea come alla presidenza italiana tocchi il compito di "riprendere il filo della continuità europeista senza ignorare gli elementi di cambiamento e di innovazione che sono l'unica cura possibile delle recenti ferite".

La politica si nutre dei morsi della libera stampa
"Lo status di osservato speciale è tipico della politica, che si nutre di critiche e diffidenze come di attese e di speranze, e che si alimenta dei morsi della libera stampa anche quando essa cede, di tanto in tanto, al gusto capriccioso del processo alle intenzioni".


Giudicarci dai fatti
"Sarebbe strano se la presidenza italiana non fosse giudicata dai fatti, ma non è scandaloso che al suo debutto sia accolta da un fuoco di fila di opinioni, anche con qualche morbosità e perfino con qualche rara insolenza".

"La democrazia liberale è un gioco difficile, un continuo equilibrio che si rompe e si ristabilisce con un metodo condiviso e nel rispetto dell'avversario, e chi scrive conosce bene le sue regole".

Una presidenza "politica"
Berlusconi ha sottolineato che quella italiana sarà una "presidenza politica" e "non burocratica".

Trasformare le differenze in pulsioni positive
"La vera sfida che cercheremo di affrontare con l'umiltà dei tessitori di buona politica e con l'orgoglio di essere tra i paesi fondatori del grande progetto sovrannazionale è quella di trasformare le differenze in pulsioni positive, di reintrodurre quell'entusiasmo per il progetto europeo e quell'ottimismo verso l'avvenire che sono stati tradizionalmente un ingrediente decisivo della politica estera italiana".


"L'Italia è in buona posizione per assolvere al suo ruolo nei sei mesi della sua presidenza. Il successo non è garantito ma le condizioni di un lavoro serio e fattivo ci sono tutte".

Impegno della società civile
"Governi, parlamenti, amministrazioni possono andare lontano se ispirati da una volontà e da un'intelligenza comuni. Ma è giusto sollecitare un impegno straordinario della società civile, che è il vero tessuto connettivo di ogni organismo politico".

In questo ambito, "sarà importante la collaborazione degli intellettuali, degli uomini delle professioni, dei sindacati, degli imprenditori e manager, degli uomini di chiesa e di tutti coloro che hanno interesse a mantenere l'Europa nel suo rango", prosegue il premier auspicando che l'Unione non si chiuda "in una posizione puramente difensiva".

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Black out. Allarme in Sardegna, possibili interruzioni per il 15% dell'utenza


Allarme del Gestore della rete


Roma, 1 luglio 2003

Torna l'allarme black out dopo cinque giorni di tregua. Per domani l'emergenza dovrebbe riguardare però solo la Sardegna, secondo quanto comunicato in serata dal Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale agli operatori elettrici.

Per problemi ad alcuni impianti, in Sardegna l'allerta è relativa al terzo livello del piani di emergenza. I possibili distacchi potrebbero cioè riguardare il 15% delle utenze nelle fasce orarie di criticità.

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Fiat. Maroni: perplessità su efficacia del piano, il governo non può abbandonare il Lingotto


Il ministro del Welfare Roberto Maroni


Roma, 1 luglio 2003

Perplessità sul piano di rilancio della Fiat, in particolare sulla parte che punta sul rinnovamento dei prodotti. Ad esprimerli è stato li ha espressi il ministro del Welfare, Roberto Maroni, nel corso di una audizione alla Camera.

"Tale operazione di nuovi prodotti e di riqualificazione dell'esistente non appare produrre un consistente incremento di vendite e delle quote di mercato. Questo, dunque, resta un elemento di perplessità rispetto agli obiettivi del piano".

"Il piano Fiat è costruito su due azioni: da un lato, la forte valorizzazione dei prodotti già esistenti, dall'altro, nuove gamme di prodotti che verranno realizzate in tutti i settori, e che potranno avvalersi di nuove motorizzazioni".

L'industria automobilistica italiana "non può essere abbandonata a se stessa, poiché una simile scelta avrebbe l'effetto di avviare una fase di deindustrializzazione non auspicabile e dagli esiti imprevedibili".

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Giustizia. Castelli invia al Pg di Milano la relazione dell'ispezione sul fascicolo 9520


Il ministro della Giustizia Roberto Castelli


Roma, 1 luglio 2003

Il ministro della giustizia Roberto Castelli ha inviato la relazione degli ispettori ministeriali sul fascicolo 9520 al procuratore generale di Milano.

La relazione è il frutto dell'ispezione a Milano mirata all'acquisizione degli atti contenuti nel fascicolo 9520/95, il fascicolo investigativo dal quale sono nati i processi Imi-Sir/Lodo e Sme, e al centro di tante polemiche e battaglie sferrate nelle aule e fuori dalle aule di giustizia da Cesare Previti e dai suoi difensori.

Dopo la trasmissione della copia della relazione al pg di Milano, tra le iniziative che il magistrato potrebbe prendere c'è anche l'avocazione a sé del fascicolo in questione.

"Non ho idea di quale possa essere la ragione per cui il ministro Castelli ha inviato copia della relazione ministeriale sul fascicolo 9520 al procuratore generale di Milano, Mario Blandini", ha commentato il procuratore della Repubblica di Milano reggente, Ferdinando Vitiello.

Ad ogni modo "è una faccenda istituzionale. Staremo a vedere cosa accadrà. Noi saremo obbedienti a quello che ci verrà chiesto".


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Martedi, 1 Luglio, 2003

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Ue. Da oggi tocca all'Italia. Comincia semestre di presidenza, non si placano polemiche


Berlusconi ormai prossimo presidente di turno dell'Ue


Roma, 30 giugno 2003

Comincia doggi il semestre di presidenza italiana dell'Unione europea e il presidente del consiglio Berlusconi sarà alla Camera e al Senato per presentare le linee del governo. Seguirà poi il dibattito. Ma il clima politico della vigilia torna ad infiammarsi dopo gli attacchi di Berlusconi a giudici, giornalisti e opposizione, in una intervista trasmessa dalla radio francese e duramente criticata dal centro-sinistra.

Il premier sui giudici
"Sono il peggio" dice dei giudici il premier alla radio francese 'Europe 1'. "C'è un cancro da curare ed è la politicizzazione della magistratura" e bisogna andare ad una drastica riforma della giustizia per rendere i giudici "imparziali". "Sono sicuri - ha affermato a questo proposito riferendosi ai giudici che lo hanno messo sotto processo - di non poter arrivare ad una condanna ma vogliono gettare un'ombra su di me, sul mio partito, sulla mia coalizione". "L'impunità - ha ancora incalzato Berlusconi - non è la mia ma dei giudici che muovono accuse false, sono ancora al loro posto e sono quasi organici ai partiti della sinistra".

Berlusconi sulla stampa
Gli attacchi che vengono rivolti, fra l'altro dalla stampa europea, a Silvio Berlusconi alla vigilia del suo insediamento di turno alla presidenza del Consiglio europeo hanno una causa: "La stampa italiana di sinistra che mi fa la guerra". Una guerra, afferma lo stesso presidente del Consiglio italiano nell' intervista radiofonica, che è in atto "da quando sono sceso in politica e da quando (i partiti della sinistra) hanno perso le elezioni". In Italia, continua Berlusconi, "c'è una divisione forte tra moderati ed estremisti, tra amore e odio, tra bene e male, tra la verità e la menzogna". In Italia, aggiunge, esiste una forte "opposizione comunista". Berlusconi spiega che "l'85% della stampa italiana è di sinistra ed è contro i moderati".

Pera frena, l'opposizione vede cattivi presagi
Il presidente del Senato chiede senso di responsabilità in vista dell'appuntamento europeo. Marcello Pera ha sottolineato che "l'interesse dell' Italia, soprattutto in una fase come questa, di esposizione in Europa, deve prevalere su qualunque altra polemica casalinga". Pera ha ricordato che domani comincerà il dibattito parlamentare sul semestre. "Auspico che su questi punti ci possa essere ampia convergenza". "Noi siamo interessati a che la Presidenza italiana sia una presidenza autorevole, forte, che assolva bene al suo compito e quindi incalzeremo il governo perché faccia" assicura subito Piero Fassino. Ma aggiunge: "Ci auguriamo che l' assunzione dell' incarico di Presidente dell'Unione per i prossimi sei mesi faccia finalmente assumere al governo quello spirito europeista che fin qui non ha avuto". E sulle esternazioni di Berlusconi è categorico: "Ho letto sulle agenzie le dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Mi paiono francamente un pessimo modo di cominciare il semestre di Presidenza italiana" conlcude il segretario Ds.

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Patente a punti. Prime multe tra incertezza e polemiche. In serata pubblicazione su Gazzetta Ufficiale online


Multe comminate a Napoli subito dopo la mezzanotte


Roma, 30 giugno 2003

Qualche minuto dopo la mezzanotte, la prima multa. E i primi punti che vanno via. Poi con il varo del nuovo codice della strada arrivano le polemiche.

Prime multe
Sperava di contare su una maggiore clemenza da parte delle forze dell'ordine. E invece, questa mattina alle 10, parlare al telefonino senza auricolare è costato 8 dei 20 punti disponibili sulla patente ad un giovane 25enne di Modena patentato da meno di 5 anni. Ma non in tutta Italia la Polizia stradale e i Vigili urbani sono stati così fiscali. A Roma, ad esempio, la situazione è stata molto più soft. D'altro canto: niente sconti a Napoli. Così oggi, in un clima di incertezza su regole e sanzioni, ha acceso i motori l'Italia della patente a punti, mentre da diverse parti si sono già alzate alcune polemiche. Sollevate da un lato dalle associazioni dei consumatori per le modalità di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dall'altro dai sindacati di polizia che lamentano: non abbiamo i mezzi necessari, e ci è stato dato poco tempo per adeguarci. La pubblicazione del decreto avvenuta in serata sulla Gazzetta Ufficiale, disponibile per ora solo in forma telematica, sembra però non lasciare scampo a chi è incorso nelle infrazioni: si prevede espressamente che le nuove norme sono in vigore da oggi.

La patente e le città
Da nord a sud: tutti più attenti a non perdere punti. Cinture allacciate e piede sul freno al giallo dei semafori. Soprattutto a Milano è stata notata più disciplina tra gli automobilisti. Alle code dei semafori quasi tutti avevano la cintura ben distesa, e l'auricolare all'orecchio. Per spazzare via ogni dubbio in tanti si sono rivolti proprio ai Vigili urbani. Pure a Torino l'arrivo della nuova patente sembra avere spaventato i torinesi. Secondo le valutazioni della Polizia municipale, le multe ci sono state, ma in numero inferiore alla media, grazie anche ad un atteggiamento più clemente della stessa polizia. Avvio morbido a Roma. "Siamo contenti delle nuove norme - ha spiegato il vicecomandante della Pm Giovanni Catanzaro - che sono indispensabili per affrontare le difficoltà attuali nel panorama della mobilità. Ma le nuove regole vanno applicate con cautela e prudenza, e senza furore perché non tutti sono perfettamente al corrente di ciò che accadraà da oggi in poi. L'importante è agire sulla mentalità dei cittadini". Anche nella capitale molte le persone che si sono rivolte direttamente alle pattuglie per chiedere chiarimenti sulle nuove norme. A Napoli invece l'intervento è stato più severo. Il bilancio dei vigili urbani napoletani parla chiaro: più di 350 multe in poche ore. Centinaia e centinaia di punti sono stati sottratti da subito dopo la mezzanotte. A fare le spese delle nuove regole, e a perdere lungo la strada i primi punti, sono stati sopratutto gli irriducibili del casco.

Le associazioni dei consumatori
Per il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, le multe staccate oggi potrebbero essere annullate dal giudice di pace se l'automobilista riuscirà a dimostrare che quando ha commesso l'infrazione non aveva ancora avuto modo di vedere la Gazzetta ufficiale. In serata lo stesso COdacons ha ribadito la non validità delle multe senza pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Da parte sua l'Adoc chiede un periodo di prova in cui siano le stesse forze dell'ordine a spiegare agli automobilisti le novità della riforma. L'obiettivo è salvaguardare per i prossimi 60 giorni i fatidici 20 punti di ogni patentato. Una speranza che, evidentemente, oggi è già crollata sotto i colpi delle prima contravvenzioni.

I sindacati di polizia
Per il segretario nazionale dei Silp-Cgil, Paolo Masia, prima di far entrare in vigore la patente a punti "occorreva dare il tempo agli uffici di polizia di attrezzarsi". Masia parla di "fretta inspiegabile, in un momento in cui manca tutto, compresa la responsabilità di chi dovrà tenere conto delle penalizzazioni". Simile il punto di vista della Uilps, secondo la quale "la nuova patente a punti e l'inasprimento delle sanzioni per i trasgressori del codice serviranno a poco se non si adegueranno gli organici della Polizia stradale che non riesce, nelle autostrade, a garantire efficienti servizi di vigilanza".

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