31 Marzo 2003

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Iraq Guerra

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«Le alchimie politico-diplomatiche del governo italiano appaiono sempre più incomprensibili per la gente comune: l’Italia non è in guerra ma offre le sue basi, l’Italia non è in guerra ma scattano i piani di emergenza. E la guerra prosegue nella sua logica feroce».

Osservatore Romano, 29 marzo

La guerra sfugge di mano
di Piero Sansonetti

La guerra sta arrivando a un punto rischiosissimo di crisi: sta sfuggendo di mano agli americani. Ci sono dei contrasti tra esercito e potere politico, c’è un aumento incredibile della propaganda a scapito dell’informazione, ci sono probabilmente dissensi con gli inglesi, c’è un’incertezza sulla strategia militare. E c’è un’opposizione internazionale così vasta come mai c’è stata verso un’altra guerra, che porta le due grandi potenze dell’Occidente - è un paradosso - vicine a un pericoloso isolamento politico.

Per ora la risposta è quella dell’escalation delle azioni aeree, con enorme aumento di vittime civili, e di un rallentamento delle operazioni di terra. Ma non è una soluzione. Anche perché gli iracheni annunciano una nuova offensiva, quella dei kamikaze. Il portavoce dell'esercito ha detto che ce ne sono 4000 pronti a entrare in azione. In gran parte sono volontari che arrivano da vari paesi arabi. Anche la Jihad islamica palestinese ha annunciato di aver mandato suoi uomini. Naturalmente è assai probabile che in questa cifra ci sia qualche esagerazione, perché anche gli iracheni -come gli inglesi e gli americani- fanno propaganda di guerra e disinformazione, però è ragionevole credere che ci sia qualcosa di vero. Gli americani sono pronti ad affrontare una minaccia massiccia di questo genere?

Ieri in Qatar ha parlato il generale Franks, capo delle operazioni militari. A Washington invece hanno parlato il ministro Rumsfeld e il capo di stato maggiore generale Richard Myers. Tutti ripetono, rassicuranti -da giorni- il giuramento che tutto va bene, tutto come previsto, niente problemi, vittoria sicura, Saddam rovesciato presto. Ma gli americani che hanno cinquant'anni o giù di lì si ricordano il segretario di Stato Robert McNamara, il ministro degli Esteri Dean Rusk e il capo dei soldati generale Westmoreland, una trentina di anni fa, quando giuravano che la vittoria era vicina e Ho Chi Min aveva le ore contate. Usavano le stesse parole -sebbene loro fossero raffinati intellettuali kennediani del New England, e questi sono petrolieri del Texas- ma persero la guerra. Il generale Powell, che oggi è segretario di Stato, a quei tempi era colonnello, e scrisse una lettera a McNamara per dire: qui in Vietnam non funziona niente, perderemo.

Powell ieri è stato attaccato, seppure implicitamente, da Rumsfled. È evidente che tra falchi e -diciamo così, con qualche esagerazione- «colombe» si è riaperto lo scontro. Rumsfeld ha detto che agli americani, in questo attacco, è mancato il fattore sorpresa, e la colpa è di chi ha traccheggiato e ha voluto cercare il consenso dell’Onu, i risultati delle ispezioni e altre cose dele genere. È evidente che ce l’aveva col segretario di Stato. Dopo aver attaccato Powell ha difeso Franks, sostenendo che è lui, il generale, che ha il controllo delle operazioni e che ha scritto il piano d’attacco, e non è vero che ha dovuto subire le decisioni del ministro. Questo in risposta ad un polemico articolo della rivista «New Yorker». Non è detto che sia una difesa di Franks: potrebbe essere anche una assegnazione di responsabilità in caso di peggioramento della situazione.

Quasi tutti i giornali americani da un paio di giorni hanno iniziato a usare toni critici. Ieri il «Washington Post» ha pubblicato in prima pagina un titolo nel quale si dice che gli obiettivi dei politici divergono da quelli dei militari. E poi un articolo nel quale lancia l’allarme sull’odio anti-americano che ormai sta dilagando nei paesi arabi, e che né la vittoria né la sconfitta in questa guerra potranno dissolvere.

L’anti-americanismo in realtà si sta diffondendo non solo nei paesi arabi. Ieri manifestazioni molto grandi, ancora, in moltissime città del mondo. E poi la dichiarazione durissima di Robin Cook, laburista inglese che fino a dieci giorni fa era uno dei più prestigiosi ministri del governo Blair, e poi si è dimesso contro la guerra. Ha detto cose di fuoco contro Bush e la sua incapacità di valutare i rischi di una guerra assurda e non necessaria. Cook ha chiesto che l’Inghilterra si chiami fuori, ritiri le truppe. Gli hanno chiesto della differenza tra questa guerra e il Kosovo. Lui ha detto che in Kosovo si è deciso l’attacco con il consenso di tutta l’Europa e di altre decine di paesi, tra i quali tutti i paesi confinanti con la Jugoslavia. Naturalmente si può discutere la questione della legittimità o meno di questa guerra e di quella del Kosovo, e delle differenze, sul piani giuridico, tra le due iniziative militari. Una cosa però è certa: è vero che quella guerra fu combattuta con un grande consenso, e questo significò l’appoggio di buona parte dell’opinione pubblica e di tutta -praticamente tutta- la stampa. Questo non cambia la natura morale del problema, cambia però la realtà politica: è molto più facile combattere una guerra con l'appoggio del mass-media che con un’opposizione così vasta nel mondo da influenzare pesantemente tutti i giornali e le Tv, anche americani.

Nella conferenza stampa che ha tenuto ieri, il generale Franks, ha risposto anche ad alcune domande sulla durata della guerra, che è uno degli argomenti più sentiti in America. Una giornalista gli ha chiesto se si deve pensare che la guerra durerà fino all’estate. Lui ha risposto: «Non lo so, nessuno sa mai quanto durano le guerre». Poi ha elencato tutte le ragioni per le quali questa guerra è stata finora un successo. Ne ha elencate otto. Però non ha aggiunto niente di nuovo a quello che già si sapeva. Ha elencato tra i successi l’enorme quantità di bombardamenti, il controllo dei pozzi di petrolio (ma solo quelli del Sud), l’attacco a un campo di terroristi, il fatto che sia stata resa sicura la costa irachena sul Golfo (ma è lunga sei o sette chilometri...), e la collaborazione con l'opposizione irachena. Franks ha parlato anche della questione dei kamikaze, e ha detto che la cosa non lo preoccupa eccessivamente, ma che anzi dimostra come l’Iraq abbia forti legami con i terroristi. Domanda: perché mai farsi esplodere vicino a un carrarmato nemico, lasciandoci la propria vita, deve essere considerato terrorismo più che sorvolare una città indifesa -in tutta sicurezza, a cinque o diecimila metri d’altezza- e tirare una bomba con decine di chili di tritolo sopra un mercato o su un quartiere residenziale?

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«Il governo rispetti la Costituzione». Manifestazione pacifista al Quirinale
di Davide Sfragano

Non esiste tregua per il popolo della pace. Oggi, domenica 30 marzo, si è radunato in piazza del Quirinale. O meglio, nella via adiacente. Perché la piazza è stata resa inaccessibile da uno spropositato numero di forze dell’ordine. Un presidio organizzato per ribadire ancora una volta il proprio «no alla guerra, senza se e senza ma». Centinaia di persone con le bandiere arcobaleno. Hanno urlato «pace, pace» e «stop, stop, stop the war». Con loro anche le donne in nero: hanno portato dei cartelli con su scritto «L'Italia ripudia la guerra», mentre dalle transenne uno striscione diceva: «Senza nessuna giustificazione».

Due i momenti significativi. Dapprima quando i pacifisti si sono sdraiati a terra coprendosi con lenzuola macchiate di rosso. Insomma, per simboleggiare le vittime del conflitto. Poi, al momento del cambio della guardia, i manifestanti hanno cercato di "coprire" l'inno di Mameli con i propri slogan.

Anche momenti di tensione tra manifestanti e forze dell'ordine. Il primo è stata causato da un atteggiamento degli agenti quasi grottesco. Funzionari addetti alla vigilanza hanno preteso che sparissero dalla manifestazione le bandiere rosse di Rifondazione (in ossequio all'osservazione di Berlusconi)? Poi, altro momento di tensione quando le forze dell'ordine volevano impedire che si attaccassero gli striscioni alle transenne. E qui sono volate parole grosse. Gli interventi dell'europarlamentare Luisa Morgantini e del deputato Paolo Cento, però, hanno risolto la questione. A favore del buon senso.

«Siamo qui perchè l'Italia è in guerra. Per richiamare il governo al rispetto della Costituzione» ha detto Paolo Cento. Per il deputato dei Verdi, infatti, sono tre gli elementi che portano alla sua conclusione: «La partenza dei parà dalla base di Ederle, quella di missili tattici da Camp Darby, e la dichiarazione di emergenza sul territorio nazionale nascosta dalla Protezione civile». Secondo Cento, proprio su queste questioni «il Governo dovrebbe al più presto tornare al Parlamento per spiegare la sua posizione». L'opposizione, invece «dovrebbe chiedere, unita, l'immediata cessazione dei bombardamenti, anche per consentire l'apertura di un corridoio umanitario».

Il nuovo strappo di Cook: «Ritiriamo le truppe»

Fermatevi prima che sia troppo tardi leggi l'articolo dell'ex ministro britannico Robin Cook

Un'altra domenica contro la guerra di aggressione di Bush

Blix: «Le ispezioni? A Bush non interessavano. Voleva solo fare la guerra...»

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Domenica, 30 Marzo 2003

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Iraq Guerra

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L’interesse di Mr. Berlusconi nei media è sempre molto vivo. Possiede ancora le tre più grandi televisioni private. Come Primo Ministro controlla ancora le tre reti Tv della Rai». The Economist, 29 marzo. Si vede, infatti, dal modo di commentare la guerra: tutto personale di casa Berlusconi. Ndr.

Najaf, primo attacco suicida. Muoiono il kamikaze e quattro marines. Gli Usa: è terrorismo
di red

La notizia è rimbalzata subito da Al Jazira, l'unica fonte da molte zone del conflitto. Sabato mattina, prestissimo, a Najaf, s'è registrato il primo attacco suicida della guerra in Iraq. Un'autobomba a due passi da un checkpoint statunitense. Le vittime sono quattro soldati americani, oltre all'attentatore. Un ufficiale iracheno che si è immolato per dare una lezione agli americani, pare. La conferma dell'attento è arrivata verso le undici ore italiane, da parte del del Comando centrale Usa in Qatar. «Possiamo confermare che un'auto-bomba è esplosa questa mattina negli immediati dintorni di Najaf nelle prime ore di questa mattina», aveva detto il portavoce.

I marines stanno ora cercando di capire quanti fossero gli occupanti dell'auto, all'apparenza un taxi. Ma pare abbastanza sicuro che alla guida ci fosse un solo kamikaze. Identificato, pare, dagli iracheni è stato premiato con due medaglie alla memoria da Saddam. Mentre la tv irachena ha riferito che Saddam Hussein ha insignito Alì Hammadi al-Namani - questo sarebbe il nome del conducente - di due onoreficienze alla memoria e ha preannunciato nuovi attacchi kamikaze. «Questo è l'inizio della strada verso il sacrificio e il martirio per infliggere agli invasori ciò che non si aspettavano», ha dichiarato l'annunciatore. Secondo la Cnn, in serata, però sarebbero due i corpi dentro l'auto-bomba uccisi dall'esplosione, due e non un solo kamikaze. Mentre secondo gli iracheni il bilancio dell'assalto suicida sarebbe di 11 americani uccisi e non quattro.

Il bilancio delle perdite, fra le truppe della coalizione angloamericana, si fa comunque sempre più pesante. Stamane, dopo una notte di combattimenti, un gruppo di ricognizione inglese ha scoperto, nei pressi di Nasiriya, i corpi carbonizzati di di sette marines. Erano all'interno di un veicolo centrato da un razzo. Quando i militari sono arrivati sul posto, alcuni civili iracheni hanno mostrato il luogo dove avevano sepolto altri due marine e consegnato i loro effetti personali.

Un altro soldato britannico è morto sabato e cinque sono rimasti feriti, colpiti dal «fuoco amico» nel sud dell'Iraq. Lo ha confermato il capitano Al Lockwood, portavoce dell'esercito britannico al Comando centrale in Qatar, definendo «un errore» l'incidente in cui sono rimasti coinvolti i sei inglesi.

Pausa di 4-6 giorni dell'avanzata. Mancano cibo e rifornimenti per la resistenza irachena

Baghdad, distrutto il ministero dell'Informazione, raid degli elicotteri Apache

 

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«Le bandiere rosse accostate a quella della pace sono una bestemmia». Parola di Berlusconi
di red

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi prova a spaccare il movimento pacifista. Non potendo più attaccarlo in toto - l’ultima volta che lo ha fatto gli è caduta addosso una valanga di critiche - se l’è presa con i soliti noti: i comunisti. Anzi con le loro bandiere, quelle rosse. «Credo che accostare le bandiere rosse a quelle della pace sia veramente bestemmiare la pace».

Una dichiarazione rilasciata a Portofino, dove il leader della Casa delle libertà si è recato per trascorrere il week-end. Appena giunto nella famosa località ligure, Berlusconi si è precipitato a salutare il suo amico Puny, un noto ristoratore della zona. Poi ha fatto un po’ di shopping. Quindi, prima di ritirarsi nella villa di Paraggi, ha scambiato due battute con un giornalista.

«Ci sono tante persone che manifestano in buona fede con sentimenti assolutamente sinceri, apprezzabili e, per quanto riguarda la pace, certamente condivisibili. La pace è un bene «sommo» ha detto il Cavaliere per guadagnare le simpatie di una parte dei pacifisti. Subito dopo, però, si è scagliato contro i suoi demoni: «Quello che fa male al cuore è vedere come queste bandiere della pace siano spesso sommerse dalle bandiere rosse che tutto rappresentano fuorchè la storia, la tolleranza, il rispetto dei diritti umani, la democrazia e la pace».

«Le bandiere rosse – ha proseguito il presidente del consiglio italiano - sono rosse perchè macchiate dal sangue di 100 milioni di innocenti nella storia. Credo che accostarle alle bandiere della pace sia veramente bestemmiare la pace».

Poi ha rassicurato gli italiani escludendo che altre truppe possano partire dall' Italia per la guerra. E pensare che qualche giorno fa la sua maggioranza aveva escluso che dalle basi italiane potessero partire contigenti impegnati in attività belliche

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L'Unità, i diesse e le ong aprono una raccolta di fondi per le popolazioni irachene
di Caterina Perniconi

Un aiuto concreto a sostegno della popolazione irachena. È l’obiettivo che si propone di raggiungere l’Unità, assieme ai Democratici di sinistra, con la campagna di solidarietà «Iraq per la vita», una raccolta di fondi a sostegno delle associazioni di volontariato laiche e cattoliche impegnate in prima linea.

Lanciata nella giornata mondiale per la pace, l’iniziativa è stata presentata dal segretario dei Ds, Piero Fassino, dalla responsabile del Welfare dei Ds Livia Turco, e dal condirettore de l’Unità Antonio Padellaro. Accanto a loro i rappresentanti del mondo delle Ong, le Organizzazioni non governative, appartenenti al «tavolo per l’Iraq» che beneficeranno dei fondi raccolti attraverso il conto corrente n° 26329/34, Abi: 03002, Cab: 05006, presso la Unipol banca, agenzia 163 di largo Arenula 32, Roma. Garanti dei fondi raccolti, e della realizzazione delle iniziative, saranno Pietro Ingrao, don Ciotti, Margherita Hack e Pierre Carniti. Tutti insieme per dare il loro contributo ad una popolazione stremata da 12 anni di embargo e dalla dittatura di Saddam Hussein.

Livia Turco definisce l’iniziativa «un impegno morale oltre che politico». L’obiettivo del nostro giornale e dei Ds è quello di realizzare sei progetti concreti d’aiuto, sia nel nostro paese che sul campo di battaglia. Un lungo «corridoio umanitario» tra l’Italia e l’Iraq, che prevede un programma di integrazione alimentare, un’attività di assistenza per gli sfollati a Serbala e Baghdad, la gestione di un campo per rifugiati in Iran, il mantenimento dell’accesso all’acqua potabile a Bassora e Bagdad, il cui 60% proviene dai fiumi che in periodo bellico sono fortemente inquinati, aiuti agli orfani in nord Iraq e acquisto e invio di medicinali. Ma soprattutto un ausilio forte ai bambini, «coloro che pagano di più per questa guerra» per il segretario Piero Fassino, secondo il quale le immagini che entrano nelle nostre case ci dicono chiaramente quali costi drammatici sta pagando la popolazione civile irachena.

L’impegno a livello politico dei Ds nei confronti delle fasce di popolazione più esposte al conflitto si propone anche di chiedere all’esecutivo l’affiancamento, alla mozione sulle condizioni dei profughi di guerra approvata in Parlamento venerdì, che i Ds giudicano positiva ma non sufficiente a garantire le migliori condizioni di accoglienza, l’articolo 20 del decreto legislativo Turco-Napolitano del 1998. Chiedono in pratica di assicurare a tutti i cittadini iracheni e curdi che arriveranno in Italia un permesso di soggiorno temporaneo, e l’asilo politico ai profughi che lo richiedano. Ma il segretario Piero Fassino non si è fermato qui, e ha ribadito l’importanza del rafforzamento dell’Onu, ai fini della ricostruzione irachena. Per Fassino l’intervento umanitario è subordinato a due condizioni essenziali: che venga chiesto e ottenuto subito “il cessate il fuoco” e che il Palazzo di Vetro torni protagonista e garante del peace keeping e della ricostruzione dell’Iraq in un sistema democratico. Le Nazioni Unite sono l’unica garanzia che la fase di ricostruzione non sia utilizzata a fini propagandistici e che sia a vantaggio della popolazione irachena. Perciò i Ds chiedono che il Governo si faccia promotore di un’iniziativa europea tesa a stabilire modalità di azione comuni dei paesi dell’Unione.

Piero Fassino ha fatto una stima in cifre del disastro umanitario in corso: secondo l’Unicef 1 milione di bambini sono in condizione di malnutrizione mentre 3 milioni sono a rischio di infezioni e sono 166 i milioni di dollari richiesti per gli aiuti nei prossimi 6 mesi.

Anche Fabio Alberti, presidente del «tavolo per l’Iraq» e Sergio Marelli, presidente delle Ong italiane, invocano la fine della guerra. «Solo con la fine del conflitto e l’azione dell’Onu avremo la garanzia di poter arrivare in Iraq con i nostri aiuti umanitari - dicono i presidenti - vogliamo andare oltre la campagna “Oil for food”, senza rischiare di riempire una botte bucata».

Ma la campagna non assume solo toni di alto valore morale e politico. Antonio Padellaro ha sottolineato la valenza giornalistica del disastro umanitario in corso e ha messo in prima linea l'Unità per dare voce a tutte le organizzazioni che hanno aderito alla campagna. «Non dobbiamo farci trascinare dall’incubo di questa guerra, ma cercare di trovare un filo di speranza. Ne l'Unità queste associazioni troveranno un contenitore per inviare messaggi e comunicazioni ai lettori». Che potranno a sua volta aiutarle attraverso quest’importante iniziativa di solidarietà.

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Bassora-Baghdad, l’Iraq che abbiamo visto
di i 7 inviati italiani

«Ci siamo mossi l'altro ieri mattina verso le dieci da Umm Qasr, porto attualmente sotto il controllo delle truppe inglesi. Un controllo relativo. Di notte si sentivano molte esplosioni indice della presenza di forze irachene. Avevamo noleggiato a Kuwait City alcune jeep che avevamo riempito di provviste, sacchi a pelo, acqua e taniche di benzina. Abbiamo percorso una quarantina di chilometri fino al villaggio di Al Zubajr, sobborgo di Bassora. Qui abbiamo incontrato un primo check point inglese, ci hanno lasciato passare e siamo arrivati in prossimità del ponte sul fiume Basra. Lo abbiamo attraversato a piedi notando casse di esplosivo ai lati della carreggiata, abbiamo incontrato molti profughi che lasciavano la città e anche i gruppi di persone che volevano rientrarvi. In lontananza si sentivano colpi di mortaio ma abbiamo deciso di proseguire.

Siamo tornati indietro a prendere le macchine e ci siamo avviati sulla strada per Bassora. Più avanti abbiamo visto sassi e copertoni, una specie di posto di blocco e subito dopo abbiamo capito che si trattava di una postazione irachena. I soldati inglesi ci avevano detto che la strada era «not safe» ma sono avvertimenti di routine che sentiamo da molti giorni.

Alle nostre spalle è apparso un uomo armato in abiti civili ma ormai eravamo passati. Siamo entrati a Bassora in colonna e solo allora ci siamo resi conto del fatto che avremmo potuto raccontare cose che in questi giorni non sono mai state dette né scritte: Bassora è ancora nelle mani delle forze irachene, quasi per intero. Abbiamo visto persino gente che pescava, autobus del servizio urbano che funzionavano regolarmente anche se nello stesso tempo la città è allo stremo: in molte zone manca l'acqua, i viveri scarseggiano anche se la rete elettrica tiene ancora. I segni dei bombardamenti sono molto visibili.

A un certo punto ci siamo imbattuti in una pattuglia di vigili urbani, ovviamente armati con l'elmetto come in questo momento fanno quasi tutti i funzionari pubblici iracheni. Ci è stato intimato l'alt, probabilmente perché avevano notato le targhe kuwaitiane delle nostre vetture e noi abbiamo provato a spiegare che eravamo lì per documentare l'emergenza umanitaria e la situazione della città, abbiamo chiesto come raggiungere la Croce Rossa o la sede del vescovato. I vigili ci stavano rispondendo con molta gentilezza, cominciavano a fornire le indicazioni quando, purtroppo per noi è sopraggiunto un uomo in divisa e con la kefyah in testa.

«What are you doing here?», ha chiesto e poi: «Sapete che non potete venire qui?». Abbiamo provato a offrire sigarette ai poliziotti per facilitare un contatto ma con un gesto brusco quello ci ha fatto capire che non era il caso, anzi è andato a chiamare altri uomini armati che subito ci hanno costretti a seguirli nella sede del partito Baath. Là il film era diverso, i funzionari erano sempre corretti ma davanti al palazzo si era radunata una piccola folla che ha cominciato a inneggiare a Saddam Hussein levando i mitragliatori al cielo, in quel momento abbiamo capito di trovarci nella condizione di prigionieri. Un funzionario ci ha fatto accomodare nella grande sala riunioni sotto il ritratto di Saddam e a questo punto è apparso un uomo grosso e anziano, in divisa verde militare, probabilmente responsabile. Ce lo hanno presentato come un eroe, che nella stessa mattinata aveva fatto saltare due carri armati americani.

Hanno anche trovato un interprete, un giornalista di Al Jazira che parlava inglese e ci ha trasmesso le domande mentre i funzionari aprivano ed esaminavano le nostre borse e prendevano i nostri passaporti: «Sapete che per entrare in casa di qualcuno si entra dalla porta principale e si chiede permesso?». Abbiamo cercato di spiegare che non sapevamo se la porta da quella parte fosse aperta o socchiusa. «Da questo momento siete ospiti del Governo iracheno», ha ribattuto il funzionario, «sarete alloggiati qui a Bassora e domani vi accompagneremo a Baghdad».

Mentre ci portavano all'albergo Sheraton abbiamo potuto fare un lungo giro della città anche se non sapevamo quando avremmo potuto raccontare ciò che vedevamo. L'albergo era buio, non c'era alcuna possibilità di lavarsi e di mangiare, abbiamo preso qualche scatoletta di carne dalle auto: in compenso era semivuoto e ci hanno assegnato stanzette singole. Eravamo esausti ma i controlli non erano finiti: ci hanno radunati nella hall e siamo stati interrogati separatamente. Volevano sapere se fossimo a conoscenza di movimenti militari inglesi o americani, abbiamo risposto che eravamo lì per fare semplicemente i cronisti.

Alle sei del mattino siamo stati svegliati dai rumori di uno scambio d'artiglieria e forse quello è stato il momento in cui abbiamo avuto più paura, anche perché ognuno era separato dagli altri e si chiedeva quando ne sarebbe uscito. La gentilezza degli iracheni però ci ha tranquillizzato, per non farci correre rischi durante il viaggio verso Baghdad hanno accartocciato le targhe kuwaitiane delle auto e ci hanno dato una scorta. In quattro ore siamo arrivati qui, la strada era sicura e sotto il loro controllo.
Adesso abbiamo abbracciato colleghi e amici, abbiamo potuto chiamare le famiglie ma ci è vietato di svolgere il nostro lavoro. Ci hanno spiegato che siamo nella condizione di stranieri entrati illegalmente, in pratica clandestini, anche se trattati molto meglio di come si trattano i clandestini in Italia.

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Un filmato e 11 denunce per il pestaggio "stile Genova" dopo l'uccisione di Dax
di Susanna Ripamonti

Lividi e incerottati i ragazzi del centro sociale milanese O.R.So. avevano denunciato subito i pestaggi all’ospedale San Paolo: notte del 16 marzo, dopo che tre fascisti avevano ammazzato Dax, Davide Cesare, un loro compagno. Adesso la denuncia è anche depositata in procura, firmata da 11 persone, picchiate in «stile Genova» da poliziotti e carabinieri che avrebbero dovuto garantire l’ordine e invece hanno scatenato un pandemonio.

La ricostruzione ufficiale dei fatti fin dal primo momento era stata confusa. La polizia e il questore stesso non riuscivano a nascondere l’imbarazzo per una situazione che chiaramente era sfuggita di mano. Parlando come uno sceriffo, il dottor Boncoraglio aveva parlato di «pestaggi» spiegando che in queste circostanze, si sa, «le botte si danno e si prendono» per cui alla fine gli sembrava quasi normale quel bilancio in pareggio: 15 feriti tra i ragazzi e altrettanti tra le forze dell’ordine. Ma la partita non poteva concludersi lì. La Digos ha fatto un rapporto su quello che era accaduto, e quelli dei Centri Sociali hanno avviato una contro-inchiesta per raccogliere documentazione e testimonianze. Ma pure spontaneamente, chi ha visto e assistito agli scontri dalle finestre o dall’interno dell’ospedale, non è stato zitto.

Proprio ieri le televisioni hanno mandato in onda un filmato, fatto da un videoamatore, in cui si vedono con chiarezza agenti in divisa che piombano addosso a un giovane caduto in terra mentre cercava di scappare, lo picchiano coi manganelli, lo prendono a calci. «Quello a terra ero io - dice Orlando, uno dei più attivi frequentatori dell’O.R.So -. Quando hanno caricato ci siamo riparati dentro al San Paolo, ma ci hanno inseguito anche lì. Io ho tentato di mettermi in salvo uscendo all’esterno, ma mi hanno raggiunto. Sono caduto, hanno cominciato a picchiarmi, io mi sono raggomitolato perchè cercavano di colpirmi ai genitali. Mi sono protetto la testa con le mani. Dalle finestre sentivo la gente che urlava di smetterla, che insultava la polizia. Sono riuscito ad alzarmi e a scappare, altri non ce l’hanno fatta».

Nell’esposto una ragazza dice che i carabinieri che l’avevano bloccata l’hanno picchiata, ma ne hanno anche approfittato per molestarla: «Gli ho gridato “maiali” ma loro hanno continuato». Un altro racconta: «Mi sono trovato con la pancia a terra, si sono messi intorno, erano cinque o sei persone, mi hanno dato una violentissima manganellata sulla testa, altri mi davano calci in bocca»: 4 denti rotti, altri 6 o 7 piegati all'indietro e, in più, punti all'interno della bocca, sulle labbra e «tre costole incrinate». È stato ricoverato nove giorni al San Carlo e ricorda i poliziotti che «ridevano» della morte di Dax dicendo: «uno in meno come Carlo Giuliani».

Insulti, minacce, colpi «con dei tubi neri», cariche e inseguimenti all'interno dell'ospedale, caroselli con le auto. Uno mette nero su bianco: «Ho perso i sensi per qualche secondo, quando ho riaperto gli occhi ero completamente coperto di sangue, loro però continuavano a colpirmi». Una ragazza, ha raccontato di essere stata ferita «perdevo sangue dalla testa, dal naso, ma mi hanno ammanettata, chiusa in un’auto con altre due persone. Stavo male, non riuscivo a respirare, il sangue continuava a colarmi dalle ferite». C'è chi testimonia di aver visto «una ragazzo senza denti.., era una maschera di sangue», e poi «scene da far west» all'interno del pronto soccorso: «Gente inseguita da poliziotti e carabinieri, gente ferita, volanti che sgommano, caroselli di auto e blindati».

La gente scesa dai palazzi di fronte che urlava di lasciare stare i ragazzi, e in mezzo a quell’inferno Fabio, accoltellato in via Brioschi, e sopravvissuto parla di aggressione «a freddo da alcuni agenti con manganelli e torce elettriche» e quando dopo due cariche è uscito dalla stanza dove si era rifugiato, ha notato «diverse macchie di sangue per tutto il pian terreno e molte persone ferite». Un’altro giovane che si era salvato per miracolo nell’agguato di via Brioschi era tutto un livido per le manganellate.

Oltre al filmato ci sono le testimonianze spontanee di medici e operatori del San Paolo che già nei giorni scorsi avevano scritto ai giornali: sangue dappertutto, vetri rotti, persone ferite, la polizia che picchia anche quelli che non c’entrano: una documentazione resa nota dagli organi di informazione, ma per ora non allegata all’esposto.

L’avvocato Mirco Mazzali, uno dei legali dei ragazzi ritiene che la procura stessa la acquisirà «ma se non lo facesse ovviamente ci penseremmo noi».

Dopo la circolazione del filmato sui pestaggi, la Questura ha abbandonato il tono alla John Wayne limitandosi a una replica di circostanza: «Non sono stati riscontrati al momento elementi certi di responsabilità da parte di uomini della polizia ma se emergessero responsabilità non resteranno impunite». In via Fatebenefratelli avevano già avviato un’indagine interna dalla quale però non è emerso con certezza nessun comportamento censurabile.

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Sabato, 29 Marzo 2003

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Iraq Guerra

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Liberati i giornalisti a Baghdad

Iraq. Liberati i giornalisti a Baghdad. Battistini: "Ci hanno trattato bene"


Giornalisti in sala stampa a Baghdad


Baghdad, 29 marzo 2003

I sette giornalisiti italiani prigionieri della polizia irachena sono stati liberati a Baghdad e si trovano all'Hotel Palestine. Lo ha riferito all'Ansa il direttore de Il Resto del Carlino, Giancarlo Mazzuca.

"Siamo stati trattati bene", ha riferito Francesco Battistini nella sua telefonata al Corriere della Sera. I sette giornalisti italiani non hanno subito alcun maltrattamento, sono tutti in "ottime condizioni" e sono attualmente riuniti in una stanza dell'Hotel Palestine, ha aggiunto Battistini.

Battistini chiamava a nome del gruppo. Dal Corriere sono subito partite le telefonate alle redazioni degli altri sei inviati, Ezio Pasero del Messaggero, Vittorio Dell'Uva del Mattino, Toni Fontana dell'Unità, Leonardo Maisano del Sole 24 Ore, Lorenzo Bianchi del gruppo Riffeser (Il Giorno, Il Resto del Carlino e Nazione), Luciano Gulli del Giornale.

Ora però, fanno notare dalla direzione di via Solferino, si tratta di capire cosa accadrà. Il segretario della Fnsi Paolo Serventi Longhi ha detto che sarebbe stato loro offerto l'accredito nella capitale irachena.

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Iraq. Papa: tragedia umana non diventi catastrofe religiosa


Il Papa teme lo scontro tra cristinanesimo e Islam


Città del Vaticano, 29 marzo 2003

Papa Wojtyla ha espresso oggi la sua angoscia per il rischio che la "tragedia umana" della guerra in Iraq possa trasformarsi anche "in una catastrofe religiosa", a livello internazionale, ed ha esortato i cristiani ad impegnarsi per impedire che ciò avvenga. Giovanni Paolo II ha parlato delle sue preoccupazioni ricevendo stamane in udienza i vescovi cattolici dell'Indonesia, Paese a maggioranza musulmana.

"Non dobbiamo permettere - ha esortato il Papa riferendosi alla guerra in Iraq - che una tragedia umana diventi anche una catastrofe religiosa".

"Alla guerra non deve essere mai permesso di dividere le religioni del mondo", ha insistito Giovanni Paolo II, riferendosi al timore, più volte espresso in questi giorni da personalità vaticane, che il conflitto iracheno possa innescare uno scontro su vasta scala tra cristianesimo e Islam. In un Paese come l'Indonesia, dove la minoranza cattolica - come ha ricordato lo stesso Pontefice - è vittima di "discriminazioni, pregiudizi" ed anche "atti di distruzione e vandalismo", le tensioni rischiano di acutizzarsi in modo drammatico.

Per tale motivo Giovanni Paolo II ha incoraggiato i vescovi cattolici a "usare questo momento destabilizzante come un'occasione per lavorare insieme , come fratelli impegnati per la pace, con il vostro stesso popolo, con le altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per assicurare la comprensione, la cooperazione e la solidarietà".

Soffermandosi sulla situazione dell'Indonesia, il Papa ha ricordato come in alcune aree, alle comunità cristiane sia stato negato il permesso di costruire luoghi di preghiera. "L'Indonesia, insieme con la comunità internazionale - ha ricordato inoltre il Pontefice - è stata recentemente colpita dalla terribile perdita di vite umane con l'attentato terroristico di Bali".

"In tutto ciò - ha avvertito il Papa - bisogna essere attenti a non unirsi alla tendenza di giudicare gruppi di persone sulla base di azioni di una minoranza estremistica". "L'autentica religione - ha avvertito - non proclama nè il terrorismo nè la violenza, ma cerca di promuovere in ogni modo l'unità e la pace dell'intera famiglia umana".

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Iraq. Bassora, angloamericani prendono il controllo della raffineria


Un pozzo di petrolio in fiamme


Bassora, 29 marzo 2003

Le truppe angloamericane hanno preso il controllo della raffineria di Bassora. Lo ha detto il generale Usa Vincent Brooks durante una conferenza stampa al Comando centrale in Qatar.

Secondo Brooks, gli Stati Uniti hanno in programma di riprendere l'attività del'impianto al più presto, nonostante tre pozzi di petrolio di Rumaila siano ancora in fiamme.

Tecnici della raffineria, che ha una capacità di 140.000 barili al giorno, sostengono che le attività potranno essere riprese appena saranno stati ripristinati energia elettrica e forniture di greggio.

L'impianto è rimasto infatti indenne dai sabotaggi messi in opera dalle truppe irachene; le altre due raffinerie irachene, di Daura, vicino a Baghdad e di Baiji nel nord del Paese, hanno una capacità produttiva di 400.000 barili al giorno.

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Polmonite atipica. Medico italiano morto a Bangkok. Oms conferma: è Sars


Il medico si occupava di casi riconducibili alla sindrome Sars


Roma, 29 marzo 2003

Un medico di 47 anni, Carlo Urbani, originario delle Marche, è morto questa mattina alle 6 in un ospedale di Bangkok, in Thailandia, per una polmonite atipica. E' la prima vittima italiana della malattia.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato ufficialmente in una nota che Carlo Urbani, medico esperto in malattie infettive, è morto a causa della Sars, la polmonite atipica che ha ucciso fino ad ora ha ucciso 54 persone nel mondo.

Urbani, ricorda l'Oms, ha partecipato a numerosi programmi sanitari, in Cambogia Laos e Vietnam e viveva ad Hanoi. E' stato il primo esperto dell'Oms ad identificare l'epidemia di questa nuova malattia in un uomo di affari americano ricoverato ad Hanoi.

La direttrice dell'Oms, Gro Harlem Brundtland, ha commentato commossa la morte del medico: "La perdita improvvisa di Carlo Urbani colpisce noi tutti profondamente. La sua vita rimane ancora una volta il segno di un lavoro importante nella sanità pubblica. Oggi dovremo tutti riflettere per un momento e ricordare la vita di un medico così meravigliso".

Pascale Brudon, rappresentante dell'Oms in Vietnam, ha definito Carlo Urbani "un uomo davvero speciale, il suo primo obiettivo - ha detto - era aiutare la gente".

Il medico italiano, secondo quanto ha ricordato Brudon, aveva notato per primo qualcosa di veramente strano nei casi di polmonite atipica. Era impegnato ogni giorno in ospedale, raccogliendo campioni biologici, parlando con lo staff sanitario e rafforzando le misure di controllo dell'infezione.

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Iraq. Najaf, kamikaze uccide cinque soldati americani. Elicotteri Usa contro guardie repubblicane: 50 morti


Marines americani


Najaf, 29 marzo 2003

Cinque soldati americani sono stati uccisi da un attentato suicida a Najaf. Lo annunciano fonti militari Usa. L'attentato si è verificato presso un checkpoint sull'autostrada numero Nove nei pressi di Najaf. Le cinque vittime appartenevano alla prima brigata della terza divisione di fanteria.

Un taxi si è fermato presso il posto di blocco. Dall'interno della vettura l'autista ha richiamato l'attenzione dei militari Usa chiedendo aiuto. Cinque militari si sono avvicinati e l'uomo ha fatto esplodere la macchina uccidendosi con i cinque militari americani.

Uccise 50 guardie repubblicane
Elicotteri Apache americani hanno attaccato le milizie irachene uccidendo almeno 50 soldati della Guardia Repubblicana, l'unità scelta dell'esercito di Saddam Hussein, lo ha detto il maggiore Hugh Cate alla Reuters.

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Iraq. Baghdad, due esplosioni enormi squassano il centro della città


La cartina con gli obiettivi a Baghdad


Baghdad, 29 marzo 2003

Un'esplosione particolarmente violenta ha squassato di primo mattino il centro di Baghdad, su cui stavano frattanto proseguendo i bombardamenti aerei alleati. Lo hanno reso noto fonti giornalistiche sul posto precisando che, dopo i bombardamenti di poco prima alla periferia della città, la stessa deflagrazione è stata quella in apparenza più vicina al nucleo della capitale irachena. Le fonti hanno riferito comunque che alte colonne di fumo nero e di polvere si potevano al contempo vedersi alzare da sud-est nel cielo diurno.

Una seconda, violentissima esplosione è risuonata in mattinata nel pieno centro di Baghdad, pochi istanti dopo che una prima deflagrazione di analoga entità era echeggiata nel nucleo della capitale irachena, sollevando in aria una gigantesca nube di fumo e polvere. Lo hanno riferito fonti giornalistiche straniere presenti sul posto, secondo cui l'ultima esplosione in ordine di tempo si è prodotta verso le 9 e mezza ora locale, cioè le 7,30 in Italia, ed è stata la più forte delle due;

Boati di intensità relativamente meno potente si sono uditi nel frattempo in distanza, mentre in cielo si sentiva il rombo assordante dei motori dei velivoli alleati in azione di bombardamento.

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Iraq. Missile colpisce zona centrale di Kuwait City, non ci sarebbero vittime


Kuwait


Kuwait City, 28 marzo 2003

Una violenta esplosione è stata sentita a Kuwait City poco lontano dall'hotel in cui alloggiano i giornalisti. La deflagrazione è avvenuta durante il collegamento in diretta del Tg3 con l'inviato Giuseppe Bonavolontà.

Secondo l'inviato Rai, la deflagrazione è stata causata da un razzo che ha colpito il centro della capitale dell'emirato, in un punto dal quale si leva una colonna di fumo.

L'esplosione è avvenuta in un parcheggio poco lontano dal lungomare di Kuwait City. Frammenti dell'ordigno sono visibili nei pressi del più grande centro commerciale della capitale dell'emirato, il cui prospetto che si affaccia sul mare è stato colpito in pieno.

Nei giorni scorsi dall'Iraq sono partiti 15 missili contro l'emirato: quasi tutti sono stati intercettati dai 'Patriot', mentre gli altri sono caduti in aree disabitate.

Secondo alcune fonti la deflagrazione potrebbe essere stata causata da un missile 'al Samoud-II', i missili con una gittata di 150 chilometri di cui gli ispettori avevano iniziato la distruzione pochi giorni prima dell'inizio del conflitto.

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Iraq. Comando Usa decide pausa di 4-6 giorni in operazioni


Soldati Usa


As Sayliyah, 29 marzo 2003

Il comando delle operazioni Usa in Iraq ha ordinato una pausa tra 4 e 6 giorni nelle operazioni di avanzata verso Baghdad per battere le sacche di resistenza dell'esercito di Saddam. "Una necessaria fase di riorganizzazione e consolidamento", ha detto il portavoce delle forze britanniche nel Golfo, il capitano di Gruppo Al Lockwood.

La pausa nelle operazioni è stata decisa anche per problemi di rifornimento logistico a causa della grande distanza tra le truppe e i centri di rifornimento in Kuwait. "C'è la necessità che, prima di spostarsi ai prossimi obiettivi, venga riconfigurato il campo di battaglia, con riposizionamenti e spostamenti. E' una fase assolutamente normale in una campagna militare, ma non si tratta di una pausa", ha detto Lockwood.

Saranno utilizzati al minimo indispensabile i veicoli per risparmiare carburante e anche i rifornimenti di cibo avranno dei problemi. Le truppe avanzate hanno comunque le proprie razioni personali, ha detto un ufficiale che ha conservato l'anonimato, che sono sufficienti per 1-3 giorni. La pausa prevede comunque che i bombardamenti dall'aria proseguano senza alcun cambiamento.

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Iraq. Giornalisti italiani arrestati dalla polizia dovrebbero giungere oggi a Baghdad


Giornalisti al centro stampa in Qatar


Roma, 29 marzo 2003

I sette giornalisti italiani fermati in Iraq potrebbero oggi stesso essere portati a Baghdad e poi espulsi dal paese. Dall'ambasciata italiana in Kuwait questa mattina non vengono novità sulla sorte dei reporter - è "ancora presto" - ma la conferma che i giornalisti sono stati "fortunatamente" presi dalla polizia ufficiale irachena.

Dalla sede diplomatica si conferma così che "I giornalisti, fortunatamente, sono stati presi dalla polizia regolare irachena. Probabilmente gli agenti iracheni gli avranno contestato delle violazioni, dei reati. Il fatto che siano nelle mani della polizia regolare è sicuramente rassicurante".

Oggi, "sapremo se li porteranno a Baghdad o cosa succede". L'ipotesi più probabile, quella "che ci auguriamo tutti" - aggiungono dall'ambasciata - è che i giornalisti vengano portati nella capitale ed "espulsi" dal paese "oggi stesso". Ma, precisano dalla sede diplomatica adesso "è ancora presto" per dire cosa accadrà davvero.

Comando Qatar non ha notizie precise su di loro
"I giornalisti che tentano di raggiungere autonomamente l'area di Bassora corrono rischi enormi, esortiamo tutti a desistere da questi tentativi": lo ha detto il portavoce delle forze britanniche nel Golfo, il capitano di Gruppo Al Lockwood, secondo il quale il Comando centrale in Qatar è a conoscenza del caso dei sette giornalisti italiani scomparsi, sui quali non ha però per il momento alcuna informazione.

"Avventurarsi senza scorte nell'area - ha aggiunto Lockwood - espone a rischi di essere usati a fini di propaganda dal regime iracheno o, peggio, di essere scambiati da forze paramilitari per nemici in quanto occidentali. Abbiamo già avuto nella zona di Bassora i tragici casi di un giornalista di Itn morto e di altri due che risultano ancora dispersi".

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Iraq. Bassora, soldato GB ucciso e altri feriti da fuoco amico. Giallo su soldati GB rapiti

Iraq


Bassora, 29 marzo 2003

Un soldato britannico sarebbe stato ucciso e altri feriti in un incidente di fuoco amico nel sud dell'Iraq. Il ministero della difesa britannico non ha ancora confermato, limitandosi a dire che sta investigando. Si tratterebbe del quinto soldato britannico ucciso dall'inizio della guerra contro l'Iraq.

Secondo informazioni citate dalla Bbc online, il soldato è morto ieri dopo che un aereo da attacco americano A-10 Thumderbolt aveva preso di mira due blindati vicino a Bassora.

Un portavoce a Londra si è limitato a dire che l'unità coinvolta è un gruppo di blindati leggeri britannici e che un soldato inglese è disperso e si pensa sia morto mentre altri quattro sono feriti.

Ci sono indicazioni secondo cui si tratterebbe di fuoco amico, ha detto ancora il portavoce, ma non possiamo confermare fino a che non saremo al corrente dei fatti precisi.

Giallo su soldati britannici rapiti
Quattro o cinque soldati britannici sarebbero stati catturati la notte scorsa a Bassora. Lo ha reso noto un ufficiale del Secondo Reggimento della cavalleria reale. Il portavoce delle forze britanniche, capitano Al Lockwood, però ha smentito la notizia sulla cattura di 4-5 soldati britannici.

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Iraq. Italia dichiara stato di emergenza nazionale per la guerra


Il presidenet del Consiglio, sSlvio Berlusconi


Roma, 28 marzo 2003

Il Presidente del Consiglio ha firmato oggi il decreto con cui, a seguito della deliberazione del Consiglio dei Ministri, è stato dichiarato lo stato di emergenza sul territorio nazionale in relazione al delicato panorama internazionale conseguente al conflitto in atto in Iraq. Lo rende noto la protezione civile.

Il premier, ha quindi contestualmente firmato la conseguente ordinanza di protezione civile che dispone una serie di misure "dirette a viluppare e a realizzare le iniziative per la tutela della pubblica incolumità".

All'organizzazione coordinata delle iniziative provvederà, in qualità di Commissario delegato del Presidente del Consiglio dei Ministri, il Capo del Dipartimento della protezione civile, Guido Bertolaso, che opererà in collegamento e con la collaborazione di tutte le amministrazioni competenti.

"Non vi è nessuna ragione di allarme. Deliberare lo stato di emergenza è un atto dovuto, lo si fa ogni volta in cui si chiede alla Protezione Civile di tenersi pronta". E' quanto puntualizza Guido Bertolaso, Capo della Protezione Civile.

"E' una misura precauzionale, preventiva - ribadisce - che si fa spesso. Ad esempio, lo si fa anche quando non piove per molto tempo e si teme che possano scoppiare molti incendi: il decreto consente alla Protezione Civile di mettersi in moto e prepararsi all'evenzienza... Se poi non succede nulla, come per fortuna accade il più delle volte, meglio".

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Venerdì, 28 Marzo 2003

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Corea del Nord. Il Giappone mette in orbita due satelliti spia. Si teme per le reazioni di Pyongyang


Lanciati con vettori di fabbricazione giapponese


Tokyo, 28 marzo 2003

Il vettore H2-A, di realizzazione giapponese, lanciato dalla base di Tanegashima, ha collocato in orbita i primi due satelliti-spia di una programma di sorveglianza che ne prevede quattro in totale.

Serviranno principalmente a osservare l'evoluzione del programma missilistico della Corea del Nord, che negli ultimi mesi ha realizzato diversi test nel Mar del Giappone, e i cui nuovi vettori di classe Taepodong possono portare testate sul territorio nipponico.

I satelliti, equipaggiati con videocamere e sensori radar, resteranno in funzione per almeno cinque anni, a un'altezza fra i 400 e i 600 chilometri.

Due giorni fa la Corea del nord aveva minacciato il Giappone, affermando che "rischia l'autodistruzione" se avesse lanciato i due satelliti spia.

Il rischio adesso è che il governo di Pyongyang -che aveva a più riprese diffidato Tokyo da quello che era stato definito "un atto ostile"- reagisca, inviando missili balistici in grado di raggiungere il Giappone.

Tokyo, che ha stanziato circa 2 miliardi di dollari nel progetto, ha già programmato di spedire in orbita altri due satelliti simili nei prossimi mesi.

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Iraq. Pentagono: sono 28 le vittime Usa nella prima settimana di guerra


marzo 2003

Sono complessivamente 28 i militari statunitensi rimasti uccisi nel corso della prima settimana di guerra in Iraq.

Lo ha reso noto un portavoce del Pentagono, tenente colonnello Jim Cassella, specificando che in 22 casi si è trattato di "decessi provocati dalle ostilità", vale a dire avvenuti in combattimento; quattro sono state le morti accidentali, mentre altre due sono state causate dall'attacco con bombe a mano compiuto contro i propri stessi commilitoni da un sergente americano di fede islamica a Camp Pennsylvania, nel nord del Kuwait.

Sette i soldati che sono ufficialmente considerati prigionieri del nemico: i due piloti di un elicottero Apache abbattuto dalla contraerea irachena più cinque componenti di un'unità logistica.

Infine ammontano a diciassette coloro che in codice sono definiti 'Dustwuns': in altri termini, il cui stato attuale rimane ignoto; si tratta di persone che potrebbero essere tanto morte in azione quanto più semplicemente disperse, ma di cui in realtà non si sa nulla.

Cassella non ha fornito in proposito alcuna precisazione.


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Industria. Il Wto contro i superdazi imposti dagli Usa sull'acciaio

La prossima settimana potrebbbe arrivare la condanna per gli Stati Uniti


Ginevra, 28 marzo 2003

Il Wto, l'organizzazione mondiale per il commercio , ha giudicato illegale i dazi sull'importazione dell'acciaio imposti il 20 marzo dello scorso anno dagli Usa.

L'organizzazione di Ginevra ha accolto il reclamo presentato dall'Unione Europea e da altri 7 Paesi che chiedevano la condanna di una misura considerata contraria alle regole del commercio internazionale.

Nel caso di una nuova condanna gli Usa si vedranno costretti ad annullare le misure di salvaguardia altrimenti l'Unione Europea potrà tassare i prodotti made in usa.

Come si ricorderà i Quindici hanno già individuato una lunga lista di prodotti americani che potrebbero essere colpiti da sanzioni anche se lo scorso settembre hanno rinunciato ad utilizzare questo strumento dopo aver ottenuto da Washington esenzioni per gran parte dei prodotti siderurgici.

Immediata la reazione dell'associazione statunitense dei produttori d'acciaio mentre un portavoce del rappresentante per il commercio Usa ha precisato che "le misure di salvaguardia sono autorizzate dalle regole della Wto, numerosi Paesi le utilizzano e quelle da noi applicate sull'acciaio sono conformi alle regole del commercio internazionali".


Ieri la Commissione europea si è invece rifiutata di commentare il rapporto in quanto ancora preliminare rimandando il giudizio a quando in maggio sarà pubblicato il rapporto definitivo. Come si ricorderà l'Ue - insieme al Giappone, alla Corea del Sud, al Brasile, alla Cina, alla Norvegia, alla Svizzera e alla Nuova Zelanda - era ricorsa al Wto contro i superdazi imposti dagli Usa dall'8% al 30% sull'acciaio importato.

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Iraq. Onu, trovata l'intesa per far ripartire 'Oil for food'

Il Palazzo di Vetro, sede dell'Onu


New York, 28 marzo 2003

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha trovato un accordo per la ripresa del programma umanitario per l'Iraq 'Oil for food'.

Stando a quanto ha reso noto l'ambasciatore tedesco al Palazzo di Vetro Gunter Pleuger, ora che c'è l'accordo il Consiglio potrà mettere ai voti al più presto una risoluzione per la ripresa del programma umanitario.

La ripresa del programma che dovrebbe essere affidato direttamente alla gestione del segretario generale dell'Onu Kofi Annan.


Il programma 'Oil for food', interrotto con l'inizio della guerra, consente all'Iraq di esportare l'equivalente di 2,5 miliardi di dollari di greggio da investire nell'acquisto di cibo e medicine.

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Usa. Accusato di conflitto di interessi si dimette Richard Perle, consigliere di Rumsfeld



Richard Perle


Washington, 27 marzo 2003

"Poiché non posso facilmente né rapidamente smentire le critiche nei mie confronti basate su errate valutazioni sulle mie attività, il minimo che io possa fare in queste circostanze è di chiederti di accettare le mie dimissioni come presidente del Defence Policy Board".

Con queste parole affidate ad una lettera indirizzata al segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, Richard Perle ha rassegnato il proprio mandato.

Sin dagli anni '80 è considerato uno dei principali 'pensatori' della destra americana. Già durante la presidenza di Ronald Reagan era il principale consigliere del ministero della Difesa.

Oggi è tra i consiglieri più ascoltati da Donald Rumsfeld, ma anche dal presidente Usa George Bush.

Perle è tra coloro che maggiormente hanno spinto la Casa Bianca a scegliere la via militare per risolvere la questione irachene. Di recente aveva espresso critiche nei confronti di Onu e Nato, definite inadeguate a garantire la
sicurezza globale.

Le accuse di conflitto di interessi
Negli ultimi giorni la stampa americana aveva parlato di conflitto di interessi per una vicenda legata alla Global Crossing.

La società di telecomunicazioni era sul punto di firmare una intesa ad Hong Kong e Singapore per la fornitura di reti in fibra ottica.

L'accordo sarebbe stato bloccato dal ministero della Difesa e dall'Fbi in quanto ritenevano una minaccia per la sicurezza nazionale esportare all'estero una tecnologia utilizzata anche dal governo americano.

Perle sarebbe dovuto intervenire per sbloccare questa empasse. Il suo interessamento sarebbe valso 125mila dollari. In caso di 'sblocco' della trattativa, avrebbe ricevuto altri 600mila dollari.

Inoltre un settimanale americano ha rivelato un suo incontro a Marsiglia col controverso mercante di armi libanese Adnan Khashoggi e con un industriale saudita, Harb Saleh Zujair, collegato ad una società della quale Perle è dirigente.

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Iraq. Baghdad, sotto i colpi dei raid angloamericani i centri di comunicazione. In arrivo 120 mila rinforz

i


Dispersi 12 marines


Baghdad, 28 marzo 2003

Nuove esplosioni hanno scosso Baghdad stamani poco prima delle 07:00 locali (le 05:00 in Italia), di cui una molto potente, che ha fatto tremare l'hotel dove risiedono giornalisti. Lo ha riferito un corrispondente della France Presse nella capitale irachena.

È stato udito anche il fuoco della contraerea, mentre nubi di fumo erano visibili in zone della città e della sua periferia.

Da ieri, pattuglie di marines stanno cercando, finora senza esito, i 12 soldati americani dispersi, intorno a Nassiriya, la città sull'Eufrate dove, domenica, gli americani hanno già subito perdite e dove alcuni di loro sono stati fatti prigionieri.

In attesa dell'assedio, Baghdad ha vissuto un'altra notte da "colpisci e terrorizza", con i bombardamenti forse peggiori da venerdì scorso: centri di comando e comunicazione sarebbero stati colpiti e distrutti, secondo le indicazioni che vengono dal Pentagono.

Il monito di Saddam

In previsione della battaglia per Baghdad, il ministro della difesa iracheno Sultan Hashem Ahmed avverte che il destino della città si deciderà in battaglie di strada, casa per casa: "Baghdad sarà la tomba del nemico", dice. "Più il conflitto si prolunga, più il nemico pagherà un alto prezzo".

Arrivano i rinforzi

Di questo, Stati Uniti, Gran Bretagna e gli altri Paesi che partecipano alla campagna 'Libertà per l'Iraq' sono consapevoli. Di qui, la decisione del Pentagono di rafforzare il contingente americano, con la mobilitazione di altri cento o 120 mila uomini: entro un mese, ci saranno in Iraq o, più in generale, nel Golfo oltre 400 mila americani.

Uno sforzo militare impressionante, che non può però essere sostenuto a tempo indeterminato. Contemporaneamente, bisogna provvedere agli aiuti umanitari e poi pensare al dopoguerra e alla ricostruzione.

Gli aiuti umanitari

Un segnale positivo sembra venire dalle Nazioni Unite, dove c'è un accordo, che potrebbe essere formalizzato in giornata, per rimettere in funzione il sistema 'oil for food', petrolio in cambio di cibo.

Mentre il Consiglio di Sicurezza ne discuteva, ieri, in modo informale e il premier britannico Tony Blair faceva visita al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, oltre duecento persone venivano arrestate sulla Quinta Strada, a New York, per avere manifestato contro la guerra, bloccando il traffico all'altezza della Cattedrale di San Patrizio.

Un nuovo fronte di guerra

Ma l'accento resta, ancora, sulle operazioni militari. Americani e britannici hanno aperto il Fronte Nord, nel Kurdistan iracheno, devono ancora prendere Bassora (sud) e bonificare la strada per Baghdad, lungo la quale Nassiriya è una trappola mortale, ma già pensano all'assedio di Baghdad e alla battaglia per la capitale.

Parlando in Congresso, il segretario alla difesa americano Donald Rumsfeld esprime l'auspicio che la popolazione di Baghdad si sollevi contro il regime di Saddam Hussein, che pare, invece, avere ritrovato la sua autorità. La conquista d'una città di quasi cinque milioni di abitanti s'annuncia estremamente sanguinosa, se il regime non crolla prima.

Di cessate il fuoco, gli Stati Uniti e i loro alleati non vogliono neppure sentire parlare: vogliono la vittoria, cioè il disarmo dell'Iraq e la cacciata di Saddam, in un conflitto che è già costato centinaia di vittime all'Iraq e decine alla coalizione.

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Giovedi, 27.03.2003

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Previti ricusa (di nuovo) il tribunale. Forse slitta la sentenza prevista per la serata
di red.

Previti ricusa di nuovo i giudici di Milano. È la settima volta che lo fa, ed ogni volta l'istanza di ricusazione è stata respinta e lui ha dovuto pagare una multa. Ma ci riprova, il giorno dopo il deposito delle motivazioni dell'ordinanza con cui la Corte di cassazione rigettò due mesi fa la sua richiesta di trasferire ad altra sede il processo milanese. E nel giorno stesso in cui la corte avrebbe dovuto emettere la sentenza del processo Imi-Sir/Lodo Mondadori in cui lo stesso Previti è imputato di corruzione in atti giudiziari per aver passato una mazzetta miliardaria ad alcuni giudici affinché addomesticassero una sentenza a favore del suo cliente più importante, l'allora presidente della Fininvest Silvio Berlusconi. «Inimicizia grave in relazione alla mancata applicazione di quanto disposto dalla Suprema Corte in merito alla competenza territoriale» è il succo della motivazione con cui viene proposta la ricusazione di Previti. La seduta del tribunale è stata di conseguenza rinviata al 2 aprile

Un tentativo di prendere tempo, giusto qualche giorno perché anche la sorte di questa ulteriore ricusazione sembra segnata. Deve essere proprio disperato Cesare Previti, deputato di Forza Italia, già ministro della difesa, già avvocato e sodale del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Giovedì i giudici del tribunale di Milano avrebbero dovuto emettere la sentenza del processo Imi-Sir/Lodo Mondadori in cui lo stesso Previti è accusato di corruzione in atti giudiziari. Il rinvio dovrebbe essere breve. In che cosa speri Previti non si sa. Forse in una nuova legge sull'immunità parlamentare che lo sottragga ai suoi giudici naturali. I tempi probabilmente non ci sono più, ormai.

Mercoledì, dopo le motivazioni della Suprema corte che rimandava al tribunale milanese la valutazione sulla sua competenza territoriale (gli avvocati della difesa sostengono che debba essere Perugia a giudicare Previti), i difensori avevano ripresentato la documentazione, ma la Corte l'aveva ritenuta superata perché già esaminata e ritenuta ininfluente. E aveva rinviato la seduta a giovedì per emettere la sentenza.

Annunziata all'angolo: Cattaneo nuovo direttore Rai, gradito ad An e Fi
di Natalia Lombardo

È Flavio Cattaneo il nuovo direttore generale Rai designato in nottata dal Cda, ma a maggioranza. Un uomo vicino ad An e a Paolo Berlusconi, gradito anche alla Lega, amministratore delegato della Fiera di Milano, più esperienza nel settore delle costruzioni che dell’informazione. Era il nome proposto insistentemente dal governo, circolato ieri anche se il Tesoro premeva, forse come copertura, sulla riconferma di Agostino Saccà. Ma ad essere sconfitta sembra proprio Lucia Annunziata, che già il giorno prima aveva rifiutato il nome troppo legato al premier e aveva minacciato le dimissioni nel caso fosse rimasto il dg uscente. È la prima spaccatura nel nuovo Cda: Cattaneo, 39 anni, passa con l’astensione della presidente Annunziata e del consigliere cattolico Rumi; tre voti a favore: Alberoni, Petroni e Veneziani. Bocciata quindi l’ultima proposta della presidente: Antonello Perricone, ex amministratore delegato Sipra pur con un passato in Publitalia e ora alla Maserati.

Lucia Annunziata non parla dalla «casa di vetro», come la chiama. Certo la partenza non è delle migliori, e si immagina che l’astensione di Rumi sia dovuta al frettoloso superamento di quello schema «quattro a uno» lontano dai partiti al quale è «affezionato». La scelta di Cattaneo appare come una vittoria di Fini, ma, un po’ come accadde per Baldassarre, sembra più essere una figura vicina a Forza Italia, anche come amico di Ignazio la Russa, «berlusconiano» in An. Infatti pare che a piazzarlo alla Fiera di Milano sia stato l’azzurro Paolo Romani. E la Lega ha un ponte a Milano.

Esce di scena Agostino Saccà, deluso e arrabbiato se ne va a «dormire dieci ore», dice, buttando i suoi «conti strepitosi» che aveva appena illustrato al consiglio. Giorni fa disse, a proposito di un ripiego alla Fiction: «Uno che in casa è stato principe non può essere il maggiordomo». Magari lascerà la Rai per farsi accogliere dai suoi sponsor, gli amici di Mediaset?

La scelta del Dg è uscita in nottata, nel Cda riunito «formalmente» solo alle dieci e mezza di sera; martedì sarà ratificata nell’assemblea plenaria degli azionisti. Alle nove l’incontro era «informale». Ovvero una discussione accesa fra i cinque, senza il collegio sindacale. Alle dieci arrivano al settimo piano di Viale Mazzini tramezzini e supplì. Si tira a fare nottata, per materializzare la rosa di nomi da presentare al Tesoro, come il ministro Tremonti aveva chiesto poche ore prima a Lucia Annunziata: Cattaneo, Perricone e lo sconosciuto ai più Gianfranco Virgilio.

Il riassunto di una giornata convulsa e confusa sembra avere un solo punto fermo: il governo ha voluto mettere alle strette Lucia Annunziata nel ricatto fra l’accettare un «interim» di Saccà, cosa che avrebbe portato alla rinuncia della presidente (per altro ancora senza contratto in Rai, ma per questo più libera di uscire) o un nome ancora più vicino al premier, appena un po’ più lontano dalla familiarità con la concorrente Mediaset.

Alle cinque del pomeriggio, ora fissata per il Cda, le cose stanno talmente in alto mare da far slittare di un’ora la riunione. Inizia alle sei, con una sterminata relazione di Saccà sullo «stato dell’azienda». Alle tre del pomeriggio Lucia Annunziata ha incontrato a Via XX Settembre l’azionista della Rai, il ministro del Tesoro. Nel colloquio Tremonti (dai toni «sgradevoli» , raccontano) ha perorato la causa di un «interim» di Saccà fino all’approvazione del bilancio a giugno. Perché volere a tutti i costi quel segno di «discontinuità» con la gestione precedente se i conti del preconsuntivo 2002 sono a posto, come ha mostrato Saccà? (tutti smentiti dai dati). Insomma, per il Tesoro non c’è motivo di cambiare, per Berlusconi neppure, in questo momento per lui difficile, tra la guerra, le amministrative con i sondaggi in calo e il semestre europeo.

Poco dopo l’incontro al Tesoro (giudicato irrituale dal ds Passigli e da Lusetti, Margherita), è uscito via agenzie il nome di Flavio Cattaneo, sul quale ci sarebbe stato un accordo fra presidente e azionista. Difficile credere che Annunziata lo abbia accettato (infatti il ritardo del Cda è dovuto ad allarmate consultazioni telefoniche); più facile vederlo come il vero nome di Berlusconi, insieme a Codignoni, dopo un sacrificio di Saccà. Lo intuisce il ds Giulietti, che ha «la sensazione» che il Dg sarà sostituito, ma «lo spartito sarà sempre lo stesso». Cattaneo è un uomo sempre in pista per varie cariche da tempo, sia come Dg Rai che alle Poste, un manager di levatura «mediocre», dicono, lanciato dal trampolino nell’azienda Edilizia popolare di Lecco. Un costruttore, in pratica. Faceva parte della rosa degli «inaccettabili» per Annunziata proposta il giorno prima dal governo e bocciata dal Cda, almeno da Rumi e Veneziani. Nomi avanzati, sembra, dal ministro Urbani, fedelissimo del premier, più di Gianni Letta che avrebbe dato il via libera su Masi, persona troppo variabile per Berlusconi.

Nella sarabanda di notizie contraddittorie ieri si dice che Annunziata avrebbe portato a Tremonti la sua «rosa»: Mauro Masi, Antonio Catricalà e, ex novo, Maurizio Beretta, ex direttore di RaiUno sostituito in fretta proprio da Saccà. Sembra però che la presidente non abbia portato alcun nome, proprio perché il giorno prima le era stata «impallinata» dalle lotte intestine nel Polo ogni sua proposta, Masi in prima fila. La linea di Lucia Annunziata era: fate voi dei nomi presentabili. Difficile la vita per la presidente di garanzia che da Tremonti si sarebbe sentita dire: «Per noi qui al Tesoro siete soltanto un normale consiglio di amministrazione», raccontano ambienti a lei vicina. Quasi a screditare i presidenti delle Camere.

Governo senza vergogna: «I parà Usa di Vicenza sono in Iraq ma non per attaccare»
di red.

I paracadutisti americani di stanza a Vicenza lanciatisi mercoledì sul nord dell'Iraq «non attaccheranno direttamente obiettivi iracheni». Parola di Palazzo Chigi che cerca così, con una carambola dialettica, di allontanare le polemiche politiche scoppiate appena era circolata la notizia che i parà della caserma Ederle di Vicenza avevano aperto il fronte nord dell'Iraq. Il governo italiano si era infatti impegnato in Parlamento, anche sulla base delle direttive fissate dal Consiglio supremo di difesa, a non consentire l'uso delle basi italiane per attacchi diretti all'Iraq. «Il governo riferisca subito in Parlamento e non faccia il gioco delle tre carte» chiede l'opposizione.

La pace, nonostante tutto: immagini di chi è contro
La guerra è sempre inutile: immagini dal fronte

paracadutisti americani di stanza a Vicenza lanciatisi mercoledì sul nord dell'Iraq «non attaccheranno direttamente obiettivi iracheni». Parola di Palazzo Chigi che cerca così, con una carambola dialettica, di allontanare le polemiche politiche scoppiate appena era circolata la notizia che i parà della caserma Ederle di Vicenza avevano aperto il fronte nord dell'Iraq. Il governo italiano si era infatti impegnato in Parlamento, anche sulla base delle direttive fissate dal Consiglio supremo di difesa, a non consentire l'uso delle basi italiane per attacchi diretti all'Iraq

«Le autorità statunitensi hanno fornito esplicita conferma che la missione dei parà Usa», di stanza a Vicenza, «esclude l'attacco diretto ad obiettivi iracheni». Dice il comunicato della presidenza del Consiglio. «Con riferimento all'impiego della 173ma Brigata Aerotrasportata si conferma che ne risulta essere stata programmata la ridislocazione in altra zona operativa. Al riguardo le Autorità statunitensi, preposte alle operazioni, hanno fornito esplicita conferma che la missione esclude l'attacco diretto ad obiettivi iracheni. Naturalmente, i compiti specifici delle forze sono coperti da riserbo necessario ad assicurare l'efficacia e la sicurezza dell'operazione stessa».

Ma le affermazioni della presidenza del Consiglio sono smentite dagli stessi statunitensi. Secondo funzionari della Difesa Usa, citati dall'agenzia Reuters, i circa mille paracadutisti giunti nel Kurdistan iracheno devono aprire il fronte nord dell'invasione irachena. «È l'inizio del fronte settentrionale» hanno commentato.

Il presidente dei senatori Ds, Gavino Angius, non si accontenta della precisazione di Palazzo Chigi e chiede che il governo riferisca «immediatamente in aula, non in commissione». La notizia «è ormai di dominio pubblico, resa nota da trasmissioni televisive e da decine di agenzie di stampa. Il governo sta prendendo in giro il Parlamento italiano. Le comunicazioni del governo in questi giorni, non ultima quella del ministro Giovanardi di ieri, sono state reticenti e assolutamente inadeguate e anche le precisazioni di oggi di Palazzo Chigi non bastano».

Per il presidente dei verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, «è inaccettabile che il Governo continui con il gioco delle tre carte della falsa non belligeranza. Hanno tradito - ha aggiunto Pecoraro - persino quel minimo impegno preso in Parlamento di non coinvolgimento delle nostre basi nel conflitto. Hanno perso la faccia - ha concluso Pecoraro - i ministri che in Parlamento ci avevano assicurato che per il fronte non sarebbe partito nessuno dalle basi italiane».

A conferma che la missione dei parà vicentini è direttamente connessa alle operazioni belliche, fonti del comando statunitense nel Qatar hanno confermato che nell'area sono già cominciati gli atterraggi dei primi aerei da trasporto che dovranno costituire la forza di invasione da nord, quella che avrebbe dovuto arrivare dalla Turchia ma che era stata bloccata dal veto turco a consentirne il passaggio per via terrestre.

I mille uomini paracadutati sull'aeroporto di Harir - ribattezzato «Base Bashur» dagli americani - saranno seguiti da un «afflusso massiccio» di forze Usa, ha detto un portavoce militare americano dalla base di As Sayliya, in Qatar, non appena la base sarà consolidata e quindi adatta a ricevere tale mole di uomini e mezzi.


Attacco all'Iraq
Uccisi 36 civili a Baghdad, 350 dall'inizio della guerra
di red

Sono state 36 le vittime civili causate in sole 24 ore dai bombardamenti su Baghdad: lo ha detto giovedì mattina il ministro della Sanità irachena, Umid Medhat Mubarak. Si tratta soprattutto di bambini, donne e anziani che non sono in grado di proteggersi. Dall'inizio della guerra, i morti tra i civili sono più di 350. E tra morti e feriti, il conteggio delle vittime sale a quattromila.

Avevano detto che sarebbe durata poco. Avevano detto che sarebbe stata una guerra "chirurgica", che avrebbe colpito solo obiettivi militari. Ma alla prova dei fatti, il bilancio è completamente diverso. Sono state 36 le vittime civili in sole 24 ore, causate dai bombardamenti su Baghdad: lo ha dichiarato giovedì mattina il ministro della Sanità irachena, Umid Medhat Mubarak. Si tratta soprattutto di bambini, donne e anziani che non sono in grado di proteggersi, a riprova del fatto che «questi aggressori, gli americani, gli inglesi e i loro alleati, stanno colpendo i civili in Iraq, senza riguardo alcuno per la loro età», come ha aggiunto il ministro iracheno, precisando che l'Iraq è in grado di fornire i servizi necessari ai feriti senza bisogno dei cosiddetti aiuti umanitari.

Mercoledì, il massacro di civile nel mercato della capitale irachena ha mostrato chiaramente per la prima volta i costi umani di questa guerra. Li ha portati allo scoperto. Ma in realtà le vittime tra i civile erano già tante: secondo Mubarak più di 350 dall'inizio dell'attacco. Ma tra morti e feriti, il numero delle vittime sale a 4000. E inoltre, sono state usate bombe a grappolo e armi all'uranio impoverito: «Gli americani e la Gran Bretagna vogliono terrorizzare la popoloazione - ha accusato Mubarak - ma dimenticano lo spirito iracheno».

Mubarak ha anche ribattuto all'accusa statunitense secondo la quale l'Iraq metterebbe a rischio i civili, tenendo dei missili in aree residenziali: «È solo un modo per impedirci di dare assistenza medica alle persone. Ed è un altra parte della loro aggressione».

Ma le perdite non si limitano a quelle causate dalle bombe. L'allarme umanitario si fa sempre più grave, soprattutto a causa della mancanza d'acqua. Mubarak ha sottolineato che le forniture d'acqua di Bassora sono inquinate e mettono a rischio la salute degli abitanti.


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Mercoledi 26.03.2003
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Iraq. Baghdad, angloamericani rallentati dalla sabbia. Furiosa battaglia fuori Nassiriya, a Najaf uccisi 650 iracheni


Nuovi furiosi combattimenti a nord di Nassiriyha


Baghdad, 26 marzo 2003

Mentre l'accerchiamento di Baghdad accusa un inevitabile rallentamento a causa della intensissima tempesta di sabbia che avvolge la capitale, i marines americani che alle prime luci del giorno avevano ripreso l'avanzata verso nord a 40 chilometri da Nassiriya hanno di nuovo incontrato una durissima resistenza armata, che li ha costretti a fermarsi all'altezza della località di Ash Shatrah. La colonna angloamericana ha chiesto l'immediato intervento delle artiglierie contro la città. A Baghdad, intanto, dopo una notte di bombardamenti la tv di Stato ha ripreso a trasmettere.

A sud
Secondo Sky news almeno 750 soldati iracheni sono morti nei violenti scontri presso la città santa sciita di Najaf a sud di Baghdad. Skynews ha trasmesso immagini in diretta dell'area, ma con visibilità ancora scarsa a causa della tempesta di sabbia.


Il maggiore John Altman, un ufficiale dell'Esercito americano che ha preso parte alla battaglia, ha stimato in almeno 650 gli iracheni rimasti sul terreno.

A Bassora
Un'altra fonte, al Jazeera, smentisce per il momento la notizia della rivolta della popolazione civile contro i miliziani di Saddam Hussein a Bassora.

"Le strade di Bassora sono molto calme e non vi sono indicazioni di violenze o di rivolte", ha detto il giornalista della tv satellitare, aggiungendo: "Non ci sono segni di insurrezione: tutti noi possiamo udire esplosioni lontante nella zona sud orientale, e riteniamo che sia in corso una battaglia". Le prime notizie su una presunta rivolta anti-Saddam a Bassora erano state divulgate da Sky News, ma lo stesso generale britannico Peter Wall ieri aveva detto di non aver alcuna indicazione in tal senso.

In onda
I ripetitori della tv di Stato irachena e di quella satellitare erano stati oscurati ieri sera e questa mattina presto durante un bombardamento. Alle 09:00 locali (le 07:00 italiane) la televisione statale ha riaperto le trasmissioni mandando in onda versetti del Corano. La tv satellitare invece, di solito ricevuta anche a Dubai, continua anon trasmettere.

Iraq. Rutelli prende le distanze da Epifani: "I pacifisti non mettano sullo stesso piano Bush e Saddam"


Franceso Rutelli


Roma, 26 marzo 2003

"Ci manca solo che il popolo della pace sia spinto a mettere sullo stesso piano la democrazia americana e la dittatura irachena...". Il leader dell'Ulivo Francesco Rutelli commenta così in un'intervista al Corriere della Sera le dichiarazioni del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. Che continuano a far discutere gli ambienti della politica italiana.

"Un presidente americano, e dico qualunque presidente americano, e uno spietato assassino come Saddam Hussein non possono mai essere accomunati - afferma Rutelli - Noi oggi siamo totalmente contrari a questa guerra voluta da Bush. Siamo critici in modo radicale sull'invasione dell'Iraq. Detto questo, però, il giudizio storico, politico e anche morale non può mai essere assimilato".

Il centrosinistra, insomma, "pur con sensibilità diverse, deve continuare a dire cose molto chiare sulla guerra come ha fatto finora. Dobbiamo far capire - dice - che non siamo contro perché lo è la maggior parte della popolazione ma perché, come avevamo previsto, quanto era stato preannunciato dagli Usa non avviene, a cominciare dalla prevista sollevazione anti Saddam". E perché "se a una dittatura va contrapposto un momento di liberazione, in un Paese islamico, anche se non fondamentalista, non saranno certo i cingolati, i bombardieri e le ipotesi di protettorati militari a creare un moto di solidarietà".

Né con Saddam, né con Bush
Ieri il leader della Cgil Guglielmo Epifani aveva attaccato duramente chi in questi giorni accusa i pacifisti di essere animato solo da 'antiamericanismo' acritico nei confronti del regime iracheno. Per Epifani, di fronte alla "doppia morale" imperante in questi tempi di guerra (per cui, per esempio, esistono solo i morti statunitensi e inglesi e non quelli dell'altra parte), "bisogna far valere un punto di vista critico alto". Perché "la parzialità tende a farsi sempre più informazione: o sei da una parte o dall'altra, e anche questa è la bruttura della guerra". Invece, ha esortato il segretario generale della Cgil, "quando ti dicono 'stai con Bush o con Saddam', io sono convinto che ci sono le ragioni per dire 'io non sto ne' con il tiranno Saddam ne' con Bush, che opera distruzione in nome di un interesse di potenza'. Bisogna dunque avere - ha proseguito - la capacita' di far valere una logica responsabile".

Parlando di "doppia morale" il leader della Cgil aveva criticato anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: "Lo abbiamo visto prima rompere l'unita' dell'Unione europea, poi affermare di essere per l'unità dell'Europa; prima dire a Bush 'io ti sostengo', poi dire il contrario. E anche da noi, come a Washington, tutti hanno invocato la Convenzione di Ginevra per le immagini dei prigionieri americani, ma nessuno lo aveva fatto il giorno prima per le immagini dei prigionieri iracheni. Una doppia morale, quindi: una per sé e una per gli altri".


Bassora in rivolta, a Karbala la battaglia più dura: morti 300 soldati iracheni
di Piero Sansonetti

Le truppe alleate sarebbero ormai a soli 80 chilometri dalle porte di Baghdad. La città, sprofondata in una notte rossa, prodotta da una tempesta di sabbia violentissima, è rimasta tutto il giorno sotto le bombe. Ma tutto l'Iraq è sotto assedio. Accaniti combattimenti sono scoppiati fra Karbala e Nayef, 150 chilometri a sud di Baghdad: secondo il Pentagono - che però non rivela l'entità delle proprie perdite - sono stati uccisi fra i 300 ed i 500 iracheni. E il lungo assedio sta provocando una vera e propria catastrofe umanitaria, tanto che Annan ha rivolto un drammatico appello. Catastrofe umanitaria soprattutto a Bassora, che è ormai isolata da cinque giorni. E sempre a Bassora sembra sia in corso una rivolta popolare contro i generali della guardia repubblicana, sostenuta dalle truppe britanniche.

Bassora in rivolta, a Karbala la battaglia più dura: morti 300 soldati iracheni
di Piero Sansonetti

La tempesta di sabbia e la resistenza delle truppe irachene frenano l’avanzata degli anglo-americani. Però praticamente tutto l’Iraq è sotto assedio. E il lungo assedio sta provocando una vera e propria catastrofe umanitaria. Soprattutto a Bassora, che ormai è isolata da cinque giorni, senz’acqua, senza cibo, piena di feriti e di cadaveri, squassata dagli incendi e dalle bombe che continuano a cadere. Sembra che a Bassora sia anche in corso la rivolta da parte della comunità sciita, e che l’esercito iracheno stia sparando coi mortai contro la gente.

Il segretario generale dell’Onu, Khofi Annan, ha lanciato un drammatico allarme. Ha detto che in tutto l’Iraq si rischia il disastro non solo per la violenza dei bombardamenti e delle battaglie, ma per la fame, la sete, la mancanza di medicine. Ieri mattina le autorità irachene avevano attaccato Annan e l’Onu, accusandoli di avere favorito l’aggressione anglo-americana. Annan ieri ha incontrato Condoleeza Rice, la consigliera di Bush e oggi incontrerà lo stesso Bush e Blair (che è in viaggio per Washington): a loro porrà il problema della ripresa del programma “food for oil”, che vuol dire cibo in cambio di petrolio. Il “Food for oil” è il programma di aiuti umanitari deciso nel 1996 quando si è capito che le sanzioni economiche contro l’Iraq stavano provocando una strage. La popolazione non aveva più niente da mangiare e non c’erano medicine. Allora l’Onu decise di allentare l'embargo (cioè il divieto di commerciare con L’Iraq da parte di tutte le nazioni), ottenendo anche dei vantaggi per l'Occidente: petrolio a basso costo - del quale l’Iraq è ricco - in cambio di una certa quantità di medicine e di cibo. Da allora circa il 60 per cento della popolazione irachena, cioè circa 15 milioni di persone, vive grazie al programma “food for oil”. La guerra ha spezzato il programma, paralizzando la rete dei trasporti e la possibilità di scambi. Senza una efficiente rete di trsporti il programma non funziona. Questo può portare a una vera e propria carestia. L’Iraq è un paese dove - in tempi di pace - la disoccupazione supera il 50 per cento e gli stipendi vanno dai quattro agli otto dollari al giorno. La maggioranza delle famiglie ha come unica risorsa economica gli aiuti di Stato. Anche per l’acqua potabile la situazione è gravissima. L’embargo impedisce di importare cloro e allume, sostanze indispensabili per rendere l'acqua potabile. Negli ultimi anni le malattie da mancanza d’acqua potabile sono aumentate del 1000 per cento. In questi giorni possono ancora decuplicarsi. Ieri una emittente televisiva ha dato la notizia secondo la quale Annan aveva chiesto a Bush e a Blair di fare intervenire i caschi blu dell’Onu per ragioni umanitarie. Un portavoce delle nazioni unite ha smentito.

La situazione umanitaria ha consigliato agli inglesi di modificare anche la strategia di guerra. L’altro giorno avevano deciso di tenere l’assedio a Bassora, ieri - dopo le proteste di Annan - hanno annunciato di aver cambiato i piani: cercheranno di entrare in città. Forse anche sulla base di altri due elementi. Il primo è che l’avanzata verso Baghdad sembra frenata dalle condizioni metereologiche, e cioè dalla tremenda tempesta di fango. Il secondo è che dentro la città di Bassora sarebbe iniziata una rivolta, e questo potrebbe mettere in difficoltà le truppe irachene che resistono. Ieri sera anche Rumsfeld, il ministro della Difesa americano, ha parlato della rivolta. Il minsitro dell’informazione iracheno ha smentito, ma la smentita non convince perchè le notizie sulla sollevazione degli sciiti sono confermate dalla comunità sciita iraniana. Naturalmente non si sa nulla sulla natura della rivolta. Il fatto che vengano attaccate le truppe irachene non vuol dire che i rivoltosi siano dall aparte degli americani. Il rischio per gli alleati è di entrare in città e finire presi tra due fuochi.

L’incontro di mercoledì mattina tra Bush e Blair - e poi quello a tre con Annan - potrebbe avere un’importanza politica. Perché adesso è del tutto evidente che la gestione politica della guerra va corretta. Non può essere quella dei primi giorni, quando si era sicuri che sarebbe durata poco e avrebbe ottenuto rapidissimi successi. Le continue dichiarazioni trionfali dei governi americano e inglese non convincono nessuno. Si capisce che è propaganda. Basta mettere a confronto le cose, come stanno oggi, e le affermazioni della vigilia. I piani sono saltati e bisogna farne di nuovi. A questo proposito, ieri l’Arabia Saudita ha fatto sapere di avere un piano di pace e di averlo mandato a Londra e a Washington. Non si sa nulla sul merito di questo piano, è però la prima mossa diplomatica dopo il vertice delle Azzorre che dieci giorni fa diede il via libera alla guerra.

Sui campi di battaglia c’è stata la prima azione di un kamikaze, che si è fatto saltare e ha danneggiato un carrarmato americano. C’è anche la perdita di un altro aereo inglese e di due elicotteri americani, e c’è l’attesa per il primo confronto armato tra le truppe angloamericane che si avvicinano a Baghdad e la famigerata “guardia repubblicana”. Gli americani stanno continuando i bombardamenti a tappeto sulla capitale e il conto dei morti ormai è impossibile. Ieri sera i bombardamenti hanno fatto saltare la luce elettrica e lasciato al buio la città. E’ stata colpita anche la tv diretta dal figlio di Saddam, Uday, che ha doivuto interrompere le trasmissioni

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Martedì, 25 Marzo 2003

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Iraq. Nassiriya, convoglio dei marines passa l'Eufrate dopo ore di battaglia. La stampa britannica:strategia da cambiare


I soldati angloamericani avanzano con estrema difficoltà


Londra, 25 marzo 2003
L'obiettivo dei marines è controllare un nuovo passaggio verso nord; quello degli iracheni è impedire il transito sull'Eufrate ad un ingente convoglio angloamericano che punta alle porte di Bagdad. Lo scontro a Nassiriya è stato di nuovo durissimo, tanto che i marines hanno chiesto il supporto aereo dei Cobra. Solo dopo le 8:00 italiane le truppe angloamericane sono riuscite a passare e ad avanzare verso nord. Dopo un'altra notte di bombardamenti su Bagdad, nel sud comunque si combatte qua e là ancora casa per casa, la stampa britannica conta i morti e, in parte, chiede un cambio di strategia per l'attacco alla capitale irachena.

I marines, sorpresi dall'azione di guerriglia irachena, hanno subito ripiegato su posizioni difendibili e meno esposte, secondo la testimonianza di un giornalista della Reuters al loro seguito. Lo scontro è ben presto diventato durissimo, con il ricorso all'artiglieria, alle mitragliatrici, agli elicotteri. Almeno due i morti pianti in strada dalle donne irachene, un ferito fra i marines. Ma ogni bilancio è provvisorio e lacunoso, poiché la battaglia è durata più di due ore.

I marines a Nassiriya controllano da giorni due ponti sull'Eufrate strategici per l'avanzata a nord: ma nelle strade della città che portano a uno dei due ponti le milizie di Saddam Hussein tendono agguati e contrattaccano al passaggio dei convogli angloamericani.

A nord di Nassiriya, le truppe angloamericane dirette verso Bagdad, sono state rallentate da una forte tempesta di sabbia presso la città santa sciita di Kerbala, un centinaio di chilometri a sud della capitale.

A Bagdad le forze angloamericane hanno bombardato durante la notte le postazioni della Guardia Repubblicana. L'attacco alla forza di elite del regime, nota la Bbc, giunge dopo cinque giorni di bombardamenti strategici sopra obiettivi nella capitale. Si tratta al momento del maggiore attacco contro la Guardia. Ma a Londra, il giorno dopo la morte del primo soldato britannico in azione e alla vigilia dell'assedio alla capitale irachena annunciato ieri con la previsione di altri morti dal premier Tony Blair ai Comuni, la stampa si interroga sulla strategia scelta dai vertici angloamericani per la guerra in Iraq. Anche i quotidiani che si sono schierati fin dalla prima ora accanto al premier Tony Blair avanzano dubbi: le istruzioni date dagli ufficiali militari alle truppe - limitare al minimo le vittime tra i civili, sparare solo se sotto tiro- sono adatte alla situazione sul campo?

Sarà un "limite terribile", osserva The Daily Mirror, "se, come molti analisti sostengono, Baghdad dovrà essere conquistata casa per strada, edificio dopo edificio; e il nemico avra' fatto indossare ai soldati abiti civili e posto le apparecchiature militari nei pressi -se non dentro- le abitazioni stesse". Gli Usa sono determinati a evitare qualsiasi azione che possa inimicare la popolazione irachena, ha confermato uno stratega militare al Sun: "E' come se combattessimo con una mano legata dietro la schiena e anzi, stando così le cose, finora è andato tutto fin troppo bene". Secondo un reporter del Daily Telegraph, al seguito delle truppe statunitensi in Iraq centrale, la metà degli obiettivi individuati dai militari sono stati depennati dagli alti comandi per il timore di colpire una zona sensibile, ma non coinvolta nei combattimenti. "Ma dopo l'esperienza degli ultimi giorni - osserva un altro cronista del Telegraph - gli strateghi della coalizione devono ora riconsiderare l'approccio troppo morbido e cercare un'alternativa".

La preoccupazione dei vertici militari angloamericani, per ora, è anche evitare l'allargamento del conflitto: la Bbc riferisce di centinaia di Royal Marine schierati nell'Iraq sud orientale al confine con l'Iran per dissuadere Teheran da tentazioni indotte dall'indebolimento del regime iracheno.

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Lunedì, 24 Marzo 2003

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Il generale Tommy Franks
Iraq. Franks: le nostre truppe avanzano rapidamente, ma ci saranno altre perdite

Il generale Tommy Franks


Doha, 24 marzo 2003

All'indomani delle immagini mostrate dalla tv irachena dei primi soldati anglo-americani uccisi in combattimento, il generale Tommy Franks ha voluto iniziare la sua conferenza stampa esprimendo le proprie condoglianze ai familiari delle vittime.

Resistenza "sporadica"
Il responsabile delle operazioni armate in Iraq ha poi ammesso che l'esercito a stelle e strisce subirà certamente altre perdite, ma ha sottolineato che nell'avanzata verso Baghdad sono state incontrate "solo sporadiche sacche di resistenza".

In alcuni casi si è deciso, per evitare scontri, di bypassare alcune truppe nemiche.

Avanzata prosegue rapida
Inoltre Franks ha confermato che la guerra viene condotta in gran parte con armi di "grande precisione" e che le operazioni "procedono bene": "L'avanzata delle truppe di terra in Iraq prosegue verso gli obiettivi designati, in modo rapido, anche se a volte drammatico".

3mila prigionieri iracheni
Nel corso dei combattimenti, "abbiamo fatto 3.000 prigionieri tra gli iracheni".

Operazioni Usa anche a nord e ovest
"Le forze Usa e britanniche sono impegnate in operazioni speciali e stanno lavorando in tutte le aree: sud, est, ma anche ovest e nord. E stanno operando in team piccoli, molto mobili con obiettivi ben precisi".

Presto gli aiuti umanitari
Presto le truppe anglo-americane inizieranno anche la distribuzione di "aiuti umanitari (acqua, cibo, medicine) agli iracheni". I primi rifornimenti stanno per arrivare.

Ma il generale ha annunciato che, mentre continuano le operazioni militari, "proseguono i contatti con la leadership irachena".

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Borsa. Mercati europei giù dopo il calo di Wall Street

L'ombra di un conflitto lungo deprime le borsei


Parigi, 24 marzo 2003

L'impressione che il conflitto in Iraq non sarà una guerra lampo sta facendo precipitare i listini, e dopo l'apertura negativa di Wall Street peggiora anche la situazione delle borse europee.

A New York il Nasdaq sta attualmente perdendo il 2,36% e il Down Jones cede il 2,38%.

Cala dell'1,98% il Mibtel di Milano. A Londra l'indice Ftse 100 scende del 2,6%. Il Dax di Francoforte è in ribasso del 3,76%. A Parigi il Cac 40 va giù del 3,57%.

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Scuola. Manifestazioni in tutta Italia. Cgil: adesione più alta di sempre. Ministero: hanno scioperato 37,8% insegnanti


Aule deserte in molte scuole d'Italia


Roma, 24 marzo 2003

La scuola è scesa in piazza per contestare il rinnovo del contratto di lavoro e la riforma del ministro Moratti. In molte città alle manifestazioni degli insegnanti si sono uniti i cortei degli studenti contro la guerra. "La più alta adesione di sempre, oltre il 40% delle scuole italiane sono chiuse" ha commentato Enrico Panini, segretario generale della Cgil-Scuola. Secondo i dati parziali forniti dal ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, è stata pari al 37,8% la partecipazione allo sciopero indetto per l'intera giornata di oggi dai sindacati. In particolare - informa il ministero - nelle 6.599 scuole rilevate (su 10.992) hanno scioperato 223.872 dipendenti.

Bandiere della pace in maggioranza
Lo sciopero, indetto a sostegno della vertenza contrattuale e per protestare contro i tagli alla scuola pubblica è diventato una manifestazione per la pace: più bandiere arcobaleno nelle manifestazioni organizzate in varie città e slogan contro la guerra in Iraq, nelle manifestazioni organizzate in varie città, che rivendicazioni di carattere sindacale.

Milano
Oltre 5000 persone hanno partecipato alla manifestazione indetta dai sindacati. Gli slogan contro il ministro Moratti e contro il Governo si sono mescolati ai 'no alla guerra' gridati soprattutto dai giovani liceali, presenti numerosi dietro gli striscioni della Sinistra Giovanile e dei Centri Sociali. Il corteo, partito da piazza Cairoli, ha attraversato il centro cittadino. Nessun incidente, se si esclude qualche scritta sui muri, ad opera di un piccolo gruppo di graffitari vestiti alla maniera dei black block, e le proteste degli abitanti delle case imbrattate.

Firenze Palermo e Roma
A Firenze adesioni tra l' 80 e l' 85%, secondo gli organizzatori. A Palermo in tremila hanno sfilato per la centralissima via Libertà diretti verso Piazza Massimo dove si è concluso la manifestazione. A Roma voglia di pace e rivendicazioni di docenti e personale Ata si sono mescolate nella manifestazione indetta dai Cobas e dai sindacati di base. Alcune centinaia di persone, tra cui diversi studenti delle scuole superiori romane, si sono riunite davanti alla sede del ministero dell' Istruzione, in viale Trastevere. Tra la folla anche uno stenditoio con biancheria e la scritta "Un bucato contro la sporca guerra".

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Iraq. Berlusconi: eliminare il terrorismo anche con la forza militare

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi


Roma, 24 marzo 2003

"Il tempo che ci separa ormai dall'11 settembre 2001 ci lascia un pesante fardello di dolore ma nello stesso tempo ci indica la strada da seguire per il futuro: eliminare il terrorismo, anche con la forza militare, ma anche costruire un mondo in cui le barriere tra povertà e sviluppo siano superate".

E' quanto scrive il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in un messaggio inviato al presidente della Banca Interamericana per lo Sviluppo, Enrique Iglesias, durante i lavori della Conferenza annuale dell'istituto in corso a Milano.

Berlusconi cita poi le recenti dichiarazioni del presidente della Banca Mondiale James Wolfenson secondo il quale "vincere la guerra significa anche occuparsi delle radici di questa protesta".

"Non capirlo significa chiudere gli occhi sull'origine del rancore dei poveri verso il nord del mondo".

Pur non potendo partecipare alla conferenza perché impegnato a seguire gli sviluppi della guerra irachena, il premier ha voluto "testimoniare la mia adesione ad un incontro così importante e promettente per lo sviluppo dei rapporti economici tra l'Italia e il continente Latino Americano con cui il nostro paese ha uno speciale rapporto storico e culturale".

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Iraq. Hoon: "Saddam non controlla più ampie parti del Paese. La guerra procede come previsto"

Gli angloamericani avanzano nel deserto


Londra, 24 marzo 2003

"Il sud dell'Iraq è sotto il controllo della coalizione. Saddam Hussein non è più in grado di controllare ampie zone del Paese. Esistono sacche di resistenza, piccoli gruppi che credono di non avere nulla da perdere… la resistenza opposta può comportare pericoli. Ma abbiamo impedito l'incendio dei pozzi e questo è stato un grande successo". Geoff Hoon, ministro degli Esteri britannico fa il punto della situazione nel quinto giorno di guerra all'Iraq e annuncia: "L'avanzata continua, tutto va secondo i piani, non ho mai parlato di un conflitto facile e breve". Quanto al messaggio video di Saddam, "quello che appare come un segnale di potere, è in realtà un segno di disperazione".

Mai parlato di una vittoria rapida
"Storm shadow è stato un grande successo: la priorità - ha spiegato Hoon - ora è proseguire la campagna fino alla sconfitta di Saddam Hussein. Elemento essenziale è l'apertura del porto di Umm Quas, la bonifica dalle mine che consenta alle navi il rifornimento. La campagna procede secondo i piani: come ho detto alla Camera dei Comuni la scorsa settimana, non ho mai previsto una vittoria rapida e facile".

I prossimi passi
"C'è un calendario molto stretto - ha detto Hoon - ma non voglio anticipare nulla: avvicinandosi a Bagdad le opzioni disponibili saranno analizzate con grande attenzione. A Bassora le forze regolari di Saddam hanno intimidito il popolo iracheno, ma gran parte delle truppe si sono arrese… Quanto ai prigionieri di guerra - ha proseguito Hoon - la convenzione di Ginevra distingue fra immagini di prigionieri che si arrendono a mani alzate e immagini terribili di soldati terrorizzati, mostrate dall'Iraq. I prigionieri potrebbero essere pochi rispetto al totale di coloro che si sono arresi, perché molti nelle forze regolari irachene sono tornati a casa".

Il messaggio di Saddam
"Non erano immagini in diretta - ha detto ancora il ministro della Difesa britannico - è possibile che lui abbia passato molte ore negli ultimi giorni a registrare immagini"

I ponti dell'Eufrate
"Sono un elemento chiave e sono stati resi sicuri, l'avanzamento prosegue", ha detto Hoon.

Fuoco amico
"Non c'è una soluzione tecnologica univoca - ha risposto Hoon ai giornalisti britannici - I Tornado vorremmo dotarli di sistemi che interagiscono con qualli degli alleati… Ci sono procedure diverse che governano la batteria missilistica e dell'aereo. Dobbiamo fare in modo che queste procedure procedano coerentemente".

I Tornado abbattuti
"Sono dotati di tutto il necessario per evitare il ripetersi di incidenti, ma altro ancora dovremo fare. Ma la certezza di porter evitare questo tipo di incidenti non può esserci".

Missili in Iran
"Sono abbastanza sicuro che si trattasse di missili iracheni", ha dichiarato Hoon.

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Imi-Sir/Lodo Mondadori. Rigettata l'istanza di Previti, il processo va avanti

Cesare Previti


Milano, 24 marzo 2003

I giudici della quarta sezione del Tribunale penale di Milano hanno respinto l'istanza di sospensione del processo Imi-Sir presentata stamattina da Cesare Previti.

Come ha spiegato il presidente della Corte, il processo va avanti con l'arringa del secondo avvocato del deputato di Forza Italia.

Non accolta nemmeno la richiesta di acquisizione di documenti collegati all'atteso deposito delle motivazioni del rigetto, da parte della Cassazione, della richiesta di spostamento del processo ad altra sede.


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Domenica 23 Marzo 2003

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Greenpeace issa sul Vittoriano il suo striscione. Ma la protesta non piace alla polizia
di Ida Santilli

UN IMPEGNO CONCRETO: GUERRA. Questo lo slogan scritto a caratteri cubitali che alle 10 e 30 di stamattina aleggiava sulle scalinate dell'Altare della Patria. Un blitz di Greenpeace che ha avuto la sua breve durata, il tempo che forze dell’ordine e vigili del fuoco arrivassero sul posto a sedare ogni focolaio di protesta. Comunque troppo tardi perché lo striscione, che si alza a circa dieci metri dal suolo, è già sotto gli occhi di tutti. Passanti, studenti, turisti. Lorenzo e Federica, entrambi milanesi e attivisti dell'associazione ambientalista, armati di un’attrezzatura degna dei migliori scalatori, hanno scalato le due aste che sorreggono le bandiere italiane e si sono agganciati con le funi di sicurezza.

Dopo essere entrati nel monumento come visitatori, hanno steso uno striscione (20 metri per 5) che riproduce il volto di Silvio Berlusconi con in testa un elmetto e la scritta "un impegno concreto: guerra".

«Abbiamo visto la polizia strattonare una ragazza e un signore anziano che si opponevano alla rimozione dello striscione», spiegano Irene, Federica e Claudio, del Liceo Classico Socrate di Roma. «Siamo qui da poco dopo le 10 e 30. Non ci hanno fatto entrare con le bandiere della pace. Stavamo per appendere la bandiere al cancello e un poliziotto ci ha intimati:«O le togliete o ve le togliamo con la forza». È stato inutile il tentativo di un vigile del fuoco di convincere la ragazza a desistere, dopo averla avvicinata con una scala meccanica.

Sul posto è arrivato anche il prefetto di Roma, Emilio Del Mese. Ma ormai la situazione si era tranquillizzata. «Berlusconi ha sostenuto e sostiene l'atto di aggressione illegale di Bush nei confronti dell'Iraq. Così facendo, ha calpestato la volontà pacifista della maggioranza degli italiani ed il dettato costituzionale». Domitilla Senni, direttore generale di Greenpeace Italia, spiega così l'azione di protesta dei due attivisti arrampicatisi sull'Altare della Patria con lo striscione anti premier. «Con questa guerra - spiega Senni - Bush e i 30 governi che lo sostengono, tra cui quello di Berlusconi, umilia le Nazioni unite e tenta di imporre la politica unilaterale degli Usa al resto del mondo».

Dopo poco arriva la polizia ad allontanare i gruppi di studenti e curiosi dai cancelli che circondano il Vittoriano. Tra fischi e ululati di disapprovazione dei numerosi spettatori, le gru dei vigili del fuoco accartocciano lo striscione mentre Lorenzo e Federica restano aggrappati alle aste. Irene, Federica e Claudio si siedono sugli scalini e aprono i loro zaini: «Non ci posso impedire di manifestare il nostro no alla guerra. Non ci arrenderemo». Srotolano uno striscione: «Art 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento delle controversie internazionali. Not in my name».

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Il Papa: questa guerra minaccia le sorti dell'umanità
di red

La guerra in Iraq «minaccia le sorti dell'umanità»: Papa Wojtyla, amareggiato dalle immagini di distruzione e violenza che giungono dal Vicino Oriente, interviene per la prima volta pubblicamente da quando è cominciato l'attacco anglo-americano. Ed esprime tutta la sua preoccupazione sul rischio che il conflitto possa allargarsi ben oltre i confini iracheni.

«Quando la guerra, come in questi giorni in Iraq, minaccia le sorti dell'umanità , è ancora più urgente - ha detto - proclamare, con voce forte e decisa, che solo la pace è la strada per costruire una società più giusta e solidale». «Mai la violenza e le armi - ha aggiunto - possono risolvere i problemi degli uomini».

Occasione del discorso è stato sabato mattina l'incontro, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, con il personale della televisione cattolica Telepace, per i venticinque anni di attività dell'emittente. Woytjla ha scandito le parole quando ha invocato un impegno ancora più deciso in favore della pace, ha raccontato un
sacerdote presente all'incontro.

L'inizio dell'attacco anglo-americano, all'alba di giovedì scorso, è stato accolto nel Palazzo Apostolico con «profondo dolore», come ha avuto modo di riferire il portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls, il quale ha ricordato a nome del Pontefice che «chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il diritto internazionale mette a disposizione, si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia». Nei due giorni passati, Giovanni Paolo II ha pregato molto
per la popolazione irachena ed ha seguito personalmente, attraverso le dirette televisive, il crescendo di immagini di violenza che arrivavano dall'Iraq. È probabile che anche domenica al termine della messa in piazza San Pietro per la
proclamazione di cinque nuovi beati, il Papa torni a parlare dell'Iraq, a chiedere iniziative e preghiere per la pace, ad invocare aiuti e solidarietà per la popolazione civile. Tutta la Chiesa cattolica lo affianca nella mobilitazione contro la guerra. Oggi il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha implorato che il nome di Dio non sia usato per giustificare la violenza.

Un appello drammatico perchè venga fatta cessare la guerra è stato lanciato nel pomeriggio di sabato da Baghdad dal vescovo ausiliare dei cattolici caldei, Shlemon Warduni, raggiunto telefonicamente dalla Radio Vaticana. «Vogliamo la pace e solo
la pace», ha gridato. Un altro vescovo locale, mons. Emmanuel Karim Delly, è stato ferito leggermente da schegge di vetro, quando, bombe anglo-americane sono cadute ad un centinaio di metri dalla sede del Patriarcato caldeo. «Io sto
bene - è stata la sua testimonianza - ma ci sono tante rovine, tante grida della gente, dei bambini. Quelli che hanno un cuore così duro dovrebbero almeno avere un cuore più paterno».

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Più forti delle bombe: terza giornata di mobilitazione. Ovunque
di Marco Fiorletta

Terzo giorno di guerra. Terzo giorno di protesta in Italia e nel mondo. Il movimento pacifista non cede e continua a esprimere la ferma condanna per la guerra. Ancora un susseguirsi di manifestazioni che vengono convocate da sindacati, partiti, movimenti nazionali e locali.

Gli aderenti al comitato «Fermare la guerra» hanno donato al Presidente della Repubblica Ciampi la bandiera della pace, lo stendardo è stato consegnato nelle mani di un funzionario della Presidenza della Repubblica. La bandiera arcobaleno e' stata consegnata da Raffaella Bolini dell'Arci, da Gianfranco Benzi della Cgil, da Franco Russo e Flavia D'Angeli del Comitato “Fermare la guerra”.Nella stessa circostanza è stata consegnata una lettera indirizzata al presidente Ciampi per sollecitare un incontro con i pacifisti.

Circa 10000 persone stanno marciando a Napoli alla volta della base Nato di Bagnoli per protestare contro la guerra. In testa al corteo i rappresentanti palestinesi, i manifestanti hanno approntato dei carri allegorici rappresentanti le bombe che stanno cadendo sulla capitale irachena. Sempre a Napoli i «disubbidienti» occupano stazioni metro e ferroviarie.

A Milano il corteo dei Centri sociali e del Movimento, con in testa lo striscione « Dax, 16-3-03. Ucciso perché militante antifascista», confluirà poi nella manifestazione contro la guerra. Nel corso del corteo ci sono stati momenti di tensione per il lancio di pietre contro una finestra che esponeva una bandiera americana e contro un Mc'Donald. Danneggiate le sedi di alcune banche e altre negozi. Lanciata anche una bottiglia incendiaria contro la sede di una immobiliare.
Sondrio è scesa in piazza sabato mattina con un corteo organizzato dagli studenti.
Vigevano si ritroverà in piazza alle 16,30 in piazza Ducale.
Marcia per la pace a La Spezia-Portovenere, partenza ore 14.
Genova si ritrova in piazza De Ferrari alle 16. Una maxibandiera della pace e' stata dipinta su un muraglione di contenimento del porto di Genova da sette pittori alpinisti. Gli autori sono stati identificati dalla polizia.
In Puglia si terrà una manifestazione regionale a Taranto concentramento ore 16,00 p.le Dante.
Manifestazione unitaria, partiti, sindacati , movimenti, alle ore 18,30 concentramento presso il Ponte Risorgimento di Pescara.

Trieste si incontra alle 15.30 in piazza Goldoni con un corteo unitario.
A Novara corteo provinciale promosso dal coordinamento contro la guerra.
In mattinata 30000 persone hanno sfilato a Firenze, "Studenti contro la guerra", nella manifestazione indetta dagli studenti medi. Nel pomeriggio manifestazione a conclusione del Primo Forum Alternativo sull'acqua. Il corteo si unirà al sit in indetto dai cittadini statunitensi, britannici e iracheni di Firenze.
Riuniti in seduta congiunta il Consiglio Provinciale e il Consiglio comunale di Arezzo.
Lucca si è ritrovata questa mattina in piazza Napoleone.

NOT IN OUR NAME: è la parola d’ordine della manifestazione di Padova di oggi pomeriggio alle 16.
Pistoia manifesterà alle 16:00.
Momenti di tensione si sono avuti anche a Venezia durante la mattinata: un corteo, circa 3000 manifestanti, "disobbedienti" e comitati studenteschi di varie città venete, aveva tentato di raggiungere il Consolato britannico.
A Torino l'associazione "Libera" da questa notte sta attuando un presidio di fronte a Palazzo Civico. Chiedono che l'amministrazione comunale prenda la decisione di listare a lutto il tricolore. Il presidio si trasformerà in corteo vista al grande partecipazione. Stanno aderendo anche partiti e associazioni sindacali. Manifestazioni anche a Cagliari, Catanzaro, Palermo dove circa 15mila persone hanno partecipato alla fiaccolata organizzata da Emergency, Torino, Bari e Siracusa. In molte città le scuole sono ancora occupate. A Falconara è stata fatta una manifestazione davanti al petrolchimico per impedire l’accesso allo stabilimento.

Un centinaio di disobbedienti stanno occupando l' ingresso della base radar dell' Aeronautica militare ad Isola Capo Rizzuto, nel crotonese, impedendo l' accesso e l'uscita dalla struttura. La manifestazione si sta svolgendo in modo pacifico. Carabinieri ed agenti di polizia si stanno limitando a controllare la situazione.
Tante le bandiere della pace sul percorso della Milano-Sanremo. Emrgency ha distribuito i suoi straccetti bianchi che sono stati adottati da molti ciclisti, compreso Cipollini. Un’enorme bandiera della pace sarà esposta sul traguardo di Sanremo.


Manifestazioni all’estero

Almeno 48 persone sono rimaste ferite e sette sono state arrestate negli scontri avvenuti a Madrid a margine della imponente manifestazione per la pace che ha radunato (secondo gli organizzatori, la metà per la polizia) più di un milione di persone; un altro milione erano i manifestanti a Barcellona . Diciotto dei feriti si sono avuti tra le forze dell'ordine madrilene;i disordini sono stati scatenati da un gruppo di 400 black bloc che hanno lanciato sassi e petardi contro gli agenti,
incendiando cassonetti e rovesciando auto.

Imponente la mobilitazione anche in Canada. A Montreal , 200.000 secondo gli organizzatori, sono scese in piazza rispondendo all'appello di un collettivo di 194 organizzazioni. Portando cartelli come «Fermate l'impero», «no alla macelleria Bush», i canadesi hanno sfilato in ordine davanti al consolato americano e agli edifici della politica.

Anche a Londra, una grande manifestazione e dieci arresti. Al grido di «Blair vattene» e «Riportate a casa i nostri ragazzi» sono mezzo milione (secondo gli organizzatori, 200mila per la polizia) le persone che si sono trovate a Hyde Park. Tra loro anche molti genitori con i figli sulle spalle e molti immigrati musulmani. Anche gli scozzesi sono scesi in strada ad Edimburgo. Altri inglesi a Glasgow e irlandesi a Belfast.

Migliaia ancora a Parigi, (100.000 per gli organizzatori) da place de la
Republique a place de la Nation. A Strasburgo violenti scontri: 150 giovani hanno preso di mira il consolato americano e poi un ristorante McDonald's.
A Helsinki in Finlandia 20mila persone, un numero record per
la città, almeno dai tempi delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Sette arresti a Oslo durante una manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di persone.

A Francoforte in Germania la presenza più consistente è stata quella curda. Corteo anche a Vienna e al confine con la Svizzera.

Manifestazioni contro la guerra si sono svolte oggi in Australia, che partecipa attivamente all’invasione con 2000 militari: 2.500 pacifisti sono scesi in strada stamani a Hobart (Tasmania); corteo a Launceston, nel nord dell'isola. A Wellington in migliaia sfilano sporchi di vernice rossa a simbolizzare il sangue. Manifestazioni anche a Brisbane.

Proteste anche a Il Cairo. Nella capitale egiziana molte delle manifestazioni hanno assunto un carattere integralista. Sempre più spesso si sventola il Corano incitando alla Jihad (guerra santa).

Manifestazioni anche in Vietnam: ad Hanoi centinaia di studenti si sono riuniti di fronte all'ambasciata Usa, urlando slogan contro la guerra e paragonando l'attacco all'Iraq all'intervento militare ultradecennale degli USA nel Vietnam.
A Seul studenti ed esponenti religiosi, cristiani e non, sono scesi in piazza contro la guerra e contro l’invio di truppe ausiliarie. Dimostrazioni anche in Thailandia e Taiwan.

Un migliaio di studenti siriani e palestinesi sono scesi in piazza a Damasco (Siria) anch’essi per protesta contro la guerra. Gridati slogan contro gli Stati Uniti e contro il governo israeliano. E 5.000 persone in piazza a Tunisi. E dieci volte tante ad Atene.

Manifestazioni non contro la guerra ma a favore di Saddam Hussein si sono svolte a Gaza e a Khartoum (Sudan). Quest’ultima si è conclusa con duri scontri con le forze dell’ordine.

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21.03.2003

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L'Europa divisa guarda al dopo per ritrovare l'unità


A Bruxelles arrivano i leader europei in ordine sparso. Come sempre. Ma, questa volta, più di prima. L'ospite che accoglie tutti è il premier greco Costas Simitis. Ha fatto di tutto per evitare l'annullamento di uno dei più drammatici incontri al vertice dell'Unione. Il Consiglio di primavera nel primo giorno di guerra. Capitò già a Berlino. Quattro anni fa esatti, quando la Nato cominciò a sparare in Kosovo e i leader erano riuniti per il vertice che, prontamente, indicò Prodi nuovo presidente della Commissione. Qui, a Bruxelles, come da protocollo, Simitis arriva per primo e si mette all'ingresso per accogliere i partner che sopraggiungono in sequenza. Sull'Iraq, nello stesso momento, ripiovono i missili. Dice sconsolato: «L'ombra della guerra pesa su questa riunione».

Nella frase, c'è tutta l'angoscia dell'Europa divisa. Ma il tentativo estremo è quello di trovare un accordo su un testo preparato dalla presidenza. Si lavora riga su riga. E, alla fine, l'Ue ritrova un'intesa. Non, ovviamente, un giudizio sulla guerra. Ma sul «dopo». Simitis riconosce: «Siamo divisi. É un dato di fatto. Ma l'Europa doveva trasmettere um messaggio e l'unica maniera di farlo è sul futuro, visto che la guerra non durerà in eterno e lascerà disastri, vittime, danni gravissimi».

Il presidente Romano Prodi, che oggi riunirà la Commissione, parla della tragedia umanitaria «già in corso». Centinaia di migliaia di profughi, alcuni già in movimento, carenza d'acqua per almeno il 50% della popolazione, il rischio di un elevato numero di vittime civili.

L'Unione si ritrova sul «dopo». L'unica maniera. É curioso, ma è la realtà. Dunque, i punti dell'accordo. Che sono molteplici ma così riassumibili: 1) L'Unione è impegnata a garantire l'integrità territoriale dell'Iraq, la sua sovranità e la stabilità politica. Ne discendono, ovviamente, il proseguimento del disarmo totale ed effettivo, il rispetto dei diritti del popolo irachena e delle minoranze; 2) L’Onu deve mantenere un ruolo centrale durante e dopo la crisi. E il Consiglio di sicurezza deve avere un mandato forte per attuare le misure decise; 3) A questo proposito, l'Unione appoggia le proposte di Annan sui bisogni umanitari che la popolazione irachena continuerà ad avere attraverso il programma «petrolio contro cibo»; 4) L'Unione Europea vuole contribuire a creare le condizioni che permettano alla gente irachena di «vivere in libertà, dignità e prosperità sotto un governo rappresentativo e che sia in pace con i suoi vicini»; 5) Il proseguimento dello sforzo per l'affermazione del processo di pace in Medio Oriente e l'approfondimento del dialogo in tutti i campi con il mondo arabo e islamico.

Non manca, nella dichiarazione letta da Simitis in serata, presente Prodi, la riaffermazione del «ruolo fondamentale dell'Onu», il rilancio della politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. E, soprattutto, il rafforzamento delle relazioni transatlantiche come la «priorità strategica» dell'Europa.

Se si pensa come era cominciata, il risultato è anche impensato. I leader erano sfilati al cospetto dell'ospite e ognuno di loro a rappresentare soltanto un pezzetto di questa Europa. Passavano e stringevano frettolosamente la mano a Simitis, capi di governo in guerra come Blair e Aznar, gli oppositori come Chirac e Schröder, i premier del «vorrei ma non posso» come Berlusconi e il portoghese Barroso, i neutrali come lo svedese Persson, l'austriaco Schüssel e l'irlandese Ahern. Passa anche Romano Prodi, presidente della Commissione: «É un giorno triste e cupo, quando c'è una guerra ci sono soltanto perdenti».

All'ingresso dello «Justus Lipsius», il palazzo del summit, era in distribuzione un opuscolo del segretariato generale. Titolo: «La politica estera e di sicurezza comune». Corredato da interrogativi quasi surreali, eppure tanto attuali: cos'è la politica estera, di sicurezza e di difesa comune dell'Unione? Perchè è necessaria? Già, cos'é e perché ve n'è bisogno? Questa politica è molto sulla carta, poca nei Trattati, e rischia di affogare nello scontro aperto dentro l'Unione.

La guerra è lì, rilanciata sugli schermi tv del summit che inizia alle 20 e dove tutti temono che possano volare i piatti. Prodi ammetteva: «Sì, è proprio un brutto momento per la politica estera comune, per l'Unione, per l'Onu e anche per le relazioni transatlantiche». Eppure si ricercava la via d'uscita. Simitis, alla fine, prima d'andare a cena, ragiona: «Tutti, adesso, speriamo che la guerra sia breve e con il minor numero di vittime. Pensiamo anche al domani. Cerchiamo di mostrare che l'Europa ha ancora un ruolo da svolgere».

Ricucire, dunque. É possibile? Dalla sartoria europea è uscito uno strano vestito. Che non copre le brutture del presente, la guerra, ma che cerca di riparare ai danni del futuro prossimo. Guerra? Silenzio, siamo spaccati. Tony Blair arriva e va diritto al suo posto, attorno al tavolo rotondo. Non s'incrocia con Jacques Chirac, i due si evitano. É il ministro Jack Straw, capo del Foreign Office, che fa il giro e stringe la mano al presidente francese. Il presidente del parlamento europeo, Pat Cox, avverte, palpabile, il clima di freddezza e dice: «Svolgete questa riunione come abbiamo fatto noi in mattinata nella seduta straordinaria. Le divisioni ci sono state ma nel rispetto della buona fede di quelli con cui non si è d'accordo». D'accordo sulla buona creanza, ma come edificare il nuovo ordine europeo? Simitis gioca la sua carta. E, se si vuole, vince. «Tutto sommato - afferma - eccoci, siamo presenti».

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Venerdi 21 Marzo 2003

21 marzo Giornata Mondiale della Poesia: i poeti contro la guerra

Attacco all'Iraq
Le truppe verso Bassora, primi combattimenti. Cade elicottero Usa, 16 morti

Mentre continuano le operazioni militari al confine tra Iraq e Kuwait, con le prime forze corazzate anglo-americane che avanzano verso la città di Bassora, un elicottero Ch-46 dei Marines è precipitato venerdì notte a circa 16 chilometri dal confine iracheno. Sedici militari, dodici inglesi e quattro americani, sono morti in quello che le fonti ufficiali definiscono un «incidente». L'attacco terrestre è iniziato giovedì sera verso le 19, quasi contemporaneamente alla ripresa degli attacchi missilistici contro Bagdad, dove sono stati distrutti almeno due edifici, tra cui un palazzo presidenziale e un edificio del ministero della difesa. Primi combattimenti, mentre alcuni possi di petrolio sono stati dati alle fiamme

Giovedì due altri elicotteri erano caduti, un Mh-53 Pave Low delle forze speciali Usa, e un velivolo da attacco Ah-64 Apache. In entrambi i casi non ci sarebbero state vittime. Glki irachgeni sostengono di aver abbattuto il primo dei dei mezzi. Versione probabile, poiché l'elicottero è stato bombardato da aerei della coalizione per evitare che cadesse nella mani dell'avversario.

L'attacco terrestre è iniziato giovedì sera verso le 19, quasi contemporaneamente alla ripresa degli attacchi missilistici contro Bagdad, dove sono stati distrutti almeno due edifici, tra cui un palazzo presidenziale e un edificio del ministero della difesa.

L'attacco delle truppe di terra era stato preparato da un intenso fuoco di artiglieria. L'avanzata sembra non incontrare molta resistenza, anche se un corrispondente dell'agenzia britannica Reuters, al seguito di una delle colonne di mezzi della coalizione, ha parlato di un violento combattimento appena duecento metri oltre la linea di confine irachena.

Un reparto di marines americani è stato impegnato dal fuoco di armi leggere e dal tiro di missili anticarro Sagger, di fabbricazione sovietica. «È in corso uno scontro a fuoco abbastanza pesante», ha raccontato Adrian Croft della Reuters «Siamo saltati giù dal nostro mezzo. Le forze Usa hanno chiesto l'aiuto dell'artiglieria britannica che sta attaccando le postazioni irachene».

Verso le 4 del mattino, le due in Italia, forti esplosioni si sono registrate nella zona della città di Bassora, uno degli obiettivi prioritari dell'attacco anglo-americano. Una trentina di grandi palle di fuoco sono state segnalate dai giornalisti occidentali, mentre si udiva nell'oscurità il rumore di quelli che ritengono essere stati bombardieri pesanti in volo sopra l'area.

Bassora è vicina ai grandi giacimenti petroliferi nel sud dell'Iraq. Gli americani vogliono assicurarsi il controllo dei pozzi per evitare che le truppe irachene li incendino come
avevano fatto in Kuwait nel 1991. Ma almeno due pozzi sono già in fiamme da giovedì pomeriggio. Le enormi colonne di fumo che si levano sono visibili anche dalle foto satellitari della zona. Il corrispondente Reuters Sean Maguire, che viaggia col Primo Reggimento Marine Usa, segnale fiamme altissime provenire dalla zona del giacimento petrolifero di Rumaliah.

Ma attacchi aerei ed operazioni delle forze speciali sono in corso un po' dappertutto in Iraq. La televisione araba al-Jazira ha riferito che nelle prime ore di venerdì si sono udite esplosioni nella città settentrionale di Mosul, vicina alla zona sotto controllo curdo, circa cento chilometri a sud del confine turco. Un comunicato militare iracheno parla di attività militari a Akashat e Nukhaib nel deserto occidentale, dove pare stiano operando forze speciali americane e britanniche.

Secondo l'agenzia stampa del Kuwait, le truppe americane avrebbero già preso la città irachena di confine Umm Qasr. La notizia è stata smentita dalla televisione di Stato irachena.

Tutto il mondo in rivolta. Mille pacifisti in manette a San Francisco
di red

Cade la prima bomba e il mondo scende in piazza per protestare contro una guerra illegittima che nessuno vuole. I pacifisti invadono le strade di città grandi e piccole e prendono di mira soprattuto le ambasciate americane. Per dire agli Stati Uniti che sono soli con la loro guerra.

Si comincia dall’'Australia dove in 40.000 hanno sfilato per le strade di Melbourne, paralizzando l'intera città, contro l'intervento armato e la posizione del governo australiano che ha scelto di prendere parte direttamente alle operazioni militari. La capitale della pace è Berlino, dove 50.000 studenti sfilano in corteo dalla Alexanderplatz fino alla porta di Brandeburgo, passando di fronte all'ambasciata americana, sotto cartelli come «No alla guerra per il petrolio» e «George W. Hitler». Sorprende gli stessi leader pacifisti la reazione della Gran Bretagna, dove le proteste hanno avuto un'adesione immediata e spontanea. Blocchi stradali e cortei sono stati organizzati a Londra e in altre città: gli studenti sono usciti dalle scuole e molti hanno disertato il lavoro per uno sciopero indetto dalla coalizione 'Stop War'. Per sabato si prevede la più imponente organizzata nel Regno Unito dall'inizio della crisi irachena. E molti laburisti abbandonano Blar per partecipare alla manifestazione, mentre le Chiese di Inghilterra e Irlanda e il Consiglio musulmano del Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione auspicandosi che il conflitto «finisca al più presto».

Sono 10.000 in Grecia, tra i 10 e i 15mila a Berna, alcune migliaia a Vienna, mentre sorgono manifestazioni spontanee persino in una ventina di centri. A Parigi, le organizzazioni contrarie alla guerra si danno appuntamento nel pomeriggio di fronte all'ambasciata americana e la circondano.

Ma non è solo l’Europa a scendere in piazza: si moltiplicano le manifestazioni di protesta in Pakistan a Karachi, in Siria a Damasco, a Betlemme in Cisgiordania, nel Qatar e negli Emirati, in Indonesia a Giacarta, Bandung, Yogyacarta e Makassar in Indonesia.

E anche gli americani scendono in piazza: a Washington, New York, Boston, Salt Lake City, Detroit, Chicago, Minneapolis e Cleveland, e in Delaware, Maryland, Wisconsin, Arkansas e Nevada. A San Francisco tra le migliaia di manifestanti la polizia ha fatto oltre mille arresti, la più grande retata della storia della città negli ultimi 22 anni. I manifestanti avevano bloccato il traffico ed eretto barricate nelle strade. «È come se dovessimo decidere tra la legge marziale e la fine della guerra», commenta alle agenzie di stampa uno studente di Berkeley.


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Oggi per il petrolio, domani per l'acqua. A Firenze il controforum
di red

"L'esaurimento delle scorte di petrolio, di oro nero, autorizza i signori del mondo ad attaccare una popolazione stremata come quella irachena - con queste parole il cordinatore Riccardo Petrella ha presentato il Forum alternativo Mondiale dell´acqua, che si tiene a Firenze il 21 e il 22 marzo - La disponibilità d'acqua è diminuita negli ultimi 50 anni di 3/4 in Africa e di 2/3 in Asia, ed è inevitabile che nei prossimi anni si comincerà a combattere per l'oro blu. Come società civile del mondo abbiamo deciso di incontrarci a Firenze, proprio in questi giorni di guerra, per trovare insieme delle soluzioni che ci aiutino ad uscire da questo vicolo cieco".

Chiaro il messaggio, dunque, che arriva dal controvertice fiorentino: le guerre sono conseguenza di una gestione non collettiva dei beni e dei servizi essenziali. E se non si cambia il sistema mondiale di sfruttamento dei paesi poveri da parte di quelli ricchi, non ci potrà essere pace. Solo per la mancanza d'acqua nei Paesi poveri continuano a morire 30mila persone ogni giorno e i Paesi ricchi non potranno che assumersene tutte le conseguenze, terrorismo compreso.

Molte le cause che minacciano la disponibilità d'acqua. Tra queste, l'apertura totale al mercato dei servizi idrici nazionali, la privatizzazione di questo bene, la sua mercificazione. "In questi mesi - spiega Rosario Lembo, presidente della federazione di ong Cipsi - si stanno svolgendo le trattative per il nuovo assetto del mercato internazionale, in vista dell'incontro dell'Organizzazione mondiale del Commercio che si terrà a Cancun nel settembre prossimo. Come abbiamo previsto, scegliendo di non parteciparvi, al Forum mondiale governativo dell'acqua che si sta tenendo a Kyoto le istituzioni mondiali stanno scegliendo la via della liberalizzazione"
Accettare che l'acqua si trasformi in merce lede il diritto alla vita di tutti i cittadini del mondo.

"Essere consapevoli che l'acqua e' un bene comune dell'umanita' ci obbliga a far si che i cicli idrici siano mantenuti in uno stato di salute". Con l'obiettivo di sottolineare la necessità di salvaguardare lo stato di salute degli ecosistemi di acqua dolce, compresi i sistemi delle falde acquifere, anche il il WWF parteciperà al Forum di Firenze.

Intanto, anche in Italia la crisi idrica si avvicina. I dati forniti da Lucia Fazzo dell'Ufficio Studi di Legambiente sono eloquenti: "Ogni giorno nel nostro Paese ciascun abitante "perde" 104 litri d'acqua a sua disposizione per la cattiva gestione della rete idrica. E nessuno pensa a come riutilizzarla: il 40% dei cittadini allacciati alla rete idrica non è collegato ad alcun impianto di depurazione".

Non solo l'Italia non ha una pianificazione seria dell'offerta, ma non è in grado neanche di ridimensionare la domanda. "E' per questo che accanto alle associazioni ambientaliste e di solidarietà, sono presenti al forum organizzazioni del mondo contadino come Altragricoltura e Via Campesina - continua Lucia Fazzo - L'agricoltura in Italia assorbe il 70% di tutta l'acqua disponibile e l'area irrigata è addirittura il doppio rispetto alla superficie dichiarata dai consorzi di bonifica". Un profitto "sommerso", che spesso arricchisce le Ecomafie e contribuisce, con pesticidi e fertilizzanti illeciti, a inquinare le falde idriche e a immettere nel mercato cibi non sicuri.

Appende la bandiera della pace in fabbrica: licenziato. Accade alla Fiat
di red

Durante la guerra può accadere anche questo. Un operaio della Fiat, esattamente dipendente dello stabilimento di Termoli, a due passi da Campobasso, è stato licenziato. La sua colpa? Aver attaccato una bandiera della pace sui cancelli della fabbrica, durante i giorni che hanno preceduto il conflitto in Iraq.

Il lavoratore si chiama Stefano Musacchio. A Termoli, come in tutte le fabbriche metalmeccaniche europee, il 14 marzo scorso era stato organizzato uno sciopero contro la guerra. E lui, così come faceva quasi tiutta l'Italia, aveva pensato di affiggere la bandiera della pace. Ne ha presa una e l'ha piantata sulla palizzata che circonda lo stabilimento dove lavora. Qualcuno l'ha visto e la direzione è intervenuta. Licenziato. Stefano Musacchio, ovviamente, ha annunciato che impugnerà il licenziamento. Ma la sua ovviamente non sarà solo una battaglia sindacale: venerdì mattina, Bertinotti ed altri dirigenti della sinistra, alle 11 alla Camera illustreranno le iniziative che intendono prendere per respingere questa gravissima violazione dei diritti sindacali.

 

Fronti di pace: il Cd con le vostre foto del 15 febbraio in edicola con L'Unità
di Toni De Marchi

L’avevamo lanciata un po’ per scommessa e un po’ per sfida, un’idea nata per caso mentre discutevamo su come seguire la manifestazione del 15 febbraio: chiedere ai frequentatori del sito de L’Unità di inviarci le foto della «loro» giornata per la pace. Le macchinette digitali ci danno questa opportunità: trasformare chiunque in un cronista visivo, istantaneo, senza mediazioni, capace di far circolare quasi in tempo reale la propria testimonianza.

Che la risposta sarebbe stata straordinaria lo capimmo già venerdì: una trentina di foto ci erano giunte in redazione quando ancora i pullman per Roma non si erano messi in moto. Certo, la manifestazione non c’era in quelle immagini, ma c’era già il clima: come il cartellone del benzinaio fiorentino che al posto dei prezzi aveva scritto «pace», o le bandiere esposte ai balconi più impensati di mezza Italia.

Sull’onda dei tre milioni che avevano occupato Roma e delle molte decine di milioni che avevano sfilato in mezzo mondo, arrivarono anche le foto: centinaia. Chi ne mandò una e chi cinquanta, chi non nascondeva l’impaccio del fotografo improvvisato e chi ostentava qualità degne di un professionista.

Ma non era la qualità estetica delle fotografie a colpirci. Perché, se è vero che ciascuna di esse ritagliava un pezzo minuscolo del fiume di volti e voci che attraversò Roma e che in quanto tale avrebbe trovato forse più giustificazione in un album di famiglia che in una cronaca giornalistica, tutte avevano qualcosa in comune: la consapevolezza entusiasmante di essere stati protagonisti di una storia che si potrà raccontare per molto tempo.

Nacque così l’idea di mettere insieme tutti questi fotogrammi e di fissarli in un Cd che da giovedì 13 marzo e per quindici giorni è in vendita a 1,9 euro con l’Unità, il Manifesto, Liberazione e Carta. «Fronti di pace», oltre trecento foto che sono le «vostre» foto, pezzi di una giornata che ha messo insieme Roma e Manchester, il Polo Sud (sì, perché anche dalla base antartica Scott-Admundsen ci sono state spedite delle immagini) e Tokyo. Le abbiamo divise per temi, per luogo di proveninenza, abbiamo messo anche un indice degli autori così che tutti quelli che ci hanno spedito le loro immagini possono ritrovarle facilmente. E ci abbiamo aggiunto quattro portfolio di fotografi professionisti, per offrire un punto di vista più disincantato. Come colonna sonora, semplicemente le voci di quel giorno, un nastro audio dove si concentra l’infinita sapienza politica della gente. Quella che il New York Times ha definito «l’altra superpotenza».

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Fronti di guerra, il dolore delle guerre scolpito nelle immagini
di Oreste Pivetta

Il soldato in tuta mimetica, che lo mimetizza non tra i rovi di una savana o tra le dune di un deserto, ma accovacciato su un divano di damaschi fioriti e di intarsi dorati. Alle spalle del soldato tre quadri, tre ritratti, un re e due altezze reali, Fahad, Abdullah, Sultan. Arabia Saudita, gennaio 1991. È la foto di Francesco Cito, che apre “Fronti di Guerra”, una nuova rivista, che ha un titolo, Trenta (a indicare una sperata periodicità), che troverete da oggi in edicola, insieme con l’Unità, con il Manifesto, con Liberazione, con Cartha, una rivista ideata e costruita da Francesco Mininni, Luciano Ferrara, Francesca Marzotto, Samuele Pellecchia e soprattutto da sessantanove fotografi, italiani e di tutto il mondo per centocinquanta scatti. Una rivista vera, non una sorta di “speciale” monotematico, anche se il tema prevalente, dettato dai tempi (cioè dall’attualità giornalistica) è proprio la guerra. La struttura è aperta: quasi una cronaca delle manifestazioni di pace, all’inizio, le poesie di Nazim Hikmet, di un bambino palestinese morto dodicenne a Nablus, di Emily Dickinson e di Piero Calamandrei («Lo avrai/ camerata Kesserling/ il monumento che pretendi da noi italiani...»), il “tema”, i servizi su Baghdad, sul Nord Corea, sull’acqua... Spiegano i redattori: «Fare informazioni con le immagini, raccontare storie fotografando: è un mestiere. Per farlo bisogna andare dentro i fatti mentre accadono, prendersi qualche rischio e molti fastidi. Non si porta a casa, di questi tempi, né gloria né denaro, ma una storia e la voglia di narrarla. Lo scopo non è arrivare primi. Non è neanche stupire».

I fotografi “narratori”. Stavolta la storia è di guerra. Nei prossimi numeri potrebbe essere il lavoro, l’Italia delle periferie reali e metaforiche, e altro, secondo la cronaca. I luoghi del primo incontro sono Iraq, Bosnia, Kabul, Kosovo, Palestina, Vietnam, Somalia, Eritrea, Cambogia, Sudan... Le guerre, come dimostrano “cinquant’anni di pace”, sono state e restano infinite, come i numeri dei morti, dei feriti, delle vittime. Le foto di guerra raccontano soprattutto storie e volti di civili. Sembrerà un paradosso ma i soldati si vedono poco, come poco si vedono cannoni e carri armati (per lo più in forma di rottame). Invece tantissime sono le donne offese o i bambini offesi: quelli annientati dalle bombe, dalle macerie, dalla fame o dai gas, quelli che comunque cercano di sopravvivere. Come il bambino afghano di Nino Leto: quattro o cinque anni e già una gamba in meno e un paio di stampelle in più. O la scolara di Jenin, Palestina, fotografata da Isabella Balena, che va a scuola traversando gli scheletri di case, un tempo. O lo straordinario Khan Younis di Gaza, ritratto da Bruna Orlandi mentre guarda l’ora, tra i mitra israeliani, in doppiopetto grigio, camicia e cravatta, una faccia scolpita da vecchio contadino meridionale. E poi ancora: le donne in fuga, le donne che piangono la foto di un morto, le donne davanti ai cadaveri dei loro uomini. La guerra la pagano i civili. La retorica bellicosa e bellicista si rovescia nella quotidianità del dolore e della sopravvivenza.

I fotografi sono tanti: Francesco Acerbis, Christopher Anderson, Luigi Baldelli, Jam Bauer, Romano Cagnoni, Uliano Lucas, Don McCullin, James Nachtwey, Livio Senigalliesi, Gervasio Sanches, Roby Schirer... Bisogna sfogliare le sessantasei pagine della rivista (che contiene anche scritti di Dacia Maraini, Erri De Luca, Emilio Molinari, Sergio Ramazzotti, Ernesto Sàbato).

Ieri sera, con Federico Mininni e Carlo Cerchioli (uno dei fotografi), la rivista è stata presentata, a Milano, nella Libreria Feltrinelli di piazza del Duomo. Molta gente e molte feste. Per una volta quattro giornali si fanno editori di un’opera completamente nuova, non si limitano a ristampare un titolo dal catalogo, e soprattutto ridanno la “copertina” al fotogiornalismo, un genere sui quotidiani ospitato come “messaggio” di complemento, tra il riempitivo e l’estetica (magari esaltata fino all’oscenità, senza rispetto per il contenuto). Ci si è chiesti come integrare immagine e scrittura: probabilmente seguendo allo stesso modo i percorsi della cronaca e della ricerca, «camminando» (come ha spiegato il professionista Carlo Cerchioli) per curiosità, gusto intelletuale, desiderio di una verità, passione (e compassione, come dice un grande giornalista, Riszard Kapuscinsky: chi fa questo mestiere, non può essere cinico). Il problema - hanno detto tutti - sarebbe la continuità, che confermerebbe un progetto culturale e un rapporto serio con il pubblico. Pesano ovviamente le leggi del mercato. Dipende dal successo dei primi numeri.


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20 marzo 2003

Iraq. 'Decapitation attack': 40 missili per Saddam. Ma Bush avverte: guerra lunga e difficile


Ai missili diretti a Bagdad si sono aggiunte le bombe degli aerei


Bagdad, 20 marzo 2003

Colpire subito Saddam Hussein. Le bombe e i 40 missili Cruise, esplosi dal Mar Rosso e dal Golfo, che hanno colpito Baghdad all'alba avevano obiettivi mirati nella speranza di eliminare il rais iracheno, poi comparso alla tv in un messaggio alla nazione. Decapitation attack , spiega dal comando USA del Kuwait un colonnello dei Marines, Chris Hughes, punta a "decapitare i centri nevralgici del potere iracheno" per cambiare "radicalmente" la natura della guerra. Dopo la prima ondata di fuoco, le sirene della capitale irachena hanno annunciato una pausa negli attacchi. Il presidente Americano Bush, intanto, avverte la nazione: la guerra non sarà né facile né breve.

Prima fase
L'inizio delle ostilità, dunque, forse anche per fattori temporali (l'ultimatum del presidente George W. Bush scadeva poche ore prima dell'alba a Bagdad), è segnato da un'operazione mirata, limitata nell'intensità e nella durata, concentrata su obiettivi precisi. Una strategia che sorprende persino il generale americano Norman Schwarzkopf, che guido' le operazioni militari in Iraq nella prima Guerra del Golfo, 12 anni fa.

Sorpresa
"La mia prima reazione è stata di sorpresa totale perché si pensava che sarebbe iniziato un attacco massiccio contro il centro di Baghdad - ha detto il generale in pensione alla tv americana Msnbc - Invece, si tratta di operazioni molto, molto piccole. Schwarzkopf ha poi rivelato che all'inizio della Guerra del Golfo le forze della coalizione fallirono nel tentativo di uccidere Saddam: "All'inizio della guerra, Saddam appariva molto in pubblico e poi, una notte, non siamo riusciti a prenderlo mentre girava in un convoglio. Dopo di allora, si nascose nei bunker sotterranei e lì è rimasto fino alla fine della guerra. Sara' interessante sapere cosa farà domani".

Bush
Meno di un'ora dopo il lancio dei primi missili cruise su Baghdad, il presidente americano George Bush si è rivolto alla nazione alle 4.15 italiane (le 22.15 a Washington), spiegando che "le forze della coalizione americana hanno iniziato l'intervento militare per disarmare l'Iraq, salvare la sua popolazione, e per difendere il mondo da un grande pericolo, oltre che per annullare la capacita di Saddam Hussein di lanciare una guerra". Anche se Bush ha assicurato che Washington "non accetterà altro esito che la vittoria", il Presidente ha ammesso che il conflitto "potrà essere più lungo e difficile di quanto alcuni avevano previsto".

"Queste sono le prime fasi di quella che sarà un'ampia campagna militare", ha aggiunto il presidente americano, precisando che "oltre 35 Paesi hanno assicurato un supporto cruciale", in termini di basi, intelligence e lostico e unità da combattimento.

Bush ha accusato Saddam Hussein di aver posto "armi e truppe in zone civili, usando donne e bambini come scudi": l' "ultimo crimine" commesso da Saddam contro il suo popolo. "Le forze della coalizione-ha dichiarato quindi Bush- faranno ogni sforzo per non colpire i civili iracheni".

"Non abbiamo ambizioni sull'Iraq eccetto quella di rimuovere una minaccia", ha assicurato Bush, aggiungendo che "le forze americane lasceranno il Paese non appena il lavoro sarà completato. Il conflitto è ora inziato. Il solo modo per limitarlo è quello di dispiegare le nostre forze. Non accetteremo

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Iraq. Decapitation attack: l'Anp condanna la guerra

Saeb Erekat


Bagdad, 20 marzo 2003

L'Autorità nazionale palestinese "condanna in maniera totale" l'attacco scatenato in nottata dagli Stati Uniti contro l'Iraq. Lo ha dichiarato stamane ai giornalisti a Ramallah (Cisgiordania) il ministro delle collettività locali e negoziatore capo palestinese Saeb Erikat.

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Iraq. D'Alema: "Il peggio deve ancora venire"


Massimo D'Alema


Roma, 20 marzo 2003

"Il mondo è nelle mani della guerra, la scelta è stata fatta da Bush e da chi lo ha sostenuto, compreso il governo italiano: ed ora loro hanno la responsabilità di ciò che accadrà". Il presidente Ds Massimo D'Alema commenta così l'avvio della guerra all'Iraq.

"Non siamo di fronte ad un imprevisto - spiega D'Alema - temo che purtroppo il peggio dovrà avvenire, dopo questo lancio di missili contro le residenze di Saddam verranno bombardamenti più massicci con rischi per la popolazione civile e distruzione. E' chiaro - prosegue - che c'è una guerra e la prima preoccupazione è che questo conflitto provochi meno vittime possibili, ma questo non dipende da noi, è solo una speranza".

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Iraq. Sciopero generale Cgil, Cisl, Uil dalle 15 alle 17


Guglielmo Epifani


Roma, 20 marzo 2003
Sciopero generale di due ore, oggi, per protesta contro la guerra in Iraq. Come stabilito ieri da Cgil, Cisl e Uil, dopo l' avvio dell' offensiva Usa contro Baghdad ci saranno due ore di sciopero in tutti i luoghi di lavoro dalle 15 alle 17. Per la decisione presa ieri - secondo quanto si è appreso - si stanno ora attuando le procedure per l' astensione e le mobilitazioni.

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Iraq. Il Papa dedica la messa alla guerra. Vaticano informato due giorni fa da Powell su attacco

Giovanni Paolo II


Città del Vaticano, 20 marzo 2003
Il Vaticano era stato informato due giorni fa dal segretario di stato statunitense, Colin Powell, che la guerra contro l'Iraq sarebbe scattata al termine dell'ultimatum di 48 ore a Saddam Hussein. Il Papa dedicherà la sua prima messa del mattino alla guerra.

La telefonata di Powell
Powell aveva telefonato personalmente al "ministro degli esteri" della Santa Sede, monsignor Jean Louis Tauran, per spiegargli la decisione statunitense.

Nel 1991, gli americani non avevano dato alcun preavviso al Vaticano prima di iniziare la guerra del Golfo. La notizia era arrivata al Papa, a combattimenti iniziati, tramiti canali indiretti.

La messa di oggi
La prima messa del mattino, quella che celebra nella sua cappella privata, è interamente dedicata a quanto sta accadendo in medio oriente. L'attacco contro l'Iraq sarà oggetto di una dichiarazione ufficiale da parte della Santa Sede. In mattinata, infatti, è prevista una nota a firma del portavoce Joaquin Navarro Valls. Due giorni fa, subito dopo il vertice delle Azzorre, vedendo che l'intervento americano si stava avvicinando, Navarro si è fatto portavoce di una durissima nota di condanna nella quale si affermava che i Paesi interventisti -Usa in testa- decisi ad abbandonare la via del diritto internazionale per la guerra preventiva "ne avrebbero risposto davanti a Dio, alla sua coscienza e alla storia". Parole che erano suonate come una sorta di scomunica.

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Iraq. La Cina condanna l'attacco angloamericano: viola la carta Onu e le leggi internazionali, Bush si fermi

Durissima condanna della Cina dell'attacco notturno in Iraq


Pechino, 20 marzo 2003

Nella prima reazione all'attacco americano, affidata ad un portavoce del ministero degli Esteri, la Cina ha detto che si tratta di una "violazione della Carta dell'Onu e delle leggi internazionali" e chiesto a Washington la fine immediata delle ostilità.

"La questione irachena deve ritornare in ambito politico nel quadro delle Nazioni Unite - ha detto il portavoce Kong Quan - il governo cinese continuerà gli sforzi verso la pace. Siamo preoccupati per gli effetti sulla pace e sullo sviluppo del mondo".

La Cina ha chiuso l'ambasciata in Iraq ed ha ritirato il personale diplomatico martedì: "Per quanto sappiamo, non ci sono cinesi in Iraq", ha detto Quan. Ai giornalisti che gli chiedevano se l'attacco all'Iraq rappresentasse parte della lotta contro terrorismo, Quan ha risposto che si è in presenza di "una violazione della lettera di U.N. e delle norme di diritto internazionale". La Cina è in costante contatto "con altri Paesi" per coordinare la propria azione diplomatica.

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Mercoledì,19 Marzo 2003

Archivio

Iraq. Forze Usa in zona smilitarizzata Iraq-Kuwait: il comando smentisce. Raid aereo nella no fly zone

Un portavoce del comando centrale americano ha smentito che truppe Usa e britanniche siano entrate nella zona smilitarizzata (Dmz) al confine tra Iraq e Kuwait, riferisce l'agenzia kuwaitiana Kuna. Parlando al telefono dalla base americana in Qatar, il portavoce ha affermato: "Posso confermare che (l'ingresso delle truppe nella Dmz) non è avvenuto", ha scritto l'agenzia secondo la quale l'ufficiale non ha fornito altri dettagli. Precedentemente fonti ritenute attendibili avevano detto che forze americane si sarebbero trasferite nella zona smilitarizzata tra Kuwait e Iraq.

Le truppe sarebbero entrate nella fascia di sicurezza intorno alle questa mattina attorno alle 12 ora italiana, secondo quanto riferisce la Bbc. Una fonte della sicurezza del Kuwait ha precisato che convogli americani si stanno dirigendo verso Umm Qasr". Secondo l'emittente Al-Jazeera le forze americane sarebbero entrate nella regione di Matru'a Al-salah al confine tra il Kuwait e l'Iraq.

Raid aereo nella no fly zone
C'è stato un nuovo raid aereo americano in una delle no fly-zones che insistono alle estremità nord e sud del territorio iracheno, nel caso specifico quella meridionale.

Le borse accelerano dopo la notizia
Rimbalzano le principali Borse europee sulla notizia dell'entrata delle forze statunitensi nella zona smilitarizzata, al cofine tra il Kuwait e l'Iraq. A Francoforte, l'indice Dax sale del 2,50% mentre l'indice Ftse-100 di Londra segna un progresso dell'1,09%. A Piazza Affari, il Mibtel
guadagna l'1,70% mentre l'indice Cac-40 della Borsa di Parigi guadagna L'1,95%. Lo Smi di Zurigo sale del 2,18%.

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Il vice ammiraglio americano Kaeting: "noi siamo pronti. Quando il presidente Bush ce lo chiederà colpiremo"

È pronta all'intervemto il vice ammiraglio Timothy Keating, comandante della V flotta americana di stanza nel golfo ai soldati della portaerei Constellation. Gli esperti militari sono oramai d'accordo che attendere oltre significa fare il gioco di Saddam. Niente potrà impedire l'attacco, nemmeno l'intervento di questo pomeriggio al consiglio di sicurezza dello svedese Hans Blix, capo degl ispettori dell'ONU.

A mettere fretta a Washington sono soprattutto le condizioni climatiche: ogni giorno che passa fa sempre piu' caldo e aumentano le tempeste di sabbia. I 250.000 soldati aspettano solo l'okkei del comando per attaccare. La data probabile per l'avvio delle operazioni è sabato, visto che venerdì è giorno di preghiera in tutto il mondo musulmano. Le esercitazioni continuano come sempre, tutto dovrà essere nelle migliori condizioni, per quella che è stata ribattezzata "Operazione libertà per l'Iraq". Gli americani stanno mettendo a punto le armi per la guerra psicologica. Un aereo, chiamato Commando Solo, sorvolerà l'Iraq durante gli attacchi angloamericani trasmettendo messaggi in arabo che invitano gli iracheni alla diserzione.

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A poche ore dalla scadenza dell'ultimatum americano il parlamento iracheno fa quadrato attorno al raìs

Il presidente dell'assemblea, Sadoun Hammadi, ha dichiarato l'incondizionato sostegno dei parlamentari a Saddam e nuovamente respinto al mittente la richiesta d'esilio da parte di Bush. Il presidente americano aveva dato 48 ore al primo cittadino iracheno per lasciare il suo posto. L'offerta è scaduta questa notte. Malgrado i proclami della propaganda irachena tuttavia, la diplomazia araba cerca di fare il possibile per evitare un sanguinoso conflitto. Per la prima volta l'Arabia Saudita ha dichiarato di voler accogliere Saddam. L'idea era stata proposta ufficiosamente a diversi summit, ma è di queste ore il passo ufficiale di quello che resta il più importante alleato degli stati uniti nella regione. Se questi sforzi avessero successo potrebbe cambiare di molto la prospettiva delle prime vittime del conflitto imminente: i bambini iracheni che nelle scuole ancora aperte attendono una nuova guerra che sentono avvicinarsi sempre di più.

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A Baghdad bambini sospesi tra guerra e normalità

Per molti bambini iracheni sarà la prima guerra. Non erano nati 12 anni fa: della Guerra del Golfo hanno subíto solo le conseguenze dell'embargo. Del lungo massacro che è stato il conflitto con il vicino Iran, nell'80, hanno ascoltato i racconti a casa e nelle scuole ancora aperte in quest'attesa fatta di un misto di ansia e rassegnazione."I bambini sentono di vivere sotto una costante minaccia dal '91", spiega unamaestra. "Sono giovani d'età, ma pensano ed agiscono come adulti".Se sui banchi di scuola discutono della guerra, a casa i bambini si esercitano con le maschere antigas e sistemano le scorte alimentari. Tutti, con un fatalismo da sopravvissuti, fanno incetta di viveri, scavano pozzi, interrano serbatoi intorno alle piccole fortezze che per molti rappresenteranno l'unica via di scampo alle bombe. Ai crocevia di Baghdad spuntano barricate di sacchetti di sabbia. I bambini ci giocano aggrappandosi ad apparenze di normalità. Gli adulti le rafforzano e si organizzano nei bunker. Barometro infallibile della paura.

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Attacco all'Iraq: Blair la spounta tra le proteste

l premier britannico ha ottenuto l'ok di Westminster per l'intervento armato in Iraq. Sullo sfondo, la rivolta politica e pacifista. Nonostante tutto, la mozione presentata dal governo a favore dell'intervento è passata a larga maggioranza. Eppure la spaccatura è profonda. Per la prima volta nella storia piú di un terzo della camera dei Comuni si è opposto alla linea del governo. 217 deputati si sono espressi contro la guerra: aumenta la frangia dei laburisti "ribelli" 139. Una rivolta di dimensioni ancora piú rilevanti rispettomal mese scorso. Tre ministri si sono dimessi, tra cui Robin Cook; mercoledí ha lasciato il posto un sottosegretario, è la nona defezione. Blair, per dare una svolta alla crisi, si è giocato tutto: ha fatto intendere di essere pronto persino a dimettersi, ma al momento il suo posto è salvo. Dopo 10 ore di dibattito, i parlamentari hanno dato luce verde alla partecipazione attiva di circa 45 mila soldati britannici alla guerra contro il regime di Saddam Hussein.Blair si salva, ma sul filo di lana: la riconquista di una leadership indiscussa, dicono gli analisti, è tutta in salita.

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Berlusconi: "Non prenderemo parte attiva alla guerra"

"L'Italia non prenderà parte attiva alla guerra, ma l'uso della forza per disarmare il regime iracheno è legittimo". È quanto affermato dal presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi che ha riferito oggi in parlamento la posizione del governo italiano rispetto alla crisi irachena. La riunione che continua con gli interventi dei siingoli parlamentari, è estremamente movimentata ed è stata più volte interrotta dalle urla che provengono dai banchi dell'opposzione. Il presidente della camera Casini ha fatto anche rimuovere delle bandiere pacifiste comparse sui palchi degli uditori. "L'Italia", così il premier, "ha concesso agli amici americani l'uso del suo spazio aereo e delle basi, ma non per attacchi diretti. Il nostro paese non è una nazione belligerante." Il voto dell'assemblea è atteso per questa sera, ma non dovrebbero esserci sorprese vista la schiacciante maggioranza di voti della Casa delle Libertà

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Martedì, 18 Marzo 2003

Archivio


Bagdad si prepara alla guerra, Saddam arringa i soldati
Iraq. Saddam Hussein promette la vittoria nell' ultima battaglia e rifiuta l'esilio. Conto alla rovescia per la guerra

Bagdad si prepara alla guerra, Saddam arringa i soldati


Baghdad, 18 marzo 2003

Il rais si è rivolto ai suoi più stretti collaboratori, parlando nella riunione settimanale del Consiglio dei ministri. E, secondo quanto riportato dalla tv irachena, ha promesso la vittoria nell' "ultima battaglia dell'Iraq" contro l'aggressore americano. Poco dopo, l'annuncio ufficiale: l'Iraq respinge l'ultimatum del presidente americano George W. Bush. La guerra, a questo punto, è questione di ore.

L'Iraq, ha riferito ancora la tv di Bagdad, è pronto a far fronte a una invasione guidata dagli Stati Uniti. "L'Iraq non sceglie il suo cammino sotto gli ordini di uno straniero e non sceglie i suoi leaders in ottemperanza ai decreti di Washington, Londra o Tel Aviv, ma attraverso la volontà del suo popolo. La lotta continuerà contro l'americano, gli aggressori inglesi e i sioinisti", recita il comunicato letto dallo speacker.

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Iraq. Pezzotta annuncia: "Cisl, Cgil e Uil pronte allo sciopero contro la guerra. Manifestazione unitaria ad Assisi"

Savino Pezzotta


Roma, 18 marzo 2003

In caso di guerra in Iraq Cgil, Cisl e Uil proclameranno una serie di scioperi. Lo ha annunciato il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta. "In caso di guerra - ha detto Pezzotta - abbiamo unitariamente convenuto di proclamare delle fermate, degli scioperi, e di invitare tutti i nostri a mettere in campo manifestazioni e fiaccolate. Però intanto continuiamo a sperare che la guerra non ci sia".

"Di fronte a questo scenario drammatico - si legge in un comunicato congiunto delle tre sigle sindacali - Cgil, Cisl e Uil confermano di voler tenere la manifestazione del primo maggio unitariamente ad Assisi, città simbolo della convivenza e del dialogo fra i popoli e della pace".

"Cgil, Cisl e Uil - affermano nella dichiarazione congiunta Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti - ritengono illegittima la decisione dell'ultimatum degli Usa all'Iraq presa al di fuori di ogni mandato delle Nazioni Unite, non motivata politicamente e tale da compromettere un ordine mondiale fondato sulla sicurezza e sul rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Coerentemente alle scelte assunte a livello europeo dalla Confederazione Europea Sindacati, Cgil, Cisl e Uil intendono mettere in campo, nel pieno rispetto della legalità, tutti gli strumenti democratici per scongiurare la guerra ed esprimere la più netta contrarietà, il più fermo dissenso del mondo del lavoro".

"Cgil, Cisl e Uil chiederanno da subito un incontro urgente al Presidente del Consiglio dei Ministri per esprimere le loro opinioni, per riconfermare che l'Italia è vincolata al rispetto della Costituzione e alla Carta dell'Onu, per chiedere che il governo italiano non metta a disposizione di questa avventura uomini, strutture militari e infrastrutture logistiche".

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Rai. Il primo giorno da presidente di Lucia Annunziata: "Emozionata e frastornata"

Lucia Annunciata


Roma, 18 marzo 2003

In un'atmosfera formale il pranzo ufficiale fra i presidenti di Senato e Camera, Pera e Casini, il presidente della commissione di Vigilanza, Claudio Petruccioli, e il nuovo consiglio di amministrazione della Rai ha segnato il debutto di Lucia Annunziata come presidente Rai. Domani alle 10:00 il nuovo consiglio d'amministrazione della Rai sarà ricevuto dal Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale.

Nel salone degli specchi di palazzo Giustiniani un cordone delimita i movimenti di cronisti, fotografi e cameramen: raffiche di flash e religioso silenzio. Poi Pera, Casini e Petruccioli lasciano la scena ai cinque consiglieri per la foto di rito, con la Annunziata "frastornata ed emozionata". Solo uno strappo "affettuoso" al cerimoniale, da parte della presidente designata della Rai: nella sala riconosce una giovane collega e l'abbraccia calorosamente.

"Per quanto riguarda la questione del direttore generale - si difende la Annunziata dal pressing dei giornalisti - sapete che questa figura decade con il consiglio. Da questo punto di vista è inutile arrovellarsi: la nomina del direttore generale sarà fatta nelle prossime riunioni, se non addirittura venerdi'".

"La riunione di oggi pomeriggio - aggiunge Annunziata - è stata convocata con le procedure d'urgenza per il difficile momento in cui ci troviamo, con una guerra imminente. Oggi quindi sarà soltanto nominato il presidente".

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Iraq. Blair: crisi influirà sulla politica della prossima generazione


Tony Blair


Roma, 18 marzo 2003

Tony Blair si è trovato ad affrontare la Camera dei Comuni sull'Iraq in uno degli interventi più importanti della sua carriera politica, dopo le dimissioni di tre membri del suo governo. Il primo ministro ha chiesto ai deputati di sostenere "ogni mezzo necessario" al disarmo di Saddam Hussein. Il Regno Unito si trova di fronte a una scelta "dura e netta sull'Iraq", ha dichiarato. L'inquilino di Downing Street ha poi sostenuto che la crisi attuale determinerà il quadro della politica internazionale per una generazione.

In vista del voto critico dei parlamentari, Blair ha sottolineato che in discussione oggi c'è molto di più del disarmo di Saddam Hussein. "Si determinerà il modo in cui il Regno Unito e il mondo si confronteranno con la minaccia fondamentale alla sicurezza del 21esimo secolo; lo sviluppo delle Nazioni Unite: il rapporto fra Europa e Stati Uniti; le relazioni in seno all'Unione Europea; e il modo in cui gli Stati Uniti si impegnano con il resto del mondo".

Blair ha poi denunciato le "bugie, gli inganni e l'ostruzionismo" da parte del regime iracheno, citando una serie di false dichiarazioni che il rais avrebbe fatto sui presunti programmi di armi non convenzionali dell'Iraq. - E' "tangibilmente assurdo" credere che l'Iraq abbia compiuto un disarmo volontario dopo la partenza degli ispettori nel 1998, ha sostenuto Blair. "E' perfettamente chiaro che Saddam sta ancora giocando allo stesso gioco di sempre".

"Se ci ritiriamo ora da questo confronto, i futuri conflitti saranno infinitamente peggiori e più devastanti nel loro effetto" ha aggiunto Blair, aprendo il dibattito che precede il voto sulla guerra alla Camera dei Comuni. "Quindi difficilmente la situazione potrebbe essere più critica. Determinerà il quadro della politica internazionale per la prossima generazione" ha aggiunto Blair.

Il primo ministro britannico ha poi sostenuto che l'azione delle Nazioni Unite sia stata paralizzata dalle divisioni fra gli Stati Uniti e i loro alleati, da un alto, e Francia, Germania e Russia dall'altro. Il Regno Unito "era molto vicino" a ottenere un accordo all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu su una seconda risoluzione, ma la Francia ha bloccato ogni progresso dicendo che avrebbe posto il veto, ha fatto notare Blair.

"So cosa è emerso" ha dichiarato il leader laburista. "C'è risentimento sulla predominanza americana. Si teme l'unilateralismo americano. La gente si chiede: ma gli Stati Uniti stanno ad ascoltare le nostre preoccupazioni?". "Probabilmente - ha proseguito Blair - c'è una mancanza di piena consapevolezza dei timori statunitensi dopo l'11 settembre".

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Iraq. Frattini: "Il governo porterà in aula la questione delle basi. Ma il Parlamento si è già espresso più volte"

Il ministro degli Esteri Franco Frattini


Bruxelles, 18 marzo 2003

"Porteremo in Parlamento una proposta di decisione e il Parlamento deciderà: si tratta comunque di un impegno che il governo ha preso già in due o tre occasioni". Assediato dai giornalisti, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini all'arrivo al Consiglio Affari Esteri a Bruxelles chiarisce la posizione del governo sull'uso delle basi militari agli Stati Uniti.

"Quella che si è creata è solo una difficoltà di dialogo da parte dell'opposizione italiana che ha scatenato un putiferio su una cosa assolutamente pacifica", ha aggiunto Frattini alludendo alle roventi polemiche scatenate dalle sue dichiarazioni di qquesta mattina a Radio Anch'io.

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Lunedì, 17 Marzo 2003

Archivio

Iraq. Powell: c'è la legittimità dell'uso della forza. L'esilio di Saddam è l'unica soluzione

Il segretario di StatoColin Powell


Washington, 17 marzo 2003

La risoluzione 1441 approvata all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu l'8 novembre da' gli Stati Uniti e ai loro alleati la legittimità e l'autorità di usare la forza per disarmare l'Iraq: lo ha detto il segretario di Stato Colin Powell, anticipando il messaggio del presidente George W. Bush.

Powell ha espresso la fiducia che le Nazioni Unite sopravviveranno", anche se non hanno "chiaramente superato questo test". Per il segretario di Stato, mantenere la risoluzione non aveva senso perché era chiaro che essa non sarebbe passata o avrebbe subito un veto.

"Abbiamo cercato di cambiare il testo originale della seconda soluzione proposta da Usa, Gran Bretagna e Spagna - ha detto ancora Powell - ma era chiaro che da parte di alcuni membri del consiglio di sicurezza non c'era la volontà di arrivare a un ompromesso, quindi abbiamo deciso che non c'era più alcuno scopo a metterla ai voti".

Esilio di Saddam unica soluzione
L'esilio di Saddam Hussein e dei suoi accoliti è l'unica soluzione per evitare la guerra: lo ha detto il segretario di Stato Colin Powell, anticipando il messaggio del presidente George W. Bush.

"Stasera il presidente Bush dirà a Saddam di lasciare il paese. Questa è l'unica chance per evitare la guerra, Saddam è colpevole delle accuse che gli sono state rivolte, ha fallito di adempiere a quanto gli è stato richiesto dalla risoluzione dell'Onu. Se non se ne va, dovremo prendere la decisione di assumerci le nostre responsabilità e intraprendere azioni che sono legittimate dal diritto internazionale", ha detto Powell. "Saddam ha fallito su tutti i fronti" ha aggiunto Powell, "anche se gli è stato dato il tempo necessario per farlo".

Contatti con il governo turco

Il segretario di Stato ha anche confermato che sono in corso contatti con il governo turco per evitare che nell'Iraq settentrionale accada l'irreparabile, e cioé un confronto militare diretto, all'interno della guerra Usa-Iraq, tra l'esercito turco e le forze curde.

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Borsa. Piazza Affari chiude in rialzo, Mibtel a +2,16%



Mercato in forte rialzo


Milano, 17 marzo 2003
Piazza Affari chiude in rialzo. L'indice Mibtel è salito del 2,16% a 16.514 punti, mentre il Mib30 è cresciuto del 2,64% a 22.693 punti. Il Numtel del Nuovo Mercato è salito dello 0,98% a 1.131 punti.

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Terrorismo. Bush scrive a Berlusconi: grazie per esserti schierato con noi, non lo dimenticheremo

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi


Roma, 17 marzo 2003

"Caro Silvio, mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che tu e il tuo governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo".

Con queste parole inizia la lettera che il presidente Usa George Bush ha inviato al presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi.

"Ti sei schierato con noi e noi non lo dimenticheremo", ha aggiunto Bush.


"Nel corso degli anni, come è accaduto nei Balcani e con l'operazione Enduring Freedom, voi ci avete fornito un sostegno determinante, non solo di uomini e mezzi, ma anche un sostegno morale, umanitario e costruttivo".

"Lo spiegamento della fanteria leggera degli alpini in Afghanistan e i vostri sforzi per promuovere le riforme giurisdizionali in quello stesso paese, sono due esempi straordinari del vostro contributo alla guerra contro il terrorismo. Apprezzo profondamente tutto ciò che tu e l'Italia avete fatto".

"A causa della sfida posta alla comunità internazionale da parte di Saddam Hussein, una prova importante può attenderci nel prossimo periodo".

"Apprezzo la disponibilità dell'Italia a fare appello ancora una volta alle proprie risorse per combattere il terrorismo e l'illegalità internazionale e contribuire a ricostruire un futuro stabile e più democratico in quella regione".

"La leadership, come sai bene consiste nella capacità di affrontare le sfide. In questo nuovo secolo il mondo si trova dinanzi ad una grave sfida determinata dalla combinazione tra armi di distruzione di massa, il flagello del terrorismo e gli Stati che sostengono o che si rendono complici del terrorismo".

"Credo che nessuna nazione, da sola, possa sconfiggere questi nemici. Il successo dipende da una collaborazione internazionale quanto più ampia possibile. Questa è la mia convinzione e il mio impegno".


"Il contributo dell'Italia in questo sforzo è veramente determinante. Come ti ho detto nella nostra recente conversazione, sono enormemente grato per i contributi dell'Italia e per il tuo sostegno ed impegno personale in questo momento critico".

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Polmonite atipica. Il ministero della Salute ha attivato un centro informazioni

Esperti rispondono ai dubbi sulla Sindrome respiratoria acuta grave (SARS)


Roma, 17 marzo 2003

Il ministero della Salute ha attivato alcuni numeri telefonici ai quali rivolgersi per chiedere informazioni sulla sindrome respiratoria acuta grave (SARS) che ha destato l'allerta dell'Organizzazione mondiale della sanità.

I numeri telefonici sono:
06 - 59944211
06 - 59944277
06 - 59944280

Ulteriori notizie sulle misure di sorveglianza nei confronti della nuova forma di malattia infettiva si possono avere sul sito internet www.ministerosalute.it

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Iraq. Saddam ammette: abbiamo avuto armi di distruzione di massa


Saddam Hussein


Baghdad, 17 marzo 2003

Sotto la pressione militare americana, Saddam Hussein ha ammesso che in passato il suo Paese ha avuto armi di sterminio. A riferirlo è la tv della Gioventù, diretta dal figlio maggiore del raìs.

Il dittatore ha tenuto però a ribadire che oggi l'Iraq oggi non dispone più di tali armi.

Una delle condizioni poste dalla Gran Bretagna per fermare la macchina bellica era quella di una ammissione di responsabilità da parte del dittatore in un messaggio alla tv.

Il presidente iracheno non ha ancora perso la speranza che "non vi sia una guerra". Lo riferisce la televisione irachena. Allo stesso tempo, Saddam ha ribadito che sconfiggerà gli Stati Uniti, se attaccheranno il suo Paese.

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Iraq. La presidenza greca: "Londra e Madrid si sono poste fuori dall'Unione". Prodi: "Sono molto preoccupato"

Il presidente della Commissione Ue Romano Prodi


Bruxelles, 17 marzo 2003

Mentre si fa durissimo lo scontro fra USA, Gb e Spagna da una parte e la Francia dall'altra, con reciproche accuse di responsabilità per l'approssimarsi della guerra, dalla presidenza greca dell'Ue arriva una ferma presa di distanze dal vertice delle Azzorre. Per Panos Beglitis, portaparola del ministero degli Esteri greco, Londra e Madrid "si allineneano agli Stati Uniti al di fuori del quadro dell'Unione europea". Parole aspre alla vigilia del Consiglio europeo del 20-21 marzo: una riunione che si annuncia tesissima, con l'Europa spaccata sulla guerra. Tanto che il presidente della Commissione Ue Romano Prodi ammette: "sono molto preoccupato" per la divisione della comunità internazionale, solo un'Europa unita può esercitare una "vera influenza" sulle vicende mondiali.

L'irritazione di Atene
"La presidenza greca ha esplorato tutte le possibilità e i margini di gestione nel quadro delle procedure dell'Ue, per due volte abbiamo stabilito una posizione comune dell'Ue, ma le evoluzioni avanzano e, sullo sfondo, alcuni Paesi dell'Ue si allineano agli Usa, fuori dal quadro dell'Unione", ha detto Beglitis in un'intervista alla radio.

"Non dobbiamo avere l'illusione che l'Ue possa in modo coerente e coordinato creare una posizione comune. Tuttavia, noi faremo tutti gli sforzi in questo senso durante il Consiglio degli affari generali, domani, e del vertice di giovedì, se non saranno gia' iniziate le operazioni militari", ha concluso.

A Brusselles più divisi che mai
La presidenza greca dell'Unione europea ha confermato oggI lo svolgimento del Consiglio europeo di primavera, in programma a Bruxelles il 20-21 marzo, anche nel caso di un intervento militare contro l'Iraq. "Se c'è la crisi a maggior ragione si deve celebrare il Consiglio europeo", hanno sottolineato fonti della presidenza.

La Commissione Ue: guerra più probabile
Il massimo organo di governo dell'Unione ritiene la guerra in Iraq "più probabile che mai" ma esorta la comunità internazionale a compiere "ultimi sforzi" per trovare una soluzione pacifica alla crisi, secondo quanto detto da un portavoce dell'esecutivo. Se proprio un conflitto ci deve essere, si spera che sia "il più breve possibile" e causi quante meno vittime e distruzioni possibile.

Nel ribadire che deve essere l'Onu ad autorizzare qualsiasi iniziativa, il portavoce della Commissione ha sottolineato che si è in un "momento molto grave e difficile per la comunità internazionale", che come l'Ue è "divisa". Per il portavoce Reijo Kemppinen, a livello europeo ora bisogna lavorare per "ridurre i danni" causati all'Onu.


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Domenica, 16 Marzo 2003

Archivio


Iraq. Chirac, limite di 30 giorni agli ispettori


Il presidente francese Jacques Chirac


Parigi, 16 marzo 2003

Il presidente francese Jacques Chirac si è dichiarato pronto a prefigurare un limite di 30 giorni entro il quale gli ispettori dell'Onu debbano portare a termine il loro lavoro. Lo ha comunicato oggi la catene televisiva americana Cnn che in tarda serata diffonderà una intervista al capo dello stato francese.

Secondo la Cnn la posizione francese resta basata sull'idea di concedere 120 giorni agli ispettori, ma Chirac - rispondendo a una domanda nel corso dell'intervista - ha precisato che Parigi non avrebbe obiezioni se gli ispettori riuscissero a terminare il loro lavoro in 30 giorni.

"Il presidente della repubblica vuole spiegare agli americani la posizione della Francia sulla crisi irachena. Ha ugualmente parlato delle relazioni tra Francia e America", aveva detto in precedenza un portavoce dell'Eliseo.

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Registrata prima del vertice a Tre delle Azzorre, l'intervista sarà trasmessa negli Stati Uniti questa

Polmonite killer. E' allarme dell'Oms: la minaccia è mondiale, il virus arriva dall'Asia


Un dottore di Hanoi


Roma, 16 marzo 2003

L'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ha lanciato un'allerta a chi viaggia, avvertendo che un virus misterioso, responsabile di una grave forma di polmonite, ha superato i confini dell'Asia diventando "una minaccia sanitaria mondiale".

La minaccia viene dall'Asia
Lanciando oggi l'allarme a nome della direttrice generale Gro Harlem Bruntland dal quartier generale di Ginevra, l'Oms ha reso noto che una persona colpita dal virus si trova in isolamento in un ospedale di Francoforte, in Germania, dopo essere stata fatta scendere da un aereo che viaggiava tra New York e Singapore.

Due morti in Canada
Un portavoce dell'Oms ha quindi indicato che negli ultimi tre giorni il virus ha ucciso un'infermiera ad Hanoi e un uomo d'affari americano a Hong Kong, mentre si sospetta come causa della morte di due persone in Canada. Tv canadesi hanno indicato che una delle due vittime - appartenenti alla stessa famiglia, nella quale si sono ammalate altre due persone - era rientrata di recente da Hong Kong.

8 persone uccise dal virus
Se il sospetto venisse confermato, salirebbe a otto il numero degli individui uccisi dallo sconosciuto microrganismo segnalato la prima volta il mese scorso in Cina e che dà luogo a una 'grave sindrome respiratoria acuta' (Sars).

L'uomo d'affari americano, che aveva 50 anni, è deceduto giovedì scorso a Hong Kong, dove era stato ricoverato dopo aver visitato Shanghai e Hanoi. Undici persone affette dal virus sono state ricoverate oggi a Hong Kong, dove 47 paramedici l'hanno contratto. Quarantuno sono le persone ricoverate negli ospedali di Hanoi e 16 in quelli di Singapore, mentre altri casi sono stati registrati in Indonesia, Filippine e Thailandia.

Virus contratto a contatto con persone infette
Nell'allerta ai viaggiatori l'Oms fa notare che per contrarre il virus si deve essere stati necessariamente a contatto con persone affette ma non segnala nessuna area come a particolare rischio. Consiglia però a passeggeri ed equipaggi di navi e aerei in tutto il mondo di cercare di riconoscere fin dall'inizio i sintomi di questo tipo di polmonite, che si manifesta subito con gravi difficoltà respiratorie e febbri elevate.

Sirchia lancia preallerta
In accordo con l'organizzazione mondiale della sanità il ministro della salute Girolamo Sirchia ha deciso di attivare il "sistema di preallerta" degli uffici sanitari di frontiera in merito ai casi di polmonite atipica che si sono verificati all'estero, di origine sconosciuta.

"Non abbiamo ancora una precisa diagnosi dell'agente - ha spiegato il ministro Sirchia - ma in accordo con le disposizioni dell'Oms ho deciso di attivare oltre agli uffici sanitari di frontiera, gli assessorati regionali alla sanità e i due centri specializzati per le malattie infettive Spallanzani di Roma e l'ospedale Sacco di Milano".

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Sabato, 15 Marzo 2003

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"La minaccia Saddam va eliminata ad ogni costo"
Iraq. Bush: "Vedremo quali paesi tengono davvero alla libertà"

La minaccia Saddam va eliminata ad ogni costo"


Washington, 15 marzo 2003

Alla vigilia della partenza per le Azzorre, dove parteciperà al summit con Tony Blair e José Maria Aznar, il presidente George W. Bush, nel suo discorso radiofonico del sabato, ha detto che nella crisi irachena "i governi stanno dimostrando se il loro impegno per la libertà e la sicurezza è parola vuota, o una convinzione per la quale sono preparati ad agire".

Al centro del discorso di Bush c'è stata una lunga elencazione delle malefatte di Saddam Hussein, che gli ascoltatori - e i Paesi ancora esitanti in Consiglio di Sicurezza - sono stati invitati a "non perdere di vista".

Dopo aver chiamato Saddam "un dittatore senza scrupoli", Bush ha detto: "Sappiamo dai gruppi in difesa dei diritti umani che in Iraq i dissidenti vengono torturati, imprigionati o scompaiono misteriosamente; mani, piedi e lingue vengono loro tagliati; gli occhi cavati; e le donne sono stuprate di fronte ai parenti".

Nello scorso decennio - ha detto ancora il presidente americano - abbiamo visto troppi esempi delle conseguenze delle esitazioni del Consiglio di Sicurezza. E ha citato la Bosnia, il Ruanda e il Kosovo. "Dobbiamo renderci conto", ha concluso, "che anche oggi alcune delle minacce sono così gravi, e le loro potenziali conseguenze così terribili, che devono essere rimosse, anche se ciò richiederà l'uso della forza militare".

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Londra - Iraq. Straw: "Guerra più probabile, ma non inevitabile"

Il ministro degli esteri britannico Jack Straw


Londra, 15 marzo 2003

Una guerra in Iraq è "più probabile" di qualche settimana fa, ma è tuttora "non inevitabile". Lo ha detto il ministro degli esteri britannico
Jack Straw.

"La prospettiva di un'azione militare è oggi ben più probabile, e me ne dispiace molto, ma non è inevitabile", ha detto Straw in una intervista alla Bbc.

Secondo Straw il presidente iracheno Saddam Hussein "ha ancora tempo per obbedire" alle risoluzioni dell'Onu che lo obbligano a disarmare, ma "questo tempo è limitato".

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15/3/2003 - 8:39 - Washington - Iraq. Condoleeza Rice: "Ormai restano solo pochi giorni"

Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Condoleezza Rice


Washington, 15 marzo 2003

In una intervista alla tv araba Al-Jazeera il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Condoleezza Rice, ha detto che la finestra diplomatica per risolvere pacificamente la crisi irachena è ormai ridotta a uno spiraglio di pochi giorni. "Di certo, non parliamo più di settimane", ha detto la Rice, "perché questa faccenda è ormai durata troppo".

Il vertice di domani alle Azzorre fra George W. Bush, Tony Blair e José Maria Aznar, secondo il consigliere per la sicurezza "è l'ultimo tentativo per vedere se potremo convincere le persone ad assumersi le proprie responsabilità".

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Iraq. Giunto il dossier di Baghdad su distruzione gas nervino. Domani vertice Bush-Blair-Aznar

Bush e Blair


Washington, 15 marzo 2003

Il capo degli ispettori Onu Hans Blix ha ricevuto il rapporto dal governo iracheno dove si afferma che tutti i quantitativi di gas nervino VX sono stati distrutti da Baghdad da almeno dodici anni. Domani, alle isole Azzorre ancora uno sforzo diplomatico con il summit a tre, Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna.

Il rapporto di Baghdad
Il rapporto, scritto metà in arabo e metà in inglese per un totale di 25 pagine, è stato inviato per fax. Il dossier, scritto in linguaggio molto tecnico, "mostrerà prove credibili che tutti i quantitativi di gas nervino VX sono stati distrutti", aveva affermato l'ambasciatore iracheno all' Onu Mohameds Aldouri anticipando il contenuto del rapporto. Il documento sarà seguito da un secondo dossier iracheno dedicato alla distruzione dell'antrace.

In passato l'Iraq aveva detto di aver perso la documentazione relativa alla distruzione delle sue scorte di agenti letali dopo la guerra del Golfo del 1991.

Il vertice di domenica
Si terrà domenica nelle Azzorre il vertice straordinario fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna dopo il mancato accordo al Palazzo di Vetro dell'Onu sulla risoluzione-ultimatum all'Iraq. Un vertice "politico", ha precisato il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer, e non militare. Ufficialmente il vertice alle Azzorre è convocato per tentare di recuperare il consenso in seno all'Onu.

L'obiettivo del presidente americano George W. Bush, del premier britannico Tony Blair e dello spagnolo José Maria Aznar, dunque, è ripartire dall'arcipelago portoghese con un testo di risoluzione che permetta di sciogliere alcune strategiche riserve tra i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza. Si tratta di decidere la sorte della seconda risoluzione sul disarmo dell' Iraq presentata ai Quindici, un documento che potrebbe anche essere ritirato per evitare spaccature, insuccessi o minacciati veti. Ma come argomento centrale è annunciato il dibattito su come convincere Saddam ad andare in esilio.

Attacco su sud dell'Iraq con B-1
Almeno un bombardiere B-1 ha partecipato, venerdì, agli attacchi condotti da aerei da guerra americani e britannici contro postazioni radar irachene nel sud del paese.

Le incursioni, di cui si ha notizia da fonti del Pentagono citate dai media americani, segnano un'escalation nelle azioni condotte dall'aviazione alleata contro le difese aeree irachene.

E' infatti la prima volta che i B-1 vengono impiegati in queste azioni, finora delle scaramucce non adatte a bombardieri pesanti. I B-1 sono velivoli supersonici intercontinentali, capaci di portare fino a 84 bombe di 225 chili ciascuna.

Le pattuglie aeree americane e britanniche che sorvegliano le zone di non sorvolo a sud e a nord dell'Iraq, istituite dopo la Guerra del Golfo del 1991, hanno intensificato, dall'inizio dell'anno e poi ulteriormente da qualche settimana, i loro attacchi, che hanno ormai ritmi quasi quotidiani e che non sono più esclusivamente risposte a provocazioni irachene.

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Rovereto. Coppia di anziani uccisi, il figlio ha confessato



Il fatto di sangue è avvenuto a Rovereto ( Trento)


Rovereto, 15 marzo 2003

Marco Azzolini, 47 anni, ha confessato di aver ucciso i genitori. Lo ha ammesso al magistrato trentino che segue l'inchiesta, Marco Gallina, nell'interrogatorio durato circa tre ore nella caserma dei Carabinieri di Peschiera del Garda, che hanno fermato l'uomo.

Il presunto omicida avrebbe riferito di aver agito in preda ad un raptus e di non essersi reso conto di quello che stava facendo.

Marco Azzolini, trovato nella sua auto in stato confusionale, prendeva da tempo antidepressivi, come confermerebbero anche le varie confezioni trovate nello zainetto che aveva con sé. Oltre all'accusa di aver ucciso i genitori l'uomo, è stato denunciato per le armi. Le pistole, secondo quanto si è appreso, sono di proprietà di Marco Azzolini, ma quest'ultimo poteva solo detenerle mentre era sprovvisto del porto d'armi.

 

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Assassinio Djindjic. Individuati killer e mandanti


Zoran Djindjic


Belgrado, 15 marzo 2003

La polizia serba ha individuato i killer e i mandanti dell'assassinio del primo ministro Zoran Djindjic. "Abbiamo le prove e le dichiarazioni degli arrestati, che combaciano con quelle rese da altri membri dell'organizzazione criminale", ha riferito all'agenzia Beta il ministro dell'Interno, Dusan Mihajlovic.

Dopo l'omicidio di mercoledì scorso sono state arrestate 181 persone collegate alla mafia serba e ieri è stata demolita la villa di Dusan Spasojevic, un boss sfuggito alla cattura che è fra i principali sospetti. "E' chiaro che i ricercati non hanno via di scampo, questo non sarà l'ennesimo caso irrisolto", ha assicurato Mihajlovic.

Un altro ricercato è Milorad Lukovic, un ex comandante delle unità paramilitari serbe macchiatesi di molte atrocità
nelle guerre balcaniche degli anni '90. In Serbia è ancora in vigore lo stato di emergenza imposto dopo l'attentato, che permette arresti senza mandato e di tenere i sospettati in carcere fino a 30 giorni anche senza un'incriminazione.

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Afghanistan. Alpini pronti: al via oggi missione operativa

marzo 2003
E' cominciata la missione operativa degli alpini in Afghanistan. Da oggi alle 9 - ora italiana - la Task force Nibbio è a disposizione del comando americano di Enduring Freedom, la guerra al terrorismo internazionale.

"Con il Transfer of authority al comando della coalizione internazionale, il contingente militare italiano ha iniziato l'attività operativa", afferma lo Stato maggiore della Difesa in un comunicato ufficiale.

Compito dei 1.000 uomini della task force, quello di controllare il territorio nell'area calda di Khost, al confine con il Pakistan, considerata rifugio di terroristi di Al Qaeda e talebani.

I militari italiani, sottolinea lo Stato maggiore della Difesa, "hanno compiti di interdizione d'area nella zona di Khost, nella parte orientale dell'Afghanistan. Devono cioé mantenere il controllo della fascia di territorio che arriva al confine con il Pakistan, impedendo l'infiltrazione di appartenenti alle forze di Al Qaeda e talebane". Tutto ciò, "nell'ambito delle operazioni rivolte alla lotta al terrorismo internazionale, finalizzate a favorire il processo di stabilizzazione della regione".

Stamani, nella base di Bagram, a 70 chilometri da Kabul, si è appunto svolto il Toa, il Trasferimento di autorità tra Italia e Usa. Un atto ufficiale, previsto al termine delle fasi di dispiegamento e di integrazione del contingente con le forze della coalizione, quando la task force è considerata pronta all'impiego.

Con il Toa, il capo di stato maggiore della Difesa, Rolando Mosca Moschini, pur mantenendo il comando operativo dei militari italiani, ne delega l'impiego al comandante americano di Enduring Freedom in Afghanistan, il generale Daniel Mc Neil.

Si tratta di una delega, come più volte hanno precisato lo stesso Mosca Moschini e il ministro della Difesa, Antonio Martino, che avviene non al buio ma entro paletti precisi, che delimitano l'ambito e le modalità di azione degli alpini.

A controllare sul loro corretto impiego da parte degli americani sara' il generale Giorgio Battisti, 'senior national representative', cioe' l'ufficiale italiano piu' alto in grado.

Battisti, mantenendo una completa dipendenza dal capo di Stato
maggiore della Difesa, ne rappresenta l'autorità presso il comandante Usa delle operazioni ed avrà il cosiddetto diritto di veto: potrà cioé dire no, se i compiti assegnati alle unità italiane non sono "aderenti alla delega concessa".

La Task force Nibbio, comandata dal colonnello Claudio Berto, è composta in gran parte da alpini del Nono Reggimento della Brigata Taurinense, di stanza all'Aquila. E' dislocata parte a Bagram, sede del comando della coalizione, parte a Khost, nella base Salerno, dove già da alcune settimane sventola il tricolore.

Il ministro della Difesa Martino ha più volte affermato che quella degli alpini "è una missione ad alto rischio, la piu' impegnativa dalla fine della seconda guerra mondiale. Scontri a fuoco non si possono escludere, ma i nostri uomini sono perfettamente addestrati".

La durata della missione è di 6 mesi; il costo previsto di circa 100 milioni di euro.

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Sierra Leone. Si apre il processo Onu su 10 anni di guerra civile

L'ex leader dei ribelli del Fronte unito rivoluzionario (Ruf) Foday Sankoh


Freetown, 15 marzo 2003

Si apre oggi a Freetown, in Sierra Leone, un processo imbastito dalle Nazioni Unite che giudicherà dieci anni di guerra civile, che ha provocato decine di migliaia di morti e altrettante persone (uomini, donne, bambini) con arti amputati. Lo riferisce la Bbc.

Quattro gli imputati alla sbarra, su cui pende l'accusa di omicidio, stupro, atti di terrore, schiavitù a fini di sesso e sterminio: l'ex leader dei ribelli del Fronte unito rivoluzionario (Ruf) Foday Sankoh, due suoi luogotenenti, Morris Kallon e Issa Sesay, e Alex Brima, leader del Consiglio dell'esercito delle forze rivoluzionarie (Afrc). In attesa di sapere se dovrà anch'egli apparire davanti alla corte l'attuale ministro dell'Interno, Sam Hinga Norman.

Sankoh, in particolare, è accusato di essere colui che ha pianificato l'amputazione degli arti degli abitanti dei villaggi, anche i bambini piccoli, che appoggiavano le truppe governative, facendo della guerra civile in Sierra Leone un caso unico nella storia per il tipo di atrocità perpetrate. Norman prima di essere ministro è stato leader delle milizie filo governative Kamajor, a loro volta responsabili di eccidi.

Se riconosciuti colpevoli, i quattro non potranno essere condannati a morte, come previsto dalla legge sierraleonese, ma solo all'ergastolo, come stabilito dallo statuto delle Nazioni
Unite.

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Corea del Nord. Portaerei e bombardieri Usa al sud per esercitazioni


Un aveduta aerea dell'impianto di Yongbyon nella Corea del Nord


Seoul, 15 marzo 2003

Una portaerei statunitense e sei bombardieri "invisibili" sono in Corea del Sud per partecipare a manovre militari congiunte con le forze armate di Seoul. Erano dieci anni che un tale dispiegamento di forze non partecipava alle esercitazioni annuali. Secondo Pyongyang, le esercitazioni sono un pretesto per rafforzare il dispositivo militare Usa nel settore. "Gli Stati Uniti potrebbero attaccare la Corea del Nord
in qualsiasi momento", scrive oggi il maggiore quotidiano ufficiale del paese, il Rodong Sinmun. "Gli Usa stanno mettendo a punto la loro preparazione e potrebbero scatenare da un momento all'altro un attacco nucleare preventivo".

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Venerdì, 14 Marzo 2003

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Il premier britannico Tony Blair
Iraq. Blair propone un vertice con Bush e Aznar nel week-end

Il premier britannico Tony Blair

Londra, 14 marzo 2003

Il premier britannico Tony Blair sta valutando un possibile summit a tre sulla crisi irachena con il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ed il primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar.

E' quanto hanno fatto trapelare fonti di Downing Street all'agenzia di stampa Associated Press.


Il vertice potrebbe tenersi questo fine settimana, ma le fonti hanno precisato che per il momento non c'è niente di pianificato nel dettaglio e che l'incontro potrebbe anche non avvenire.


Secondo fonti della Casa Bianca, il summit potrebbe aver luogo in un quarto Paese, definito "neutrale".

 

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Berlino - Iraq. Schroeder: la maggioranza del consiglio di sicurezza Onu non vuole la guerra

Il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder


Berlino, 14 marzo 2003

E' necessario "avere il coraggio di lottare per la pace, fino a quando vi è anche la minima speranza di poter evitare la guerra". Lo ha detto il cancelliere Gerhard Schroeder parlando al Bundestag, il parlamento tedesco.

"Insieme ai nostri amici francesi, alla Russia, alla Cina e alla maggioranza del Consiglio di sicurezza, siamo più che mai convinti che si possa arrivare al disarmo dell'Iraq con mezzi pacifici".

Inoltre, secondo il cancelliere, "la maggioranza dei Paesi rappresentati nel Consiglio di sicurezza non vuole la guerra contro l'Iraq''.

Per questo il lavoro degli ispettori "deve continuare".
"Con un regime di ispezioni esteso possiamo ottenere un disarmo duraturo e verificabile ed è per questo che siamo e restiamo dell'idea che sia giusto insistere sulla logica della pace piuttosto che entrare in quella della guerra".

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New York - Iraq. Russia: proposte britanniche non sono costruttive. Straw: i veti avvicinano la guerra

York, 14 marzo 2003

La diplomazia delle Nazioni Unite continua il proprio lavoro ininterrotamente nel tentativo di trovare una intesa sulla crisi irachena. Ma con il passare dei giorni le posizioni sembrano allontanarsi.

Questa mattina il viceministro agli esteri russo Iuri Fedotov ha detto che Mosca ritiene che le nuove proposte britanniche sull'Iraq non siano costruttive perché non servono ad evitare uno scenario militare.

Intanto dalle colonne del quotidiano britannico The Guardian, il ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, ha detto che i veti in sede Onu (con particolare riferimento alla posizione francese) rendono più probabile il conflitto militare in Iraq.

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Lotta ai tumori. Berlusconi: possibile un aumento del costo delle sigarette

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi


Roma, 14 marzo 2003

La lotta contro i tumori passa anche attraverso la riduzione del fumo. E per raggiungere questo obiettivo "magari faremo pagare di più le sigarette". Lo ha affermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in occasione della presentazione della giornata oncologica nazionale per la prevenzione.

Il premier ha poi aggiunto scherzando: "E' un annuncio terrorizzante, e in realtà vuole esserlo".

"La lotta contro i tumori deve interessare ogni cittadino, per se stesso, per i propri cari e gli amici, cosi' come il governo che si impegna con iniziative sempre più incisive".

Confermando l'impegno del governo per la diffusione di campagne di sensibilizzazione, Berlusconi ha aggiunto sorridendo: "Sapete che sono padrone di sette reti televisive".



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Tlc. Ue: nessuna indagine su Wind-Enel, solo una "richiesta di informazioni"

Il commissario europeo Antitrust Mario Monti


Bruxelles, 14 marzo 2003

La Commissione Europea ha confermato l'invio al governo italiano di una lettera su "possibili aiuti di Stato in favore di Wind", ma attraverso un portavoce ha sottolineato che non si tratta ancora dell'apertura formale di una procedura per aiuti di stato, ma solo di una "richiesta di informazioni".


"E' del tutto normale", ha detto un portavoce del commissario Ue alla concorrenza Mario Monti, che in questi casi vengano richieste informazioni ma, ha aggiunto, "siamo molto lontani dall'avvio di una procedura".

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E' morto Murolo. La camera ardente allestita al Maschio Angioino

Roberto Murolo


Napoli, 14 marzo 2003

La salma di Roberto Murolo sarà portata alle 13.30 nella cappella Palatina del Maschio Angioino, dove sarà allestita la camera ardente.

I funerali si svolgeranno domani alle 9.30 nella Chiesa degli artisti in piazza

Trieste e Trento. Il sindaco Rosa Russo Iervolino renderà omaggio a Murolo, recandosi intorno alle 12 nella casa dell'artista.


Sul portone d'ingresso dell'abitazione al Vomero c'è un biglietto con la scritta "Chiuso per la morte del maestro Roberto Murolo".



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Rai. Annunziata presidente, Berlusconi: positiva la nomina di una donna


Roma, 14 marzo 2003

"E' positiva la nomina di una donna" al vertice della Rai. Questo il commento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla decisione presa ieri dai presidenti delle Camere.

Sulle voci di polemiche interne alla Casa delle Libertà sul nuovo vertice di Viale Mazzini, il premier ha assicurato: "Non c'è stata maretta".


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Giovedì, 13 Marzo 2003

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Iraq. Parigi boccia il compromesso britannico. Madrid: veto grave. Londra: seconda risoluzione ONU "meno probabile"

Il premier britannico Tony Blair

13 marzo 2003

A riferire l'orientamento del premier britannico è Duncan Smith, leader dei conservatori, uscito dal numero 10 di Downing Street prima di una riunione cruciale dei principali ministri del governo laburista. "La guerra a questo punto è diventata più probabile", ha commentato lo stesso Iain Duncan Smith. A rafforzare la tesi che, dopo la bocciatura francese della bozza di risoluzione britannica che imponeva sei condizioni molto strette a Saddam Hussein, la guerra si avvicini, arriva anche la dichiarazione del ministro degli Esteri britannico Jack Straw, che ritiene che "Il 'no' della Francia rende il processo più difficile".


Duncan Smith ha riferito che secondo Blair la Francia ha preso un atteggiamento "assolutamente intransigente", denunciato del resto con toni particolarmente duri dallo stesso premier britannico nell'ultimo, tesissimo, question time alla Camera dei comuni.

L'irritazione alleata per la chiusura francese emerge poco dopo in una dichiarazione del ministro degli Esteri spagnolo, Ana Palacio: con otto voti a favore della bozza britannica in seno al Consiglio di Sicurezza, il veto francese è "grave". In un'intervista alla radio Cadena Cope, Palacio ha sottolineato che "la Francia ha assunto una posizione così radicale che è diventato molto difficile avvicinare i punti di vista". Ciò nonostante Palacio considera ancora possibile ottenere il consenso necessario per andare ai voti nel Consiglio di Sicurezza venerdì o sabato prossimo.

La responsabile della diplomazia spagnola ha confermato che otto Paesi si sono impegnati ad appoggiare il testo preparato da Stati Uniti, Regno Unito e Spagna. Quanto all'eventualità di un ritiro della risoluzione, "non escludiamo nessuna possibilità come ipotesi di lavoro. Cercheremo il consenso fino all'ultimo momento - ha indicato Palacio - Abbiamo ancora tutta la giornata di oggi per andare avanti.

I Paesi che appoggiano la nuova risoluzione, ha detto Palacio "vogliono un cambiamento radicale e strategico nel regime di Saddam Hussein".

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Incidenti stradali. Strage sulla A4: otto morti in Veneto per la nebbia.


Ennesima strage sulle strade italiane


Venezia, 13 marzo 2003

Sono otto finora le vittime accertate nei maxi tamponamenti avvenuti stamani su entrambe le carreggiate sulla A4 tra Cessalto e Noventa di Piave, in Veneto, mentre nella zona vi era una fitta nebbia. E' rimasto coinvolto anche un pullman con a bordo dei bambini. Uno dei bimbi sarebbe in gravi condizioni ed è stato ricoverato in uno degli ospedali che stanno accogliendo i feriti. Anche una delle accompagnatrici, secondo quanto si è appreso, sarebbe rimasta ferita in maniera grave.Tra le vittime anche un vigile del fuoco che si stava recando al lavoro. Gli incidenti a catena si sono verificati in un momento di massimo traffico sula A4.

La dinamica dell'incidente
Un autorticolato carico di bombole di idrogeno ha preso fuoco e le fiamme si sono avviluppate su diverse auto. Provvidenziale è stato l'intervento di un elicottero dei vigili del fuoco che ha versato sull'asfalto litri d'acqua per evitare che il mezzo pesante scoppiasse, con grave pericolo per le decine di automobilisti bloccati nel groviglio delle lamiere. Sul posto si trovano decine di mezzi dei vigili del fuoco di varie province e numerose pattuglie della polstrada. Oltre un centinaio i mezzi che sono rimasti coinvolti. L'autostrada è chiusa al traffico in entrambe le direzioni di marcia

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Rai. Mieli: "Nessuna delle mie condizioni è stata accolta". L'Udc: ci ripensi

Paolo Mieli: la sua rinuncia getta pesanti ombre sul futuro Rai


Milano, 13 marzo 2003

"Nessuna delle mie richieste è stata esaudita, quindi, dopo aver aspettato per sei giorni un sì, sono stato io a dire no grazie". Questa la motivazione della rinuncia alla presidenza Rai che Paolo Mieli spiega in tre interviste a La Repubblica, La Stampa e Corriere della Sera. Dai centristi dell'Udc, intanto, arriva un invito a ripensarci.


"L'ufficio politico dell'Udc - si legge in una nota di ffusa in mattinata - auspica che il presidente della Rai designato dai presidenti del Senato e della Camera accetti il mandato, e invita il governo ad adoperarsi perché si realizzino tutte le condizioni utili a favorire lo svolgimento di tale mandato nella sua più piena autonomia".

I "motivi tecnico-politici" della rinuncia
Dopo aver ripercorso i momenti chiave di questa sua breve vicenda Rai, dall'offerta ricevuta ai contatti intercorsi con le autorità istituzionali, Paolo Mieli ricorda i tre punti da lui posti come essenziali: il contratto, ovvero la sua retribuzione; l'autonomia nella nomina del direttore generale; e il ritorno in video di Santoro e Biagi. Tutti nodi che non si sono sciolti. Mieli spiega che "c'è stato un blocco politico: c'era qualcuno che poteva pronunciare un sì o un no che sarebbe stato decisivo. Se avesse detto sì tutto sarebbe andato liscio, gia' sabato scorso avrei sciolto la riserva, e il balletto sarebbe durato un giorno. Invece...". Dice di non sapere, Mieli, se quel sì doveva essere pronunciato dal presidente del Consiglio: "Io non lo so. Con me - dice - Berlusconi è stato corretto, ma io so che quel sì non è mai stato pronunciato e siamo andati avanti e indietro per sei giorni. Volevano che mercanteggiassi su tutto...".

Il direttore generale
"Volevo che fosse prescelto, in accordo con il Tesoro, prima della riunione del Cda, per potermi sedere di fronte a lui e capire se avremmo potuto lavorare assieme. Gli avrei detto cosa intendevo fare e come volevo muovermi e lui mi avrebbe detto se ci stava. A quel punto avrei potuto portare il suo nome al Consiglio con cognizione di causa". I nomi? Mengozzi e Cappon. Esattamente quelli che circolavano. "Li avevo indicati con due criteri ben precisi: che avessero lavorato in Rai e che fossero capaci di far quadrare i numeri".

Il ritorno in Rai di Biagi e Santoro
"Li avrei richiamati - afferma Mieli - non perché sono amici miei o per segnare la rivincita di una Rai del passato che era stata cancellata. Li avrei richiamati perché sono due professionisti della tv molto validi, due personaggi che raccolgono ottimi ascolti. In una parola - continua - Biagi e Santoro sono quello di cui un'azienda come la Rai ha bisogno in questo momento di crisi. Ne ho parlato anche con Berlusconi, che con me è stato ineccepibile. In una lunga telefonata - racconta ancora Mieli - dedicata anche all'Iraq, alla guerra e ai problemi che l'Italia sta attraversando in questo momento, il premier mi ha spiegato il senso vero del suo discorso di Sofia e anche i fraintendimenti che ne erano derivati, e ha preso atto delle mie intenzioni".

Il fattore economico
"Ho deciso di mettere sul tavolo l'aspetto economico e l'ho fatto scientemente. Ho detto quanto guadagnavo come manager alla Rcs e ho chiesto che fosse tutto in chiaro, tutto in busta paga. Chiaro per me, per l'azienda e per il fisco". Senza preoccuparsi, dice Mieli, delle critiche conseguenti a una richiesta economica giudicata da tutti troppo alta per il manager di un ente pubblico. "Non me ne sono preoccupato - risponde - perché mi ha fatto scudo il mercato. Loro hanno cercato un manager per un'operazione di garanzia e il mercato ha risposto. Non mi vergogno della valutazione che il mercato dà del mio lavoro".

No ad una Rai ingovernabile
Mieli dice di allontanarsi dalla vicenda "sconfitto ma non amareggiato, perché la formula c'è e prima o poi qualcuno riuscira' a realizzarla nell'interesse del Paese". Se avesse accettato ugualmente? "... Sono bastati cinque giorni per capire che i paletti non avrebbero retto, se avessi accettato lo stesso - afferma Paolo Mieli - saremmo andati avanti mesi, magari per un anno, ma discutendo ogni giorno e la Rai sarebbe rimasta ingovernata".

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Scuola. Riforma Moratti, l’opposizione annuncia ricorso alla Corte costituzionale


Dopo l'approvazione al Senato, la Cgil annuncia per il 12 aprile una manifestazione nazionale


Roma, 13 marzo 2003

Divide la riforma della scuola, approvata ieri dal Senato con 146 sì e 101 no. Divide come normale per una legge che, tra professori e studenti, tocca tutte le famiglie italiane.


Il governo parla di "rivoluzione che ci avvicina all’Europa". L’opposizione annuncia una serie di ricorsi alla Corte costituzionale.

Tutta l’opposizione dice no alla riforma. Per l’Ulivo questa riforma icancella l’obbligo scolastico, mentre il tanto pubblicizzato anticipo è legato alle disponibilità dei Comuni che spesso non hanno i soldi.

Più duri i giudizi dei Comunisti italiani che parlano di passi indietro di 40 anni. Per Rifondazione comunista, la Moratti “riduce l’istruzione all’alfabetizzazione della manovalanza ultraflessibile con la formazione pagata dallo Stato”.

Il sì e i no del sindacato
Dura anche la reazione dei sindcaati. La Cgil annuncia per il 12 aprile una manifestazione nazionale di protesta che seguirà lo sciopero sul contratto del 24 marzo. Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, parla di “giornata di lutto”.

Ma c’è anche chi, come Fedele Ricciato dello Snals, garantisce il “massimo impegno per l’attuazione della legge”.

E chi, come Giorgio Rembado dell’associazione presidi, parla di provvedimento “positivo” nonostante le preoccupazioni sulla copertura finanziaria.

Giudizio favorevole dal presidente di Confindustria, Antonio D’Amato: “Avevamo bisogno di una riforma che affrontasse i nodi della scuola per dare competitività e qualità allo sviluppo”.

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Dijndjinc assassinato. Il governo serbo accusa la mafia

La cupola della cosca Zemun aveva già tentato in passato di uccidere il primo ministro serbo


Belgrado, 13 marzo 2003
Il governo serbo accusa la mafia per l'uccisione del primo ministro Zoran Djindjic. Ad organizzare l'assassinio, secondo un comunicato dell'esecutivo, sarebbe stata la cosca Zemun, responsabile di molti atti criminali negli ultimi anni, compresi omicidi e sequestri di persona.

La cupola

Tra i principali esponenti della cosca, il governo indica anche Milorad Lukovic, ex capo dei "Berretti rossi" un corpo speciale di polizia che negli anni '90 aveva combattuto nelle guerre balcaniche.

Fra gli altri componenti della cupola della cosca Zemun, il comunicato governativo cita Dejan Milenkovic (alias Bagzi), accusato dalla polizia di avere già tentato di assassinare Djindjic il mese scorso, con un camion che improvvisamente sterzò sulla superstrada, per investire frontalmente l'autovettura del primo ministro.

Quest'ultimo, che uscì incolume dall'incidente, accusò fin da allora il crimine organizzato di avere attentato alla sua vita.

Altri membri della cupola colpevole dell'attentato odierno, secondo fonti ufficiali, sono Dusan Soasijevic (alias Siptar) e Mile Lukovic (alias Kum).

Djindijc, 50 anni, è stato freddato da 3 cecchini nel cortile del palazzo del governo.


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Mercoledì, 12 Marzo 2003
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Turchia. La corte europea per i diritti umani condanna Ankara: il processo ad Ocalan non fu equo

 

Strasburgo, 12 marzo 2003

La Corte europea dei diritti umani ha accolto oggi il ricorso presentato dal leader curdo Abdullah Ocalan contro la Turchia ed ha condannato il governo di Ankara.

Nel caso Ocalan i giudici europei hanno rilevato fra l'altro violazioni della Convenzione europea dei diritti umani per i "trattamenti disumani" e il "processo non equo" subito dal leader curdo.

 

Processo Imi-Sir. La difresa di Squillante: "I soldi all'estero derivano da oeprazioni bancarie e immobiliari"


Oggi l'arringa difensiva dei legali di Squillante


Milano, 12 marzo 2003

"Il capo d'imputazione è uno sconquasso. Il Pm ha voluto metterci dentro ogni cosa ma nulla prova l' interessamento di Renato Squillante per la vicenda Imi-Sir". L'avvocato Andrea Fares, uno dei due difensori dell'ex capo dei Gip romani, spiega così, fuori dall'aula del processo Imi-Sir, la linea difensiva di fronte alla accuse dei pm. Poi entra in aula e inizia la sua arringa.

"I soldi trovati - argomenta Fares - si spiegano con movimenti di compensazione e con un'operazione immobiliare". Il legale, inoltre, conferma l'accordo tra il Principato del Liechtenstein e l'ex capo dei Gip Renato Squillante che riguarda la spartizione a metà dei 7 milioni di franchi svizzeri: è avvenuto alcune settimane fa all'insaputa dell'autorità giudiziaria italiana che li aveva sequestrati all'ex magistrato. "E' vero - dichiara l'avvocato Fares - metà del denaro non è più congelato ma Squillante non toccherà quei soldi e li lascerà dove sono finché la vicenda non sarà chiarita, anche perché c'è una richiesta di risarcimento da parte dell'Imi".

In aula l'avvocato Fares ha cominciato la sua arringa difensiva tesa "a smontare - come ha dichiarato davanti ai giudici - le convinzioni della pubblica accusa perché la condanna del dott.Squillante, da parte di altri, fuori da quest'aula, pare l'abbiano già decretata".

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Martedì, 11 Marzo 2003

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Romano Prodi: l'Ue abbndoni atteggiamento schizofrenico
Iraq. Prodi: "L'Europa non può continuare a chiedere all'integrazione prosperità e agli USA sicurezza"

Romano Prodi: l'Ue abbndoni atteggiamento schizofrenico


Bruxelles, 11 marzo 2003

"Non possiamo continuare a lungo con quella sorta di schizofrenia europea che consiste nel chiedere all'Ue e all'integrazione di fornire prosperità e sviluppo e di attendere invece dall'America la garanzia della sicurezza". In ore convulse di frenetico lavorio diplomatico imposto dalla crisi irachena, il presidente della Commissione europea Romano Prodi prende la parola al Parlamento europeo e avverte l'Europa: se vuole contare davvero nel mondo, è necessario un salto di qualità nel processo di integrazione politica e di Difesa.

"Oggi noi possiamo rilanciare la nostra unità - ha proseguito Prodi - Ce lo chiedono i nostri cittadini, ce lo impone l'incalzare degli eventi".

Ci sono "due tentazioni dalle quali ci dobbiamo guardare", ha avvertito Prodi: "La prima sarebbe quella di costruire l'Europa in contrapposizione con gli Usa". Questa crisi, ha aggiunto, "è segnata da forti divergenze sugli strumenti da adottare: si tratta di divergenze importanti perché segnano il confine fra guerra e pace". Ma, ha detto ancora Prodi, "si tratta di divergenze che né coinvolgono l'obiettivo ultimo delle nostre politiche e la solidità della nostra alleanza, né rimettono in causa il complesso dei rapporti transatlantici, la nostra storia comune, la portata dei nostri legami".

La "seconda tentazione" dalla quale "ci dobbiamo guardare è quella di concentrarsi solamente sul dissenso all'interno dell'Ue". "Detto tutto questo, affrontiamo a viso aperto le nostre debolezze", ha esortato: "gli europei non hanno infatti un obbligo soltanto politico di ricercare una posizione comune; dopo Maastricht, in virtù dei trattati, sono tenuti a dare prova di lealtà e di reciproca solidarietà". Ma, ha ammesso Prodi, "si tratta di meccanismi che hanno dimostrato di non essere sufficienti". Il presidente della Commissione ha aggiunto che "senza procedure e strumenti efficaci, la costruzione di una politica estera comune dell'Ue sarà improbabile e in ogni caso rimandata nel tempo: i nostri sforzi di immaginazione e le nostre volontà debbono essere all'altezza della sfida: rassegnarci - ha concluso Prodi - è semplicemente impensabile".

A margine della sessione plenaria dell'europarlamento, che si concluderà giovedì, si riunirà oggi anche la Commissione europea, alla quale il presidente Prodi presenterà le priorità per il bilancio del 2004, tra le quali rientrano anche stanziamenti per l'allargamento dell'Unione Europea e per il soccorso umanitario in Iraq.

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Pechino - Iraq. Zemin contatta Schroeder e parla con Bush: per la Cina gli ispettori ONU devono continuare il loro lavoro

Bush preoccupato: anche Jiang Zemin pone uno stop alla guerra


Pechino, 11 marzo 2003

La crisi irachena "deve essere risolta con mezzi pacifici", le ispezioni dell' Onu in Iraq "devono proseguire". Il leader cinese Jiang Zemin ha ribadito al presidente americano George W.Bush la sua posizione, vicina a quella di Francia e Russia, come la Cina membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Nella conversazione telefonica, secondo l'agenzia d' informazione Xinhua (Nuova Cina), Zemin ha detto a Bush che queste posizioni esprimono "il consenso raggiunto dalla comunità internazionale".

Zemin ha sottolineato l' importanza di mantenere intatte "l'unità e l' autorita"' del Consiglio di sicurezza dell' Onu. Il leader cinese ha parlato della crisi irachena anche col cancelliere Gerhard Schroeder: nei rapporti presentati al Consiglio gli ispettori dell' Onu hanno affermato di aver "fatto progressi" e perciò sarebbe sbagliato "fermarsi a metà strada".

La posizione cinese, pur in mancanza di una ufficializzazione del ricorso al veto in Consiglio di Sicurezza, si affianca così a quella di Russia e Francia.

Ieri sera, dopo il 'no' russo, anche il presidente francese Jacques Chirac ha spiegato in diretta tv che "la Francia voterà no perché considera che non c'è motivo di fare una guerra per raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati, il disarmo dell'Iraq". "E' certo -ha continuato Chirac- che in caso di guerra il primo vincitore sarà chi vuole lo scontro delle civiltà e delle culture". "Una guerra di questa natura -ha sottolineato ancora- non può che portare ad uno sviluppo del terrorismo".

A Palazzo di Vetro, oggi pomeriggio, sarà pubblico e non a porte chiuse il dibattito dedicato alla crisi irachena al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni, dibattito che sostituirà il voto sulla bozza di risoluzione presentata due settimane fa da Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna per lanciare un ultimatum a Saddam Hussein. Per guadagnare tempo nel disperato tentativo di raggiungere un compromesso fra le parti, nella riunione potranno prendere la parola non solo i quindici membri del Consiglio di Sicurezza, ma tutti i Paesi che fanno parte dell'Onu. La discussione si protrarrà così almeno fino a domani.

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New York - Iraq. Veto Francia e Russia. Gli Usa rinviano il voto sulla nuova risoluzione

Gli ispettori hanno chiesto a Saddam “un gesto clamoroso”


New York, 11 marzo 2003

L'ambasciatore americano alle Nazioni Unite ha annunciato il rinvio del voto sulla risoluzione che sancirebbe l'attacco all'Iraq.

Una scelta quasi obbligata dopo che, prima la Russia, poi la Francia - per voce del presidente Jacques Chirac - avevano minacciato ieri di ricorrere al veto se Stati Uniti e Gran Bretagna presentassero una seconda risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che imponga il disarmo di Bagdad con la forza.

Londra, intanto, ritocca il testo della risoluzione: potrebbero slittare il voto e l’ultimatum all’Iraq posto dagli anglo-americani e dalla Spagna per il 17 marzo.

Grandi manovre diplomatiche da parte dei due schieramenti, pro e contro la guerra, per conquistare l’adesione dei membri a rotazione del Consiglio.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, lancia un appello: “Un accordo anche all’ultimo momento rafforzerebbe il Consiglio di Sicurezza e renderebbe il mondo più sicuro”.


Ieri gli ispettori hanno invitato Bagdad a “compiere un gesto clamoroso” sulla via del disarmo.

Dal canto suo, Saddam ha fatto sapere che “siamo pronti alla guerra sino all’ultimo bambino, potremo resistere all’attacco”

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Iraq. Ciampi insiste: "I nostri riferimenti sono la Costuzione e l'ONU"



Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi


Roma, 11 marzo 2003

"In questi momenti gravi" occorre "seguire la nostra Costituzione e salvaguardare le istituzioni internazionali, a cominciare dall'Onu". Carlo Azeglio Ciampi inizia la terza giornata della sua visita nel Modenese nel Palazzo Ducale di Sassuolo. Poi incontra gli studenti dell'istituto tecnico industriale statale 'Don Ercole Magnani' e dell'istituto professionale 'Corni' e ripete la sua posizione sulla crisi irachena: è necessario difendere l'autorevolezza delle Nazioni Unite.

E' "giusto che i cittadini esprimano i loro sentimenti" sulla situazione internazionale e dunque sulla crisi irachena. "Per quanto riguarda noi che abbiamo responsabilità più ampie - ha spiegato Ciampi - i riferimenti sono chiari, e indicano anche la via da seguire". Si tratta, ha detto Ciampi, della "nostra Costituzione e della salvaguardia delle istituzioni che, per volontà dei popoli, presiedono all'ordine internazionale, in primo luogo le Nazioni Unite".

Dopo una visita alla Ferrari, a Fiorano, Ciampi nel pomeriggio sarà al campo di concentramento di Fossoli, dove nel 1944 transitarono 5mila prigionieri politici e razziali deportati ad Auschwitz e Dachau. Ciampi sarà poi al Museo della Deportazione di Carpi e, in serata, rientrerà al Quirinale.

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Rai. Il giorno della verità. Mieli come direttore generale chiede Cappon o Mengozzi

Sulla nomina del direttore generale si concentrano tutte le tensioni politiche


Roma, 11 marzo 2003
Sarà oggi la giornata decisiva per capire se sta per cominciare l’era Mieli alla Rai. O se invece è tutto da rifare. Entro stasera infatti il presidente designato della Tv pubblica dovrebbe concordare con l’azionista il nome del prossimo direttore generale.

Il passaggio non è facile, perchè sulla nomina del direttore generale rischiano di concentrarsi tutte le tensioni anche politiche.

Ieri Mieli, dopo i primi contatti nei giorni scorsi, ha parlato con i due presidenti di Camera e Senato ma soprattutto con i due rappresentanti dell’azionista Rai - Rai Holding e il ministero del Tesoro - per cominciare a ragionare sul nome del direttore generale.

Soltanto due sono le alternative proposte da Mieli a Piero Gnudi, presidente di Rai Holding, e poi a Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro: l’amministratore delegato di Alitalia Francesco Mengozzi, vicino ad Alleanza nazionale e al momento il più accreditato, e Claudio Cappon, già direttore generale della Rai nell’ultima fase della presidenza Zaccaria, uomo considerato vicino a Casini e a Prodi.

Ieri ancora giravano molte combinazioni possibili per la direzione generale, compresa quella di un direttore (Saccà) con quattro vicedirettori ( da scegliere in una rosa che comprende Marano, Del Bosco, Morrione, Del Noce, Paglia e Leone) che garantiscano tutte le anime politiche in una sorta di piccolo consiglio Rai.

Altre voci che si rincorrono a viale Mazzini sono quelle che vedono Minoli andare al posto di Paolo Ruffini a Rete3, con quest'ultimo che planerebbe al posto di Antonio Di Bella alla guida del Tg3.

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Medio Oriente. Riforma Anp, Usa: insufficiente la nomina di un primo ministro. Manca il cambio di potere

Usa: Arafat non può tenere per sé il potere decisionale


Washington, 11 marzo 2003

Il governo di Washington giudica insufficiente la nomina di un primo ministro palestinese, nella persona di Mahmoud Abbas, poichè questa riforma "non comporta il cambiamento delle strutture di potere".

"Questo cambiamento - ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Richard Boucher - non è un cambiamento di strutture. Il cambiamento che deve essere realizzato è un cambiamento di potere nelle istituzioni palestinesi, in modo che noi, gli israeliani e altri possiamo lavorare con loro".

In particolare, a Washington si rifiuta il fatto che il presidente palestinese Yasser Arafat (l'uomo ritenuto un interlocutore inaccettabile da Washington e da Gerusalemme) intende tenere per sè il potere decisionale sulla sicurezza e sulla pace.


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Lunedì, 10 Marzo 2003

Archivio
Iraq. Arafat al Parlamento palestinese: "Fermiamo la guerra". El Baradei a Saddam: serve un "gesto spettacolare"

Yasser Arafat: oggi storica riunione del Parlamento palestinese


Ramallah, 10 marzo 2003

"Mi appello alla comunità internazionale perché blocchi l'imminente guerra al nostro fratello Iraq e dia tempo sufficiente agli ispettori", ha detto Yasser Arafat aprendo i lavori del Consiglio legislativo palestinese riunito a Ramallah (Cisgiordania) per approvare la nomina a premier di Mahmud Abbas (Abu Mazen).

La riunione del Parlamento palestinese si svolge nella Muqata, il quartier generale del presidente palestinese semidistrutto dall'esercito israeliano durante i ripetuti assedi dello scorso anno. Secondo fonti palestinesi i soldati israeliani hanno impedito a nove parlamentari palestinesi della Cisgiordania di raggiungere Ramallah per partecipare alla riunione del Clp, mentre i deputati della Striscia di Gaza sono collegati in videoconferenza.

Dalle pagine del giornale in lingua araba pubblicato a Londra, al Hayat, intanto, il capo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) Mohammed El Baradei chiede a Baghdad "un gesto spettacolare" che dimostri la cooperazione con gli ispettori delle Nazioni Unite e fermi la guerra.

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Terrorismo. Condannati in Germania 4 algerini: progettarono attentato a Strasburgo


L'inchiesta non è riuscita a stabilire i legami con bin Laden


Francoforte, 10 marzo 2003
Si è concluso con quattro condanne a pene da 10 a 12 anni di prigione il processo, istruito a Francoforte, in Germania, contro tre
algerini e un franco algerini accusati di aver pianificato un attentato dinamitardo nel mercatino di Natale presso la cattedrale di Strasburgo, in Francia.

Gli algerini sono stati condannati sia per la trama terroristica, sia per il possesso illegale di armi.

L'inchiesta nei loro confronti, invece, non è riuscita a stabilire se il gruppo avesse legami con il network terroristico Al Qaida. La pubblica accusa aveva ipotizzato che i quattro facessero parte di un'organizzazione chiamata "Mujahideen non allineati", con una solida connessione con Al Qaida. Ma a gennaio il pubblici ministeri abbandonarono questa ipotesi.

La pena più pesante, 12 anni, è stata comminata a Sali Boukari, seguito dagli 11 anni e mezzo di Fouhad Sabour. I due hanno negato che lo scopo dell'attentato fosse far male a persone, affermando che l'obiettivo era colpire una sinagoga vuota di Strasburgo. La loro versione è stata però smentita da Aeroubi Beandalis, il quale ha confessato che l'obiettivo era la gente che frequentava il mercato di Natale del 2000 al di fuori della Cattedrale di Strasburgo. Beandalis è stato condannato a 10 anni, uno in meno del quarto accusato, Lamine Maroni. La pubblica accusa aveva chiesto sei mesi in più per Boukari e un anno in meno per Maroni. Accettate invece le richieste per i restanti due.

Il processo ha avuto inizio il 16 aprile scorso, tra ferree misure di sicurezza e confortato dalla speranza, poi delusa, che i quattro potessero svelare la rete di Al Qaida in Europa. Per quanto i quattro abbiano infatti ammesso di essere stati addestrati in campi afgani dal 1999 al 2000, le informazioni da loro fornite non hanno aggiunto dettagli sconosciuti agli investigatori.

Del gruppo faceva parte anche Mohammed Bansakhria, considerato il leader, il quale scappò dalla Germania, ma fu arrestato a giugno 2001 in Spagna ed estradato in Francia. Bensakhria, conosciuto anche come Meliani, è in attesa di giudizio per una serie di trame terroristiche, tra cui anche quella del mercato di Natale di Strasburgo.


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Incidente stradale. Arrestato il pirata del Forte dei Marmi: sarà processato già in mattinata

La Rover sulla quale viaggiava il pirata della strada è ancora danneggiata


Viareggio, 10 marzo 2003

Guidava la Rover blu del fratello, ha appena 22 anni e lavora alla Nuovo Pignone. E' lui, stando alle testimonianze di chi ha visto l'incidente, il pirata della strada che ieri mattina, sui viali a mare di Forte dei Marmi, ha travolto e ferito gravemente tre giovani salernitani. Sandro Marino, residente a Massa, è stato arrestato dai Carabinieri e verrà processato per direttissima alle 12.00 dal tribunale di Viareggio.

I militari lo hanno rintracciato a Massa, grazie alle indicazioni fornite dai testimoni dell' incidente, che hanno permesso di rintracciare l' auto che li ha travolti, una Rover blu parcheggiata davanti all' abitazione di Marino, coperta con un telo di plastica per nascondere il parabrezza ed il paraurti anteriore infranti in seguito all' urto con i tre salernitani.

Dopo un appostamento, i militari lo hanno arrestato a pochi metri da casa, mentre camminava per strada col fratello. Ad un primo interrogatorio Marino avrebbe detto di ricordare molto poco dell' incidente. Gli inquirenti ritengono che ieri mattina egli fosse in stato di alterazione e che la Rover blu stesse viaggiando addirittura contromano.

Restano molto critiche le condizioni della ragazza di 25 anni, D.L., ricoverata all' ospedale della Versilia. Stanno invece meglio gli altri due amici travolti dalla Rover.

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Pil. L'Istat conferma le stime: nell'ultimo trimestre 2002 crescita all'1% su base annuale

marzo 2003

Nel quarto trimestre del 2002 il Pil è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell'1,0% rispetto allo stesso trimestre del 2001. I dati confermano la stima preliminare Istat diffusa il 28 febbraio.

Per una corretta comparazione dei dati, sottolinea l'Istat, occorre considerare che nel quarto trimestre del 2002 si sono avute due giornate lavorative in meno rispetto al terzo trimestre del 2002 e lo stesso numero di giornate lavorative rispetto al quarto trimestre del 2001. Nel quarto trimestre il PIL è cresciuto in termini congiunturali dello 0,5% in Giappone, dello 0,4% negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dello 0,2% in Francia ed è risultato stazionario in Germania.

Nell'area Euro si è registrato un aumento dello 0,2% in termini congiunturali e dell'1,2% in termini tendenziali. I risultati della Francia, della Germania e del Regno Unito sono corretti per il diverso numero di giornate lavorative.

In termini congiunturali, le importazioni di beni e servizi sono aumentate del 2,1%, il totale delle risorse (PIL e importazioni di beni e servizi) dello 0,8%. Dal lato della domanda, le esportazioni sono diminuite dello 0,1%, gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 2,1%, mentre i consumi finali nazionali sono cresciuti dello 0,6%.

Nell'ambito dei consumi finali, la spesa delle famiglie residenti è aumentata dell'1,0%, quella della pubblica amministrazione e delle istituzioni sociali private è diminuita dello 0,6%.


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Rai. Scritte antisemite, Lerner solidale con Mieli. Oggi il presidente designato incontra Pera


Paolo Mieli


Roma, 10 marzo 2003

E' un "segno di un'ignoranza che inquieta, specie quel riferimento agli ebrei come estranei alla cittadinanza italiana... Siamo davanti davanti a un veleno culturale che ha radici forti nel Novecento, l'idea della doppia cittadinanza, dell'ambiguità degli ebrei che siccome hanno un'appartenenza di tradizione e fede legata alla storia del loro popolo non potrebbero per questo essere leali cittadini italiani". Delle scritte antisemite indirizzate a Paolo Mieli, Gad Lerner offre una lettura storica e culturale preoccupata e preoccupante. E riucordando la sua breve esperienza alla direzione del Tg1, rivela: "E' un veleno che talvolta ritorna, ne so qualcosa". La settimana, intanto, si apre all'insegna del nuovo scontro politico sull'eventuale ritorno sugli schermi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro.

Mormorii
"E' successo che sottovoce, sussurrato lungo i corridoi, sia stato usato prima contro di me e poi contro Mimun - continua Lerner intervistato dal Corriere della Sera - quando abbiamo assunto la direzione del Tg1: non si può mettere un ebreo alla guida del principale telegiornale italiano, si rivolge ad una popolazione in maggioranza cattolica. E' un argomento -prosegue Lerner- che compariva pure nelle trattative di lottizzazione dei partiti, anche se nessuno lo rivendicava in pubblico, chiaro, e la cosa ancora più ignobile è che lo si attribuiva falsamente al Vaticano, si diceva che non avrebbe gradito. Il che è una menzogna, quando diedi le dimissioni fu il portavoce vaticano Navarro Valls a chiedermi di restare".

A Milano, intanto, dopo la condanna espressa da molti esponenti politici, un comunicato del comitato di redazione dei giornalisti e della rappresentanza sindacale del personale impiegatizio della sede Rai esprimono "piena solidarietà a Paolo Mieli".

La condanna del personale Rai di Milano
"Mani razziste e antisemite - afferma una nota congiunta - hanno imbrattato i muri della sede Rai di Milano con ignobili frasi nei confronti di Paolo Mieli, appena nominato consigliere di amministrazione della Rai e indicato come futuro presidente. I lavoratori della Rai di Milano condannano senza riserve l'inqualificabile gesto e esprimono piena solidarietà a Paolo Mieli. All'interno dell'azienda di Corso Sempione - concludono Rsu e Cdr - non hanno e non troveranno mai spazio idee di intolleranza razziale e religiosa. Da chi lavora nell'azienda di servizio pubblico saranno sempre difesi i valori della democrazia".

A Viale Mazzini
Quella inziata oggi è la prima settimana di lavoro per il nuovo consiglio di amministrazione della Rai, ma il neopresidente indicato, Paolo Mieli, non ha sciolto la sua riserva. E se le scritte antisemite apparse a Milano gli hanno portato la solidarietà su tutti i fronti, il centrodestra continua a non risparmiargli critiche per le sue affermazioni su Biagi e Santoro.

E' il caso del giornalista di Sciuscià, che nel frattempo non si è risparmiato interviste dai forti accenti polemici nei confornti dei vertici Rai sia della presidenza Baldassarre che della gestione Zaccaria, a tenere banco nell'agenda del cda della Rai. Ma sul tavolo è anche la questione del direttore generale, che, tra l'altro, ieri ha visto Maurizio Costanzo raccogliere la candidatura ufficiale di Francesco Cossiga. In mattinata, colazione a Palazzo Giustiniani fra il presidente designato Mieli, il presidente del Senato Marcello Pera e lo storico Bernard Lewis. L'occasione formale è la conferenza che Bernard Lewis terrà nel pomeriggio al Senato ma non e' difficile immaginare che si parlerà anche di Rai.

Santoro: centrodestra in fibrillazione
A Giovanni Alemanno non è piaciuta la richiesta di Paolo Mieli di far tornare sul video lui e Biagi: "Certamente - dice il ministro - ha rimesso in campo due fantocci tra i più fastidiosi. Non abbiamo vinto le elezioni per rivedere Biagi e Santoro in tv, ma non ci dobbiamo neanche spaventare: ci hanno fatto tanto arrabbiare da farci tornare in piazza e tornare a vincere", gli fa eco il presidente della Regione Lazio, Francesco Storace. "Il loro portaborsismo - aggiunge - ci ha dato la benzina per vincere contro l' Ulivo". Le dichiarazioni non propriamente concilianti di Santoro a più organi di stampa non sono piaciute neppure a Marco Follini (Udc): "Ho letto l'intemerata intervista di Santoro: faccio notare che lui non e' Matteotti, che Berlusconi non è Mussolini, e che quando tornerà in video non sarà lo sbarco in Normandia". E Sandro Bondi, portavoce di Forza Italia, aggiunge: 'Chi avesse ancora qualche dubbio sull'abitudine di Santoro al dileggio e al linciaggio degli avversari politici, oltre che sulla sua propensione al vittimismo e contemporaneamente alla spacconeria, si legga le interviste rilasciate oggi da Santoro su alcuni quotidiani, e si chieda in buona fede se questo stile si addice ad una informazione pubblica, libera e rispettosa di tutte le opinioni". Per il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Alessandro Cé, "quello di Mieli non è un gran bell'esordio. Noi riteniamo che sia Biagi, sia Santoro, non abbiano rispetto per la deontologia del giornalista che, anche se ha le proprie opinioni, deve cercare di essere più neutrale possibile".

Il tribunale mi ha dato ragione
"Mai e poi mai - replica Michele Santoro - ho paragonato me stesso a Matteotti, anche per la semplice ed ovvia ragione che mi ritengo ben vivo e non morto. Inoltre vorrei ricordare a tutti che ci sono ben due sentenze della magistratura che impongono il nostro reintegro, e mi auguro quindi che il servizio pubblico si distingua anche per applicare la legge"

Giulietti: subito in tv a parlare di una folle guerra
Ad auspicare quel suo ritorno in Rai al più presto "con Biagi, Fazio e gli altri" è invece il segretario ds Piero Fassino: "Sarebbe molto bello - propone poi il Ds Giuseppe Giulietti - che Enzo Biagi e Michele Santoro, magari sotto la direzione di Carlo Freccero, potessero tornare in video con una grande striscia di informazione quotidiana dedicata ad una folle guerra che appare sempre più vicina".

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Rapimento Moro. Andreotti non cambia idea: "Il presidente non si poteva salvare, lo sapeva anche Craxi"

Il senatore a vita Giulio Andreotti


Roma, 10 marzo 2003

"No, Moro non poteva proprio essere salvato". In un'intervista al Tempo, a pochi giorni dal ventisettesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro da parte delle Br, il senatore a vita Giulio Andreotti, all'epoca presidente del Consiglio, rinnova la sua intima convinzione di spempre: per salvare il leader Dc fu fatto il possibile. Purtroppo senza risultati.

"L'unica alternativa al sacrificio di Moro - spiega Andreotti - era il riconoscimento delle Br come partito. Proprio questo era lo scopo dei terroristi: sostituirsi al Pci, accusato di essersi venduto alla borghesia appoggiando un governo a guida Dc. Cedere su questo punto sarebbe stato un tradimento nei confronti delle altre vittime del terrorismo brigatista e, nella migliore delle ipotesi, carabinieri, poliziotti, finanzieri, magistrati si sarebbero rifiutati di continuare il loro lavoro di lotta al terrorismo, se per salvare uno di noi fossimo scesi a patti con questa gente".

"Qualche democristiano favorevole alla trattativa c'era - racconta Andreotti - ma il vertice e tutto il gruppo dirigente di piazza del Gesù era assolutamente unito. Anche Craxi - dice - era assolutamente convinto che purtroppo non c'era nulla da fare. La tradizione umanitaria socialista lo portò a cercare contatti. Noi ci adoperammo con tutti: con la Siria, con la Libia, con Arafat. Inutilmente".

Quanto al Vaticano, Andreotti respinge l'ipotesi che la richiesta di liberare Moro 'senza condizioni', contenuta nella lettera aperta alle Br di Papa Paolo VI, fosse stata voluta, suggerita o quanto meno ispirata dal governo italiano: "Il Pontefice scrisse di suo pugno la lettera - afferma il senatore a vita - senza che nessuno gli consigliasse di adoperare quella formula".

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Domenica, 9 Marzo 2003
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Rai. Scritte antisemite, Mieli commenta: "Segnale preoccupante". Solidarietà unanime


Paolo Mieli è stato bersaglio di scritte ignobili


Milano, 9 marzo 2003

"E' un segnale preoccupante". Così Paolo Mieli commenta le scritte antisemite apparse contro di lui ieri sera sui muri intorno alla sede Rai di Milano. Sono molte le reazioni di sdegno su questo episodio odioso, e si moltiplicano le dichiarazioni di solidarietà al presidente della Rai.

Reibman: clima d'intolleranza
Sul fatto è intervenuto con una nota Yasha Reibman, portavoce della Comunità ebraica di Milano: "Esprimiamo anzitutto la nostra solidarietà a Paolo Mieli - ha dichiarato - per queste scritte infami e il miglior in bocca al lupo per il suo nuovo e difficile incarico".

Le "striscianti parole" del Tempo
"Purtroppo non solo i muri delle città sono imbrattati, ma proprio oggi sul quotidiano Il Tempo in prima pagina - prosegue Reibman - ha trovato spazio un editoriale firmato da Mario Caccavale nel quale si dice che 'un dato lascia perplessi, che grazie a un democristiano come Casini l'intero sistema televisivo sia dominato da professionisti eccellenti, ma di cultura e sensibilità non cattolica, come il nuovo presidente della Rai e i direttori dei due maggiori Tg di Rai e Mediaset'. Queste striscianti parole feriscono più delle scritte sui muri".

"Ci preoccupa questo rinnovato clima di intolleranza e di mancanza di rispetto. Ancora una volta - conclude Reibman - delle persone sono giudicate in quanto 'ebrei', e Caccavale non ha nemmeno il coraggio di usare questa parola. Il presidente Pierferdinando Casini, Paolo Mieli, Clemente Mimun e Enrico Mentana hanno la nostra solidarietà. E' necessario che giornate tristi come oggi non si ripetano".

Solidarietà dal presidente della Camera
Anche il l presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha espresso la sua solidarietà a Paolo Mieli. Lo riferisce l'Ufficio stampa della Camera dei Deputati.

Pera: gesto infame
"Le scritte antisemite contro Paolo Mieli sono un gesto infame compiuto da infami individui che alimentano i più turpi sentimenti contro una persona che merita profondo rispetto, contro coloro che professano religione ebraica, contro tutti i democratici". Lo afferma il presidente del Senato Marcello Pera. "La testa del serpente antisemita - aggiunge Pera - deve essere schiacciata e tutti devono sentirsi impegnati. Esprimo a Paolo Mieli la mia amichevole solidarietà nel nome di quei valori di libertà e tolleranza che costituiscono il comune sentire degli italiani".

Fassino: atto infame
"Un atto vigliacco e infame che indica soltanto la miseria morale e umana di chi lo ha compiuto". Questo il commento del segretario dei Ds Piero Fassino. "A Mieli - aggiunge Fassino - va la ferma e determinata solidarietà dei Ds. Se qualcuno con quelle scritte voleva intimidire Mieli e chi lo sostiene - conclude - sappia che ha sbagliato indirizzo".

Fini: sono infamie
"La condanna e la riprovazione di fronte a certe infamie sono doverose ma insufficienti". E' il commento del vicepresidente del Consiglio e leader di An Gianfranco Fini. "Nei confronti degli autori di queste scritte - aggiunge Fini - il sentimento che accomuna gli italiani non può che essere che quello del disprezzo".

Costanzo: segnale di inciviltà
"Mi sembra un gran brutto debutto questa presenza antisemita, che non va da nessuna parte, va solo dalla parte dell'inciviltà di chi ha realizzato quelle scritte". Così Maurizio Costanzo ha commentato l'episodio di oggi, aprendo la puntata di Buona Domenica.

Cofferati: "menti esaltate"
Il presidente della Fondazione Di Vittorio, Sergio Cofferati, in una nota definisce "un atto ignobile e vergognoso quanto accaduto a Milano". "E' un atto prodotto da menti esaltate al quale devono dare la più ferma risposta tutti i democratici. E' necessario - afferma Cofferati - non avere alcuna tolleranza nei confronti di chi minaccia o di chi vuole ricreare ostilità antisemite. A Paolo Mieli - conclude - tutta la mia solidarietà e la mia stima".

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Cronaca. Napoli, crolla ascensore in edificio: 1 morto e 4 feriti


La tragedia è avvenuta nel quartiere Vomero


Napoli, 9 marzo 2003

Una persona è morta e altre quattro sono rimaste ferite nel crollo di un ascensore avvenuto poco fa in un edificio a Napoli, nel quartiere Vomero.

L'incidente è avvenuto al numero 2 di via Toma, a poca distanza da piazza Vanvitelli.

 

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Terrorismo. Cofferati: le nuove BR non hanno radicamento sociale

Sergio Cofferati


Roma, 9 marzo 2003

Sergio Cofferati non è d'accordo con il sottosegretario Maurizio Sacconi che, a proposito del risorgente terrorismo delle Brigate Rosse, ha rinnovato il suo allarme sulla "presenza di nicchie anomale nei luoghi di lavoro del Nord-Est".

" I sopravvissuti di oggi - dice in un'intervista a Repubblica - per fortuna non hanno il radicamento sociale della prima esperienza delle Brigate Rosse. Le forme che assume l'azione di queste BR assomiglia più alla Rofe Armee Fraktion (Raf) che non alle prime Br perché non hanno, appunto, radicamento sociale".

Cofferati crede invece che i terroristi di oggi "siano un corpo che ha scelto di stare fuori, di essere altrove" e "abbiano abbandonato l'ambizione di penetrare il mondo del lavoro".

L'appello ai movimenti contro la guerra
Ai movimenti contro la guerra, però, Cofferati dice: rappresentare le proprie istanze in forme illegali è sbagliato: possono venire strumentalizzati.

"L'illegalità, anche quando non è palesemente reato - sottolinea - è portatrice di per sé di una scarsa o mediocre capacità di comunicare le proprie ragioni e può creare condizioni che possono essere strumentalizzate da altri".

Cofferati ricorda poi i giorni del G8 di Genova, e spiega di non aver mai visto in precedenza "tanta violenza abbattersi su un movimento composito e appassionato di persone così diverse e così giovani". E si chiede "che fine hanno fatto i black bloc, che poi sono stati all'origine delle violenze. Due, tremila persone sono come scomparse nel nulla".

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Giustizia. Si riaccende la polemica tra toghe e politici

Il ministro della Giustizia Roberto Castelli


Roma, 9 marzo 2003

Il giro di vite deciso dal governo sulle carriere dei magistrati riaccende la polemica tra toghe e politici. I magistrati dicono no al maxi-emendamento del governo che, separando le funzioni tra giudici e pubblici ministeri, gerarchizzando le Procure, riscrive la riforma dell'ordinamento giudiziario alttualmente all'esame del Senato.

Anche l'Ulivo protesta. Il segretario dei Ds Piero Fassino parla di "proposte inadeguate che certo non accelerano i processi". Il Polo ribatte e difende il provvedimento.

Per il guardasigilli Roberto Castelli i magistrati "politicizzati sono il 27 per cento, cioè la percentuale di iscrizione ad una corrente che esiste già". Il riferimento evidente è a magistratura democratica.

Il ministro della Giustizia, che ha parlato da Treviso, ha anche attaccato, senza nominarlo in modo esplicito, il procuratore di Verona Guido Papalia che ha indagato a lungo sulle camice verdi della Lega.

L'opinione di Caselli
"Il maxiemendamento sulla giustizia contiene un grosso rischio: farci tornare indietro di tanti anni". E' l'opinione del procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli. "Ancora una volta - spiega - si sta discutendo su riforme che interessano specialmente la giustizia degli imputati eccellenti, mentre dimentichiamo che si continua a non intervenire sulla giustizia del quotidiano. Cirami, rogatorie, immunità parlamentare, Csm, falso in bilancio e via elencando: si polemizza su tutto e niente di questo 'tutto' sfiora la questione nevralgica dell'ordinamento giudiziario, la durata dei processi". Castelli è anche critico per la soppressione dei Tribunali dei minorenni: "si rischia di tornare all'epoca in cui era privilegiato il discorso repressivo".

E Pecorella
Sull'argomento il quotidiano raccoglie anche l'opinione del presidente della Commissione Giustizia della Camera, Gaetano Pecorella, che difende il provvedimento approvato dall'esecutivo. "Sono allibito - afferma - più che le grida sguaiate di parte della magistratura e del centrosinistra mi aspettavo semmai le proteste degli avvocati perchè, al di là delle strumentalizzazioni, questa è una riforma molto moderata: si limita a differenziare il concorso di ammissione, non separa affatto le carriere di giudici e pm". Secondo Pecorella, "la partita è tra chi a cuore l'efficienza della giustizia e chi trae vantaggio dal caos. Non esiste il minimo rischio per l'indipendenza dei magistrati".

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Sanremo. Baudo difende il Festival: "Se sbaglio lo faccio in buona fede"

Pippo Baudo con le co-conduttrici Gerini e Altieri


Sanremo, 8 marzo 2003

Soddisfatto degli ascolti di ieri, pentito di aver fatto 'Destinazione Sanremo' e di aver fatto gareggiare troppi Big, contento della 'tenuta' dei cantanti italiani rispetto agli ospiti stranieri, e convinto di essere sempre e comunque in buona fede. E' un Pippo Baudo sereno quello che, dopo una iniezione per alleviare i dolori alla spina dorsale, si presenta senza preavviso in sala stampa.

"Ieri sera è andata bene - esordisce - C'era una contro-programmazione più fragile, questo ci ha favorito. Onestamente non mi aspettavo questi risultati, la serata dei Giovani è sempre un po' dura. L'anno scorso eravamo passati da 16 a 10 artisti, stavolta erano 16 con mezz'ora in più di durata. Ma ha tenuto molto bene. L'idea di un Festival impaginato diversamente è passata".

Ma super-Pippo non si fa illusioni: "E' chiaro che c'è sempre un domani, un lavoro da fare". Replica alle critiche sulle giurie specializzate, mosse anche dalla Fimi - "i nomi dei giurati loro li avevano approvati" -, e difende il suo Festival dicendo che il calo di ascolti è "fisiologico per una manifestazione che dura da 53 anni. Noi abbiamo voluto fortemente, sbagliando, fare Destinazione Sanremo, perché eravamo timorosi della concorrenza di Operazione trionfo. Pensavo di avere del materiale più consistente".

Anche se difende alcuni artisti, Patrizia Laquidara in primis. E poi risponde a chi osserva che i superospiti stranieri non hanno alzato gli ascolti: "Se gli stranieri non portano picchi come Madonna, vuol dire che i nostri cantanti sono autorevoli. Ma qualche straniero dobbiamo metterlo perché Sanremo è una vetrina internazionale". Ha una risposta per tutti, Baudo. Anche sul Dopofestival, iper-criticato fin dal suo esordio. Domande a raffica, ma Baudo para i colpi: sui rapporti di forza con le case discografiche dice che "Non è un rapporto facile, il direttore artistico non ha potere di veto sulle canzoni. La mia è un' operazione di convincimento".

Ma allora lei non è responsabile di nulla?, gli chiede un giornalista. "Il mia non è pilatismo. Le insufficienze sono tutte ascrivibili al sottoscritto. Il principio di responsabilità oggettiva mi vede responsabile in primo piano. Non ho la presunzione di essere perfetto, ma sono di sicuro in buona fede: se sbaglio - assicura - lo faccio in buona fede". Parola di Pippo.

Pacifisti verso l'Ariston
Dopo i transessuali, anche i pacifisti hanno sfilato lungo le vie di Sanremo, in concomitanza con la finale della 53esima edizione del Festival della Canzone italiana. Intorno alle 17,30, un corteo di un centinaio di persone è partito dalla centralissima piazza Cassini, per una manifestazione organizzata dal comitato 'Tenda della Pace'.

Una delegazione dei pacifisti ha raggiunto la passerella del Teatro Ariston per farsi fotografare con le bandiere arcobaleno e un gruppo di scout è entrato in sala stampa per esprimere il suo 'no' alla guerra, dopo un'intera settimana di iniziative di protesta all'intervento militare in Iraq. Gli scout hanno consegnato alcune foto di cittadini iracheni, con l'invito provocatorio di verificare, dopo un'eventuale guerra, se quelle persone saranno sopravvissute.

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Sabato, 8 Marzo 2003

Archivio

Prevista la presenza di migliaia di persone
Iraq. Pacifisti in marcia verso la base di Camp Darby per dire 'no alla guerra'

Prevista la presenza di migliaia di persone


Pisa, 8 marzo 2003

Il popolo dei 'no war' è in marcia verso la base militare statunitense di Camp Darby per protestare contro l'ipotesi della guerra all'Iraq.

Fin dalle prime ore della mattina tutte le strade principali che circondano la base sono state chiuse al traffico e presidiate dalle forze dell'ordine.

Gli organizzatori attendono alcune decine di migliaia di partecipanti.

Lungo il percorso, di circa due chilometri, sara' dato seguito all'iniziativa "annoda la base" lanciata dal Comitato "Fermiamo la guerra". Ai manifestanti saranno distribuiti pezzi di stoffa con i colori dell'iride da annodare alla rete di recinzione della base.

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- New York - Iraq. Usa: martedì il voto sulla risoluzione che impone l'ultimatum a Saddam

Il Palazzo di Vetro, sede dell'Onu


New York, 8 marzo 2003

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu tornerà a riunirsi lunedì e, da martedì, potrebbe votare sulla risoluzione proposta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna, che fissa al 17 marzo il termine entro il quale l'Iraq deve disarmare pacificamente.

Le indicazioni di calendario sono scaturite dalla riunione del Consiglio a porte chiuse nel corso della quale non ci sono stati movimenti di sostanza nelle posizioni, nonostante tre ore e mezzo di discussioni.

Il rappresentante degli Stati Uniti, John Negroponte, al termine, ha detto: "Non ci sarà voto lunedì, ma le delegazioni sono state avvertite di tenersi pronte a votare al più presto da martedì in poi".

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Sanremo. La finale dei giovani conferma il calo degli ascolti


Pippo Baudo con le co-conduttrici Gerini e Autieri


Sanremo, 8 marzo 2003

Si mantiene costante l'emorragia di ascolti della 53esima edizione del Festival di Sanremo. Rispetto all'edizione dell'anno scorso, la quarta puntata della kermesse canora ha perso 10 punti di share e circa un milione e mezzo di spettatori.


Di fronte allo schermo per la prima parte dello show di ieri sera, c'erano 10 milioni 191mila spettatori, con uno share del 36,10%.

In base ai dati Auditel, la seconda parte del Festival, è stata vista da 5 milioni 435mila persone (42,38% di share). In diretta concorrenza, "I Corti di Aldo, Giovanni e Giacomo" su Canale 5 hanno registrato 4 milioni 421mila spettatori, con uno share del 18,96%.

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Medio Oriente. Hamas: uccideremo deputati e ministri israeliani

Militanti palestinesi


Gaza, 8 marzo 2003

Un responsabile di Hamas, Abdelaziz al-Rantissi, ha lanciato oggi un appello al braccio armato dell'organizzazione affinché uccida "deputati e ministri israeliani".

La minaccia è arrivata subito dopo l'assassinio di un fondatore del movimento terroristico messo a segno dall'esercito israeliano con un raid condotto da elicotteri Apache.

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Rai. Il Riformista: Mieli accetterà la presidenza solo se tornano in video Biagi e Santoro


Paolo Mieli


Roma, 8 marzo 2003

Paolo Mieli lo ha chiarito subito: accetto l'incarico di presidente con riserva. L'attuale direttore editoriale di Rcs ha detto ai presidenti delle Camere che vuole prima valutare "sotto ogni profilo le condizioni in cui potrà operare il nuovo Consiglio di amministrazione della Rai".

Secondo quanto scrive questa mattina 'Il Riformista', Mieli in particolare vuole "piena libertà di scegliere quali direttori tenere e quali rimuovere, per il bene dell'Azienda".

Inoltre, ha chiesto "la rimozione del macigno rappresentato dall'esclusione di Biagi e Santoro. Il mio primo atto sarà il loro immediato reintegro in prima serata".

Secondo il quotidiano diretto da Antonio Polito, Mieli avrebbe avuto "il via libera su entrambi i fronti".

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Venerdì, 7 marzo 2003

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Sparatoria sul treno. Perquisizioni in corso a Modena


Nadia Desdemona Lioce


Modena, 7 marzo 2003

Alcune perquisizioni sono in corso a Modena nell' ambito di indagini sul terrorismo. A quanto si è appreso sarebbero state disposte dalla Procura della Repubblica di Firenze.

L' attività sarebbe concentrata su uffici dell' Università, dopo il rinvenimento nella borsa di Nadia Desdemona Lioce di un numero di telefono riconducibile a un' impiegata dell' ateneo modenese dove insegnava il prof. Marco Biagi ucciso dalle Br a Bologna il 19 marzo 2002. Già ieri investigatori della Digos avrebbero interrogato alcuni dipendenti dell' università di Modena. Gli interrogatori sarebbero avvenuti a Bologna.

Iraq. Disobbedienti bloccano treno con armi nel salernitano


Tra i manifestanti ci sono Francesco Caruso e don Vitaliano Della Sala


Napoli, 7 marzo 2003

Una cinquantina di Disobbedienti ha bloccato un treno merci su cui, secondo quanto affermano, viaggiano carri armati e materiale militare, nella stazione di Battipaglia, in provincia di Salerno. Tra i manifestanti, che hanno esposto striscioni contro la guerra, ci sono Francesco Caruso e don Vitaliano Della Sala.

Quest' ultimo, insieme con un giovane, ha detto di essersi incatenato al cannone di un carro armato su un vagone merci. Il treno è in stazionamento sull'ottavo binario e la manifestazione non sta creando al momento disagio al traffico ferroviario in transito.

"Questo convoglio non partirà da qui". Ha detto Francesco Caruso. Il treno è diretto in Puglia.

La partenza del treno da Battipaglia, secondo quanto comunicato dalla Fs, era prevista alle ore 12 in direzione di Foggia. Il convoglio trasporta mezzi militari tra cui anche carri armati. La situazione sul posto è tranquilla e la protesta dei circa cinquanta disobbedienti è pacifica. Il traffico ferroviario non ne ha risentito. Per precauzione, le Fs hanno provveduto a disalimentare l'energia elettrica dalla fascia di binari interessata dalla protesta.

Mafia. Arrestato boss latitante Rinella, vice e successore di Giuffrè


E' stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese


Palermo, 6 marzo 2003

Il boss mafioso latitante Salvatore Rinella, capomafia di Trabia, ricercato da oltre otto anni, è stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese.

Rinella, che ha già una condanna all'ergastolo, era il braccio destro di Antonino Griuffè. Il boss è stato arrestato in un appartamento di Palermo.

Successore di Giuffrè
"Salvatore Rinella è un boss mafioso di grande importanza in Cosa nostra. Era il candidato alla successione di Giuffrè nella gestione del mandamento di Caccamo". Lo afferma Pietro Grasso, procuratore di Palermo, commentando l'arresto del latitante Rinella effettuato questa sera dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese.

"Questa nuova cattura - conclude il capo della Dda di Palermo - rappresenta un ennesimo colpo di scure a Cosa nostra".

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6 marzo 2003

Archivio

Terrorismo. Caso D’Antona e Biagi, Galesi e Lioce parteciparono ai due omicidi.

Il Viminale: le indagini sono ad una svolta. C'è un supertestimone


Roma, 5 marzo 2003
L'arresto della brigatista Nadia Lioce apre nuovi scenari d'indagine nei casi D'Antona e Biagi. E' quanto è emerso, ieri, nel vertice al Viminale presieduto dal ministro degli interni Pisanu che, oggi, il ministro riferirà al Parlamento.

Secondo gli inquirenti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce parteciparono all’uccisione di D’Antona e di Biagi. A confermare i sospetti testimonianze e riscontri con le foto e gli identikit.

Il procuratore di Bologna Enrico De Nicola ha infatti detto che Mario Galesi, il brigatista morto durante lo scontro a fuoco con gli agenti sul treno, “somiglia al giovane che aspettò in stazione il professore” prima dell’agguato. Il suo volto era stato ripreso dalle telecamere della stazione.

Ulteriore conferma arriva da un supertestimone che avrebbe anche riconosciuto in Mario Galesi l’uomo che vide più volte sotto casa di Biagi

Intanto gli investigatori continuano a lavorare sul materiale trovato ai due terroristi bloccati sul treno diretto ad Arezzo. Hanno cominciato a decodificare appunti e numeri di telefono: per il momento, sono stati individuati cinque nomi. Uno di questi era già nell’inchiesta sull’omicidio di Marco Biagi.

Nel vertice di ieri al Viminale, il ministro dell’Interno Pisanu ha dichiarato “la necessità di tenere alta la guardia, intensificando l’azione di intelligence”. Si darà la caccia ai terroristi anche su Internet.

Nuovi provvedimenti anche per le scorte. Poiché si temono nuovi attentati, il Viminale ha deciso, infatti, di verificare priorità e assegnazioni dei servizi di scorta.

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5 marzo 2003
Rai. Pera e Casini offrono all’opposizione la presidenza. L'Ulivo frena, Fassino replica: "Non spetta a noi fare nomi"

Freddi i commenti dell'opposizione


Roma, 5 marzo 2003
Un presidente della Rai gradito all'opposizione e gli altri quattro consiglieri in quota alla maggioranza. Su questo criterio si sarebbero trovati d'accordo i presidenti di Camera e Senato, Pierferdinando Casini e Marcello Pera, nel loro primo incontro, ieri pomeriggio.

Lo schema che ispira i presidenti del Parlamento è quello della commissione parlamentare di Vigilanza sulla tv pubblica, quattro consiglieri sarebbero scelti fra esponenti vicini alla maggioranza. Pera e Casini ritengono che “un’autentica funzione di garanzia possa essere svolta da un presidente autorevole appartenente all'opposizione e da un Cda composto da figure di alto profilo istituzionale”.

Freddi i commenti dell'opposizione. L’Ulivo si riserva di valutare la proposta (fra i nomi che circolano Ottaviano Del Turco, Claudio Petruccioli, Stefano Rodotà), ma i Ds frenano: “Siano i presidenti del Parlamento a fare le nomine, poi valuteremo”. Mentre D’Alema ammonisce: niente pasticci, Rutelli prende tempo: valuteremo.

Per la maggioranza, il portavoce di Forza Italia, Sandro Bondi, ritiene che "i presidenti delle Camere, siano giunti a una conclusione interessante".

I presidenti di Camera e Senato torneranno ad incontrarsi in settimana.

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Iraq. Una giornata di digiuno nel segno della Pace. Il Cardinale Laghi incontrerà Bush


Il cardinale consegnerà al Presidente un messaggio del Papa


Washington, 5 marzo 2003
Un giorno di digiuno per la pace. L’appello del Papa è appello rivolto “a tutti gli uomini di buona volontà”, credenti e non credenti, perché seguano tutti insieme uno dei riti della tradizione cattolica, che nella giornata di oggi, mercoledì delle Ceneri, prevede l’astensione dal cibo.

Tante le adesioni dall’estrema sinistra del no global disobbediente Luca Casarini (“Non digiunerò ma rispetto chi lo fa contro la guerra”) ai parlamentari laici del centrodestra che giorno dopo giorno aderiscono all’appello (ieri 22 di Forza Italia) nonostante la maggioranza di cui fanno parte sia spesso in linea con la politica di Bush.


L’adesione più clamorosa di ieri è quella di Umberto Bossi, il segretario leghista in passato spesso critico con il Vaticano e Wojtyla: «Aderirò all'iniziativa del Papa sul digiuno non solo per i motivi legati alla guerra ma perché è un gesto che si ricollega con la Chiesa della tradizione». Un altro leader politico che si aggiunge all’elenco già molto vasto dei “big” in digiuno: Rutelli, Follini, D’Alema, Fassino, Casini, Bertinotti, Cossutta, Pecoraro Scanio, Mastella.

Altrettanto successo l’iniziativa papale ha riscosso nell’ambiente dello spettacolo, dove impazza il Festival di Sanremo ieri al debutto. Baudo non ha ospitato l’appello pacifista dei no global ma ha aderito al digiuno e così molti cantanti (Leali, Barbarossa, Minghi, la Zanicchi e Giuni Russo).

Il messaggio del Papa

Il cardinale Pio Laghi, inviato speciale del Papa, celebrerà una Messa di Preghiera per la Pace oggi pomeriggio a Washington poco dopo il suo incontro alla Casa Bianca con il presidente americano George W. Bush.

Il cardinale, che consegnerà a Bush un messaggio personale di Giovanni Paolo II sulla crisi irachena, parteciperà nella capitale americana alla giornata mondiale di digiuno e preghiera

per la pace indetta dal Papa.

Dopo aver incontrato il presidente Bush, il cardinale Laghi celebrerà una Messa alla Basilica della Immacolata Concezione a Washington, nel mercoledì delle Ceneri, insieme al cardinale Theodore McCarrick (arcivescovo di Washington).

L'inviato del Papa, giunto lunedì pomeriggio a Washington, ha detto di sperare ancora che la guerra in Iraq "possa essere evitata".

 

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Sparatoria treno. Diffuse foto terroristi per segnalazioni. Autopsia conferma: Galesi ucciso da un solo colpo

La foto della Lioce diffusa oggi


Firenze, 4 marzo 2003

Chi ha visto i brigatisti Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi potrà da oggi fornire un aiuto prezioso agli investigatori chiamando il numero verde 800-544850. E' questa l'iniziativa assunta dalle procure di Firenze, Roma e Bologna per raccogliere segnalazioni, anche anonime, sulla presenza in Italia e all'estero, ma soprattutto a Firenze, Arezzo, Roma e Bologna, dei due terroristi arrestati domenica scorsa. Di entrambi sono state diffuse ai giornali le fotografie. Anche dal confronto tra il Dna di Nadia Desdemona Lioce e di Mario Galesi con quello lasciato sui mozziconi di sigaretta recuperati la notte dell' omicidio del prof.Marco Biagi in via Valdonica potrebbero arrivare importanti conferme per l' inchiesta sull' assassinio del docente bolognese.

Fiducia degli investigatori
"Abbiamo trovato il bandolo". Gli investigatori che danno la caccia agli assassini di Biagi sono concordi: nel muro che proteggeva i sicari del giuslavorista, ucciso lo scorso 19 marzo, si è aperta una breccia. La chiave per aprirla è anche il materiale contenuto nella borsa che i due presunti brigatisiti avevano con loro sul treno. "Materiale molto interessante, roba che parla", racconta un investigatore bolognese. L' attenzione, fa capire, è tutta sui floppy disk e sui due palmari recuperati, e sui dati crittati contenuti all' interno. Nelle memorie sarebbe contenuta l' inchiesta' dei brigatisti: un documento che traccerebbe le linee del 'processo' che indica chi, e anche perché, era nel mirino della lotta armata. Una miniera di informazioni che sarà passata al setaccio. Con la consapevolezza di aver assestato un duro colpo alla organizzazione.

Adesso la Giorgieri e la Venditti
"Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi erano due degli irreperibili che avevano scelto la clandestinità e su cui si era concentrata la nostra attenzione, oltre a Michele Pegna - spiegano gli inquirenti - adesso all' appello mancano Simonetta Giorgeri e Carla Vendetti. Il campo si è notevolmente ristretto". Secondo quanto si è appreso successivamente, nei documenti che gli investigatori stanno passando al setaccio ci sarebbe, più che un' istruttoria che indica chi e perché era nel mirino della Br, una sorta di processo interno all'organizzazione.
Risultato autopsia
L'autopsia sul cadavere del terrorista si è conclusa a tarda sera. Secondo indiscrezioni, i periti avrebbero accertato che l'uomo è stato raggiunto al fegato e al polmone da un solo proiettile, sparato dalla pistola d'ordinanza di uno degli agenti.

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Lunedì, 3 Marzo 2003
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Sparatoria treno. Pisanu: su Biagi e D'Antona ora meno buio. Sestini: non credo che le Br volessero colpire me

La stazione di Arezzo


Arezzo, 3 marzo 2003

"Si sta avvicinando il momento per rendere giustizia alla memoria del professore Biagi e del professor D'Antona, ai loro familiari e all'intera società italiana: anche alla luce di questo episodio ribadisco che non brancoliamo più nel buio".

Questo il commento del ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu al termine dei primi accertamenti sul sanguinoso scontro a fuoco avvenuto ieri su un treno Roma Firenze, vicino ad Arezzo, tra militanti delle Br-Pcc e agenti della polizia ferroviaria.

Scontro che ha causato la morte di un poliziotto, Emanuele Petri, di un brigatista, Mario Galeni e che ha portato alla cattura della sua complice, Desdemona Lioci.

Per i carabinieri del Ros e la Procura di Roma, Galesi, 37 anni, viveva in clandestinità a Roma insieme a Desdemona Lioce, che si è dichiarata 'prigioniera politica'. I due, secondo gli inquirenti, stavano organizzando un attentato ed è plausibile che si stessero recando in una città della Toscana dove era stato individuato un obiettivo preciso.

Sestini: non credo che le br volessero colpire me
Maria Grazia Sestini, la sottosegretaria al Welfare indicata come possibile bersaglio di
un'azione brigatista dopo la sparatoria di ieri sul treno Roma-Arezzo, minimizza e in più interviste (Corsera, Stampa, Repubblica), ripete: Non credo che i terroristi volessero colpire me".

Sestini appoggia la sua convinzione su un dato di fatto: "Io mi occupo di affari sociali - dice al Corriere della Sera - niente a che vedere con tutti i temi del lavoro". Certo, ammette ci sono
delle coincidenze: "Qualcuno ha messo in relazione l'episodio con il rapporto dei servizi di una settimana fa che parlava di 'particolare attenzione al ministro del Welfare'".

E poi, come noto, il sottosegretario vive ad Arezzo: "Ma il fatto che dovessero scendere alla stazione di Arezzo non vuol mica dire che fosse la loro destinazione finale", obietta. "Comunque io insisto: non metterei in evidenza questa coincidenza. Anche per il tipo di lavoro che faccio: io mi occupo di bambini, di handicappati, di anziani".

Le indagini
Molto importante per le indagini è stato il ritrovamento tra gli oggetti in possesso dei due di una microcamera che doveva probabilmente servire a riprendere un bersaglio scelto dai terroristi. Tra le altre cose ritrovate ci sono due agendine su cui sta lavorando la polizia. Concluso in tarda serata di ieri alla Questura di Arezzo il lungo vertice degli inquirenti.

E ora gli inquirenti passano al setaccio tutto il materiale ritrovato nelle mani dei brigatisti: la microtelecamera nascosta in un pacchetto di sigarette, oltre a mappe, cartine, cellulari, floppy disk e computer portatili, appunti, ritagli di giornale e, ovviamente, pistole.

Due i filoni investigativi: da una parte, infatti, il materiale trovato preluderebbe ad un altro attentato, che i nuclei armati delle Br-Pcc avrebbero dovuto compiere entro breve tempo. Gli investigatori sono convinti che il bersaglio fosse un sottosegretario del ministero del Lavoro, Maria Grazia Sestini, che vive proprio ad Arezzo, dove sembravano diretti i due brigatisti. Ma oltre all'attentato sventato, il materiale rinvenuto nelle borsa di Galesi potrebbe fare luce sugli ultimi due omicidi eccellenti della Br-Pcc, quello di Massimo D'Antona, e quello di Marco Biagi, entrambi esperti di tematiche del lavoro.

Forse domani dibattito in Parlamento
Secondo il quotidiano il Messaggero già domani o dopodomani ci dovrebbe essere un dibattito in Parlamento, in tempi brevissimi, sul pericolo di una nuova stagione terroristica in Italia, con una relazione d'apertura del ministro dell'Interno,
Giuseppe Pisanu.

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Francia. Storico discorso di Chirac di fronte al parlamento algerino.

Il presidente francese, Jacques Chirac


Algeri, 3 marzo 2003
Storico discorso del presidente francese Jacques Chirac di fronte al parlamento algerino. E' il primo viaggio ufficiale di un capo dello stato francese in Algeria dall'indipendenza. Lo scopo, condiviso dal presidente algerino Abdelaziz Boutleflika, è quello di voltare definitivamente pagina.

Nel suo discorso Chirac ha dichiarato che la Francia si impegna a aiutare l'Algeria a perseguire il risanamento economico, considerato l'unica risposta al fanatismo e all'estremismo religiosi che devastano il paese da undici anni; la guerriglia fra estremisti e forze di sicurezza ha ucciso centinaia di migliaia di persone.

La crisi irachena
Il presidente francese Jacques Chirac è intervenuto anche sulla questione irachena.

''La guerra è il peggior sistema per risolvere i problemi'' - Lo ha dichiarato riferendosi all'Iraq il presidente francese Jacques Chirac, nel suo discorso di fronte al parlamento algerino. Le ispezioni devono proseguire e il disarmo dell'Iraq va ottenuto pacificamente. Tuttavia - dice il capo dello stato francese Jacques Chirac parlando al parlamento algerino - la comunità internazionale deve mantenere una "forte pressione" su Baghdad e gli iracheni devono "cooperare in modo più attivo".

Dichiarazione comune Francia-Algeria
Ieri i due presidenti hanno firmato una dichiarazione comune, detta la dichiarazione di algeri, nella quale i due paesi si impegnano a rafforzare la loro cooperazione economica, culturale e scientifica.

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Iraq. Il cardinale Pio Laghi in viaggio per incontrare Bush: "Evitare che si scateni la guerra"


Giovanni Paolo II


Roma, 3 marzo 2003
Oggi, l'inviato del Vaticano, il cardinale Pio Laghi, è partito per Washington per consegnare un messaggio del Papa al presidente George Bush.

La lettera illustra la posizione e le iniziative della Santa Sede per la pace e il disarmo. Il pontefice, anche ieri, ha ribadito il suo no ad una guerra in Iraq ed ha riproposto il digiuno e la preghiera per la pace.

"La mia missione - ha spiegato il cardinale Laghi in una sala del Cerimoniale di Stato dell' aeroporto di Fiumicino - è di incontrarmi con il Presidente degli Stati Uniti e di consegnargli anzitutto un messaggio, una lettera del Santo Padre che mi accredita come suo inviato speciale, analogamente, del resto, a come ha fatto con il cardinale Etchegaray quando è andato in missione presso Saddam in Iraq. Poi naturalmente si parlerà a voce. Spero di stabilire un dialogo da una parte e dall'altra e quindi di poter parlare anch'io. Lo spirito con cui vado è di grande fiducia, evidentemente".

Alla richiesta di anticipare il contenuto del messaggio del Papa, Laghi si è limitato a dire che "la posizione del Papa è quella della Santa Sede: evidentemente fare in modo di evitare
che si scateni la guerra".

E ha aggiunto con vigore: "Alcuni dicono: ma la guerra è già in corso... Noi non lo crediamo, non lo pensiamo. Loro potranno anche pensarlo perché dall'11 settembre si considerano un pò sotto attacco. Hanno usato un deterrente che sta dando, in un certo senso, anche qualche risultato perché Saddam, non dico che si stia piegando, ma almeno davanti agli ispettori qualche cosa sta facendo. E quello è un punto, credo, su cui bisogna insistere. Per spiegare con quale spirito vado a questo appuntamento, mi piace fare riferimento a quando Abramo fu chiamato da Dio per partire da Ur dei Caldei. Abramo partì mettendosi in mano di Dio. Si dice nella Genesi: 'In spem contra spem', Nonostante tutto con tutte le speranze".

L'intervista al Corriere della Sera
"Parto con molta fiducia, perché il Santo Padre me la dà. La dà a me e la dà anche verso colui a cui mi manda" dice, in una intervista al Corriere della Sera, il cardinale Pio Laghi.

"Senza arrendersi dinnanzi alle difficoltà - dice il cardinale - occorre ricercare e percorrere ogni strada possibile per evitare la guerra, che sempre porta con sé lutti e gravi conseguenze per tutti". Il cardinale Laghi non nasconde la difficoltà della missione che gli è stata affidata: "La affronto - dice - con l'atteggiamento di Abramo, che parte sapendo che cosa lascia, ma ignorando che cosa troverà. Vado nonostante ogni difficoltà, sperando contro ogni speranza.
Insisterò, a nome del Papa, perché si percorrano fino in fondo le vie pacifiche. Certo bisogna ottenere il disarmo di Saddam e del suo regime, ma per quanto possibile occorre arrivarci senza l'uso delle armi".

Secondo l'inviato del Papa si tratterà di far capire a Bush "quanto sia oscura negli esiti l'eventuale guerra e quanto essa possa essere dolorosa e ingiusta per tanti esseri umani: questa è, del resto - osserva - la posizione tenuta sempre dalla Santa Sede". Il cardinale anticipa che batterà molto sul ruolo delle Nazioni Unite. "Non si può uscire da lì, sarebbe un'avventura per tutti. Poi le conseguenze: bisogna soppesarle bene prima di prendere decisioni senza ritorno. Infine l'orizzonte in cui inquadrare la situazione: un conflitto porterebbe il mondo verso un futuro del tutto oscuro. Che ne sarebbe in tale futuro del dialogo con l'Islam? E' il caso di scavare un nuovo fossato tra i popoli?"

"Ci sono - conclude - tanti segnali che dovrebbero spingere alla prudenza chi deve decidere. Per esempio l'andamento, che pare proficuo, delle ispezioni e il pronunciamento venuto ora dalla Lega Araba: ventidue Paesi che sono divisi su tanti aspetti della questione, ma sono unanimi nel dire no alla guerra contro l'Iraq"

 

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Iraq. Onu: rapporto di Baghdad su antrace e gas nervino tra 7 giorni

Mohamed el Baradei e Hans Blix


Baghdad, 3 marzo 2003
Il portavoce delle Nazioni Unite a Baghdad ha detto oggi che l'Iraq consegnerà un rapporto sul gas nervino Vx e sull'antrace tra una settimana.

L'annuncio dato dal portavoce Hiro Ueki di un nuovo rapporto iracheno sull'agente neurotossico Vx (gas nervino) e sull'antrace arriva all'indomani della notizia data dal regime di Baghdad del ritrovamento più o meno casuale di ingenti quantità di antrace e di tracce di nervino che dimostrerebbero l'avvenuta distruzione delle scorte di un milione e mezzo di tonnellate di questo gas. Il ritrovamento è avvenuto in due siti diversi: in uno c'erano bombe d'aereo piene per lo più con il bacillo del carboncio (antrace), in un altro sono state trovate tracce di gas nervino.

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Inflazione. Istat: a febbraio 2,6% tendenziale


L'inflazione è scesa rispetto a gennaio


Roma, 3 marzo 2003
I prezzi al consumo sono aumentati a febbraio 2003 del 2,6% rispetto allo stesso mese del 2002. Lo comunica l'Istat sulla base dei dati provvisori. L'inflazione è quindi scesa rispetto al 2,8% registrato a gennaio.

I prezzi sono aumentati dello 0,2% rispetto a gennaio per l'intera collettività e si sono ridotti
dello 0,5% per quanto riguarda l'indice armonizzato della Commissione Europea che considera anche i prezzi che presentano riduzioni temporanee (sconti, saldi etc). Il tasso di inflazione al 2,6% è in calo rispetto alla stima delle città campione per febbraio (+2,7%) e comunque - precisa l'Istat - è il dato più basso dal settembre 2002 per l'intera collettività e da agosto 2002 per l'indice armonizzato.

L'aumento più consistente dei prezzi si è registrato per i trasporti (+0,8% rispetto a gennaio +3,5% rispetto a febbraio 2002). La riduzione più consistente si è registrata per i servizi sanitari con un -1,1% a febbraio rispetto al mese precedente e un -0,7% rispetto a febbraio 2002. Per le spese abitazione, acqua ed elettricità l'aumento tendenziale è stato del 3% mentre quello rispetto a gennaio è stato dello 0,5%.

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Medio Oriente. Incursione israeliana a Gaza, dieci morti


Carri armati israeliani


Gaza, 3 marzo 2003

Nell'incursione israeliana cominciata nella
notte, otto persone sono state uccise e almeno altre 25 sono rimaste ferite. Due case sono state demolite. Tra le vittime, un ragazzo palestinese di 14 anni e una donna.

I carri armati israeliani hanno occupato i campi profughi di NusSeirat e Bureij, nella Striscia di Gaza. Lo hanno reso noto fonti palestinesi. Le forze armate israeliane hanno diffuso un
comunicato in cui si annunciava un'operazione nella zona. L'incursione fa seguito alle dichiarazioni delle autorita' israeliane di voler stringere la morsa sui militanti del violento
gruppo islamico Hamas.

Secondo le testimonianze, i mezzi corazzati si sarebbero avvicinati alle moschee dei due campi, sparando raffiche di mitragliatrice.

I palestinesi riferiscono che almeno due dei sette morti erano civili: il ragazzo di 14 anni, colpito alla testa, e una donna morta nel crollo della casa, dovuto all'esplosione provocata nella casa vicina. I residenti riferiscono che i corpi dei morti e decine di feriti sono ancora a terra nelle strade senza nessuna cura.

Si tratta della seconda incursione nella Striscia di Gaza in due giorni, dopo il raid avvenuto ieri mattina a Khan Younis dove le truppe israeliane, appoggiate da carri armati ed elicotteri da
combattimento, hanno demolito due abitazioni che sarebbero state usate per condurre attacchi contro degli insediamenti ebraici.

Negli scontri a fuoco scoppiati con i miliziani sono rimasti uccisi due palestinesi.

Cisgiordania: vasta operazione a Nablus
L'esercito israeliano ha lanciato stamani una vasta operazione nella città vecchia di Nablus, nel nord della Cisgiordania. Lo hanno reso
noto fonti della sicurezza palestinesi.

Una ventina di carri armati e numerose jeep militari hanno preso posizione vicino agli ingressi nella città vecchia e i militari israeliani hanno in seguito imposto il coprifuoco sulla
zona, mentre altri soldati hanno cominciato perquisizioni e preso il controllo di diversi edifici.



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Domenica, 2 Marzo 2003

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Rai. Follini: Cda di pacificazione con l'Azienda, abbiamo violato numerose regole istituzionali


Il segretario dell'Udc Marco Follini


Roma, 1 marzo 2003

"Ci affidiamo alla saggezza dei due presidenti e mi auguro che dopo i due guerrieri giapponesi la loro opera aiuti a costruire un cda che sia di pacificazione verso l'azienda".

E' l'auspicio del segretario dell'Udc Marco Follini, riferendosi alla vicenda Rai, a margine del congresso regionale del partito.

Ma Follini è duro nel fare autocritica per quanto è avvenuto negli ultimi giorni: "Occorre riconoscere lealmente che abbiamo fatto tutti molti errori. Noi, la maggioranza, abbiamo violato una mezza dozzina di regole di carattere istituzionale".

"L'opposizione, la sinistra, ha fatto prediche un po' tartufesche, prediche di cui non ha titolo, dal momento che in materia di occupazione televisiva ha conseguito il master ad Harvard".


Iraq. Baghdad collabora e distrugge altri sei missili al Samoud


Un missile al Samoud


Baghdad, 2 marzo 2003

Gli iracheni hanno iniziato oggi la distruzione di altri sei missili al Samoud-2 in un sito vicino a Baghdad, sotto la supervisione dell'Onu. Lo si è appreso da fonte ufficiale irachena.

Il direttore generale del ministero dell'informazione Uday al Taei ha detto all'Afp che "la distruzione di sei missili è iniziata alle 07:00 (italiane) a Al Taji".

Oggi, ha aggiunto, deve essere anche distrutto un sistema di fusione per la fabbricazione di Al Samoud nel sito al Rashid, a sud di Baghdad.

Ieri l'Iraq ha iniziato la distruzione dei suoi missili Al Samoud 2, la cui gittata supera i 150 km autorizzati dall'Onu, demolendone quattro nell'area di al Taji, che si trova a una quarantina di km a nord di Baghdad.

Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, sono un centinaio i missili che devono essere distrutti. Per completare il programma di demolizione ci vorranno un paio di settimana.


Iraq. Guerra, un britannico su due d'accordo con il Papa e non con Blair

Londra, 2 marzo 2003
Il 49% dei britannici concorda con il Papa nel ritenere che la guerra contro l'Iraq sia sbagliata da un punto di vista morale, contro il 27% che approva la posizione del premier Tony Blair secondo cui fare la guerra è un dovere morale.

Secondo i dati di un sondaggio pubblicato oggi sull'edizione domenicale del tabloid Mail (conservatore) inoltre quattro elettori su dieci ritengono "poco giudizioso" l'appoggio di Blair alla linea dura americana. Il 37% pensa che la posizione di Blair sia "pericolosa", il 31% che sia "fondata" e il 24% che sia "coraggiosa".

L'82% infine ritiene che una guerra contro l'Iraq aumenterebbe considerevolmente i rischi di attentati in Gran Bretagna.

L'istituto di sondaggi YouGiv ha interrogato su internet 1.945 persone il 27 e 28 febbraio.

Iraq. Observer: Usa spierebbero delegati Onu per ricattarli su voto in Consiglio


I satelliti ci tengono d'occhio


Londra, 2 marzo 2003

Anche se alla fine il consiglio di sicurezza Onu voterà contro la guerra, Bush e Blair andranno
avanti lo stesso. Ma al momento, Usa e Gb vogliano ancora strappare la maggioranza dei voti in consiglio e - rivela il domenicale britannico The Observer - per averla sono disposti a tutto.

Un documento riservato dell'Nsa, la segretissima agenzia Usa per la sicurezza nazionale, ottenuto dal giornale britannico rivela che gli Usa stanno spiando i delegati dei paesi membri all'Onu per ricattarli e condizionare la loro decisione finale.

Trucchi sporchi
In un memorandum giunto misteriosamente sulle scrivanie dell'Observer sono contenuti i dettagli della campagna di "sporchi giochetti" avviata dagli Usa per mettere con le spalle al muro i delegati recalcitranti.

Il memorandum raccomanda in particolare agli agenti dei servizi Usa di "fornire elementi di intelligence immediati sulle intenzioni di voto" dei delegati dei cosiddetti stati piccoli (i sei indecisi: Pakistan, Guinea, Angola, Camerun, Cile, Messico).

Richieste inquietanti
La richiesta ai servizi però è più dettagliata e più inquietante. Dai servizi, gli Usa vogliono sapere tutto su quei delegati: non solo gli orientamenti 'politici', i negoziati in corso, ma anche "tutta quella serie di informazioni che potrebbero consentire ai nostri politici un elemento per ottenere risultati favorevole ai nostri scopi e metterci al riparo da possibili sorprese".

Delegati spiati
In concreto gli americani avrebbero messo sotto controllo i telefoni e la posta elettronica di tutti
i delegati dei paesi membri del Consiglio e di altri diplomatici e politici presenti a palazzo di Vetro.

Datato 21 gennaio 2003, aggiunge l'Observer, il memorandum è stato diffuso a soli quattro giorni di distanza dal primo dei rapporti del capo ispettori Hans Blix in Consiglio di Sicurezza.

L'Observer rivela anche che la decisione di effettuare questa operazione di intelligence (con le sue teoriche conseguenze di pressioni e ricatti) ha profondamente diviso l'amministrazione Bush.

L'Observer non dice chi si sia opposto ma precisa che a suggerire la cosa sarebbe stata la Consigliera per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice.



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Sabato, 1 Marzo 2003

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Rai. Bossi: il direttore generale? Si decide con Tremonti

Il leader della Lega Umberto Bossi


Roma, 1 marzo 2003

"Il direttore generale della Rai alla Lega? L'ho sentito anch'io. Tutto può essere". Così il ministro per le Riforme Umberto Bossi ha commentato le indiscrezioni giornalistiche sui nuovi vertici di Viale Mazzini.

Ma il leader del Carroccio ha sottolineato però che il direttore generale viene nominato dal Cda d'intesa "con l'azionista di maggioranza, tale Tremonti".

Iraq. Baghdad: iniziata la distruzione dei primi quattro missili al-Samoud


Missili al Samoud ( foto Los Angeles Times)


Baghdad, 1 marzo 2003

Gli iracheni hanno iniziato la distruzione dei primi quattro missili dei quali avevano annunciato oggi stesso l'eliminazione. Lo affermano fonti ufficiali a Baghdad.

Un funzionario iracheno che non ha voluto essere identificato ha detto che "la distruzione
dei missili al Samoud è iniziata".

Hiro Ueki, portavoce degli ispettori, ha detto di poter fornire particolari solo quando gli ispettori saranno tornati alla base. In precedenza aveva confermato che il processo di distruzione degli ordigni stava per iniziare.

Giornalisti nella località di Taji, a una quarantina di km a nord di Baghdad, hanno detto che gli ispettori sono entrati a bordo di veicoli nella zona dove sono custoditi i missili e dove i preparativi per la distruzione erano in corso, ma non sono stati autorizzati ad entrare per il momento.

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