Venerdi, 3 Settembre, 2004

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Ue. La commissione approva la riforma del Patto di stabilita': terra' conto della recessione. Prodi: ora e' intelligente




Romano Prodi


Bruxelles, 3 settembre 2004

"Il patto di stabilità adesso è più intelligente". Così il presidente della Commissione europea Romano Prodi, che anni fa lo aveva definito "stupido", ha  commentato il risultato delle modifiche proposte oggi dalla Commissione. "Si tratta di un passo in avanti - ha aggiunto - anche se le contraddizioni non saranno risolte fino a quando non ci sarà un'autorità che decida le grandi linee della politica economica". L'ultima parola sulla riforma del Patto, tuttavia, spetta al vertice dei 25 ministri delle finanze dell'Ue previsto il 10 settembre all'Aja.

Secondo il comunicato pubblicato dalla Commissione, le direttive che dovrebbero essere seguite per migliorare e chiarire il Patto sono: una maggiore attenzione alla sostenibilità del debito pubblico dei Paesi membri; maggior riguardo per la situazione specifica dei singoli Paesi nella definizione dell'obiettivo a medio termine di posizioni di bilancio "vicine all'equilibrio o eccedenti"; maggior considerazione delle condizioni economiche e della loro evoluzione nelle procedure per deficit in eccesso. Quando si constata l'esistenza di un deficit in eccesso e si decide l'adozione di raccomandazioni e scadenze, sarebbe "utile" tener maggior conto dell'impatto sul bilancio di periodi di crescita economica eccezionalmente deboli; agire più rapidamente per correggere evoluzioni di bilancio negative. 

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Cronaca. Un anonimo offre 50mila euro per chi fa ritrovare la bimba di Mazara


Denise Pipitone



Mazara del Vallo, 3 settembre 2004

Cinquantamila euro per chi fornisce iformazioni utili al ritrovamento di Denise. E' la cifra offerta da una persona che però ha voluto rimanere anonima.  

Oggi un avvocato di marsala ha telefonata ai genitori della bimba per annunciare la decisione per conto di un benefattore.

Intanto proseguono le ricerche, gli interrogatori e gli appelli alla cittadinanza
di collaborare. 

Interrogato un uomo 
Un uomo, la cui identità non è stata resa nota e che non risulta indagato, è stato interrogato la notte scorsa dal Procuratore di Marsala, Silvio Sciuto, e dal Pm Luigi Boccia come "persona informata sui fatti" . Secondo quanto si è appreso, l' uomo avrebbe avuto in passato "dissapori e rancori" nei confronti dei familiari della bimba. In seguito all' interrogatorio gli inquirenti stanno compiendo una serie di accertamenti, tuttora in corso. 

Gli indizi continuano ad avvalorare lo scenario del sequestro di persona
Un rapimento, dunque, che non avrebbe come obiettivo quello di estorcere denaro alla famiglia, le cui condizioni economiche sono modeste. Per questo motivo gli inquirenti ipotizzano - ma si tratta solo di una delle tante piste investigative - che il sequestro di Denise possa essere legato a un movente privato, a una vendetta, insomma a una punizione inflitta ai genitori. Un atto compiuto probabilmente da una persona conosciuta dalla famiglia. La bambina, suggeriscono gli investigatori, non ha gridato e nessuno ha detto di averla sentita gridare: chi l'ha rapita, dunque, la conosceva bene e le si è accostato senza spaventarla. Solo ipotesi di lavoro.

C'è un sito per chi vuole segnalare notizie sulla scomparsa della piccola
L'idea è stata della madre della piccola, Piera Maggio, che ha realizzato il suo proposito con l'aiuto dei colleghi di un corso per operatori windows. Il sito internet, http://www.cerchiamodenise.org/, che apre su una pagina web con una grande foto della bambina, fornisce notizie utili per l'identificazione e il suo riconoscimento in qualunque parte d'Italia. Sono indicate le caratteristiche fisiche di Denise, il suo abbigliamento al momento della scomparsa, come fare per compiere eventuali segnalazioni.
Nel sito anche un numero di telefono (3405403309) e un indirizzo di posta elettronica: mailto:info@cerchiamodenise.orgerchiamodenise.org
.

E Telefono Azzurro ha attivato una linea: chi vuole comunicare informazioni e elementi utili può chiamare da tutta la Sicilia il numero 114 di Emergenza Infanzia.

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Giovedi, 22 Luglio, 2004

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Conti pubblici. Oggi il voto di fiducia sulla manovra. Aumentate le tasse sulla seconda casa

Il neo ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco


Roma, 22 luglio 2004

Arriva la stangata sulla seconda cosa. O meglio, su tutti i "beni immobili diversi dalla prima casa", per bilanciare i minori tagli di risorse al ministero della Difesa.

Il maxiemendamento al decreto per la manovra correttiva dei conti pubblici 2004, sul quale verrà votata oggi la fiducia, arriva a metà pomeriggio di ieri alla Camera e agita le acque della maggioranza.

Contiene infatti un elemento di novità che sorprende lo stesso relatore al decreto, il leghista e presidente della commissione Bilancio Giancarlo Giorgetti.

Aumentano, infatti, le imposizioni per i beni immobili, anche se sono escluse le prime case. In un primo momento, mentre il rappresentante del governo Giuseppe Vegas è chiuso nella stanza del ministro per il Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, con i tecnici a limare il testo, circola la voce che il maxiemendamento contenga una complessiva revisione degli estimi catastali.

E' un'imprecisione, ma suscita un vespaio nella Lega e in An. "E' un'amara, sgradita sorpresa", commenta Teodoro Buontempo che aggiunge maliziosamente: "Non e' necessario essere grandi economisti per colpire la casa. Tassare casa, sigarette, benzina, sono le cose più facili per fare soldi: così chiunque potrebbe fare il ministro".

Poi arriva la precisazione: l'aumento riguarda l'indice moltiplicatore ai fini dell'imposta di registro nelle compravendite di seconde case (ma anche di terreni e altri tipi di immobili), che passa dal 10% al 20%, senza alcun effetto su Irpef e Ici.

Inoltre aumenta l'imposta sostitutiva (dallo 0,25 al 2%) sui mutui erogati per le seconde case. Non è però chiaro se questa formulazione sia una correzione rispetto ad una originaria impostazione che prevedeva l'aumento tout court degli estimi, intervenuta in 'corso d'opera', viste le reazioni in Parlamento.

Anche se più 'soft' la stangata sulle seconde case continua a non piacere a Giorgetti. "La Lega è contraria e Maroni ha detto che in consiglio dei ministri non ha mai visto una roba del genere".

Quindi, "la Lega voterà la fiducia ma è l'ultima volta. Non possiamo mandare il governo a casa ma così non va bene. Credo che sia un brutto segno per un governo che ha come obiettivo il taglio delle tasse, varare una manovra che contiene di fatto un aumento delle
imposizioni".

L'intervento non rende "felicissima" neanche An, che però 'incassa' la riduzione dei tagli al dicastero della Difesa, inizialmente indicati nel decreto in 1,8 mld e ridotti con il maxiemendamento di circa metà.

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Delitto di Cogne. Taormina: fraintese le rivelazioni dell'investigatore privato. Gelsomino conferma: killer è un folle

Annamaria Franzoni condannata a 30 anni per l'omicidio del figlio


Cogne, 22 luglio 2004

L'avvocato Carlo Taormina, legale di Annamaria Franzoni, ritiene che sia frutto di "un fraintendimento" l'identikit del presunto assassino del piccolo Samuele tracciato dall'investigatore privato Giuseppe Gelsomino, secondo cui l'omicida sarebbe una persona di Cogne con gravi disturbi psichici.

"Io ne sento parlare insieme a voi e soltanto adesso - ha detto Taormina, interpellato da 'Radio Rai 1' - smentendo in maniera categorica che queste siano cose alle quali prestare un qualche credito. "Probabilmente - ipotizza il difensore della donna - ci sarà stato un fraintendimento nell'individuazione dei contenuti della dichiarazione del professor Gelsomino".

Taormina ha comunque ribadito che presto farà in procura ad Aosta il nome della persona al centro dei suoi sospetti: "Le parole che si danno - ha detto - sono sempre quelle che debbono essere rispettate. Si tratta di qualcosa che corrisponde a intenzioni che da tempo noi avevamo e che oggi invece ci vedono ormai determinati ad andare avanti".

Il detective conferma: l'assassino è un folle
Tirato in causa, lo stesso detective Giuseppe Gelsomino si è detto perplesso per le parole di Taormina che, dice, "ha il merito di aver condotto un'indagine mettendo insieme una squadra così compatta di scienziati ed investigatori privati che hanno operato per stabilire la verità". L'investigatore conferma il suo identikit del vero assassino "che è un folle che vive a Cogne"

Gelsomino, ribadisce, infine, di essere "un organo investigativo riconosciuto dallo Stato" con le stesse capacità "professionali degli organi inquirenti" . "Noi - conclude - abbiamo cercato di agire solo nella legalità affinché tutto quanto possa essere chiaro, trasparente e documentato".

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Mercoledi, 21 Luglio, 2004

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Politica. Calderoli è Ministro delle Riforme. Rinviato esame della riforma delle pensioni. Giallo sulla fiducia

Il nuovo Ministro delle Riforme, Roberto Calderoli


Roma, 20 luglio 2004

Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi ha firmato il decreto di nomina del leghista, Roberto Calderoli quale ministro delle Riforme.
Subito dopo il giuramento del neoministro, Ciampi, alla presenza del Premier Silvio Berlusconi, ha telefonato all'ex ministro Umberto Bossi per augurargli un pronto ristabilimento.

Rinviato l'esame della riforma delle pensioni
Nella maggioranza, però, continua a reganre la confusione: l'Aula di Montecitorio ha infatti deciso di rinviare l'esame del testo riguardante la riforma del sistema pensionistico con l'unico voto contrario di Gerardo Bianco. La richiesta è stata presentata dal leghista Andrea Gibelli. A favore della proprosta si dichiarato anche il capogruppo dei Ds, Luciano Violante, che ha sottileanto rimarco come "la lega proponga il rinvio solo per poter pressare l'Udc sul federalismo".

E' giallo sul voto di fiducia per la manovra correttiva
Confusione nella Casa delle Libertà anche sul varo della manovra correttiva dei conti pubblici .Il governo infatti potrebbe porre la fiducia al decreto che contiene la manovra e che sarà all'esame della Camera, nel pomeriggio di domani. A quanto si apprende da fonti parlamentari la fiducia verrà chiesta durante la seduta pomeridiana e quindi votata, ventiquattro ore dopo, nel pomeriggio di giovedì.

Il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini nega però questa possibilità anche se, durante il giorno, la notizia del voto di fiducia era stata anticipata sia dal presidente della commissione Bilancio della Camera, Giancarlo Giorgetti, sia dall ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi.

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Quirinale. Ciampi: unità e costituzione hanno fatto crescere l'Italia. Sempre attuale la lezione di Cavour

La portaerei Cavour


Genova, 20 luglio 2004

Le radici dell'Italia, dei suoi grandi successi e della sua sicurezza sono due: l'unità trovata con il risorgimento e la costituzione repubblicana. Da Riva Trigoso, nel genovese, dove ha partecipato al varo della prima poraterei italiana, Carlo Azeglio Ciampi, sottolinea che ancora oggi bisogna "essere all'altezza" della lezione di Camillo Benso di Cavour

È stato lo stesso presidente a scegliere il nome della nuova ammiraglia della Marina militare italiana, ed oggi spiega il perché: "Cavour è uno dei padre della patria, insieme a Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele I. Ma lui è senza dubbio il padre dello Stato, dello stato unitario liberale e moderno, l'uomo che ha saputo mediare tra le varie anime del risorgimento e ne ha calato l'essenza in istituzioni nuove e moderne". Proprio quelle istituzioni, "completate nella Costituzione della repubblica" - ricorda Ciampi - a cui si deve il progresso dell'intero paese.

Interpreto i sentimenti degli italiani
Ciampi esprime quindi il desiderio che si possa tornare a celebrare il 17 marzo, giorno "dell'indipendenza della nazione" così da ricordare "insieme quanto sia stata grande l'opera di costruttori dello Stato come Cavour". I valori cui egli si ispirava, ovvero l'unità e la Costituzione, ha dice il presidente, "hanno fatto crescere gli italiani in conoscenza, educazione, benessere, sicurezza e orgoglio". Il Capo dello Stato motiva così i suoi richiami all'unità, tre in pochi giorni: "nascono dal sentimento degli italiani".

Se il ministro della Difesa Antonio Martino ricorda di Cavour "la straordinaria missione anticipatrice e capacità di visione che fa la differenza tra un uomo politico e lo statista", Ciampi prosegue nel ragionamento ricordandone "la capacità di trasformare la sua passione civile e la sua idea di progresso in azione politica, diplomatica, ma soprattutto in istituzioni che hanno dato forma e contenuto alla nazione".

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Delitto di Cogne. Taormina: appena possibile farò il nome dell'assassino di Samuele

L'avvocato Carlo Taormina


Roma, 20 luglio 2004

L' avvocato Carlo Taormina, difensore di Annamaria Franzoni, farà il nome dell' assassino del piccolo Samuele Lorenzi all' autorità giudiziaria appena possibile. Lo ha detto lo stesso legale intervistato dai giornalisti mentre lasciava la residenza dei Franzoni a conclusione dell' incontro avuto a Ripoli Santa Cristina. L'avvocato ha precisato che "devono essere concluse alcune attività investigative che hanno subito una fermata per la necessità di preparare il processo". Taormina ha precisato che la difesa ha a disposizione elementi "seri" a carico di una persona, ma "non risolutivi", dal momento che per arrivare alla definitiva indicazione dell' assassino di Samuele sono indispensabili alcuni atti di indagine che possono essere compiuti solo dall' autorità giudiziaria, alla quale - proprio per questo - il nome sarà fatto appena possibile.

Convinto dell'innocenza della Franzoni
"Ho chiesto il giudizio abbreviato nella sicura convinzione dell' innocenza di Annamaria Franzoni e per arrivare dunque rapidamente alla assoluzione della donna. E' falso che la richiesta sia stata fatta per ottenere lo sconto di pena". Carlo Taormina ha poi risposto così a chi gli chiedeva spiegazioni sulla richiesta del rito speciale. "Per noi - ha concluso - la sentenza di condanna è stata dunque un fulmine a ciel sereno"

Le famiglie Franzoni e Lorenzi sono "piu' che mai unite e fortemente motivate a continuare la battaglia in favore di Annamaria Franzoni fino alla definitiva vittoria".

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Martedi, 20 Luglio, 2004

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Bossi se ne va: non lego il mio nome al fallimento del governo
di Carlo Brambilla

Il giudizio della Lega sugli alleati di maggioranza non lascia spazio a dubbi: «Palese tradimento». Tuttavia la decisione politica è in apparenza meno conseguente: «Non faremo cadere il Governo». Ma è l’ultima carta tattica che Umberto Bossi intende concedere a Silvio Berlusconi. Così lunedì il leader della Lega, dalla clinica di Lugano in cui è ricoverato, ha diretto le operazioni del suo smarcamento dal Governo, ufficializzando le dimissioni da ministro delle Riforme e anche da parlamentare italiano (dopo 17 anni ininterrotti), optando per l’europarlamento o, per dirla con lui, per «Forcolandia». Al ministero Bossi verrà sostituito dal coordinatore delle segreterie leghiste e vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. La svolta di Bossi è stata ratificata dal Consiglio federale della Lega, riunitosi d’urgenza in via Bellerio a Milano.

In uno stringato comunicato se ne spiegano le ragioni. Eccole: «Il segretario della Lega Nord Padania ha deciso di mantenere fede alla parola data e di non far cadere il Governo. Umberto Bossi e la Lega Nord non possono però legare il proprio nome al fallimento delle riforme. Di conseguenza il Consiglio federale ha assunto la decisione definitiva che: 1 - Umberto Bossi si liberi le mani e torni a occuparsi della Lega Nord per prepararla alla futura e mai abbandonabile lotta per le riforme con l'opzione per il Parlamento europeo e le conseguenti decadenze delle cariche di ministro delle Riforme e parlamentare nazionale; 2 - la Lega Nord non intende far cadere il Governo, anche se ci aspettano giorni difficili, in particolare per le pensioni. Per questo motivo i ministri delle Lega Nord resteranno nel governo e manterranno la parola data anche di fronte a un palese tradimento degli alleati».

Dunque l’addio di Bossi al Governo ha assunto le dimensioni del fatto politico e non del fatto esclusivamente personale, legato alla dura terapia riabilitiva a cui è sottoposto nell’ospedale di Lugano. Fatto politico ben decifrabile scorrendo la prima parte del comunicato, con la quale non vengono fatti sconti a Berlusconi, nonostante il Premier avesse esplitamente chiesto a Bossi, durante l’incontro avvenuto in ospedale, di non caricare troppo di significati politici la sua decisione di mollare il Governo. L’attacco all’asse del Nord, con il siluramento di Tremonti, la mancata dimostrazione di polso da parte di Berlusconi non potevano essere fatti passare sotto silenzio. Così il convalescente Bossi ancora una volta ha anteposto a tutte le strategie immaginabili e possibili l’unico imperativo categorico che lo anima da quasi due decenni: la salvaguardia della Lega dalle omologazioni. E la Lega è Bossi senza guinzagli.

Così, pur essendo ancora un malato che sta battagliando col suo cuore stanco e provato, Bossi ha fatto intendere a tutti che si è aperta una nuova fase politica, il cui esito viene lasciato nelle mani di Berlusconi, il «garante» un po’ pappamolla, tanto per seguire le logiche bossiane, prigioniero dei ricatti dei centristi e di An, cioè dei «traditori».
Lunedì dunque in via Bellerio si sono riuniti i big leghisti, c’erano i ministri Maroni e Castelli, c’era il segretario della Lega lombarda, Giancarlo Giorgetti, c’era il probabile futuro ministro delle riforme e successore di Bossi, Roberto Calderoli, c’era Cota per il Piemonte e Dozzo per il Veneto. Ma non tutto è filato via liscio e tranquillo, perchè la decisione di Bossi ha mandato in fibrillazione tutto il gruppo dirigente leghista, soprattutto i due ministri Maroni e Castelli, poco inclini ad accettare il ruolo di «unici sopravvissuti», all’interno di un Governo ritenuto palesemente moribondo.
L’ingresso di Calderoli nell’esecutivo alla fine li ha in parte tranquillizzati, ma i problemi dei rapporti e dei ruoli interni alla Lega sono apertissimi.

Comunque è stato lo stesso Calderoli a ricordare i paletti collocati dalla Lega: «Abbiamo richiesto che si arrivasse a una conclusione della verifica dopo il passaggio in commissione della proposta di riforma riguardante il federalismo. Ovviamente ci aspettiamo dei gesti oltre che degli impegni verbali, che potrebbero concretizzarsi giovedì con il voto finale in commissione del testo approntato dalla maggioranza, in modo da concludere l'esame alla Camera entro fine settembre». Quanto all’accusa di «tradimento» rivolta agli alleati della coalizione, Calderoli ha precisato: «La devoluzione, contenuta nell'accordo di programma del 2001, avrebbe dovuto essere già stata approvata. Il fatto che non si sia arrivati a un documento con le firme di tutti e quattro i segretari non so se si possa definire un mantenimento della parola data, sicuramente non lo è». La posizione della Lega non cambia: «Volevamo una cosa e la vogliamo ancora. La strada è difficile. Ora dobbiamo verificare se, nonostante le difficoltà, è ancora percorribile».

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Sit-in di sindaci a Montecitorio: «Il governo ci strangola»
di red.

I sindaci d’Italia non ci stanno. E organizzano un sit-in a Montecitorio, per ribadire il loro secco no alla manovra finanziaria del governo. Manovra che, in linea con la politica degli ultimi tre anni, ha tagliato di nuovo i fondi degli enti locali.

Duecento sindaci con tanto di fascia tricolore hanno organizzato un presidio di fronte al Parlamento. Dopodiché, alle 12 e 30, una delegazione dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), guidata dal primo cittadino di Firenze Leonardo Domenici, ha partecipato a un’audizione in Commissione Bilancio della Camera per rappresentare la «totale contrarietà ai contenuti della manovra». Alle 16 ci sarà poi un incontro con il presidente della Camera, Pierferdinando Casini.

«Il nostro primo obiettivo è far eliminare il comma del provvedimento che riguarda il taglio delle spese dei comuni sopra 5000 abitanti - ha affermato Domenici – perché il provvedimento incide pesantemente perché ha a che fare con le scelte di spesa già fatte e costringe i comuni a tornare indietro».

I sindaci inoltre hanno intenzione di arricchire la loro protesta con un gesto simbolico. «Lasceremo davanti all'entrata di Palazzo Chigi – ha aggiunto Domenici – un simbolico mazzo di chiavi per simboleggiare la necessità di riaprire la porta del dialogo istituzionale». Dialogo che negli ultimi tra anni è stato rimosso dai metodi dell’esecutivo di Silvio Berlusconi, tanto è vero che a più riprese anche amministratori locali e regionali che gli sono politicamente vicini hanno fatto presente il loro disagio e le difficoltà in cui si barcamenano. Uno di questi è stato per esempio Enzo Ghigo, governatore del Piemonte.

Quello che i sindaci più temono è la possibilità, nemmeno tanto remota, che il governo ponga la fiducia sul disegno di legge di conversione del decreto sulla manovra correttiva da 5,5 miliardi di euro. A quel punto i sindaci non potrebbero nemmeno far sentire le loro ragioni, perché porre la fiducia significa eliminare la possibilità di discutere e di modificare il decreto.

Il segretario dei Ds Piero Fassino solidarizza con i sindaci: «Dopo che per tre anni Tremonti ha tagliato continuamente i fondi agli enti locali si preannuncia un ennesimo taglio. I tagli agli enti locali riguardano i cittadini perchè i soldi che lo Stato dà ai Comuni e alle Province servono per l'assistenza domiciliare agli anziani, per gli asili nido, per le scuole, per i trasporti, per la sanità. Servizi fondamentali che riguardano la vita dei cittadini italiani. Tagliando queste risorse si obbligano i sindaci o a tagliare i servizi o ad aumentare i costi».

Partecipa alla battaglia contro la politica economica del governo anche il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, che fa presente come la manovra taglia abbia ricadute anche su città che storicamente, per le loro risorse economiche, risultano immuni da manovre come quelle varate dal governo: «Siamo di fronte ad un bivio: o il governo rovescia la sua politica economica o i rischi sono grandi per tutti, anche per le realtà solide come Bologna».

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Delitto di Cogne. La procura di Aosta non chiederà l'arresto della Franzoni. Taormina a casa dei Lorenzi

Il legale di Annamaria Franzoni, Taormina


Aosta, 20 luglio 2004

La procura di Aosta non chiederà l'arresto per Anna Maria Franzoni, condannata ieri a 30 anni di carcere per l' omicidio del figlio Samuele. È quanto si è appreso oggi da fonti giudiziarie. La procura ha ribadito di non ritenere che sussistano le esigenze per la custodia cautelare in carcere, ovvero la reiterazione del reato, la pericolosità sociale e il pericolo di fuga.

Anche ieri, al termine della requisitoria, i magistrati non avevano chiesto al gup Eugenio Gramola che fossero disposti gli arresti. Per i pm valdostani sono stati tanti gli indizi che hanno formato il quadro di colpevolezza di Anna Maria Franzoni. Nel corso della requisitoria dei pm Stefania Cugge e Pasquale Longarini, è stato illustrato l' impianto accusatorio, partendo dal fatto che non è scientificamente possibile fissare l' orario esatto della morte, che è comunque avvenuta prima delle 8,35 (ora in cui l' imputata rientrò in casa).

La procura ha poi puntato il dito su alcuni elementi emersi nel corso delle indagini: il fatto che l' assassino indossasse almeno i pantaloni del pigiama e le dichiarazioni di Ada Satragni e Daniela Ferrod, secondo le quali Anna Maria Franzoni calzava gli stivaletti neri negli istanti successivi al delitto, mentre l'imputata ha sempre detto che aveva ai piedi gli zoccoli.

I pm, infine, hanno ribadito ancora una volta che non c' è stato alcun accanimento nel corso del processo contro l' imputata. "Per noi non è una particolare soddisfazione - fanno sapere gli inquirenti - e abbiamo la coscienza a posto".

Taormina oggi dai Lorenzi, si decide la strategia
Nel pomeriggio giungerà a Santa Cristina di Ripoli, il paese dove i coniugi Lorenzi si sono trasferiti, l'avvocato della Franzoni, Carlo Taormina. Obiettivo della visita, come ha spiegato il marito Stefano Lorenzi, decidere la linea difensiva da portare avanti in queste ore, e se svelare o meno agli inquirenti il nome del "vero assassino" di Samuele. Un annuncio più volte rimandato nei mesi scorsi.

"Il nome dell'eventuale responsabile del delitto - ha precisato questa mattina lo stesso Taormina - sarà rivelato soltanto tramite una formale denuncia all'autorità giudiziaria che dovrà effettuare gli opportuni approfondimenti".

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Alitalia. Ufficio Ue di Roma: via libera della commissione Ue al prestito ponte. Bruxelles smentisce

Alitalia


Bruxelles, 20 luglio 2004

Ore di incertezza per il destino di Alitalia e del prestito ponte per la compagnia aerea.

L'ufficio di Roma della Commissione Europea ha emesso un comunicato nel quale si annunciava l'autorizzazione al salvataggio società.

L'aiuto consiste in un credito di 400 milioni di euro a tasso di mercato a breve termine che deve essere rimborsato alla sua estinzione, al fine di permettere di definire le modalità di un'eventuale ristrutturazione della compagnia, senza ulteriore aiuto da parte dello Stato.

Poco dopo, però, arriva da Bruxelles la comunicazione dell'annullamento del comunicato di Roma. La riunione dei commissari Ue è ancora in corso a Strasburgo.

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Lunedi, 19 Luglio, 2004

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In attesa della scelta di Bossi (Roma o Bruxelles?) la Lega dichiara riaperta la verifica
di red

Ora è ufficiale: la crisi di governo è ancora in alto mare. «Può darsi che sia chiusa per gli altri la verifica ma, per quello che ci riguarda, non è certo sufficiente il fatto che si faccia la squadra di governo per dire che la verifica è chiusa». Sono le parole del vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, che è anche – qualifica altisonante – “il coordinatore delle segreterie leghiste”. Che vuole di più: dice che lunedì, il Consiglio Federale del Carroccio dichiari formalmente «ancora aperta la verifica di governo». E dentro la verifica, c’è anche il “nodo Bossi”. Entro domani, lunedì, il senatùr dovrà decidere che fare: se optare per il parlamento europeo, a cui è stato eletto, o restare ministro delle Riforme. E, come del resto si era già capito bene, la sua «sarà una scelta soltanto politica». In questo senso: «Dovesse optare per Strasburgo e dare le dimissioni da ministro della devoluzione, sarebbe il segnale che è venuta meno la speranza di poter realizzare il cambiamento e le riforme».

Insomma, «è evidente che tutto ruoterà poi sulla base di quelle che saranno le decisioni che entro lunedì Bossi assumerà rispetto al proprio incarico. Perché questo, evidentemente, orienterà le decisioni del Consiglio Federale in maniera determinante». Poi: «Noi abbiamo detto chiaro e tondo che la verifica si basa non solo sugli intenti, ma anche sui fatti» ha ricordato Calderoli, spiegando che «questa settimana proseguirà il voto in Commissione sulla riforma federalista; si arriverà al voto finale giovedì, quindi, prima di allora, dopo aver verificato che il testo verrà votato nella formulazione della maggioranza, quindi senza le modifiche richieste dall' Udc, si prende il testo e tutti i segretari di partito lo sottoscrivono». Le condizioni, insomma, sono chiare: federalismo, o almeno il federalismo che la Lega può vendere ai suoi elettori o salta tutto.

Del resto, un po’ tutti si ritrovano in questa linea. Per puntare i piedi si dichiara anche l'eurodeputato leghista Mario Borghezio, intervenuto oggi a Milano a margine di un convegno. Borghezio ha ricordato che «i padani non hanno ancora seppellito l'ascia di guerra contro Roma». A partire dal prossimo consiglio federale «dobbiamo chiarire molto bene, una volta per tutte, con i nostri alleati di governo e con quelli che hanno fame di soldi pubblici, che noi a Roma ci stiamo non per spartire poltrone e intrallazzi, ma momentaneamente soltanto per cambiare».

Ce n’è abbastanza per dire, come fa domenica mattina Marco Rizzo, dei comunisti italiani, che «Berlusconi è ostaggio di Bossi e il paese è in mano ai razzisti». Una conferma? «L’ennesimo episodio di sudditanza politica di Berlusconi nei confronti della Lega, che è la vera parte forte della coalizione: il premier è costretto a recarsi d'urgenza a Lugano per rendere omaggio a Bossi che minaccia di abbandonare l'esecutivo e di fare votare alla Camera contro al provvedimento sulle pensioni, qualora non vi siano garanzie precise sul federalismo». Secondo Rizzo, insomma, «siamo tornati al Roma ladrona di qualche anno fa. Altro che “non tocco niente fino al 2006”. È di nuovo crisi di governo. Intanto i problemi reali del paese si aggravano: la perdita del potere d'acquisto dei salari, il mancato rinnovo dei contratti, i diritti e le esigenze dei lavoratori che devono trovare una adeguata rappresentanza e tutela. Prima se ne vanno e meglio è. Di questo passo, ogni ora è fatale: il paese andrà a rotoli».

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Domenica, 18 Luglio, 2004

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La Nave dei folli
di Furio Colombo

Berlusconi si sta cancellando un po’ per volta dall’orizzonte politico italiano senza tristezza e senza allegria. I suoi sostenitori appaiono seccati o preoccupati o desiderosi di dimenticare o ansiosi, ma non tristi. Niente a che fare con la scomparsa della Dc o del Psi.
Gli avversari, in tutte le gradazioni moderate, riformiste, radicali, non sembrano allegri, e ciò, credo, per realismo e per incertezza. Realisticamente ci si rende conto che Berlusconi si aggira in una scena devastata che sarà caratterizzata dalla lunga durata della fine. La sua maledizione è che non sa governare ma non può andarsene.

La mancanza di allegria si deve anche alla brusca irruzione in scena di fatti veri, di eventi realmente accaduti e senz’altro drammatici. Il fatto è che in un periodo che pur essendo breve (tre anni), a molti di noi è apparso lunghissimo, Berlusconi, con energia, con vitalità, con infaticabile impegno di spettacolo, ci ha portati dentro un mondo finto, inesistente, bugiardo, del tutto inventato. Certo gli è stata indispensabile la piena complicità, mai prima sperimentata, di una buona parte del mondo giornalistico, editoriale, televisivo italiano, e di una parte delle istituzioni (come Marcello Pera, rappresentante politico di Berlusconi a tempo pieno, ma, contemporaneamente, presidente del Senato della Repubblica).

Ognuno di noi, sia coloro che - per amore delle istituzioni- avrebbero voluto “fare insieme” le leggi, come se la Camera e il Senato fossero rimasti normali luoghi di lavoro legislativo, sia coloro che hanno subito detto un chiaro no perché avevano rifiutato di partecipare all’umiliante gioco televisivo Vespa-Berlusconi, detto “il contratto con gli italiani”, gli uni e gli altri per tutto questo tempo si sono confrontati con un mondo di ombre, con una immensa sequenza di bugie, accuratamente disseminate dalle Tv controllate da Berlusconi (la Rai) o possedute da Berlusconi (Mediaset).

Prendete, come esempio, due ministri chiave di questo governo. Uno, il ministro degli Esteri stava in uno studio televisivo, bene accomodato in poltrona, ad apprendere la notizia dell’uccisione di un povero italiano sfortunato, Quattrocchi, mentre avrebbe dovuto essere lui a dare la notizia, prima alla famiglia del defunto, e poi al Paese. L’altro, il ministro della Difesa, ha sempre tenacemente mentito sui vivi e sui morti della spedizione italiana di Nassiriya, chiamando pace la guerra e realizzando un embargo di notizie vere (la vita a cui sono costretti i nostri soldati in Iraq, sempre chiusi in un bunker) e una accurata e copiosa diffusione di notizie false: ponti, case, acquedotti, scuole che nessuno ha mai costruito, né poteva costruire, mentre il Paese Iraq è in continua, sanguinosa rivolta.
Il paesaggio che il berlusconismo televisivo ci mostra è costantemente falso ma immensamente pericoloso. Racconta di grandi opere mai esistite perché, nonostante le frequenti e molto filmate inaugurazioni, non sono mai cominciate e non sono mai state finanziate. Racconta dell’Italia divenuta Paese leader del mondo, mentre i suoi conti pubblici sono degradati, per la prima volta nella storia del dopoguerra europeo, da un’importante società di “rating” americana. Racconta delle tasse che saranno comunque tagliate e intanto i buchi del disavanzo, del deficit, del debito si allargano paurosamente.

Ecco perché il tramonto di Berlusconi è cominciato, e la sua figura di finto leader si sgretola un po’ per giorno, senza che questo evento, certo non secondario, susciti forti emozioni. Dopotutto si tratta di spettacolo, di proiezioni sulle rovine di un Paese ridotto così male che nessun politico (nessuno) ha accettato di fare il ministro dell’Economia, qualcosa che non era mai accaduto al mondo. E’ un Paese in cui (ormai sono in molti a rendersene conto, anche fra gli ex elettori della Casa delle Libertà) c’è poco da rimpiangere. Ma può essere utile rivedere alcune scene del paesaggio irreale detto “il governo di Berlusconi”.

La Stampa del 16 luglio pubblica un lungo articolo sul “ritorno di Bossi” (pag. 5). Ha del miracoloso. Il leader della Lega, dal reparto cardiovascolare di un ospedale ad alta specializzazione di Lugano, improvvisamente afferra il telefono e ha «una lunga conversazione» (c’è chi dice tre ore) con Berlusconi. E’ una conversazione in cui dice, minaccia, esige, impone. Apprendiamo dalla Padania, attraverso il deputato Giorgetti, che Bossi ha imposto di rimettere subito Giulio Tremonti al suo posto nel governo. Poi, sempre dal reparto di terapia intensiva dell’ospedale svizzero, seguono altri trenta minuti di conversazione con Giulio Tremonti, probabilmente per metterlo al corrente del decisivo passo compiuto. Tutto ciò a poche ore dalla nomina, già approvata dal Capo dello Stato, di Domenico Siniscalco a ministro dell’Economia.
Un piccolo e penoso episodio come questo è un buon esempio per capire come abbiamo vissuto in questi anni di Berlusconi-Mago di Oz, l’uomo capace di «scatenare le sue televisioni (cioè tutte) contro i suoi avversari» (parole sue) ma anche di mettere in scena quando vuole cose che non accadono, non possono accadere e non sono accadute.
Ricordate la “svolta” in Iraq? Il fatto non c’è, non è mai avvenuto, la situazione è spaventosa, le Nazioni Unite non sono in condizioni di accostarsi, il governo iracheno messo a fare da scena impone la pena di morte come deterrente in un Paese nel quale si può solo morire, e quasi sempre per mano di kamikaze. Ma si possono “scatenare le televisioni”, fingere che ci sia davvero una “svolta”, rimuovere dall’Iraq i giornalisti che osano dire, nel corso dei loro servizi televisivi, le parole “guerra” o “resistenza” (intendendo tradurre la parola “insurgents” usata da tutte le Tv americane) e mandare subito sul posto reporter disposti a raccontare di “soldati con il cacciavite”. Sono - secondo la narrazione favolistica - soldati buoni che con una mano sparano (solo se necessario) e con la mano libera costruiscono case e cose per gli iracheni e al posto degli iracheni. Strana missione di pace in un Paese ad alta scolarità e diffuso addestramento professionale in cui il cinquanta per cento degli uomini è senza lavoro.

L’episodio della nave tedesca Cap Anamur resterà a lungo un modello del comportamento effimero e arbitrario, autoritario e vuoto con cui esiste (dice di esistere) e opera il governo Berlusconi. I tratti caratteristici sono questi: di vero non sappiamo niente. Le ragioni e le motivazioni che ci vengono date sono vistosamente false. Il comportamento di chi deve decidere - su direttive del governo, e sulla base della famigerata e incostituzionale legge Bossi-Fini - è sprezzante e crudele indipendentemente dalle ragioni. E alla fine tutto sfuma all’orizzonte senza un solo istante di verità, come in un brutto film o in un racconto senza capo né coda.

Dunque, di fronte alle coste siciliane, arriva una nave tedesca (ovvero della Comunità Europea, e per questo in grado di attraccare senza particolari permessi in un porto italiano). Il fatto è che a bordo vi erano alcune decine di persone salvate in mare. Attenzione, alcune decine, forse meno di trenta, non centinaia o migliaia. Il comandante dice che sono scampati all’inferno africano, che forse vengono dal Sudan. Non gli credono, e nessuno ci ha spiegato perché non gli credono. In piena estate tengono la nave al largo, fuori dalla acque territoriali italiane, in alto mare. Quando il comandante della nave, dopo venti giorni di solleone e di abbandono, forza il blocco ed entra in porto, succedono queste due cose: i profughi, che dicono di essere in fuga dal Sudan, vengono fatti intervistare da funzionari dell’ambasciata sudanese, cioè da agenti del governo sterminatore. E il comandante viene arrestato. L’accusa è di traffico di clandestini, una imputazione che, d’ora in poi, si potrà usare contro chiunque si azzardi a salvare qualcuno in mare. Poi il capitano (tedesco, dunque europeo, dunque concittadino) viene liberato a causa della collera del Cancelliere Schroeder, con una condizione stramba per uno che, come noi, ha appena votato per il Parlamento europeo: divieto di risiedere nell’Italia del Sud. Una legge borbonica, ma quale? E per quale ragione? Di una cosa siamo sicuri: la storia si chiuderà qui, un po’ di crudeltà, un po’ di arbìtrio, un cedimento alla comprensibile irritazione del Cancelliere tedesco, e, quasi certamente una tragica e silenziosa conclusione: i salvati in mare saranno restituiti ai rispettivi governi inclini alla persecuzione e famosi per la pena di morte.

Ma se la nave Cap Anamur è il perfetto modus operandi del governare di Berlusconi che è allo stesso tempo incompetente e pericoloso, dannoso e inutile, il paradigma esemplare di tale modo di governare ce lo offre il liceo “Agnesi” di Milano. La storia è nota: per non abbandonare all’insegnamento della moschea una ventina di adolescenti arabi, la scuola pubblica “Agnesi” aveva accettato un compromesso richiesto dalle famiglie, una classe non islamica, ma anche non cristiana, senza simboli religiosi. Una volta nella scuola, in cui avrebbero ricevuto solo insegnamento statale italiano, i ragazzi avrebbero avuto modo, a poco a poco, di conoscere gli altri compagni di scuola, forse di diventare amici. La motivazione era ovvia: senso del dovere (gli insegnanti, per prima cosa devono insegnare) e buonsenso (meglio a scuola, con tutti gli altri ragazzi, che da soli, nei quartieri segregati). Prontamente la cultura di governo, e la sua migliore rappresentante Letizia Moratti hanno detto no, con la seguente motivazione. I fatti non contano, conta un tenue ragionamento astratto in base al quale o l’integrazione è totale o non c’è alcuna integrazione, ma solo un cedimento alla cultura “straniera”.

E’, ovviamente, un pensiero fondato sul vuoto, senza alcuna relazione con i fatti. Come credere che in Iraq ci sia stata una svolta solo perché l’Onu ha approvato una mozione ed è stato insediato un altro finto governo. Come sostenere che ci sono le grandi opere solo perché sono state annunciate. Come teorizzare che ridurre drasticamente le tasse nel pieno di precarie condizioni dei conti dello Stato, vuol dire realizzare risparmio della spesa pubblica in quanto la spesa pubblica (senza adeguate entrate fiscali) diventa impossibile o si getta sulle spalle dei Comuni e delle Regioni. E’ come affermare che una legge medioevale, punitiva, che toglie rispetto alle donne e priva il medico della sua responsabilità di curare (la vergognosa legge italiana sulla procreazione assistita) sia una buona legge perché «pone fine al Far West della materia». Perché non sostenere allora che la pena di morte potrebbe fare chiarezza, una buona volta, su questioni di lana caprina come l’ergastolo sì l’ergastolo no o se trent’anni di pena sono sufficienti, o se si può concedere la riduzione di pena per buona condotta, o se sia più adatto il carcere duro che quello normale per certi reati, e se in questo modo non si ponga rimedio al pericolo che «dopo un po’ li mettono fuori tutti»?

Almeno per la procreazione assistita e contro la sua pessima legge tutti noi possiamo fare qualcosa. Possiamo unire le forze per il referendum abrogativo, per il quale fino a poco fa i Radicali si sono battuti da soli e raccogliere, prima della fine di settembre, le cinquecentomila firme necessarie. Come in tutte le battaglie per ridare rispetto ai cittadini e decoro all’immagine di questo Paese, l’Unità ci sta e si impegna. E, come sapete, non smetterà un istante di distrarsi da Berlusconi e dal suo pessimo non governo, gestito, attraverso le sue televisioni, come un regime. Non smetterà fino al voto che libererà il Paese. Allora si potranno unire le forze anche con chi, prima, aveva votato a destra, per ricostruire un’Italia in cui le cose si dicono, si sanno, si fanno, e si rende conto alla luce del sole.

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Sabato, 17 Luglio, 2004

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Il non governo Berlusconi nomina il non ministro dell’Economia
di Marcella Ciarnelli

«Anche questa volta sono certo di avere fatto la cosa giusta». Si promuove da solo Silvio Berlusconi dopo aver accompagnato in via XX Settembre il nuovo ministro dell’Economia, quel Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro il cui nome era circolato fin dall’inizio dell’ interim, ogni volta che l’ipotesi di una soluzione “tecnica” aveva il sopravvento su quella politica. Evidentemente troppo difficile da realizzare la seconda nell’attuale situazione della coalizione in cui, a dispetto della sicurezza di facciata mostrata dal premier, le crepe sono sempre più visibili.

Berlusconi alla fine si è deciso. Ed è andato al Colle. In compagnia di Gianfranco Fini. Una forzatura nella prassi in nome di una interpretazione personale ed apolitica della tanto sbandierata collegialità. Non è di buon umore il presidente del Consiglio. Anzi è decisamente furioso. Nero. Innanzitutto con Marco Follini che non ha ceduto di un centimetro dalla sua linea del restare fuori dal governo, a far da pungolo. «Lui fa la politica delle mani libere ed io devo tenere le mie legate» si sfoga il premier alla fine della giornata, prima di andarsene finalmente in Sardegna. La soluzione Siniscalco l’ha decisa alla fine della mattinata mentre dal consiglio nazionale dell’Udc, seguito in diretta assieme a Fini, veniva la conferma che bisognava fare i conti con il no del segretario centrista che confermava «non mi impegno» nel governo. E con gli appetiti di un’ala dei centristi che andavano diffondendo via agenzia la loro disponibilità ad occupare un posto piuttosto che un altro. Ma anche con An che cominciava a chiedere la resa dei conti al grido di «basta con la melina» dopo aver visto cadere nel vuoto la proposta che tutti i leader andassero ad assumere responsabilità di governo. E la Lega che insisteva sul possibile ritorno di Tremonti, caldeggiato dallo stesso Bossi e faceva risuonare i tamburi di guerra in difesa del federalismo e faceva sapere «non parteciperemo più ad alcun vertice»».

«Troppo, davvero troppo». All’orizzonte, in prospettiva, si prospettano giorni ancora più difficili di quelli appena trascorsi. Meglio rompere gli indugi, «rischiare». Anche perché qualunque soluzione diversa da quella di un “tecnico” avrebbe portato, inevitabilmente, a cascata spostamenti in altri ministeri. Con la necessità di accontentare questo o quello. E quindi arrivare di fatto a quel rimpasto che a Berlusconi «fa venire l’orticaria» e che non è intenzionato a fare perché non in grado di gestire il gioco dei veti incrociati nella sua maggioranza.

La notizia che in serata salirà al Quirinale comincia a circolare dopo che il solito Francesco Pionati, al Tg1 delle 13,30, lo ha annunciato su soffiata di Palazzo Chigi. Il premier sta lavorando al documento con cui dare lo stop al suo ruolo di ministro dell’Economia che pure gli piaceva tanto e, quindi, ad un possibile nuovo giro di vertici e di confronti infiniti. «Entro oggi, come richiesto anche dall’Udc porrò fine al mio interim al ministero dell’Economia e sottoporrò al Capo dello Stato la nomina del nuovo ministro» dice la nota diffusa poi nel pomeriggio che è innanzitutto un messaggio ai centristi. «Prendo atto con soddisfazione che il Consiglio nazionale dell’Udc garantisce la stabilità e la governabilità e riconferma la sua piena adesione alla maggioranza di governo» scrive il premier per mettere nero su bianco quanto Follini ha appena detto. Ed insiste «L’Udc ha presentato nei giorni scorsi una serie articolata di richieste politiche alle quali abbiamo in parte adempiuto e sulle quali, per la parte restante, abbiamo manifestato con chiarezza la nostra disponibilità nel corso del dibattito parlamentare del 14 luglio». Ce n’è anche per tutti gli altri: «Per quanto riguarda la squadra di governo, riconfermo la mia piena fiducia nei confronti degli attuali ministri».

Tanto rumore per nulla. Cambiare (poco) perché nulla cambi. Il rischio che muovendo o sostituendo qualche carta cadesse tutto il castello Berlusconi ha scelto di rinviarlo. Probailmente a settembre quando in Aula approderà il federalismo. Ed ha scelto il minore dei mali. Mettendo Siniscalco al posto di Tremonti. Prima di diffondere il comunicato Berlusconi lo ha fatto leggere a Fini, ha chiamato Maroni e Calderoli per sottoporglielo. Ha fatto lo stesso con Follini. Ed anche con Nucara e De Michelis. Un clima di grande concordia? Neanche di facciata. I distinguo e le prese di distanza alla notizia della nomina hanno fatto capire subito che in realtà l’iniziativa del premier ha creato molti malumori. Di Fini che ha fatto tanto per far tornare a casa Tremonti e per mettere le mani sul prestigioso ministero e si è ritrovato con un pugno di mosche. Un’irritazione così visibile che da Palazzo Chigi, ad un certo punto del pomeriggio, è stato fatto filtrare che il vicepremier aveva partecipato alla decisione, condividendola in pieno, tanto che era andato anche lui da Ciampi. Quella della Lega che continua a vedere a rischio il suo federalismo ora che i centristi sono rimasti al governo ma «con le mani libere» con Calderoli che non si trattiene «ma ci hanno presi per imbecilli?». Ed anche di una parte dell’Udc, quelli che più di tutti si erano schierati dalla parte del premier in nome di un posto nel governo e che si ritrovano allo stesso posto in cui stavano prima di queste due ultime settimane. Berlusconi si agita. L’umore è sempre più nero. «Ma che vogliono. Ho offerto tanto per non avere nulla in cambio».

È questa la matassa a cui il presidente del Consiglio deve cercare di venire a capo. Ieri ha cercato di metterci una toppa. È rispuntato il decisionismo dell’uomo di azienda. Solo che la politica è un’altra cosa.

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Rissa nel governo, la Bossi-Fini resta fuorilegge
di Nedo Canetti

Giovedì, a poche ore dalla storica sentenza della Corte costituzionale sull'illegittimità di alcune delle parti più consistenti della Bossi-Fini, il ministro degli Interni, Beppe Pisanu, peccando di ottimismo, aveva annunciato che il Consiglio dei ministri del giorno successivo avrebbe approvato un decreto di integrazione e correzione della legge, sulla base dei deliberati della Consulta. E così titolavano ieri tutti i quotidiani amici del governo, dal Giornale a Libero, dall'Avvenire al Tempo. Ieri il Consiglio non ha, invece, varato alcun provvedimento, rimandando tutto alla fine di agosto. Evidentemente il titolare del Viminale non aveva tenuto conto di quanto tenace fosse la resistenza della Lega a qualsiasi cambiamento della legge.

Diktat in camicia verde C'erano state, è vero, le sparate degli Speroni, dei Calderoni, dei Bricolo, ma si riteneva di superarle con qualche ritocco. E nemmeno pensava, Pisanu, di trovare su posizioni diverse dalle sue anche An. Ma non appena il testo del decreto è stato presentato in Consiglio, è subito scoppiata la bagarre. Sono stati Roberto Castelli e Roberto Maroni a contestarlo immediatamente. «Non si poteva dare il via libera ad un decreto che non sarebbe mai stato convertito» ha sentenziato il ministro della Giustizia: «Bisogna trovare una soluzione che metta tutti d'accordo perchè il problema da questione di carattere amministrativo è diventato questione di libertà personali». Ma i leghisti si sono spinti oltre: perorando addirittura una riforma costituzionale che recepisca nella Carta i principi della Fini-Bossi che sono stati bocciati dalla Corte. Non una boutade ma una proposta precisa, tanto che, sul testo, già starebbe lavorando il capo gabinetto di Bossi, Francesco Speroni. Alla proposta è poi seguita la provocazione in salsa Carroccio. «Si parla di un nuovo ministro dell'immigrazione - ha ironizzato il sen. leghista, Piergiorgio Stiffoni - noi abbiamo pronto il candidato, l'ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini: chi meglio di lui può gestire un'emergenza come questa?».

Il quarto incomodo Più cauta, ma sostanzialmente diversa da quella della Lega, ma anche da quella di Pisanu, la posizione di An. Niente legge costituzionale - propone il responsabile per l'immigrazione, Landi di Chiavenna, - ma neanche semplice applicazione delle sentenze della Corte. «La strada necessaria - sostiene è quella di individuare nei giudici di pace l'organo funzionante competente per la convalida delle espulsioni e di introdurre il reato di permanenza in clandestinità con l'arresto obbligatorio per chi si sottrae volontariamente al provvedimento di espulsione in via amministrativa». Tre partiti di governo, tre posizioni diverse. In silenzio, il quarto, l'Udc, che sta pensando evidentemente ad altro. Per non approfondire il solco corrono poi tutti naturalmente a negare lo scontro. Un mese di ritardo per il decreto? La colpa non è delle profonde divergenze ma... delle ferie. Non ci sarebbe il tempo, afferma Castelli, per convertirlo in legge nei 60 giorni previsti dalla Costituzione. Bugia con le gambe corte. Il Parlamento ha ancora a disposizione due, forse tre settimane di lavoro. Ci sarebbe tutto il tempo per il voto finale, se ci fosse l'accordo sul come modificare la Bossi-Fini. Il fatto che gli stessi protagonisti, in prima fila Fini e Pisanu, parlino di un mese di riflessione per mettere a punto il provvedimento, testimonia della frattura, tanto più che il testo era già bello pronto, preparato dagli esperti del Viminale, messi al lavoro dal ministro, in vista della sentenza della Corte. Un testo che però non piace alla Lega e piace poco anche ad An.

Toppe e buchi «Se l'immigrazione - commentano Livia Turco, responsabile Welfare dei Ds e Giulio Calvisi, responsabile immigrazione - avesse fatto parte della verifica, il governo sarebbe caduto da tempo: le divisioni nella Cdl in questa materia sono tali e tante da essere decisamente superiori a quelle per l'economia». «Il Cdm di oggi - incalzano - non è riuscito a deliberare sui correttivi della Bossi-Fini: non avevamo dubbi che sarebbe andata a finire così. Ora Pisanu annuncia per agosto i decreti correttivi: ci auguriamo che la toppa non sia peggiore del buco, ma non siamo molto fiduciosi. Non vorremmo che, per tenere in vita un governo esangue, magari sotto ricatto della Lega, ci trovassimo di fronte a provvedimenti che non tenessero conto delle precise indicazioni della Corte». Sulla stessa lunghezza d'onda, Giuseppe Fioroni dell'esecutivo della Margherita che parla di una «maggioranza schiava della Lega» e il capogruppo alla Camera del Pdci che si chiede se «il razzismo della Lega conta più della Consulta». Per Russo Spena del Prc, la vicenda immigrazione è la metafora del disfacimento della maggioranza mentre il verde Paolo Cento chiede che si applica la sentenza, punto e basta.

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Mercoledi, 14 Luglio, 2004

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«Come andrà a finire non si sa. Certo i suoi alleati stanno presentando il conto a Berlusconi per tutte le volte in cui ha detto “un partito è come un’azienda: al posto del fatturato ci metti il consenso”».

Gianantonio Stella Corriere della Sera, 11 luglio

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Rai. Passa in Vigilanza la mozione dell'Udc: CdA da cambiare entro settembre. Maroni: la maggioranza non c'è più

Marco Follini


Roma, 14 luglio 2004

La commissione di Vigilanza sulla Rai ha approvato, con 21 voti favorevoli e 16 contrari, la mozione dell' Udc. La mozione prevede il rinnovo dei vertici Rai non oltre il 30 settembre. La mozione dell'Udc è stata sostenuta oltre che dai centristi anche dall'opposizione. Anche il presidente Claudio Petruccioli ha votato a favore. Immediata la reazione del ministro per il Welfare Roberto Maroni: "Berlusconi capisca che la maggioranza non c'è più. Impossibile, a questo punto, realizzare il programma".

Calderoli: si apre una crisi al buio
L'approvazione della mozione Udc in commissione di vigilanza Rai "dimostra o che non c'è più la maggioranza oppure che se ne rischia una diversa". E' il commento del coordinatore delle segreterie della Lega Nord e vicepresidente del Senato Roberto Calderoli. Quanto successo a Palazzo San Macuto si spiega, secondo Calderoli, con due alternative: "O si tratta di sconsiderati senza mandato dal partito e che il partito deve quindi sconfessare subito; oppure, se non è così, vuol dire che non c'è la maggioranza e dunque si va al voto immediato con l'attuale sistema elettorale e prevedendo di escludere dalla coalizione chi sta mandando la maggioranza allo sfascio"."Con il voto sulla Rai in Vigilanza l'Udc ha aperto ufficialmente una crisi al buio di cui se ne assume tutte le responsabilità: una fase politica che non sarà indolore".

La Russa: voto con valenza non definitiva
Diversa la valutazione di An. "La Lega fa bene a chiedere chiarimenti, tuttavia il voto sulla Rai è senza senso dal punto di vista normativo e ha una valenza politica non definitiva ai fini delle questioni su cui stiamo discutendo". Così ha commentato gli attacchi della Lega il coordinatore nazionale di An, Ignazio La Russa.

Buttiglione: è una questione circoscritta
La mozione Rai, votata dall'Udc insieme all'opposizione, "è una questione circoscritta", ha detto il ministro per le Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, conversando con i cronisti alla Camera. A chi gli chiedeva se quel voto fosse interpretabile come un atto di rottura, il ministro centrista ha risposto "assolutamente no".

D'Alema: maggioranza finita, ma il governo può sopravvivere
Di tutt'altro avviso il presidente dei Ds Massimo D'Alema. "Questa maggioranza è finita in termini politici, nelle sue premesse programmatiche e culturali. Il governo può anche momentaneamente sopravvivere per ragioni di convenienza". Così Massimo D'Alema descrive la situazione nella maggioranza, alla luce anche del voto in Vigilanza Rai. "Resta il problema - osserva il presidente dei Ds conversando con i giornalisti a Montecitorio - di preparare una nuova prospettiva per il Paese, e questo è il compito del centrosinistra".

Gasparri: Cda vada avanti
Il Consiglio di amministrazione della Rai deve andare "avanti con serenità" per svolgere "gli adempimenti previsti dalla legge sul sistema radiotelevisivo" che ora prevede la fusione. Lo ha detto Maurizio Gasparri, parlando con i giornalisti a Montecitorio. Il ministro di An ha espresso al Cda "stima per i risultati raggiunti e per il rispetto degli impegni presi". Gasparri, quindi, dopo aver criticato "ogni iniziativa di destabilizzazione" che - ha osservato - è "inopportuna", ha detto di condividere ampiamente le posizioni espresse dai rappresentanti di An, Forza Italia e della Lega in commissione Vigilanza Rai.

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C'è la crisi ma Berlusconi fa finta di nulla. Fini: faccio il ministro, insieme a Follini
di red.

Tremonti è stato un ministro modello. L'interim durerà fino a che non si troverà un nome all'altezza della situazione. Le tasse le abbasseremo, ma non sappiamo come e il Dpef vedrà la luce, speriamo al più presto.

Chiamato prima in Senato e poi alla Camera per riferire sulle dimissioni di Tremonti e sul nuovo corso economico della politica italiana, Berlusconi non ha fatto altro che ripetere il discorso mattutino di Palazzo Madama, con la precisione di una fotocopiatrice nuova di zecca. La spaccatura verificatasi in seno alla CdL dopo la mozione dell'Udc, votata anche dal centrosinistra in Vigilanza («tema eluso completamente», per Diliberto), non ha minimamente influito, sebbene si fosse verificata proprio a cavallo tra i due interventi di Berlusconi.

Proprio per questo la Lega non era sui banchi del governo durante il dibattito alla Camera. Un gesto di sfida? Un segnale di crisi politica? Berlusconi ha fatto finta di niente e ha tirato dritto, leggendo lo stesso discorso. Eppure il voto in Vigilanza è stato significativo, tant'è che Calderoli ha detto: «O la maggioranza si recupera in poche ore o si va al voto».

E' Pecoraro Scanio che glielo ha rammentato, facendolo presente anche al Paese, con ironia: «Forse non le è stato riferito o a Palazzo Chigi, per risparmiare, avete tolto le agenzie di stampa». Inoltre Pecorario Scanio ricorda pure che «questa è la verifica più lunga della storia d'Italia e va avanti dalla sconfitta alla regionali del Friuli». Ma Berlusconi scambia due parole con Buttiglione e non ascolta l'invito a recarsi al Quirinale.

L'unica cosa che è cambiata, tra i due interventi, è il vestito. Non più il completo grigio-City-London forse indossato in Senato per rendere omaggio a Blair, incontrato martedì. Alla Camera il premier è tornato al suo blu tradizionale. Ma i contenuti dell'intervento non sonio cambiati.

Berlusconi ha ringraziato Tremonti, «intelligente e tenace». Secondo il premier le innovazioni del fiscalista sarebbero state importate negli altri Paesi europei. Ha detto poi che il boom, il secondo miracolo economico non c'è stato perché l'11 settembre ha frenato l'econonomia globale. Poi la solita stoccata alla sinistra sul debito regresso. Infine l'autocelebrazione, con la narrazione del mitico viaggio a Bruxelles e la riunione Ecofin. E anche con la riduzione delle tasse, che a dire il vero non c'è mai stata. Ma del perché delle dimissioni di Tremonti non se ne è parlato. E ogni volta che alla Camera Berlusconi ha rimpianto il vecchio ministro, l'opposizione, ironicamente, applaudiva.

Sia alla Camera che al Senato, Berlusconi ha come suo solito provato a vendere sogni di cartapesta agli italiani. Dalle dimissioni di Tremonti il premier ha preso lo spunto per parlare delle leggi che farà e del futuro roseo che attende l'Italia. Poi sono iniziati i messaggi. Alla Lega: faremo il federalismo entro settembre. All'Udc: sì alla riforma elettorale proporzionale, ma senza mettere in discussione il bipolarismo. Poi una minaccia a tutti: «I partiti della Casa delle Libertà governano e governeranno insieme fino alla fine della legislatura. Così come insieme si presenteranno alle prossime elezioni».

«Dalla conquista dell'alternanza non si torna indietro», ha detto Berlusconi. «Ciò non significa che non si possa discutere di una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo e che garantisca a ciascun partito una rappresentanza proporzionale».

Il non programma economico

Quello illustrato da Berlusconi è stato un fumosissimo programma economico, più simile a un non-programma, a dire il vero. Il secondo modulo della riforma fiscale, per esempio, verrà varato entro il prossimo trimestre «in vista della definitiva attuazione entro la fine della legislatura». Un vaghissimo riferimento ai tempi, dunque. E il cavallo di battaglia del premier, i tagli all’Irpef e Irap? Berlusconi non ha specificato quanto verrà tagliato sull'Irpef e quanto sull'Irap. «La ripartizione dei tagli fra le due imposte avverrà in misura ottimale ai fini della crescita». Una buona clausola per i trattati internazionali, quelli sempre disattesi, ma non per un programma economico da applicare a un paese come l’Italia. Forse la vaghezza è da attribuire al solito contentino per gli eredi di destra della Balena bianca, visto che il premier dice che il governo terrà conto «dei redditi familiari e dello stato di bisogno». Trovatosi di fronte al solito millantare, Fassino ha chiesto al premier «dove troverà le risorse per fare queste riforme».

E il Dpef, quello che qualcuno diceva di averlo già in tasca, quello che era pronto a recepire le proposte di An? Lo si saprà «quanto prima», anzi «ci scusiamo per il ritardo». Le tante anime della maggioranza non riescono proprio a mettersi d'accordo ma fingono di essere un esempio di buongoverno e di essersi riconciliate. Ma la realtà è che la crisi di governo sta paralizzando il Paese. La crescita economica non ha avuto riscontri reali, è stata un «fenomeno meteorologico», ha detto Boselli dello Sdi. La politica economica del governo ha prodotto precarietà, nuova povertà. «Il governo non è capace di vedere il Paese reale» (Bertinotti) ed è «inadatto a dire la verità» (Rutelli).

La successione di Tremonti

Tanto alla Camera quanto al Senato si è ammirato il solito Berlusconi, «finto innovatore» – come dice Willer Bordon – e pasticcione. Ci si chiedeva perché è stato silurato Tremonti. I senatori si aspettavano che Berlusconi avesse un minimo di buon senso per andare oltre le spiegazioni dei giornali. Ma sono stati delusi. E’ stata rinnovata la gratitudine a un ministro che è stato bravo a raschiare il barile e fare condoni. Allora perché, perché Tremonti non c’è più? Forse, vista la reticenza del Cavaliere, la spiegazione buona la dà Bordon, nel suo lucido e sferzante intervento: «L’Italia è una penisola bagnata da tre-mari e prosciugata da Tremonti». Forse è questo il motivo, ma non si può andare al Senato e dirlo agli italiani, durante la diretta televisiva.

E la successione? L’interim sarà breve, aveva promesso Berlusconi. Nei giorni passati si è scatenato un vorticoso toto-ministro. Una raffica di nomi. In seno alla maggioranza i più sperano che Berlusconi se ne torni a Palazzo Chigi. Calderoli, uno dei più fiduciosi, intasa le agenzie mentre il dibattito è in corso: «Il nome del ministro entro domani». Ma la risposta arriva sia dal leghista Cè («interim lungo»), poi dallo stesso premier. «Nel momento dell'assunzione dell'interim – ricorda il presidente del Consiglio – ho immediatamente precisato che avrei mantenuto l'incarico il tempo necessario a individuare una personalità in grado di rappresentare degnamente l'Italia nel consenso internazionale, sui mercati e di interpretare le linee economiche del governo». Resta il fatto che non si capisce perché il Tremonti così lodato e beatificato da Berlusconi sia stato «destituito», evidenzia Diliberto.

Una maggioranza inesistente

I nodi non sono sciolti, quindi. E Berlusconi, come sottolinea Angius, è un po’ come un personaggio di Walt Disney, come «Alice nel paese delle meraviglie», lontano della realtà. Talmente lontano che anche gli alleati di governo sembrano un po' disillusi. A farli stare insieme è il potere, solo quello. In Senato, agli interventi di D'Onofrio (Udc) la Lega non ha applaudito, a quello di Moro (Lega) i centristi hanno ricambiato con un boato di silenzio. Alta tensione, quindi, tra Udc e Lega. Aggravata dalla nuova minaccia di Maroni: «Se sulla mozione Rai c'è convergenza tra sinistra e Udc, si deve andare al voto». Ma al diktat non c'è stato un seguito concreto, per ora. E Fini, emblematicamente, piuttosto che sedere al banco del governo, assisteva al dibattito in Senato sugli scranni del gruppo di An. Una dimenticanza, una deroga alle procedure o un voler rimarcare una distanza tra il Fini leader di partito e il Fini membro del governo? L'atteggiamento del vicepremier rappresenta una doccia fredda per chi, come Cicchitto, voleva «Fini e Follini nel governo». E proprio il leader centrista ha dichiarato, associandosi a Fini, di non avere intenzione di entrare nell'esecutivo con qualche carica. Ma Fini sembra essere tornato sui suoi passi: giovedì sul Secolo d'Italia pubblicherà un articolo dove non esclude la possibilità di fare il ministro, con Follini, che nell'intervento alla Camera, ha ribadito i concetti già noti: proporzionale, collegialità, critiche alla Lega, alla faziosità in Rai. Ma la scelta di campo, stare a destra, non è stata messa in discussione e le parole del centrista non hanno prodotto effetti sostanziali sull'assetto del centrodestra: la verifica rimane per ora permanente. Il toto-ministro può essere prorogato e le ipotesi di rimpasto non prendono ancora corpo. L'ennesimo rinvio, anche di fronte alle richieste di Fassino: «Il governo deve aprire la crisi formale».

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Lunedi, 12 Luglio, 2004

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Governo. Verifica: evitata la rottura, ma l'accordo non c'è. Si replica in serata

Palazzo Chigi


Roma, 12 luglio 2004

"Siamo passati dalla tempesta dei giorni scorsi a un variabile verso il brutto, tuttavia il clima è migliorato", ha sintetizzato stanotte il leghista Calderoli al termine del vertice della Cdl a Palazzo Chigi. Diversa la metafora, ma identico il significato, usata dal socialista De Michelis: "Non siamo andati a sbattere alla prima curva". Conclusione interlocutoria, quindi, quella del vertice dei leader della maggioranza chiamati a trovare una soluzione alla verifica riapertasi dopo le elezioni europee. Non si può dire che sia stata raggiunta alcuna intesa, ma viste le premesse non è certo senza significato il fatto che la riunione non sia stata interrotta traumaticamente, e che anzi ci si sia dati appuntamento per oggi, come ha sottolineato anche il coordinatore di An Ignazio La Russa. Berlusconi parlerà a quattr'occhi con ognuno degli interlocutori del vertice di ieri, e poi in serata ci sarà la seconda puntata del "tavolo politico" della verifica.

All'inizio dell'incontro di ieri sera si è temuto il peggio, hanno raccontato unanimi diversi partecipanti alla riunione, quando il premier ha severamente attaccato il leader dell'Udc Marco Follini. Il termine ultimativo posto dall'Udc al presidente del Consiglio e la lettera con le richieste accoppiata all'ultimatum, avrebbe protestato Berlusconi, non sono comportamenti leciti per un partito che fa parte di una coalizione. Follini avrebbe a quel punto replicato che è l'Udc a sentirsi minacciato, accusando il premier di aver attentato all'autonomia del suo partito. E' a questo punto che sarebbero intervenuti i mediatori, in particolare il leader del Nuovo Psi, Gianni De Michelis, che faticosamente, ma efficacemente, sono riusciti a portare il confronto sulle questioni di merito. Da quel momento la discussione avrebbe assunto un tenore ben diverso, visto che su nessuna delle questioni affrontate sarebbero emerse opposizioni di principio. La disponibilità a discutere di tutto ha quindi di molto rasserenato il clima, permettendo di darsi un nuovo appuntamento per oggi. Nonostante le difficoltà, in Forza Italia si può cogliere un ragionevole ottimismo.

Oggi si tenterà di trovare risposte condivise su tutte le questioni poste dai centristi, partendo dalla consapevolezza che nessuno ha interesse a far saltare il banco, ma anche sapendo che non sarà facile trovare un accordo, in particolare su tre questioni: legge elettorale, federalismo, e il nome del successore di Tremonti al ministero dell'Economia.

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Venerdi, 9 Luglio, 2004

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«Berlusconi e i conflitti d’interesse vanno mano nella mano, ma il premier si è superato assumendo l’incarico di ministro dell’Economia. Come titolare del Tesoro il proprietario di Mediaset ora controlla la Rai e, come titolare delle Finanze, la Guardia di Finanza, la stessa che costrinse la Fininvest a versare tasse non pagate».

Financial Times, 7 luglio

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Va in aula il conflitto d'interesse, il governo sparisce
di Natalia Lombardo

«Sono stanco di giochi e giochini... Onorevoli colleghi, non posso fare altro che prendere atto della perdurante assenza del Governo e stigmatizzare con forza tale comportamento». È mezzogiorno quando il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, perde la pazienza dopo aver sospeso per ben due volte la seduta, vedendosi costretto a rinviare ancora una volta la legge sul conflitto d’interessi. E sbotta, applaudito dall’opposizione ormai insorta accusando la maggioranza di praticare «l'ostruzionismo contro una legge che ha la firma di Berlusconi». L’assenza del governo ha bloccato i lavori della Camera, e giovedì è «saltata» anche la legge sul Risparmio nata dal caso Parmalat.

Casini ha rinviato il ddl sul conflitto d’interessi a martedì prossimo, rassicurando l’opposizione: «Sono un inflessibile custode delle prerogative del Parlamento». Ma il suo sfogo è pari a un atto di accusa per lo schiaffo politico e istituzionale che Berlusconi e il suo governo danno al Parlamento, nel momento in cui il conflitto d’interessi è arrivato all’apice, con l’interim del premier al ministero dell’Economia. Eppure i ministri furono presenti in massa durante tutto l’iter della legge Gasparri o delle varie Cirami.

Altro che «primi 100 giorni del governo» per risolvere il conflitto d’interessi, annunciati dal premier al suo insediamento nel 2001, ne sono passati 1148. Grave anche lo slittamento della legge che istituisce la commissione di inchiesta sui dissesti finanziari delle imprese (la cosiddetta Commissione su Parmalat), al primo punto nell’ordine del giorno giovedì mattina. Il ministro Giovanardi è a un convegno, non c’è ombra di sottosegretario e mezzo governo è all'assemblea dell'Abi ad ascoltare Berlusconi. Casini, costretto all’attesa fra le proteste dell’opposizione, sbotta: «Vorrei esprimere un rincrescimento, perché è molto grave che la Camera sia costretta ad aggiornarsi per la mancanza del Governo! Questo è un atteggiamento che non possiamo accettare, anche perché l'istituzione della Commissione di inchiesta è molto importante ed è stata richiesta su iniziativa di un gruppo della maggioranza».

A quel punto i capigruppo di Ulivo e Rifondazione fanno una conferenza stampa e danno voce ai sospetti: il centrodestra fa «ostruzionismo contro una legge dello stesso governo», secondo il verde Marco Boato. Insomma, incalzano Pierluigi Castagnetti (Margherita) e Franco Giordano (Prc), Berlusconi non vuole nemmeno questa legge «blanda», «flebile»; per di più, sottolinea Luciano Violante (Ds), proprio quando con l'Interim dell'Economia «ha cumulato il massimo dei poteri».

A fine mattinata sottosegretario Mario Valducci si materializza, e parte l'esame della legge sul Risparmio, ma manca il numero legale. Violante aveva chiesto di discutere il conflitto d’interessi subito, ma la cosa non passa. Affila le armi il centrista Bruno Tabacci che in una nota critica con Giorgio La Malfa, denuncia: «Il fallimento del percorso bipartisan sul ddl Risparmio è una resa» della maggioranza («fallo vedere a Fazio», scherza Tabacci).

Del conflitto d’interessi se ne riparlerebbe martedì, ma è da vedere. La legge infatti è bloccata da due anni esatti. L'8 luglio del 2002 arrivò dal Senato a Montecitorio e da allora non è stato mai modificata. Si è lasciato trascorrere ogni volta l'anno in corso per modificare la copertura finanziaria e rinviarla all'altro ramo del Parlamento. Ora siamo al quinto passaggio parlamentare, ma nell'opposizione c'è chi giura che ce ne sarà un sesto magari a gennaio, per far sì che «decadadano gli attuali titolari delle Autorità di vigilanza» dice Castagnetti. Garanti come Tesauro per l’Antitrust di cui Berlusconi non si fida in quanto nominato dall’Ulivo. Donato Bruno (Fi), relatore alla legge, replicacon tono provocatorio: «Martedì in mezzora la approviamo. Se poi l'opposizione ci convince che la legge non va bene, potremmo anche votare no...».

Anche sulle Riforme costituzionali l’opposizione avverte: siano «condivise». I capigruppo di Ulivo e Rifondazione (Violante, Castagnetti, Boato, Giordano, Cusumano, Rizzo, Intini e Zanella) hanno chiesto in una lettera al presidente Casini che «assuma un’autonoma iniziativa che consenta alla commissione di adottare tempi e metodi di lavoro adeguati» ad una modifica della Costituzione che mina «l’indivisibilità della Repubblica», azzera l’autonomia legislativa della Camera, rafforza la figura del premier con una logica «autocratica»; con il Senato Federale «annulla ogni garanzia di governabilità per la politica nazionale».

«Siamo pronti a lavorare anche di notte, se l’opposizione ci sta...» replica Bruno piccato. E il leghista Calderoli è acido: noi siamo veloci, non spetta al Parlamento «stare dietro a chi ha difficoltà a tenere i normali ritmi di vita... Chi è ritardato recuperi da solo». Bella prova di dialogo...

Conti pubblici, il monito di Fazio. Montezemolo: il governo ascolti le parti sociali di Raul Wittemberg

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Governo. Il Consiglio dei ministri approverà la manovra da 7,5 miliardi

Silvio Berlusconi


Roma, 9 luglio 2004

Il Consiglio dei Ministri approverà oggi l'impianto della manovra da 7,5 miliardi di euro attraverso la quale il governo intende tenere fede agli impegni presi a Bruxelles per garantire il contenimento del deficit sotto il 3%.
Il premier Berlusconi ha precisato che la manovra sarà pari allo 0,6% del Pil, e conterrà tagli alla spesa per 4,2 miliardi di euro e 1,5 miliardi di aumenti di entrate. "L'aggiustamento - ha spiegato - sarà completato con misure amministrative che possiamo adottare a legislazione vigente; misure discrezionali, per una somma fino a 2 miliardi di euro pari allo 0,17 per cento del Pil".

Tre le aliquote Irpef
Il premier, parlando del progetto di riforma fiscale, ha annunciato che si procederà con 3 aliquote Irpef, e non più 2. La terza aliquota, oltre al 23% e 33%, sarà destinata "ai contribuenti - ha precisato il ministro ad interim dell'Economia - con il reddito più alto. Il mio programma prevedeva 2 aliquote, credo che non riuscirò a mantenere le 2 aliquote per avere una curva fiscale armoniosa e per ottenere il consenso delle forze della mia maggioranza". Berlusconi ha assicurato che ridurrà l'Irap.
Visto che si tratta di un'imposta che garantisce un gettito superiore ai 30 miliardi di euro "sarà difficile abolirla - ha spiegato - ma cercheremo comunque di intervenire. E introdurremo anche incentivi per le medie e le piccole imprese".

La riforma delle pensioni
Il governo porrà la fiducia sulla riforma delle pensioni prima della pausa estiva dei lavori parlamentari. Berlusconi ha spiegato che in questo modo la riforma avrà il via libera definitivo tra breve. "La fiducia sulle pensioni è già stata posta in Senato, avevamo ampiamente annunciato che entro luglio volevamo chiudere e quindi non mi pare ci sia nessuna sorpresa e nessuna novita"', ha detto il ministro del Welfare Maroni

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Governo. An: la Cdl ha imboccato la via giusta. Follini: difficile dire che va tutto bene

Continua lo scontro tra l'Udc e Berlusconi


Roma, 9 luglio 2004

Alleanza Nazionale apprezza l'intervento di Silvio Berlusconi all'Abi sulle prossime mosse del governo in politica economica: il varo della manovra, la riforma fiscale con la riduzione dell'Irap e le tre aliquote Irpef. La maggioranza - dice il portavoce di An Mario Landolfi - "sta imboccando la via giusta. E' la dimostrazione che lavorando collegialmente, come si è fatto in questi giorni e come si farà ancor più approfonditamente da domenica anche sulle riforme istituzionali, i problemi si possono risolvere".

Follini: difficile dire che tutto va per il meglio
"Siamo persone responsabili - ha detto il leader dell'Udc Marco Follini - e nessuno più di noi ha a cuore il bene e la buona riuscita della maggioranza e del governo. Ma certo - ha proseguito Follini - in un giorno in cui si fermano in parlamento le leggi sul risparmio e sul conflitto d'interesse è difficile dire che tutto vada per il meglio".
Follini si riferiva al ritardo nella ripresa dell'esame del provvedimento che istituisce una commissione di inchiesta sulle imprese in crisi, tra cui Parmalat, determinato dall'assenza del Governo. Ritardo che ha fatto infuriare il Presidente della Camera Pierferdinando Casini che ha commentato: "È molto grave che la Camera sia costretta ad aggiornarsi per l' assenza del Governo". "Assicuro - ha aggiunto - che questo provvedimento sarà il primo punto all'ordine del giorno della prossima settimana".
Anche il conflitto d'interessi sarà tra i primi punti all'ordine del giorno la settimana prossima.

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Mercoledi, 7 Luglio, 2004

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Governo. Berlusconi verso un interim all'Economia breve. Ma ora la maggioranza si spacca sul federalismo

Momento difficilissimo per Silvio Berlusconi


Roma, 7 luglio 2004

Accerchiato dal pressing dell'asse UDC-AN, il premier Silvio Berlusconi sembra deciso a accorciare l'interim dell'Economia, mantenendo l'incarico solo fino alla presentazione del Dpef, che conterrà anche le linee generali della riforma fiscale. Ovvero, al massimo una dozzina di giorni. Ma i problemi per la coalizione di governo sembrano crescere di ora in ora, perché dalla Rai alla riforma federale lo scontro fra Lega e AN-UDC si accentua.

Ieri l'Udc ha lanciato un ultimatum: se entro il 16 luglio, data di convocazione del Consiglio Nazionale del partito, non ci sarà un chiarimento vero, il segretario Marco Follini proporrà la linea dell'appoggio esterno. Una minaccia subito appoggiata da AN. Per Gianfranco Fini non sarebbe saggio "minimizzare l'appuntamento che l'Udc ha fissato per il Consiglio Nazionale del 16 luglio e considerare impossibili le conseguenze politiche che ne potrebbero derivare". Fini ha chiesto al presidente del Consiglio di definire "collegialmente" e "da subito" il Dpef e la legge finanziaria per il 2005; di "confermare l'impegno per le riforme concordando gli emendamenti al testo del Senato. E ancora, di "scegliere il successore di Tremonti e rafforzare contestualmente la squadra di governo". Un rimpasto, insomma, sembra l'unica chance lasciata al premier dagli alleati.

Il contrasto sulle riforme
No alla polizia regionale, alla possibilità delle regioni di decidere sulla programmazione scolastica piuttosto che sulla salute. Sì all'indicazione del candidato premier sulla scheda, ma con l'assegnazione su base proporzionale e premio di maggioranza per la Camera, regionalizzazione della Corte Costituzionale. Questo il contenuto degli emendamenti presentati dall'Udc alla riforma federalista ora all'esame della Camera: una bocciatura dell'impostazione data dalla Lega.

Una quindicina gli emendamenti alla proposta di legge sul federalismo presentati da An al di fuori del pacchetto dei 54 concordati dalla Casa delle liebrtà e controfirmati da tutti i capigruppo della maggioranza in commissione. Alcuni riguardano semplicemente delle "riformulazioni" migliorative del testo uscito dal Senato, altri "più ampi margini di discrezionalità all'azione di governo", per esempio sul potere di scioglimento delle Camere.

Il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli accetta di prendere in considerazione solo i 54 emendamenti alle riforme controfirmati dai 4 capigruppo dei partiti di maggioranza, perché "solo quelli saranno approvati, per tutti gli altri, compresi quelli dell'Udc, andrà come in Senato dove sono state presentate montagne di emendamenti che poi non sono mai passati. C'è un accordo di maggioranza - sottolinea Calderoli - che rientra nella verifica, se poi qualcuno vuole romperlo vuol dire che finora abbiamo scherzato...".

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Ue. Monti ha detto di no a Berlusconi: "Preferisco l'Europa"

Il commissario Ue alla concorrenza Mario Monti


Bruxelles, 6 luglio 2004

Il commissario europeo Mario Monti conferma che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, lo avrebbe chiamato per il ruolo di ministro
dell'Economia in Italia, ma aggiunge anche di aver preferito rimanere alla Commissione europea.

"Il primo ministro italiano mi aveva chiesto se fossi pronto ad assumere le funzioni di ministro dell'Economia - ha detto Monti - ma io gli ho spiegato le ragioni per cui la mia preferenza era, se possibile, per la continuazione del mio impegno a livello europeo, e gli ho confermato che se il Governo italiano e il presidente designato della Commissione mi chiederanno di servire ancora come commissario, io lo farò".

Monti avrebbe dovuto sostituire Giulio Tremonti, dimessosi sabato, alla guida del ministero dell'Economia, attualmente presa ad interim dallo stesso premier Berlusconi. Lo stesso Berlusconi ha ventilato ieri a Bruxelles, durante i lavori dell'Ecofin, che il suo interim potrebbe durare anche alcuni mesi.

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Governo. Montezemolo: no a due anni di immobilismo

Luca Cordero di Montezemolo


Pistoia, 6 luglio 2004

"Non si può sempre pensare ad una soluzione che preveda le elezioni anticipate, che poi talvolta non cambiano niente". Lo ha detto Luca Cordero di Montezemolo nel corso del faccia a faccia con Guglielmo Epifani alla festa della Cgil a Serravalle Pistoiese (Pistoia).
Rispondendo al moderatore Ferruccio De Bortoli, Montezemolo ha detto di augurarsi però che non ci siano due anni di "immobilismo, di tatticismo politico, perchè questo sarebbe deleterio", ha aggiunto. "Con questo - ha aggiunto il Presidente di Confindustria - non dico che siano meglio le elezioni, dico che chi si è assunto l'onere di governare di fronte al Paese lo faccia e lo faccia senza tatticismi, poi tra due anni vedremo...".

Rispondendo alla stessa domanda Epifani ha ricordato che questo governo "ha un mandato democratico, è il governo con più larga maggioranza. Qui è il punto: se nonostante questo non riesce a governare, deve sempre mettere la fiducia, è diviso, c'è qualcosa che non funziona". Ma Epifani spiega che qui finisce il suo compito, quello del sindacato.

Montezemolo sferza anche l'opposizione
Poi, dal presidente della Confindustria, una frecciata anche all'opposizione. "Mi sarei aspettato, in questo momento, una capacità progettuale, di fare più squadra da parte dell'opposizione anche per essere protagonisti di un grande progetto politico: questo non c'è stato.

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Cronaca. Grave incidente all'Ilva di Cornigliano. 12 feriti. Cinque sono gravi

L'Ilva di Cornigliano


Genova, 6 luglio 2004

Sono 12 gli operai feriti nello scoppio alle acciaierie Ilva di Cornigliano, nei pressi di Genova: nessuno e' in pericolo di vita ma per 5 la prognosi è riservata. Hanno infatti riportato ustioni sul 20% del corpo. Le esplosioni sarebbero state tre, causate dal crollo di una struttura per il trasporto della ghisa liquida, riversatasi all'esterno ed entrata in contatto con l'acqua. Dalle acciaierie si alza una densa coltre di fumo, ma si tratta di vapore acqueo. Secondo l'Arpal, non c'è rischio per l'ambiente.

Fiom: Già 4 i morti nel 2004. Le responsabilità al Governo
"Continua lo stillicidio dei gravi infortuni nelle aziende siderurgiche italiane". - E' quanto rileva con forza la Fiom nazionale commentando l'incidente delle acciaierie di Cornigliano e annunciando che si costituirà parte civile."Solo 15 giorni fa - ricorda la Fiom - è morto un lavoratore alla Lucchini di Piombino. Oggi un gravissimo incidente si è verificato all'Ilva di Cornigliano, il grande stabilimento siderurgico genovese appartenente al gruppo Riva.

Nell'ultimo anno, negli stabilimenti italiani del gruppo, i morti sono già quattro. L'incidente di oggi poteva provocare una strage. Sei sono i lavoratori ustionati, alcuni dei quali in modo grave." "Pesanti sono le responsabilità dell'azienda, ma è altrettanto chiaro che non c'è volontà politica nel verificare l'applicazione dei dispositivi per mettere in massima sicurezza i lavoratori e gli impianti di questo settore. Le poche iniziative che, durante la precedente legislatura, erano state avviate dal ministero del Lavoro sono state via via abbandonate.

"C'è quindi una responsabilità oggettiva del Governo, in termini di mancanza "iniziativa politica", per quanto sta accadendo rispetto alla sicurezza nei luoghi di lavoro." "Giovedì otto luglio l'Inail presenterà il proprio rapporto statistico annuale sugli infortuni: sarà un'altra occasione per contare i morti e gli invalidati sul lavoro." "La Segreteria nazionale della Fiom-Cgil sta valutando una fermata nel settore della siderurgia, con richiesta al Parlamento di non procedere alla modifica della legge 626/94 e alla depenalizzazione dei reati legati al mancato rispetto delle norme sulla sicurezza. L'organizzazione - annuncia infine la nota - si costituirà parte civile al procedimento penale relativo all'incidente di Cornigliano."

Ilva, un altro ferito a Taranto
Intanto un'altro operaio dell' Ilva, Roberto Lanucara, di 26 anni, di Grottaglie (Taranto), è rimasto gravemente ustionato in un altro incidente accaduto questa mattina nell' impianto "Cco 2/3" (colata continua) dell' acciaieria 2 dello stabilimento siderurgico jonico. Ne dà notizia la Uilm cittadina. Lanucara ha riportato ustioni di secondo e terzo grado in varie parti del corpo ed è stato ricoverato nel centro "grandi ustionati" dell' ospedale civile di Brindisi.

Secondo il sindacato, nell' impianto a causa di "una reazione chimica" c'è stata una fuoriuscita di acciaio liquido che ha determinato la rottura di un flessibile contenente olio ad alta pressione ed un successivo incendio, che ha colpito l'operaio.

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Lunedi, 5 Luglio, 2004

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Berlusconi, un interim che lo fa diventare il solo proprietario della Rai
di red.

E' una delle conseguenze dell’interim dell’Economia. Con l'aggiunta che oggi è stata varata l’incorporazione della Rai spa in Rai Holding. Tradotto: Silvio Berlusconi diventa un «azionista» Rai (per usare le parole di Rutelli). O molto più semplicemente diventa il solo «proprietario». Come è potuto accadere? Il perché lo spiega Antonio Di Pietro: «Oramai Berlusconi considera il governo del paese come una cosa di famiglia: finora era proprietario solo delle reti Mediaset, ora, come ministro del Tesoro, anche della Rai».

Ma andiamo con ordine. L’incorporazione di Rai spa in Rai Holding è il primo passo previsto dalla legge Gasparri in vista della privatizzazione dell’azienda pubblica e del futuro rinnovo dei vertici Rai. Al di là degli aspetti tecnici, che riguardano tempi, limiti e modi della liberalizzazione, ciò che preme far osservare è l’egemonia che il presidente del Consiglio vanta in questo momento sul sistema radiotelevisivo italiano in virtù della suo nuova e particolare esperienza al timone di via XX settembre.

Ma qual è il problema che si configura? Sette dei nove membri del nuovo cda saranno nominati dalla Commissione parlamentare di vigilanza. Gli altri due verranno nominati dal ministro dell'Economia. Chiaro dunque che se l'interim dovesse essere «lungo», come il premier ha annunciato oggi, Berlusconi avrebbe un potere immenso. E oltre a determinare il colore politico del futuro cda con il suo potere di nomina, potrebbe controllare le azioni Rai. Chiaro è in questo senso il riferimento alla funzione del Tesoro, che gestisce le azioni dell’azienda.

A denunciare inoltre un aspetto che potrebbe rendere ancora più anomala la posizione di Berlusconi è Giuseppe Giulietti, dei Ds: « La legge sul conflitto d'interessi dovrebbe essere votata proprio quando il presidente del Consiglio ha assunto anche l'interim del ministero del Tesoro diventando il ministro controllore anche dell'impresa Rai». Una strana ironia. La «finta» legge preparata dal ministro Frattini rischia di assumere una portata ancora più rilevante. È lo stesso Giulietti che ne illustra la natura: «In realtà non si tratta di una legge che risolve il conflitto d'interessi, ma di una legge che elimina gli interessi di un conflitto con quelli del presidente del consiglio».

Anche i centristi dell’Udc intendono dare battaglia. Il partito di Follini era del resto stato esplicito nei giorni scorsi. La Rai è considerata un vero e proprio «poltronificio», gestito in maniera «scandalosa». Il capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè, appare esplicito nell’illustrare la posizione del suo partito. L’Udc vuole il ricambio. «Noi da tre mesi – sostiene Volontè – continuiamo a dire la stessa cosa: approvata la legge Gasparri, abbiamo pensato che fosse assoluto buon senso passare a un rinnovo del direttore generale della Rai e al CdA». Nemmeno a parlarne. Cattaneo, Veneziani, Rumi e compagni sono rimasti inchiodati alle loro poltrone. A nulla è valso, in questo senso, nemmeno l’atto di dimissioni presentato dall’ex presidente Lucia Annunziata. Un problema di correttezza istituzionale, ma anche di qualità. Volontè si è anche lasciato andare a una battuta: «Le mie figlie continuano a leggere le fiabe con papà. D'altra parte, con questa televisione...». Inoltre ha ribadito che il suo gruppo presenterà in commissione di Vigilanza una mozione per il rinnovo del Cda di Viale Mazzini.

Ma se Volontè appare deciso, lo sono di meno gli esponenti di An. Dice Nania, capogruppo di An al Senato: «Il giudizio politico sulla Rai non può che essere positivo, se poi l'Udc fa altre valutazioni è un problema dell'Udc non di An».

Ma a far vacillare il centrodestra è anche il federalismo. E per giunta Udc e An intendono condurre questa battaglia fianco a fianco, senza le incrinature emerse sul problema della Rai. I due partiti, comunque, si apprestano a convocare i loro vertici, per discutere e prendere posizione, a prescindere da giudizi conformi o da divergenze.

Sul fronte centrista, Marco Follini ha convocato l’ufficio politico del partito. Il segretario ha preso la decisione da Budapest, dove partecipava a un incontro con i neoparlamentari del gruppo popolare. Non si è trattato di un atto di ordinaria amministrazione: Follini ha convocato i suoi colleghi centristi con «urgenza» e lui stesso ha anticipato il ritorno a Roma, tanto è vero che lascerà Budapest già da lunedì, per rientrare nella capitale in serata.

L’asse An-Udc, sul tema del federalismo, ha una certa fretta di agire, se è vero che anche Gianfranco Fini ha declinato un invito a Venezia da parte dell’Unione industriale. Resterà a Roma, ma per ora, ufficialmente, non sono state convocati vertici di partito.

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Sadato, 3 Luglio, 2004

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Conti pubblici. Sfiorata crisi di governo: Tremonti si dimette, si stringono i tempi per Ecofin

Il ministro dimissionario Tremonti


Roma, 3 luglio 2004

Giulio Tremonti dimissionario dall'Economia, rinvio per la manovra sul contenimento della spesa, che verrà probabilmente approvata appena in tempo per la riunione Ecofin di lunedì, in un consiglio dei ministri convocato di domenica. Questo l'esito di un lungo e drammatico vertice di maggioranza, durante il quale è stata sfiorata la crisi di Governo.

Alla fine è passata la linea di An, sostenuta dall'Udc. Il partito di Gianfranco Fini ha ottenuto la testa del titolare dell'Economia, e anche una rivisitazione del provvedimento sul taglio delle spese con cui presentarsi con i conti in regola davanti ai ministri economici dell'Ue per evitare l'early warning. Il vertice a Palazzo Grazioli, riunitosi ieri sera dopo una serie di incontri tra il Premier e gli alleati, è durato oltre quattro ore. Gianfranco Fini e Mario Baldassarri hanno tenuto il punto.

Già ieri, poco dopo aver formalizzato la posizione del partito al termine dell'esecutivo, An aveva posto il problema dell'incompatibilità della propria presenza al Governo con quella del potente titolare dell'Economia. Ad An, che già ieri mattina condizionava la propria permanenza nell'esecutivo ad una "svolta" nella politica economica, non è andato giù il documento che Tremonti avrebbe portato oggi in Consiglio dei ministri: una manovra che doveva essere da circa 7,5 miliardi di euro, con un taglio delle spese distribuito su una ventina di voci che però avrebbe toccato soprattutto gli incentivi al Mezzogiorno. Non solo. Tremonti, secondo gli esperti economici di An, avrebbe presentato un complesso di misure 'spalmate' su tre anni che però, ad una più attenta lettura 'anno per anno' avrebbero comportato un divario in negativo, un 'buco', di circa 2 miliardi di euro. Di qui l'accusa di voler 'truccare i conti', risuonata nel pomeriggio a palazzo Grazioli.

Per questo, Fini e Baldassarri, insieme al ministro Gianni Alemanno, hanno posto l'aut-aut a Silvio Berlusconi. Il Premier aveva poi di nuovo ricevuto, nel pomeriggio, Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie della Lega, mentre nella sede dell'Udc Marco Follini era a colloquio con i ministri Rocco Buttiglione e Carlo Giovanardi.

I leader, riuniti in serata a Palazzo Grazioli, non hanno sciolto il nodo principale, la questione posta da An. Superate, per il momento, le questioni prettamente politiche - i tempi per il Ddl sulle riforme chiesti dalla Lega, e la riforma elettorale per il proporzionale, voluta dall'Udc - è rimasto lo scoglio del 'caso 'Tremonti'. A quel punto è stato lo stesso Berlusconi, riferisce Calderoli, "a farsi interprete" di questa richiesta davanti al titolare dell'Economia. E a decidere di sconvocare il Cdm previsto per oggi.

I leader rimarranno in contatto ancora oggi, e forse anche domenica, per trovare l'accordo sul provvedimento da portare all'Ecofin di lunedì. Il Consiglio dei ministri potrebbe quindi riunirsi domenica, al più tardi lunedì mattina. L'ipotesi di una richiesta di slittamento dell'Ecofin, sia pure circolata nella serata, sembra difficile essendo questa la prima riunione dei ministri economici dell'Ue sotto la presidenza di turno olandese.

Il Governo evita così per il momento la crisi. Le dimissioni di Tremonti, ha precisato Calderoli, non sono ancora state formalizzate. Ma quando lo saranno, il passaggio politicamente obbligato sarà l'assunzione dell'interim da parte di Berlusconi. In attesa della nomina di un nuovo ministro.

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Rai. Udc all'attacco: Cda e dg a casa dopo la fusione

La sede Rai di viale Mazzini


Roma, 3 luglio 2004

Anche le vicende Rai entrano nella verifica di governo. L'Udc ha annunciato una mozione in commissione di Vigilanza nella quale si chiede la sostituzione del Consiglio d'amministrazione e del direttore generale dell'azienda radiotelevisiva. Il cambio dovrà avvenire, secondo l'Udc, subito dopo la trasformazione societaria della tv pubblica, prevista dalla legge Gasparri. Favorevole al rinnovo del CdA Rai il presidente della commissione di vigilanza Claudio Petruccioli.

Il vertice respinge le accuse di "gestione imbarazzante", il resto della Cdl lo appoggia e sottolinea l'esigenza di "continuità". A sinistra si delineano già possibili convergenze con la mozione dell'Udc.

Contro l'Udc è schierato il resto della maggioranza. "Cda e direttore generale hanno fatto bene", ha detto Butti di An, "le critiche sono pretestuose". "L'Udc - ha affermato Paolo Romani di Fi - farebbe bene a riconoscere i meriti indiscussi degli attuali vertici dell'azienda pubblica radiotelevisiva".

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Cinema. E' morto Marlon Brando

Marlon Brando nel Padrino


Los Angeles, 3 luglio 2004

E' morto all'età di 80 anni in un ospedale di Los Angeles Marlon Brando, uno dei più grandi attori di tutti i tempi. Brando era da tempo in precarie condizioni di salute.


"Faccio il mestiere più inutile del mondo, ma resto a Hollywood perché non ho il coraggio di rifiutare i soldi". Selvaggio, scostante e intrattabile, diviso fra tragedie personali, colpi di testa esistenziali e totale immersione nel 'metodo' che ha reso celebre l' Actor's studio, Marlon Brando ha attraversato quarant' anni di cinema tra interpretazioni magistrali e partecipazioni bislacche ma miliardarie a film di valore più che dubbio, "modificando comunque - come ha scritto il critico David Thomson - sia nei suoi lunghi ritiri che nei suoi migliori lavori il nostro modo di intendere la recitazione".


La vita e i film

L'attore, ritenuto da molti come "il più grande di tutti i tempi", era nato ad Omaha nel Nebraska il 3 Aprile del 1924, figlio di Marlon Brando Sr, venditore di mangimi per bestiame, e dell'attrice Dorothy Pennebaker, morta nel 1954.

Figlio di genitori alcolizzati, trascorse gran parte dell'infanzia da solo e, dopo un'educazione di tipo militare alla Shattuck Military School, frequentò l'Actors Studio.

Nel 1951 si impose al pubblico con il suo secondo film, "Un tram chiamato desiderio" e, nel 1954, ottenne il suo primo Oscar con l'indimenticabile personaggio di Terry Malloy in "Fronte del porto", influenzando un'intera generazione di ribelli, dentro e fuori dallo schermo.

Magnetico in ogni suo ruolo, da "Bulli e pupe" (1956) a "Gli ammutinati del Bounty" (1962), negli anni'70, inoltre, divenne una vera e propria icona, grazie alla discussa ma molto

apprezzata serie de "Il Padrino" di Francis Ford Coppola.

Grazie alla parte di Don Vito Corleone conquistò la sua seconda statuetta, nel 1973. Confermando la sua forza di carattere e il suo anticonformismo, in quell'occasione Brando rifiutò il premio, disertando la cerimonia, per protestare contro il modo in cui gli Stati Uniti e Hollywood avevano fino ad allora affrontato la questione dei nativi americani.

Attore e regista indomito, non smise mai di stupire per le sue scelte, apparendo nel 1974 nel controverso film di Bernardo Bertolucci "Ultimo tango a Parigi" che, sebbene ampiamente censurato, gli valse un'altra nomination all'Oscar.

Indimenticabile in ogni film rimane nei cuori di tre generazioni di cinefili anche per l'affascinante e maledetto ruolo del colonnello Kurtz, nel film di denuncia contro il Vietnam "Apocalypse Now" di Francis Ford Coppola.

Padre di un numero discusso di figli, per il cui riconoscimento dovette anche affrontare delle cause giuridiche, nel 1995 perse sua figlia Cheyenne, morta suicida. Ricoverato nel 2001 per polmonite, da tempo viveva in totale isolamento

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