Domenica, 5 Marzo, 2006

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Dimenticare Berlusconi?



Due fatti stanno deragliando la vita italiana sul binario morto della irrilevanza: la crescita zero e il conflitto di interessi. I due fatti sono legati. I due fatti non riguardano una destra che si oppone a una sinistra o uno schieramento impegnato a fronteggiarne un altro. Giovanardi e Baccini, ma persino Bondi e Schifani c’entrano poco col dramma a due facce che ha colpito l’Italia. Tutto emana da una sola persona che ha trascinato al centro della vita pubblica italiana il suo immenso conflitto di interessi. È così gigantesco che si dirama in ogni interstizio della vita pubblica e non può che portare al blocco della vita economica. È ciò che è accaduto.

Tutto ciò va detto per spiegare che in una normale situazione politica - una situazione che a noi è negata - nella quale Berlusconi non fosse che un Giovanardi di migliore aspetto o un Casini con la battuta più pronta, avrebbero ragione coloro che ammoniscono: smettete di parlare di Berlusconi. È un vanesio, un teatrante, e voi fate il suo gioco.

Giusto. Ma è anche un padrone. Il padrone di quasi tutto. Una volta diventato politico e capo del governo, ha generato una condizione di dominio che blocca gli altri e beneficia se stesso, nelle comunicazioni come nelle decisioni imprenditoriali, nella volontà e libertà di parola (ha ghigliottinato la libera informazione e condizionato i titoli e le aperture dei quotidiani che non controlla) come nella disponibilità a investire e a crescere. Si sa, infatti, che gli interessi che contano sono solo quelli del presidente-padrone, e che persino le escursioni internazionali sono più rapporti d’affari che politica estera del Paese. Controprova. In cinque anni la ricchezza aziendale e personale del presidente del Consiglio è cresciuta come nessun’altra azienda e nessun’altra ricchezza personale. Il resto dell’Italia, zero.

È del rapporto fra questi due dati che dobbiamo parlare. Al centro c’è l’uomo la cui presenza egemone rende la politica italiana diversa da ogni altra politica.

L’anello di congiunzione tra crescita zero e conflitto di interessi è dato dalle scalate che hanno messo a rumore il Paese durante l’estate. Questo nesso ci è stato rivelato sia dal tentativo - accanito e fallito - di seppellire una serie di eventi incrociati sotto l’accusa alla sinistra di essere corrotta e corruttrice (ovvero allo stesso livello dei portatori del conflitto di interessi).

E ci è stato rivelato dalle dichiarazioni dello stesso Berlusconi in difesa delle “sue” scalate. Ormai sono in molti a pensare e a dire che è stata “sua” anche la tentata scalata al Corriere della Sera.
Tutto ciò serve a ricordare anche ai più miti frequentatori della brutta e pericolosa vicenda italiana che non tutti i conflitti di interesse, per gravi che siano, sono uguali. Ci sono portatori sani del conflitto di interessi. Sono coloro il cui insolito livello di potere economico contrasta oggettivamente con il potere politico che chiedono di acquisire. Nessuno intende espropriarli ma essi sanno che, come i portatori sani di HIV (il virus dell’Aids), lo devono dire, e devono rinunciare ad esercitare il controllo del loro potere economico se vogliono esercitare il loro potere politico. E’ un gesto che richiede coraggio. Ma non farlo, in molti Paesi, è considerato un reato.

Il conflitto di interessi negato mette a rischio grave la democrazia. Berlusconi condivide con un’altra sola persona al mondo, il primo ministro di Tailandia Thaksin Shinavatra, il virus diffuso in tutti i gangli del Paese, però negato, di un conflitto d’interessi pericoloso due volte: per la quantità di ricchezza che va a sommarsi con il potere politico determinando un dominio di mercato sulle persone ancora più pericoloso del dominio di mercato sui beni. E per la qualità dei settori investiti dall’eccesso di potere: tutto il settore dell’informazione (televisione, giornali, nomine e poteri in quel campo) e alcuni altri punti strategici come la pubblicità e le assicurazioni, che da sole bloccano alcuni settori economici chiave di un Paese.

Ci informano i giornali americani che la Tailandia, dove il primo ministro corrotto-corruttore è riuscito a eliminare o comprare gran parte della opposizione democratica, è a rischio di sollevazione popolare (e infatti i think tank di politica internazionale definiscono ora la Tailandia, insieme alle Filippine, una democrazia a rischio).

Inha tracciato una linea invalicabile di frontiera anche quando molti citt Italia l’opposizione ha tenuto duro, nonostante tanti consigli di abbassare la guardia e di smettere di sollevare la questione del conflitto di interessi. E inoltre l’Italia ha beneficiato di una garanzia che dovremmo ricordare: la totale estraneità, umana, politica e morale del Presidente della Repubblica al tipo di cultura d’affari, estranea anche al capitalismo, introdotto dalla nuova classe berlusconiana. È una garanzia civile che adini avrebbero desiderato il rigetto immediato di alcune leggi, e la difesa aperta dei magistrati. Ma è una estraneità che ha consentito a molti italiani di continuare a essere orgogliosi della loro identità democratica anche nei momenti più umilianti di questo brutto e pericoloso periodo.
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È importante adesso, nella campagna elettorale, tenere alto il segnale di “caduta massi” sulla democrazia costituito dal conflitto di interessi. Occorre esorcizzare il tentativo di farlo passare per un argomento noioso o laterale rispetto al confronto politico.

Occorre per prima cosa ricordare i tratti salienti del conflitto di interessi di Berlusconi che gli impedisce di poter governare l’Italia (ecco il risultato: zero). Ma che gli consente arricchimento continuo che è per forza, oggettivamente e di fatto, a scapito del Paese.

Primo. Il conflitto di interessi di Berlusconi è molto vasto a causa del peso della sua ricchezza. Trasforma la politica in un mercato. Di per sé, un simile fenomeno è fonte di corruzione. Ma non è tutto. Questo mercato prodotto da un eccesso di ricchezza in grado di dominare tutto, ha un unico gestore. Si crea così una situazione insana e contraria a qualunque regola del capitalismo, una vera e propria gabbia per gli alleati, un vero e proprio esilio (dalle notizie e se possibile dal lavoro e dalla reputazione) degli avversari.

Vorrei ricordare che il licenziamento di professionisti celebri e amati come Enzo Biagi, l’esclusione immediata dai programmi della televisione di Stato di Santoro, Luttazzi, Guzzanti (con preciso e dettagliato riferimento al reato di mancanza di rispetto al presidente del Consiglio)sono possibili solo se avvengono salti di corsia al di fuori sia delle generali regole giuridiche (tutti sono stati estromessi senza “giusta causa”) sia delle normali procedure interne e dei normali percorsi e attribuzioni burocratiche delle aziende.
Ciascuno è stato estromesso da qualcuno che non aveva alcun legame di dipendenza con chi ha definito “criminoso” il lavoro di quei giornalisti.

Nessun legame, eppure ha ubbidito, violando anche l’interesse economico della propria azienda che, forzosamente e sotto pressione del conflitto di interessi del capo del governo, licenziava.
Sanno tutti che il programma sottratto a Enzo Biagi non ha mai più ottenuto il carico pubblicitario che il giornalista “criminoso” riceveva da libere imprese italiane.

Secondo. È bene non dimenticare che un conflitto di interessi potrebbe risultare pesante e pericoloso per una ragione (la persona che entra in politica è immensamente ricca) e per l’altra (ha interessi personali e di azienda in campi regolati dalla carica che la persona intende assumere).

Il caso raro (unico) di Berlusconi è che ricorrono entrambe le situazioni negative. Berlusconi è ricchissimo, e possiede moltissimo in molti campi. Ma possiede moltissimo anche nel campo delle comunicazioni, un moltissimo che lo mette in condizione di esaltare se stesso e di screditare la sua opposizione, creando condizioni di regime mediatico. Un caso sensazionale è stato il viaggio e il “successo” negli Stati Uniti. Molti senatori americani sono pronti a raccontare che la visita (annunciata da un anno) era prevista per molto prima delle elezioni e che persino i pochi veri amici di Berlusconi si sono sentiti imbarazzati dalla scelta del Premier di recarsi a Washington in piena campagna elettorale. Quella scelta - sanno e dicono tutti a Washington - è di Berlusconi. I veri deputati e senatori presenti a uno dei pochi discorsi parlamentari nella vita del presidente-padrone (al parlamento italiano non si reca quasi mai, lo definisce «una perdita di tempo») erano pochissimi.

Lo testimonia una nota dell’Ansa (ore 21.15 del 1° marzo) ignorata da commentatori politici autorevoli che davano come presenti senatori che avevano già smentito di avere messo piede in Aula (alcuni dei più importanti nomi di Washington), senza che le loro smentite venissero registrate in Italia.
Soltanto qualcuno che sa di non essere tallonato dalla libera stampa si azzarderebbe a dire: «Il mio è stato il più grande successo del dopoguerra». Be
rlusconi lo ha detto, indisturbato.
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Terzo. Il caso del conflitto di interessi italiano è an
cora peggiore di quello che sembra. Lo dimostra il non dimenticato licenziamento del direttore del Corriere della Sera, colpevole di scrupoloso reportage giudiziario sui vari processi del Premier. Per raggiungere il risultato - contrario a ogni regola di impresa, di licenziare un direttore mentre sta guadagnando copie, incrementando la pubblicità e aumentando profitti e prestigio in un settore difficile come i giornali - bisogna essere in grado di raggiungere nei singoli e diversi campi di attività tutti i membri del Consiglio di Amministrazione.

Ciascuno - dato il conflitto di interessi in atto - ha legittima ragione di temere una interferenza di Berlusconi se la sua intimazione non sarà soddisfatta. Tale interferenza potrà essere del presidente del Consiglio, se il ramo d’impresa di questo o di quell’azionista è regolato da permessi o autorizzazioni burocratiche (fatto frequente nella vita di impresa italiana).
Oppure sarà opera di una delle aziende dell’imprenditore, attivo nei più diversi settori della vita italiana e che dispone tra l’altro del dominio della pubblicità. La conclusione è stata che un direttore responsabile di successo è stato licenziato come accade con chi conduce un’azienda al disastro.

Quarto. Il conflitto di interessi di Berlusconi è internazionale, come dimostra il caso del molto compensato avvocato Mills, e della moglie, ministro inglese della Cultura e co-protagonista delle avventure finanziarie del marito. Il suo film potrebbe intitolarsi «Ho sposato Mediaset», e sta turbando l’intero governo inglese.

Fatti come questi - che appaiono rivelazione di una piccola parte di tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere - gettano ombre ansiogene sulla politica estera italiana in questi anni e sulle ragioni della cacciata di Renato Ruggero. Da allora tocca alla stessa persona - Berlusconi - regolare i rapporti con ogni Paese a livello di governo e a livello personale-aziendale.

C’è da domandarsi che cosa potrebbe accadere se il Paese coinvolto allo stesso tempo in fatti politici e in patti d’affari non fosse trasparente come l’Inghilterra ma, per esempio, oscuro e liberticida come la Russia di Putin. Qualcuno potrebbe interpretare improvvisi e arbitrari tagli di gas all’Italia come messaggi per mancate contropartite concordate e non ricevute.

Naturalmente l’ipotesi appartiene alla fantapolitica. Ma un conflitto di interessi di portata mondiale non pone limiti alla propria fantasia (come vediamo nella estrosità dei nomi dati alle varie scatole cinesi di affari e di famiglia del presidente del Consiglio in amichevoli aree fiscali del mondo) e dunque è difficile dire dove si ferma il danno.
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Quinto. È il conflitto di interessi a generare il conflitto di poteri, ovvero la selvaggia azione di continuo insulto e attacco al potere giudiziario. Si tratta di persone che si alleano con formazioni fasciste e di discendenza nazista, e portano con clamore in testa di lista inda
gati per mafia. Ma riescono a far parlare televisioni e giornali della “inopportunità” di candidare un ex procuratore come Gerardo D’Ambrosio, che è in pensione da anni dalla sua funzione giudiziaria, ma è nel pieno dei suoi diritti di persona integra dalla vita esemplare.

Eppure il conflitto di interessi non solo ha il potere di mettere D’Ambrosio e non i fascisti, non i reati di stampo mafioso sotto l’occhio dei media. Ma, allo stesso tempo, il conflitto di interessi ha il dovere di condurre questa battaglia. Infatti tiene il piede sulle fonti di informazione, ma non controlla i giudici. I giudici sono restati il nemico. E allora occorre, scardinando le regole fondamentali della vita democratica, scatenare un conflitto di poteri.

Una volta devastato il paesaggio della vita comune fino a questo punto, è inevitabile che le imprese si tengano indietro. Non riconoscono più il normale, regolare e legale volto capitalistico. Sanno di non vivere in una normale democrazia industriale. La caduta morale porta alla caduta economica.Dimenticare Berlusconi? Solo dopo le elezioni. Solo dopo averle vinte.

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Domenica, 18 Dicembre, 2005

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Contro l'Italia

Andremo a votare con una legge elettorale meticolosamente studiata per renderci ciechi, irresponsabili, non in grado di eleggere candidati ma vincolati a pacchetti-partito identificati soltanto dal simbolo. Romano Prodi ha detto come stanno le cose con semplicità e chiarezza, restando fedele al suo impegno di non usare mai il politichese (che del resto non conosce): «Si tratta di una legge antipatriottica e incostituzionale». La prima definizione dice ciò che molti già sanno, e che tutti gli elettori constateranno nel giorno del voto. Non ci sono più nomi, non ci sono più preferenze. Forse lo scopo interno a Forza Italia e agli alleati di Berlusconi è di rendere possibile, e anzi indolore, anche per le persone per bene che votano a destra, il gesto di eleggere o di rieleggere parlamentari già raggiunti da pesanti condanne per pesanti reati. Di certo ciò che è stato approvato all’unanimità dalla destra (compresa la parte della destra che vorrebbe farsi passare per centro) è un colpo duro alla grandissima maggioranza di italiani che aveva scelto il sistema maggioritario. Ma è anche un colpo duro a coloro che non avrebbero mai pensato di votare in un sistema proporzionale cieco, in cui al cittadino è tolta la possibilità di guardare in faccia il suo eletto, di valutarlo in base a quello che sa, di ciò che ha fatto, come persona, come politico, come adulto responsabile della propria vita, azioni e immagine. Avendo notato che si faceva sempre più pressante nella vita italiana il richiamo a un livello più alto, a una garanzia più netta di moralità nella vita pubblica e, in particolare, nella vita politica, gli esperti di Berlusconi si sono applicati in modo che diventasse impossibile la partecipazione consapevole dei cittadini-elettori a questo impegno.

Hanno protetto se stessi rendendo possibile e persino inconsapevole la elezione o rielezione di personaggi che hanno frequentato vari aspetti e strati della malavita, dalla corruzione alla mafia. Hanno riportato il Paese nella condizione non rassegnata di votare come ti dicono, facendo a meno del tuo giudizio critico, della tua partecipazione personale e cosciente al voto.

Hanno ridotto la visibilità politica, dunque la responsabilità morale personale, costringendo i cittadini a muoversi a tentoni fra liste che si moltiplicheranno paurosamente. Hanno tolto a coloro che rappresenteranno i cittadini nelle nuove Camere l’orgoglio di essere stati scelti per nome e cognome, per ciò che hanno fatto nella vita privata, per ciò che promettono di fare nella vita pubblica.
Hanno aumentato di molto la confusione alle urne ma anche, dopo il voto, la possibilità di divisione e di frammentazione, costruendo quella che avrebbe potuto essere una legittima e normale legge proporzionale in modo da rendere il più difficile possibile la stabilità e la continuità di un governo.

Per capire la malafede dell’impianto dato deliberatamente, fino ai dettagli, alla nuova legge elettorale, occorre tornare al vanto ripetutamente reclamato per sé dall’attuale primo ministro: il fatto di avere governato a lungo. Poiché si tratta di un capo di governo che ha perso lungo la strada i principali ministri (Esteri, Interni, Economia) cambiando titolare persino alle Comunicazioni (che per il proprietario di Mediaset è il ministero chiave) e alla Sanità (dove si giocano immensi interessi), se avesse governato con la legge che ha fabbricato appositamente per i suoi avversari, Berlusconi sarebbe caduto varie volte. E varie volte avrebbe dovuto sperare in un reincarico del Quirinale, nonostante le batoste subite, le minacce, i voltafaccia, i ricatti dei suoi cosiddetti alleati.

Berlusconi ha governato a lungo perché eletto con una legge che rende meno ardua la continuità e che gli ha lasciato tempo per recuperare (Berlusconi lo fa seguendo le regole del mercato) i pezzi del suo sostegno parlamentare che hanno minacciato, di volta in volta, di staccarsi.

Ecco perché quella che è diventata, a colpi di prepotenza e di maggioranza, la nuova legge elettorale di tutto il Paese, viene giustamente definita da Prodi «antipatriottica». Da un lato allontana i cittadini dalla piena consapevolezza di ciò che stanno votando, li fa scendere al di sotto del livello politico moderno che avevano già raggiunto, sia pure con una legge tutt’altro che perfetta. Potevano dire: «Voto per te, voto contro di te, per queste ragioni», sapendo ogni volta quello che stavano decidendo. Dall’altro è una legge che incoraggia la frammentazione molto più che la proporzionale, sia nella campagna elettorale, dove viene favorita una moltiplicazione di sigle, gruppi e liste, tutte al riparo dal precedente dovere di stabilire un rapporto diretto fra cittadino e candidato; sia nel dopo voto, quando si tratterà di raccogliere e organizzare e tenere insieme non solo le parti più solide dei partiti votati ma anche le schegge di una struttura elettorale disegnata deliberatamente per esplodere nelle mani dei vincitori.

Ci sembra giusto - come ha detto Prodi - definire questa legge incostituzionale, e temerne gli effetti, perché stravolge in molti punti (per esempio con il sistema del premio di maggioranza regionale) la garanzia di eguaglianza del voto (del peso del voto) di tutti i cittadini, scardina la famosa formula «una persona, un voto» che è la definizione di ogni moderna democrazia.

La legge berlusconiana moltiplicherà o depotenzierà il peso di ciascun voto (dunque di ciascun votante) a seconda delle capricciose regole di attribuzione dei «premi regionali».

Perciò è importante anche la definizione proposta da Giuliano Amato: «Il gravissimo difetto di questa legge... è che si tratta di una scelta assolutamente irrazionale e disfunzionale... Anche per il meno partigiano degli osservatori è ovvio pensare che questa sia stata la scelta di chi sa di perdere, e non ha alcun interesse alla governabilità, ma punta solo a creare difficoltà all’avversario».

(La Repubblica, 16 dicembre).

Amato aggiunge anche che «con una sorta di perversione giuridicista si è discusso solo se (la nuova legge elettorale) era incostituzionale o no. Ma (ammettendo che sia costituzionale) basta questo a un Parlamento serio per far approvare una simile fesseria?»
Amato dovrebbe forse riconoscere, però, che la grave accusa di incostituzionalità fatta propria da molti giuristi basterebbe per bloccare il percorso della «fesseria». Non so se quei giuristi siano «perversi» (mi rendo conto che la parola ha un significato accademico, nel senso di ostinazione a sostenere una tesi). Ma è impossibile non domandarsi realisticamente: un simile, gravissimo danno ai cittadini e al Paese si può fermare?

Le pagine migliori della democrazia americana questo ci dicono: che la domanda sulla costituzionalità di una legge democraticamente avversata per gravi ragioni, è sempre la prima domanda.

E dunque resta ragionevole e legittimo il desiderio che la legge «dei pozzi avvelenati» non entri mai in vigore, che i suoi tratti di incostituzionalità appaiano abbastanza marcati da connotare «il gravissimo difetto irrazionale e disfunzionale» come estraneo alla Costituzione, e ad essa nemico.

S’intende che la sinistra e tutta l’opposizione attiveranno, se questa diventerà temporaneamente legge italiana, tutti i meccanismi antiveleno di cui una grande forza democratica dispone. Che vuol dire più partecipazione popolare, dialogo più fitto e costante con i cittadini che la legge intende deliberatamente disorientare e isolare, in modo che conoscano di più, non di meno, coloro a cui si apprestano a dare il voto, in modo che la campagna elettorale si svolga in un continuo dialogo fra elettori e candidati proprio come se dovessero eleggere personalmente, come in passato, i titolari dei collegi e valutarne l’attività svolta e le qualifiche umane e politiche, persona per persona. S’intende che, nella coalizione di centrosinistra che, tutta insieme, si impegna a rimuovere Berlusconi e a rimettere l’Italia nelle mani oneste di leader competenti, è già stata detta, e sarà certo confermata, la decisione di non giocare con i veleni messi a disposizione della nuova legge, fino a quando la nuova legge non sarà diventata «quella vecchia e abrogata».

Berlusconi e la sua gente hanno recato all’Italia (che lasciano impoverita e scesa molto in basso nell’opinione del mondo) gravi danni. Adesso lasciano una legge contro l’Italia. Paradossalmente un simile evento ci rassicura. Quando abbiamo attaccato lui, non abbiamo mai attaccato l’Italia, come lui ha cercato di far credere. L’abbiamo difesa. È ciò che sta facendo, con la sua denuncia appassionata di questa legge distruttiva, Romano Prodi. Noi diciamo che i cittadini gli credono.

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«United we stand». Se l'Europa salvasse il mondo dalla guerra Usa - Cina

Riuscirà l’Europa nella sua missione più difficile: scongiurare una guerra devastante tra gli Stati Uniti e la Cina? Non si tratta della previsone catastrofica di qualche politico ma dell’ultima provocazione degli spumeggianti 0100101110101101.org, uno dei più vivaci gruppi nel mondo della NetArt, per la prima volta in mostra a New York, dal 10 dicembre 2005 al 23 gennaio 2006 alla Postmastersart Gallery.

Dopo la falsa campagna pubblicitaria inscenata ai danni della Nike, dopo il falso sito internet del Vaticano che per circa un anno è stato scambiato per l’originale, adesso è la volta del finto film d’azione United We Stand, con Penelope Cruz e Ewan Mac Gregor nel ruolo di protagonisti. E una finta produzione tutta europea a corroborare la simulazione di una grande operazione propagandistica fra politica e cultura.

Anche in questo caso l’architettura è ineccepibile, e scoprire l’inganno non sarà facile. Tutto fa pensare all’ennesimo polpettone di fantapolitica: dalla trama brillante e un po’ sovraccarica, in perfetto stile hollywoodiano, all’esplosivo mix di attori chiamati in causa. A confondere ancora di più le idee si aggiunge una martellante campagna pubblicitaria realmente apparsa sui muri di New York, e in alcune città europee come Berlino, Barcellona e Bruxelles, con poster accattivanti che ritraggono i volti ispirati dei protagonisti circondati dall’azzurro della bandiera europea e da crude scene di guerra.

Come dire la beffa c’è ma non si vede, perché non è importante che il film esca veramente nelle sale (e probabilmente nessuno se ne accorgerà) ma che se ne parli e che crei scalpore tra il pubblico. Certo, nessuno cerca di nascondere del tutto l'inganno: nello stesso momento in cui si pubblicizza il film, viene promossa, se pur in un circuito minore e di nicchia, anche la mostra alla Postmaster Gallery di New York dove vengono esposti come opere d’arte quegli stessi poster e locandine pubblicitarie usati per presentare l’uscita di United we Stand.

La scelta del soggetto, una fantomatica guerra tra gli Stati Uniti e la Cina, con l’Unione europea che cerca di risolvere il caso diplomaticamente, è tutta intrisa di sottile e ironica provocazione. Come farà l’Europa a farsi ascoltare dalle due super potenze? Come può la cultura politica europea rivaleggiare con le grandi semplificazioni propagandistiche di Hollywood? L’opera diventa così una interessante riflessione sullo strapotere dei media nella formazione del consenso, così come una graffiante satira politica nei confronti di un’Europa piccola piccola che soltanto unita potrebbe riuscire a far sentire la sua voce.

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Sabato, 17 Dicembre, 2005

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Bpi, Fiorani interrogato. Fazio non molla la poltrona

A tre giorni dall'arresto, l'ex amministratore delegato della Banca popolare di Lodi. Gianpiero Fiorani è stato interrogato dal giudice per le indagini preliminari di Milano, Clementina Forleo. Un interrogatorio blindato, con il settimo piano del Palazzo di giustizia chiuso alla stampa e protetto da misure di sicurezza eccezionali. Il gip deve decidere se confermare la custodia cautelare nei confronti del banchiere accusato di associazione a delinquere finalizzata all'aggiotaggio, all'appropriazione indebita e al riciclaggio nell'ambito dell'inchiesta sull'Opa lanciata dalla Bpi su Antonveneta.

Anche l'ex direttore finanziario di Pop Italiana, Gianfranco Boni, è interrogato. Venerdì nel carcere milanese di San Vittore il giudice Forleo ha interrogato un altro protagonista dell'inchiesta, Fabio Massimo Conti, anche lui finito in manette martedì sera. Conti ha risposto per sei ore alle domande del gip e dai pubblici ministeri Giulia Perrotti ed Eugenio Fusco. Proprio in seguito al primo interrogatorio dell'ex ad di Bpi Fiorani, avvenuto il 31 agosto scorso, il governatore di Banca d'Italia Antonio Fazio è stato indagato a Milano per insider trading nell'estate 2005, quando quasi contemporaneamente veniva iscritto dalla procura di Roma per abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta sulla fallita scalata di Bpi ad Antonveneta. «So di avere operato nel rispetto della legge e di essere tranquillo», ha detto Fazio, aggiungendo di essere a disposizione dei magistrati di Milano per eventuali chiarimenti.

Ma proprio il governatore è nella bufera, per la sua riluttanza ad andarsene. Quasi tutto il mondo politico lo ha sfiduciato. L’ultima critica in ordine di tempo è quella del vicepresidente del Senato, Lamberto Dini. «La Banca d'Italia - ha detto Dini - effettivamente non ha sorvegliato e non è andata a vedere ciò che accadeva e, anche se certamente la truffa è difficile da scoprire, è giunta comunque sotto gli occhi di tutti».

Finalmente, dopo molte reticenze, la vicenda ha un’eco anche in Europa. «Dopo mesi in cui ha cercato di evitare uno scontro aperto, Jean Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, ha attaccato pubblicamente Antonio Fazio, governatore della Banca d'Italia»: così esordisce un articolo del Financial Times, che parla della «profonda frustrazione della Bce per le azioni di Fazio», rivelata da «un comunicato dai toni duri». «L'affare Fazio ha minacciato la reputazione della Bce da quando sono cominciate le battaglie per le acquisizioni nel settore bancario italiano all'inizio dell'anno», scrive il quotidiano. «Trichet non ha chiesto le dimissioni di Fazio, ma la sua partenza sarebbe bene accolta da molti nelle Banche centrali dell'Eurozona».
Il Financial Times osserva inoltre che alla Bce «c'è irritazione per le parole di Silvio Berlusconi secondo cui la Bce avrebbe il potere di rimuovere Fazio».

Ma anche il mondo civile in Italia è sempre più critico su Fazio. «Fintanto che il governatore Antonio Fazio e il presidente dell'Abi Maurizio Sella resteranno al loro posto - afferma Elio Lannutti, presidente di Adusbef -, il risparmio degli italiani ed i depositi dei correntisti non saranno al sicuro, ma correranno serissimi rischi di svanire nel nulla». Dall'ottobre 2001 fino ad oggi, dice ancora Lannutti, «l'accoppiata Fazio-Sella, ha provocato una lunga catena di crack finanziari e gravissimi danni a risparmiatori e depositanti, per un controvalore di 50 miliardi di euro (senza contare la ex Bpl, i cui danni si stimano in almeno 1 miliardo di euro), che potevano essere evitati con l'ordinaria diligenza ed un'attenta azione di vigilanza che la Banca d'Italia non ha affatto esercitato».

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La legge e il favore

Da qualche tempo, molti lettori de l’Unità si sentono come il Bobo disegnato ieri da Sergio Staino mentre, piuttosto sofferente, si misura la pressione. Spero che abbia saputo di Consorte, gli domanda il medico, altrimenti la ricovero per tachicardia e ipertensione gravissima. Siamo certi, tuttavia, che altrettanti lettori abbiano trovato del tutto aderenti alla realtà le osservazioni di Giancarlo Pasquini, pubblicate giovedì sul nostro giornale, là dove il senatore emiliano della Quercia osserva che si sta spacciando all’opinione pubblica l’idea che se Fiorani, Ricucci e Gnutti sono dei farabutti lo è anche Consorte. E per questo anche le cooperative. E per questo anche i Ds.

Così, divisi tra ragione e sentimento osserviamo preoccupati l’onda montante degli arresti e degli avvisi di garanzia sperando che mai si abbatta sulle nostre appassionate speranze di cambiamento. Perché, sulle ultime vicende bancarie ci sentiamo di condividere il disorientamento di Romano Prodi, convinto che pochi abbiano capito il contenuto vero degli scandali di questi giorni e le violazioni di legge che ci possono essere state. Crediamo che il leader dell’Unione si riferisca alle indagini della procura romana sul presidente di Unipol, Giovanni Consorte e, magari, anche ai riflessi negativi di tali atti sull’opa Unipol-Bnl; visto che le ammissioni di Fiorani sulle operazioni illecite (a dir poco) quando era al vertice della Popolare di Lodi sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Legittimo, dunque, non vederci chiaro in questa storia di scalate incrociate dove tutti vengono messi nello stesso mucchio, furbetti del quartierino e manager fin qui incensurati, come se fossero un’unica associazione per delinquere. Comprensibile nutrire sospetti davanti allo stillicidio di intercettazioni e fughe di notizie, amministrate, sostiene qualcuno, secondo un copione già scritto. Aberrante, come dice Pierluigi Bersani, aver già condannato Consorte mentre da 4 mesi, «record mondiale», Unipol attende il disco verde sull’opa. Ma tutto questo basterà a farci stare più tranquilli? O, forse, per guarire Bobo dalla sua tachicardia, e noi tutti dalla depressione, sarebbe necessaria una risposta più forte, più grande, più nuova da parte di chi si propone di governare nel prossimo futuro questo Paese?

Crediamo che chi ha fatto l’opposizione in questi cinque lunghi anni, partiti e cittadini, abbia maturato un’esperienza incomparabile. Ha assistito alle peggiori violazioni della legalità. Ma nel subirle come una vera vergogna civile, ogni volta ha pensato: questo non deve accadere più. Lo ha detto davanti all’uso spudorato delle leggi ad personam per salvare Berlusconi e i suoi amici dalla galera. Lo ha detto davanti ai crack Cirio e Parmalat, alle rapine di migliaia di risparmiatori perpetrate spesso nel silenzio degli organi di vigilanza. Lo ha detto davanti all’incredibile comportamento del governatore Antonio Fazio, indagato, delegittimato, sfiduciato come mai era accaduto in una banca centrale e purtuttavia deciso a restare barricato al suo posto.

È vero, in caso di vittoria del centrosinistra sono già pronte le contromisure. L’abolizione di tutte le leggi vergogna. Una nuova normativa di tutela dei risparmiatori. E, nel primo Consiglio dei ministri dell’Unione, una richiesta formale al Parlamento per l’immediato dimissionamento di Fazio.

Ma senza un mutamento profondo della cultura stessa della legalità rischiano di essere provvedimenti utili ma di breve respiro. Purtroppo, infatti, il berlusconismo ha ingigantito, tra gli altri, un guasto che si può riassumere nel motto spagnolesco: ai nemici la legge agli amici il favore (e, se ci scappa, anche la mazzetta). Intendiamoci, si tratta di un antico vizio italico. Lo stesso che ha generato Tangentopoli ma che il cattivo esempio derivato dall’attuale premier ha reso dilagante.

Nella logica dei due pesi e delle due misure non si guarda quasi mai all’interesse generale ma quasi sempre al proprio. Si mescolano gli impegni societari con gli affari personali. Ci sono le forze del bene (noi) e le forze del male (gli altri). Naturalmente, le nostre scalate sono giuste mentre le loro sono certamente un reato.
E, ogni volta che qualcuno, che ne ha la potestà, sanziona il cavaliere bianco perché ha violato le regole del gioco, si tratta di un complotto.

Nel programma dell’Unione si parla già di rafforzamento degli organi di controllo, di maggiore trasparenza nelle nomine, di rigore. Ma senza un cambio profondo di mentalità e, soprattutto, di comportamenti, rischiano di essere solo delle buone intenzioni.
Insomma, sarebbe bello, il prossimo 10 di aprile, potere finalmente salutare un governo che adotta un solo peso e una sola misura: il rispetto della legge.

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Domenica, 20 Novembre, 2005

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Vedi alla voce alternanza

Non si trova proprio nessuno che metta in discussione questa parola magica. Tutti invocano l’alternanza come snodo fondamentale di ogni regime democratico. I cittadini eleggono i loro rappresentanti: se questi si comportano bene attuando il programma che avevano presentato ai loro elettori ed amministrano il paese in funzione del bene comune vengono confermati nelle successive elezioni, se no sono rimandati all’opposizione ed i cittadini eleggono un’altra classe dirigente.

Tutte le discussioni sui sistemi elettorali si basano su questa verità di fede; almeno in apparenza, perchè di fatto le riforme elettorali sono pensate ed attuate in vista della conservazione del potere, come purtroppo abbiamo occasione di sperimentare in questi giorni con la riproposta di un sistema proporzionale concepito apposta per ridare qualche speranza alla maggioranza attuale.

Tutti noi siamo pieni di dubbi sul funzionamento sia del sistema maggioritario che di quello proporzionale: chi si è schierato per l’introduzione del maggioritario dodici anni fa rimpiange spesso il sistema proporzionale, scandalizzato dal bipolarismo falsato che abbiamo davanti agli occhi; viceversa chi ha sostenuto il proporzionale si rende conto della necessità di introdurre correttivi, sbarramenti o premi di maggioranza per impedire il frazionamento incontrollabile delle forze politiche.

Come se i nostri mali dipendessero totalmente dal sistema elettorale. Quello che è certo è che le cose non funzionano così in Italia e pure negli altri paesi avanzati la democrazia dell'alternanza non sta troppo bene, anche se quasi sempre meglio rispetto a noi. Le discussioni senza senso intorno alla “grande coalizione”, all'applicabilità in Italia della soluzione che viene ora attuata in Germania per superare l'impasse derivata dai risultati delle ultime elezioni, mi sembra particolarmente indicativa di questo stato di confusione. Personalmente penso che in Italia noi non saremmo nemmeno in grado di puntare su questa soluzione che esige almeno l'esistenza di una destra presentabile, un rispetto fondamentale del patto costituzionale, di quel patto che da noi è stato lacerato proprio in questi giorni dalla maggioranza, costretta nella sua parte più responsabile a sperare anch'essa nella cancellazione del proprio voto da parte del referendum popolare nella prossima primavera.

La deriva imposta con questo oltraggio al nostro patto costituzionale porta l'Italia fuori dal quadro delle democrazie mature e spinge verso soluzioni populiste di tipo sudamericano. Per non cadere nelle trappole di una contrapposizione che riduce tutto il discorso ad un gioco elettorale dei partiti in una notte in cui tutti i gatti sono bigi occorre cercare di riflettere un po’ più in grande sulle patologie della democrazia cercando di distinguere due piani: da una parte gli elementi di crisi che sono propri di tutte le democrazie nel mondo occidentale; dall'altra le patologie che sono tipiche del sistema italiano.

Guardiamo quindi prima il quadro generale. Il sistema democratico occidentale basato sui partiti, sul collegio elettorale, sulla legislatura parlamentare di cinque anni è nato nell'Inghilterra del Settecento ancor prima dell'era della ferrovia. Ora le coordinate spaziali e temporali, che stavano alla base di questo sistema e che bene o male avevano retto sino a qualche anno fa, sono crollate, le distanze sono annullate e il ritmo del tempo è completamente diverso: è lo stesso concetto di rappresentanza, di collegio elettorale come territorio-popolo rappresentato dall'eletto ad essere entrato in crisi. Una visione storico critica porta a capire che tutte le riforme progettate dai politologi sono solo palliativi e che è assolutamente necessario per salvare la democrazia inventare forme nuove di partecipazione. Non è sufficiente lamentarsi dello svuotamento dei poteri delle nostre assemblee rappresentative, di una politica condotta sempre più attraverso gli schermi televisivi prima con i sondaggi e poi addirittura come luogo di formulazione delle decisioni politiche. Queste cose sono gravissime ma come sintomi, come effetti e non come cause delle patologie della nostra vita politica.

Le scelte fondamentali che l'uomo come animale politico deve compiere nel prossimo futuro sono del tutto incompatibili con gli spazi e i tempi elettorali del presente: sia nella necessità di rapidità dei processi decisionali sia - ciò che è ancora più importante - perché le grandi scelte come quelle relative alle tematiche genetiche, alle fonti di energie, al controllo delle risorse del pianeta, allo smaltimento dei rifiuti riguardano le generazioni future e molto spesso sono in netto contrasto con gli interessi elettorali del momento, al di là delle divisioni e dei programmi politici. In qualche modo occorre pensare ad un tipo di rappresentanza che non si preoccupi soltanto del consenso elettorale immediato ma si preoccupi anche delle conseguenze che le decisioni politiche di oggi avranno sulla vita dei nostri figli e dei nostri nipoti. Da questa esigenza nasce in molti paesi il ricorso a tutti gli strumenti che possono garantire linee politiche che superino il tempo breve di una legislatura: leaders carismatici, istituzioni di garanzia esterne ai partiti ed anche forze del tutto esterne alla politica (come quelle religiose) che propongano impegni di etica pubblica di lunga durata (pensiamo ai problemi della solidarietà e dello sviluppo economico, della genetica, dell'energia o dell'ambiente). Si tratta di coniugare l'alternanza al potere, nella gestione della cosa pubblica, con la stabilità di linee politiche che assicurino uno sviluppo coerente nei decenni futuri. I moderni patti costituzionali del XXI secolo non possono non investire anche questi problemi, non come negazione ma come sviluppo dei princìpi contenuti nelle nostre antiche carte costituzionali, insieme alle regole già esistenti per il funzionamento delle libertà e dei poteri pubblici: solo così la lotta politica elettorale può essere contenuta nell'alveo di mutamenti non traumatici per il corpo sociale.

Per l'Italia, purtroppo, le patologie della nostra democrazia sono molto più gravi: ad ogni tornata elettorale viene posta in discussione non soltanto la stabilità rispetto ai grandi problemi che abbiamo in comune con gli altri paesi, ma anche la stessa validità delle regole di convivenza. Dapprima per uno stato di semi-sovranità in un mondo diviso tra le due grandi superpotenze, sino alla caduta del muro di Berlino, poi negli anni successivi per la crisi interna dei partiti e la loro instabilità e irresponsabilità, per il conflitto di interessi, il patto costituzionale è rimasto inapplicato proprio nella garanzia di continuità che è essenziale a qualsiasi corpo politico, nella garanzia dell'alternanza come normalità. Molte soluzioni che possono essere possibili altrove in caso di crisi (come anche la “grande coalizione” in Germania) non sono da noi possibili, in questa concreta situazione, per le anomalie dovute alla mancanza della democrazia interna dei partiti, al conflitto di interessi e alla presenza di una destra illiberale. Penso quindi che il centrosinistra debba farsi carico - nella stessa lotta elettorale e ancor prima di formulare i programmi di governo - di presentarsi chiaramente al paese con nuove regole per garantire la normalità dell'alternanza: innanzitutto la trasparenza e la democrazia interna negli attuali partiti e la scelta pubblica (non in tavoli separati) dei candidati, di uomini che il popolo possa sentire come propri rappresentanti.

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Domenica, 13 Novembre, 2005

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Quale Italia

Ti ripetono spesso che dire male di Berlusconi vuol dire esprimere disprezzo per chi lo ha votato. È una delle ragioni di uno strano e curioso ammonimento trasversale: usare i toni bassi per rispetto agli elettori. È vero il contrario, come dimostrano, in questi giorni, gli editoriali del New York Times e del Washington Post che esprimono dubbi non solo sulla competenza ma anche sulla integrità del Presidente americano.
Quei giornali - è il caso del New York Times - arrivano a chiedere scusa ai loro lettori per non averli avvertiti in tempo che Bush mentiva. E anzi rimproverano pubblicamente se stessi per avergli creduto. E a nessuno viene in mente che ci sia - in quelle affermazioni - mancanza di rispetto per chi ha votato due volte Bush. E infatti in questi giorni molti di coloro che avevano votato due volte Bush hanno fatto vincere (in tutte le elezioni suppletive americane, tranne New York) candidati anti-Bush.

Invece è chiaro che devi dire quello che sai appena lo sai, per quanto sia duro o tagliente ciò che stai per dire. La democrazia è sgradevole, come scriveva James Madison - uno dei Padri fondatori della Costituzione americana - in una sua lettera del 1787 : «Solo i tiranni esigono celebrazioni. I leader democratici al massimo aspirano all’approvazione. E hanno diritto a conoscere con chiarezza le ragioni per cui sono disapprovati».
Questo giornale non ha mai parlato a vanvera. Ogni notizia sul malgoverno di Berlusconi è sempre stata sostenuta da documenti, fatti e riferimenti precisi, e del resto la prova più bruciante, la ragione più urgente di porre fine col voto a questo governo - anche con l’aiuto di chi, prima di sapere, lo ha votato - sono le leggi devastanti di questa legislatura, che cadono (o cadranno) a una a una sotto il giudizio di incostituzionalità della competente corte italiana, e mostrano il danno nelle conseguenze personali e quotidiane che ogni cittadino continua a sperimentare ogni giorno.

Un’altra prova è che l’Unità non è mai stata querelata per i suoi titoli o le sue prese di posizione politiche, benché definita “testata omicida” , al modo in cui il giornalismo di Enzo Biagi era stato definito, fra lo stupore e lo sdegno degli europei, “comportamento criminoso”.
Adesso la definizione viene applicata senza esitazione - e, di nuovo, fra lo stupore degli europei - alle decine di migliaia di studenti italiani che hanno manifestato contro la cosidetta “riforma Moratti” insieme a professori, presidi, rettori, dunque - c’è da credere - in rappresentanza di tutti (qualcuno può citare una manifestazione, anche piccola, a sostegno della Moratti?). La strana affermazione che equipara studenti in sciopero con terroristi, brigatisti, Al Qaeda e incendiari di periferie parigine e, anzi, li dichiara per l’Italia “il vero pericolo”, è stata fatta alla Camera il 4 novembre da un ministro dell’Interno che - unico nel confuso gabinetto Berlusconi - ha avuto finora stima e rispetto.
Segno che l’ormai diffuso panico elettorale che divampa nella Casa della libertà impone anche a persone per bene una pesantissima tassa, il versamento al partito di parte della propria reputazione.

In questi giorni però è accaduto qualcosa che gioverà alla nostra democrazia, funzionerà come un gesto di coraggio che rincuora coloro che, in questo Paese e nel mondo, dopo quasi cinque anni di governo di un Paese “parzialmente libero” e quasi sempre in buone relazioni con l’illegalità, possono avere pensato con disperazione: ecco, questa è l’Italia.
È soltanto un film e un piccolo libro. Si chiama «La mafia è bianca». E’ una accurata, implacabile, inattaccabile inchiesta sul rapporto tra mafia e politica, oggi, in questa Italia, con questo governo-regime che ha impedito fino a poco fa il filtrare di ogni notizia del genere nella televisione di Stato. E infatti gli autori sono Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini entrambi, in passato, coautori di “Sciuscià”, il programma “criminoso” di Michele Santoro, abolito da un giorno all’altro su richiesta diretta e pubblica del presidente del Consiglio. Per questo Michele Santoro ha scritto la prefazione al libro e film “La mafia è bianca” (e c’è anche, come in un grande film, la musica bellissima di Nicola Piovani) e lo ha presentato alla sala affollatissima del teatro Ambra-Jovinelli a Roma, lunedì scorso.

In Italia si è sempre parlato di rapporti stretti e oscuri fra mafia e politica. Penso al leggendario “Lucky Luciano” di Francesco Rosi. Ma anche i più bravi investigatori potevano scavare nel fango della realtà solo dopo, solo a delitti avvenuti.
Qui, con il film e il libro di documenti “La mafia è bianca” l’inchiesta viene condotta mentre i fatti avvengono, oggi, adesso. Lo spettatore è messo in grado di sapere, con prove e testimonianze incontrovertibili, che l’intreccio malavitoso è in corso mentre noi guardiamo il film. E continuerà domani, e il giorno dopo, perché il riferimento di tutto ciò di illegale che vediamo nel film in questo momento è al governo.

“La mafia è bianca” è il tipo di documento che è stato comprensibilmente vietato nella televisione di Stato, rendendo impossibile, per sicurezza, un intero genere giornalistico. Guardando questa inchiesta, filmata in modo eccellente e scritta con rigore a prova di querela da Stefano Maria Bianchi e da Alberto Nerazzini, si ha la prova di un certo istinto sia mediatico che politico dei tagliatori di teste berlusconiani, solo in apparenza rozzi.
Non dico che conoscessero l’alto livello di giornalismo americano del genere di “Sixty minutes” che ha spesso messo con le spalle al muro il potente governo di quel Paese. Ma hanno capito al volo che c’era nella Rai un giornalismo di inchiesta che - come quello delle domande “semplici” di Enzo Biagi - un regime non può tollerare.

Ripetiamolo con pazienza: un governo diventa regime (nel senso di imporre obblighi non scritti ma rigorosi, al di fuori delle leggi vigenti e persino di quelle che - con la sua maggioranza - potrebbe ottenere) quando è in grado di esprimere una volontà capricciosa e arbitraria e di farsi obbedire come se quella volontà capricciosa fosse una norma.
Il regime di Berlusconi si fonda sulla pretesa che devi prendere per buoni il capo del governo e la sua corte - qualunque cosa facciano - in base al fatto che sono stati votati, come se il voto non fosse una approvazione del prima ma una sottoscrizione in bianco del dopo. E’ una persuasione che esclude ogni legittimità e persino l’esistenza della opposizione, e dunque impedisce la democrazia. Questo governo ha visto giusto nel liberarsi subito di Biagi e Santoro (e di Luttazzi e Guzzanti). Certo, non aveva previsto il problema di questo giornale, Unità . D’accordo, piccola cosa. Eppure su di essa hanno scaricato tutto il loro peso mediatico, l’opportunismo disponibile e il silenzio utile. L’Unità, infatti, non si è prestata al gioco che le avrebbe meritato approvazione benevola: occuparsi d’altro, magari della storia del Pci, delle mondine o dei tempi di Bava Beccaris. Di tutto, non importa quanto di sinistra, ma non di Berlusconi, delle sue leggi, dei suoi conflitti di interesse, dei suoi processi, del suo governare e della illegalità.

Comunque occorre riconoscere che sono stati bravi a sgomberare intere aree giornalistiche, e anche solo il rischio di essere presi in giro, da comici troppo intelligenti, troppo bravi, da tutta la televisione di Stato.
Questa inchiesta, “La mafia è bianca”, ve la immaginate in onda in prima serata, un film in cui il protagonista principale è sia l’imputato di una inchiesta sul legame tra mafia e politica, sia il presidente in carica delle Regione Sicilia, dunque viceré di Berlusconi e rappresentante personale del presidente della Camera ( terza carica dello Stato) a causa della sua affiliazione partitica?

Non ve lo immaginate, e questa è la ragione che ha reso necessario parlare di regime mediatico: per far capire all’Europa, e ai molti che ci scrivono all’Unità dai campus americani, che non siamo complici e non siamo illusi e abbiamo vissuto abbastanza vite per riconoscere subito le pretese di un regime: licenziare oggi per impedire che si parli domani. E colpire in alto per dare l’esempio.
È vero che il regime mediatico, che è stato ferreo ma anche ridicolo (ricordate Socci?) adesso si sta sfaldando, e alcune cose sono già cambiate. Ma è durato abbastanza per impedire ogni accenno alla mafia che va al governo di un’intera regione attraverso fitte ragnatele di accostamenti, affinità, contiguità, collusioni. E trova (nel film è dimostrato) la sua sponda a Roma.

“La mafia è bianca”, i cui autori sono stati spinti via con una rapidissima guerra preventiva, è tutto ossa e niente polpa, nessun commento e tutto fatti. Nomi veri, volti veri, imputazioni vere.
Il Paese ha rischiato brutto per la sua, la nostra libertà. Me se è restato «parzialmente libero» come sostiene “Freedom House”, si deve anche all’ostinazione degli autori di “La mafia è bianca”.
Qualcuno gli dica bravi e gli dica grazie.

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Domenica, 6 Novembre, 2005

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La variabile kamikaze

Silvio Berlusconi ha l’arte di trasformare in comiche le cose serie cosicché i timori per un attentato terroristico contro la sua persona (il kamikaze pronto a farsi esplodere allo stadio) sono apparsi poco credibili nella telefonata psichedelica con il vicedirettore di Libero, Farina, associati com’erano alle rimostranze per la vignetta di Giannelli sul Corriere e al piagnisteo perché Rutelli gli avrebbe dato del pagliaccio.
Eppure è giusto preoccuparsi per ciò che ci minaccia tutti quanti, premier compreso, anche se la memoria collettiva tende a sfumare i ricordi spiacevoli. Soltanto tre mesi fa, in piena estate, scadeva infatti l’ultimatum di Al Qaeda all’Italia, susseguente alle bombe di Londra e all’onda di panico propagatasi per l’Europa. Da quei giorni si trascina uno strano silenzio del terrore che ci piacerebbe tanto interpretare come un ripensamento tattico o strategico dei vari tagliagole in circolazione. Temiamo che purtroppo non sia così. Per gli allarmati rapporti che l’intelligence occidentale, compreso il nostro Sismi, continua a sfornare. E per come si agita il presidente del Consiglio. L’uomo deve essere stato messo al corrente di qualcosa di molto grave che lo riguarda, e che ci riguarda: solo così si spiegherebbero le sue ultime, confuse, affannate piroette internazionali.

Prima, l’incredibile e tardivo pentimento sulla guerra all’Iraq che lui non voleva (ma a cui ha partecipato) con annesso annuncio di un più rapido rientro del nostro contingente. Intervista rilasciata a una brava giornalista de La 7, Rula Jebreal; scelta, dirà poi, anche per il suo essere palestinese con passaporto israeliano e dunque ascoltata nel mondo musulmano. Poi, il panico vero e proprio che si coglie in una frase pubblicata da Libero: «Qui c’è di mezzo l’Italia. Siamo esposti ad attacchi micidiali del terrorismo. Per questo evidenzio la mia assoluta disponibilità al dialogo con i Paesi islamici». Ed ecco, il brindisi a Villa Madama con gli ambasciatori dell’Islam, compreso l’iraniano, ed espressioni, mai ascoltate prima, di grande amicizia e rispetto.

Bene, benissimo, se non fosse che nel mentre il suo vicepresidente del Consiglio, e ministro degli Esteri, si preparava a protestare sotto le finestre di quello stesso ambasciatore abbracciato in nome della fratellanza tra i popoli. Che poi Gianfranco Fini, in un soprassalto di buon senso, abbia deciso di non partecipare alla fiaccolata, non cambia granché il guazzabuglio della nostra politica estera. Che poi sono almeno tre. Quella sotto choc di Berlusconi. Quella indecisa a tutto di Fini. E quella di Giuliano Ferrara, ministro degli Esteri proclamato sul campo anche se una volta alla Farnesina sarebbe capace di dichiarare subito guerra ai persiani.

E allora la domanda è: senza uno straccio di politica estera che sicurezza può esserci per l’Italia sballottata tra grotteschi conflitti di civiltà e inconsulte crisi di panico? Lo diciamo agli amici di Liberazione che ci accusano, garbatamente, di essere talmente accecati dall’antiberlusconismo da non capire quanto rivoluzionario e «intelligente» sia stato il pranzo di Villa Madama e quanto «civile» e da «promuovere» l’afflato del premier.

Colpevoli siamo dunque di «avallare di fatto un’ipotesi di politica estera cara ai “falchi” di Washington». Insomma, secondo il giornale di Rifondazione oggettivamente (come si diceva una volta) stiamo facendo il gioco (si diceva anche questo) dei Cheney, dei Rumsfeld, dei neocon oltre che, naturalmente, di George W e del suo cappellano militare. Nel casino pazzesco in cui Berlusconi ha cacciato l’Italia, e da cui lui stesso si mostra angosciato, c’è chi resta colpito da frasi del tipo: «il dialogo e la reciproca conoscenza sono indispensabili per radicare la consapevolezza dei principi universali sanciti dall’Onu», Un’apertura di credito che onestamente non comprendiamo. L’«approccio diverso» che Liberazione scorge nella dottrina berlusconiana temiamo serva a poco in un ambito di relazioni compromesse nell’area mediorientale. Ai tempi dei Moro e degli Andreotti attraverso il combinato disposto diplomazia- servizi segreti l’Italia aveva un ruolo centrale di mediazione nel Mediterraneo che, apprezzato da siriani, libanesi e palestinesi di Arafat ci ha messo abbastanza al riparo dal terrorismo. Oggi, per effetto di una guerra sciagurata nella quale siamo entrati sotto il comando britannico contiamo con il due di picche. Abbiamo il terrorismo alle porte, forse già dentro casa. E non sappiamo cosa fare.
È strano che a sinistra non tutti si rendano conto a quali sconvolgimenti, soprattutto piscologici, potrebbe portare un attentato come quello evocato dal presidente del Consiglio. Sotto elezioni, una malagurata variabile kamikaze avrebbe effetti imprevedibili sul quadro politico.

Su politica estera e sicurezza c’è un vuoto impressionante che va riempito. È perciò urgente che i partiti dell’Unione concordino una linea comune. Senza perdersi sulle parole.


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Giovedi, 3 Novembre, 2005

Fiaccole e brindisi

Alcune domande al vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, nonché ai numerosi ministri e sottosegretari del governo Berlusconi che hanno aderito alla giusta fiaccolata di protesta, promossa dal Foglio di Giuliano Ferrara per questa sera davanti all’ambasciata iraniana a Roma.

Primo. Come mai sei giorni dopo le inaccettabili affermazioni del presidente iraniano Ahmadinejad sulla cancellazione di Israele dalla carta geografica non risulta che l’ambasciatore di Teheran a Roma sia stato formalmente convocato alla Farnesina, così come hanno invece fatto i governi di Parigi, Londra, Berlino, Madrid, Mosca, Budapest con i diplomatici iraniani ivi accreditati? Come mai di fronte alla nota ufficiale di protesta consegnata, ieri mattina, dal governo iraniano al nostro ambasciatore a Teheran non si è provveduto ad analogo, reciproco gesto di protesta? Come mai agli attacchi del portavoce del ministero degli Esteri iraniano contro il numero due del governo italiano, Fini, la Farnesina è rimasta in silenzio? A meno che per convocazione ufficiale di un ambasciatore non s’intenda il ricevimento offerto ieri sera, a Villa Madama, dal governo italiano per la fine del Ramadan, nel corso del quale Berlusconi e l’ambasciatore iraniano, all’uopo convocato, hanno brindato alla pace tra i popoli. Non v’è chi non veda la distanza tra le fiammeggianti dichiarazioni con cui i nostri uomini di governo riempiono giornali, agenzie, radio e tv (tra cui, spavalda e virile, spicca quella del ministro Calderoli per il ritiro immediato del nostro ambasciatore in Iran) e la somma cautela che quegli stessi personaggi mostrano quando si tratta di procedere con passi formali, e sostanziali.
Passi sostanziali nei confronti di un Stato il cui comportamento rappresenta un pericolo «non solo per Israele ma per tutta la comunità internazionale» (Fini).

Secondo. Come mai all’interno dell’Unione Europea il governo italiano non ha fatto sentire la sua voce, forte e chiara, quando si è tratto di prendere posizione sul programma nucleare iraniano? Come mai l’Italia è esclusa dal gruppo dei Paesi europei (Francia, Germania e Gran Bretagna) che trattano con l’Iran la questione atomica? Come mai su questioni internazionali di portata strategica non contiamo più niente?

Terzo. È possibile che le fiaccole accese la sera vengano spente la mattina dal nostro governo in ragione di alcuni rispettabilissimi dati relativi al cospicuo interscambio Italia-Iran, che nel primo trimestre 2005 registra, rispetto allo stesso periodo del 2004, un incremento del 21,58 per cento del commercio tra i due paesi? È assurdo pensare che la voce petrolio greggio e gas naturale importato dall’Iran in continua crescita (1,71 miliardi di euro nel 2003) finisca inevitabilmente per coprire la voce di chi s’indigna per le parole del presidente pasdaran?

Quarto. Nel suo colloquio di martedì con il premier israeliano Sharon, Fini si è sentito contestare l’incontro tra l’ambasciatore italiano in Libano e il ministro dell’Energia libanese che è un membro di Hezbollah. Visto che consideriamo Hezbollah un’organizzazione terroristica, da che parte sta l’Italia?, ha chiesto Sharon.

Fini non ha gradito ma la domanda non è infondata. Per esempio, qual è la politica estera italiana a proposito dell’Iran? Quella delle fiaccole?
O quella dei brindisi?

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Domenica, 2 Ottobre, 2005

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Piazza della salute pubblica
di Antonio Padellaro

Prodi e i leader dell’Unione dicono: opposizione con ogni mezzo a chi violenta lo spirito della democrazia e si aggiusta la legge elettorale a proprio uso e consumo. E annunciano una grande manifestazione contro il governo dei soprusi. Sono le stesse parole, gli stessi sentimenti di rivolta che ritroviamo nelle lettere indignate all’Unità, nelle parole drammatiche dei tanti costretti a soffrire le imposizioni di una (ex) maggioranza in agonia. I metalmeccanici senza contratto e, spesso, senza più una fabbrica. I ricercatori dell’università trasformati in precari a vita. I dipendenti degli enti locali messi in mobilità dai tagli della Finanziaria iniqua.
I cittadini che avranno meno trasporti urbani, meno assistenza sanitaria, meno servizi mensa e meno scuolabus per i loro figli, meno illuminazione pubblica, meno buoni casa, meno attività culturali. Ecco allora che lo strappo berlusconiano sulle regole elettorali diventa il detonatore di una protesta di massa: ceti impoveriti, famiglie non aiutate, categorie dimenticate. Si diffonde come un senso collettivo di ingiustizia che l’opposizione parlamentare non può far altro che tradurre in un ostruzionismo intransigente ma frenato dai lacci regolamentari. L’aria si fa irrespirabile, tutto si decide tra quattro personaggi in quattro mura. Manifestare diventa dunque una questione di salute pubblica, un’esigenza della democrazia che i leader dell’Unione hanno ben compreso poiché c’è sempre un momento in cui bisogna uscire fuori per mescolarsi alla propria gente, ascoltarla, rassicurarla. In attesa c’è un popolo grande, appassionato che neppure una piazza potrebbe contenere tutto.

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Lunedi, 26 Settembre, 2005

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Iraq, la caduta del potere
di Furio Colombo

Questo fine settimana, in molte città del mondo (prima di tutto Washington) è dedicato alla pace. Ma non tutti coloro che vi partecipano sono pacifisti. Il Wall Street Journal di venerdì 23 settembre apre con un articolo contro la guerra in Iraq (avete letto bene: il Wall Street Journal). In prima pagina, su due colonne, impaginazione drammatica e insolita, il quotidiano della grande finanza americana intitola: «Cresce il sentimento contro la guerra in Iraq, mentre si fa più intensa la partecipazione alle manifestazioni per la pace. Centomila persone a Washington».

È un lungo articolo firmato da David Montgomery. Fa notare che la guerra non divide americani da anti-americani. Ma lega in modo forte e fraterno coloro che rimpiangono le vite perdute, coloro che hanno sempre saputo che lo strumento guerra sarebbe stato tremendo e inutile, coloro che si rendono conto che l’immensa distruzione di cui è capace una guerra, con le sue conseguenze che non finiscono, non può scalfire in alcun punto il terrorismo. Anzi ha reso più facile, nel caos, il moltiplicarsi di episodi infiniti di terrorismo che prima della guerra non c’erano.

Perché un giornale certo non sospetto di sentimenti o anche solo di simpatie pacifiste sceglie di esporre in modo così drammatico le ragioni della pace? Probabilmente perché è guidato dall’atteggiamento pragmatico del suo essere giornale di economia e di affari. Il costo della guerra è diventato insopportabile. Chi guarda ai fatti senza maschere ideologiche e senza l’esaltazione della guerra di civiltà constata il fatto più clamoroso e più inaspettato di tutti: la caduta del potere. Con l’uso dell’antiquato strumento della guerra, l’immenso potere americano resta il più grande del mondo eppure appare indebolito e sfuocato. La ragione è che l’immenso esercizio di potenza ha colpito il vuoto. Come una pallina di mercurio caduta fuori dal contenitore, il potere sfugge di mano a chi aveva creduto di poterlo imporre. E il segnale che manda al mondo frastornato e confuso è molto più grande di ciò che sta accadendo in Iraq.

Sto parlando, per esempio, della battaglia di Bassora, una serie di episodi confusi e senza alcuna interpretazione autorevole, avvenuti nel sud dell’Iraq.
È accaduto che, nella vasta area intorno a Bassora, che aveva partecipato in massa al voto e che è a maggioranza sciita, la folla e i poliziotti iracheni si sono rivoltati contro le truppe inglesi, hanno incendiato carri armati, e la rivolta non è restata nelle strade, non è apparsa opera di facinorosi. Il governatore e le autorità irachene della regione sono con la folla e contro gli inglesi. Hanno affermato che non li riconosceranno più e non avranno più alcun rapporto con «le truppe occupanti, che devono smettere le loro azioni illegali e barbare» (sono parole di Mohammed al-Waili, governatore iracheno di Bassora). Come rispondono il comando inglese e il governo inglese da Londra? Fanno sapere di avere accertato che non ci sono confini precisi tra la nuova polizia irachena e la guerriglia. Alcuni comandanti dicono ai giornali inglesi e americani che «almeno due terzi dei nuovi militi sono in realtà schierati con gli insorti e a contatto col terrorismo». Stupisce, perché tutta la regione è rimasta finora estranea, prima di tutto per motivi di contrapposizione religiosa, alla guerriglia sunnita e al terrorismo che dilania quasi tutte le altre regioni del Paese, e soprattutto la capitale.

Stupisce perché, data la insormontabile linea di demarcazione fra sciiti e sunniti, è impossibile che si tratti della stessa guerriglia e della stessa rivolta. Ma la rottura dei rapporti con gli occupanti, in un Paese occupato, dovrebbe essere visto dagli inglesi come un gesto più insidioso del terrorismo.

I giornali hanno parlato poco dei fatti che hanno dato inizio alla rivolta e poi alle interruzioni di rapporti formali tra iracheni e inglesi. Lunedì la locale polizia irachena ha arrestato due uomini che, alla perquisizione, sono risultati travestiti e armati. Li hanno inviati nella cella di sicurezza del locale commissariato. Subito si sono presentati intorno alla stazione di polizia carri armati inglesi e gli ufficiali hanno ordinato la liberazione dei due uomini, dichiarati «soldati dell’esercito britannico». Comandante e polizia locale hanno rifiutato di ubbidire all’ordine o perché persuasi che i due uomini fossero davvero spie o perché la situazione si era talmente deteriorata da spingere a un clima di rivolta.

I soldati inglesi avranno avuto lo stesso senso di esasperazione, oppure hanno ricevuto ordini. Usando due carri armati hanno abbattuto il muro delle celle di sicurezza e hanno liberato con la forza i loro commilitoni.
Non si può non restare sorpresi di fronte all’azione clamorosa. Infatti, se manifestazioni violente possono essere scelte come strumento da chi intende rivoltarsi, è strano, anzi inspiegabile che la stessa scelta (resa molto più grave della potenza delle armi e dei mezzi impiegati), possa essere fatta da un comando militare che non è incalzato da una folla alle spalle.

Nessuno, nei comandi inglesi, ha tenuto conto di una tensione che evidentemente era nell’aria. Due carri armati inglesi sono stati incendiati dalla folla. Ne fa fede la drammatica foto di un soldato con l’uniforme in fiamme che si getta fuori dalla torretta del suo carro, e che tutti i giornali inglesi hanno pubblicato. Non si è trattato di un fatto paradossale e isolato. Prima il locale «Consiglio Provinciale», poi, come si è detto, il governatore di Bassora si sono schierati dalla parte della polizia irachena e della folla e contro il comando inglese, al punto da dichiarare che con gli inglesi non avranno più rapporti.

Il comando inglese ha risposto che «sono tutti dalla parte della guerriglia» e che la nuova polizia irachena non merita rispetto o fiducia. È inevitabile immaginare che sia il governo di Londra che il conciliante primo ministro iracheno di Baghdad, troveranno una via d’uscita, almeno a parole. Ma ci sono fatti che non si possono cancellare. Non spetta ai militari decidere che cosa fare e come comportarsi, tanto tempo dopo la fine apparente di una guerra. Non tocca ai militari saper capire o decidere che tipo di politica si deve adottare, quali alleati avere e quali respingere. Oltretutto un corpo di spedizione non è una polizia, non ne ha la cultura e i mezzi. Per soldati in guerra basta un sospetto per sparare, basta una ragione strategica per aprirsi la strada con i carri armati.

C’è una accusa molto grave lanciata contro la nuova burocrazia irachena. Sono tutti terroristi? Se quella accusa è vera, annuncia l’impossibilità di affidare alla nuova classe il Paese Iraq. Se non è vera, siamo di fronte ad una incompatibilità fra soldati inglesi e popolazione, un veleno dei sentimenti reciproci, difficile da estirpare. In tutti e due i casi sembra evidente che nessuno comanda e che nessuno si fida di nessuno. Una situazione impossibile, che conduce a un continuo e pericoloso logoramento.


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Qualcuno dirà che chi è stato contrario alla guerra come strumento per fermare il terrorismo ora si compiace che il dopoguerra sia così tragico in Iraq. Lo dirà in malafede, perché chi si oppone alla guerra per evitare la morte di tanti innocenti, non può desiderare altri morti e altro dolore. E non può che essere allarmato vedendo sprecate ogni giorno risorse grandissime che servono alla sicurezza del mondo, e servono (o servirebbero) a curare la povertà. Sarebbe rassicurante poter dire: «è stata una guerra sbagliata, però adesso è cominciata la pace». Ecco il dramma. Manca la pace. E manca il potere di portarla alla gente. Il potere può distruggere, ma non può costruire.

Il potere può fare la celebrazione di se stesso. Lo ha fatto lanciando due carri armati ad alta tecnologia contro il muretto di un piccolo commissariato di ciò che dovrebbe essere il nuovo Iraq. Ma quei due carri armati appaiono un atto di potenza (gli iracheni diranno di prepotenza) inutile, nel senso che non servono a niente. Come tutta l’immensa e potentissima guerra sulla terra irachena, non hanno raggiunto alcun obiettivo perché il terrorismo non è né una terra né uno Stato.

Per capire come si è arrivati a questo punto di impotenza del potere, è utile leggere la frase finale di un documento neoconservatore firmato da Christopher Hitchens pubblicato nei giorni scorsi dal periodico americano «The Weekly Standard» e ripreso dal «Corriere della Sera» del 23 settembre. «Ecco il risultato positivo della campagna in Iraq: la possibilità di addestrare e forgiare molte migliaia di combattenti americani nella battaglia contro le forze del nichilismo e dell’assolutismo. Questi combattenti veterani ci saranno estremamente utili nei prossimi combattimenti».

Sarebbe difficile esprimere meglio, e in modo più allarmante l’impotenza del potere detto con parole purtroppo non prive di autorevolezza. Sono le parole di una cultura politica che crede nella guerra come manifestazione della potenza, e rifiuta di capire che quella potenza - se usata come pura forza nel vuoto e nell’assenza della politica - svanisce come in una brutta fiaba.

Occorre notare che, non potendo fare riferimento a fatti e luoghi della Terra, si usano le regioni mentali del nichilismo e dell’assolutismo, ovvero persuasioni ideologiche, come luoghi della vittoria, retrodatando la storia di un secolo.

Ma proprio un documento del genere ci aiuta a vedere il vuoto. Si contrappone alle storie narrate al «Wall Street Journal» dagli ex soldati (tutti volontari, si noti) che, dopo aver partecipato alla guerra, hanno scelto di testimoniare la pace.

Ciò che vedono e che raccontano, a parte il sangue e la morte, è il niente. Niente interventi umanitari, niente aiuti, niente rapporti con i civili, niente ricostruzione. Niente potere per controllare la situazione, nonostante l’immenso potere fisico e militare. Come spiegare altrimenti il gesto di furore, liberare due soldati inglesi dalle mani di una polizia «amica» abbattendo un muro con i carri armati, e facendo insorgere la popolazione?

Come spiegare il gesto del soldato americano che, venerdì scorso, dentro una prigione di Baghdad, ha sparato e ucciso un prigioniero durante un interrogatorio?

Sono gesti folli e disperati. Dicono che quei soldati si sentono abbandonati in una situazione senza senso. Non sono vincitori perché sono costretti a continuare a combattere. Non hanno amici benché siano venuti da liberatori. Hanno prigioni colme benché abbiano dato la giurisdizione ai nuovi iracheni. Hanno una polizia alleata di cui non si fidano e che (ci dicono adesso i soldati inglesi) è a contatto con insorti. Hanno accanto un governo locale che non governa, e intorno un immenso territorio che non controllano. Da mesi, stremati di pericolo e fatica, non ricevono il cambio perché i giovani non si arruolano più in America. In America la madre di uno di loro, caduto, come altri duemila giovani americani in uno dei tanti combattimenti alla cieca non si sa contro chi e in nome di che cosa, sta guidando una mobilitazione di pace. Non è una rivolta contro i soldati. La folla di Washington (e quella del mondo che sta dimostrando contro la guerra in decine di capitali durante questo fine settimana) sta correndo in soccorso dei soldati americani e di quelli inglesi, abbandonati in terra di nessuno con molta potenza e nessun potere. Se quella folla di gente di pace guidata dalla madre del soldato Sheehan ce la farà speriamo che riporti a casa anche i tremila soldati italiani che da due anni vivono in bunker nella regione di Nassiriya, e sono il simbolo perfetto dei senza potere. Rischiano ad ogni istante la vita, ma non possono aiutare nessuno. Sono lì per la vanagloria di un loro piccolo primo ministro che, quando finalmente torneranno a casa, non troveranno più.

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Domenica, 18 Settembre, 2005

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Lo Stato, il mercato, la vita
di Furio Colombo

Un giorno di venti anni fa il più potente costruttore di Manhattan, Donald Trump, ha voluto far sorgere una delle sue torri (modestamente, si chiamano tutte «Trump Tower») nel punto di Manhattan in cui c’era una casetta rossa con i gerani alle finestre.
Trump aveva già comprato tutto il terreno circostante e aveva bisogno di liberarsi dalla casetta per cominciare a scavare le fondamenta del suo nuovo gigante. C’era un problema. Come testimoniavano i gerani alle finestre, la casetta era abitata. L’inquilina era una signora niente affatto timida di settant’anni che ha detto subito: «Vivo qui da una vita, non me ne vado.»

A quel tempo, quando a New York c’era meno mercato e più Stato, vigeva una legge che forse era un laccio per la libera impresa, ma era anche una bella protezione per gli anziani. Stabiliva che, compiuti i 65 anni di età, nessun cittadino poteva essere sfrattato. A giudicare dal continuo moltiplicarsi di nuove costruzioni e fortune edilizie a Manhattan, negli anni Settanta e Ottanta, non si direbbe che le imprese ne abbiano sofferto. Ma decine di migliaia di anziani abitanti di New York hanno potuto finire i loro giorni in pace nella casa in cui avevano sempre vissuto.

Quanto alla signora settantenne della casetta coi gerani, sono lieto di informarvi che ha vinto lei. Trump ha perfino provato a offrirle somme di denaro non indifferenti per una insegnante in pensione. Ma lei ha detto no. Ha detto: «Sto bene qui, conosco le persone, i negozi, la farmacia di questo quartiere. Che senso ha mandarmi via?». Ha senso per il mercato, le risponderebbero decine di esperti ai nostri giorni. Da allora (che non è la preistoria, ma appena vent’anni fa) la donna e la casetta sono diventate un simbolo per milioni di cittadini newyorkesi.

La casetta rossa c’è ancora a Manhattan, accanto alla torre di Trump, che gli architetti hanno dovuto costruire un po’ più piccola. Si trova all’angolo fra Lexington Avenue e la 59ma strada. È inclusa nelle carte turistiche e nelle passeggiate consigliate delle guide. È diventata il simbolo di una catena benevola che lega il cittadino alle istituzioni, e le istituzioni (con una misura di moderazione, di buon senso ma anche di fermezza) alla libertà di impresa.

Infatti, guardando indietro, si scopre questo: Trump è stato sconfitto nel principio che il bene dell’impresa è il bene di tutti, perché una donna, da sola (ma con l’aiuto della legge) ha potuto dire: «non è vero, per me è un gravissimo danno».

Trump non ha perso nulla, è ancora lì a dominare il mondo delle costruzioni di New York. E i turisti fanno la coda per vedere la piccola casa rossa diventata un mini-museo. Forse è un monumento alla memoria della politica.

Che cosa è infatti quella vecchia legge newyorkese che qualcuno, al momento di cancellarla, ha chiamato «socialista», se non l’intervento della politica, con l’intento di non lasciare i cittadini da soli, nell’intrico di pesi e contrappesi del mercato, quando quei pesi sono troppo squilibrati?

La legge risale a un progetto di John Kennedy, detto «Guerra alla povertà», realizzato da Lyndon Johnson. È rimasto intatto per decenni fino all’avvento di Ronald Reagan, che ha iniziato lo smantellamento.

Da quel momento i poveri sono immensamente più poveri, i ricchi immensamente più ricchi, e non c’è un solo economista disposto a sostenere che questa società (che avrebbe prontamente cacciato la signora settantenne dalla casetta rossa della Lexington Avenue) sia una società migliore o più giusta o più conveniente o più produttiva e meglio organizzata per tenere testa, ad esempio, a colossi emergenti come la Cina, o alla disperata povertà del mondo che rischia di trasformarsi in vendetta. Ricordiamo che cosa era la «guerra alla povertà» di Kennedy e Johnson: imponeva agli ospedali di non rifiutare i poveri, in cambio di sostegno alla attività medica e farmaceutica di ricerca. Alcuni dei più importanti premi Nobel per la medicina sono stati assegnati a ricercatori americani, o residenti in America, in quegli anni e a causa di quei fondi. Imponeva a chi affitta, a chi da lavoro, alle scuole e alle università, di non rifiutare le minoranze. Dava alle università e alle aziende incentivi per accettare o per assumere i neri. Manteneva in vigore la legge di Roosevelt detto «G.I. Bill» che prevedeva tasse universitarie gratuite, fino al dottorato, per gli ex soldati che, in base al merito, venivano ammessi nelle grandi università. Manteneva tutta la vita, per i reduci della Seconda Guerra Mondiale, l’assistenza medica gratuita.
* * *

Ad un certo punto, lo ricorderete tutti, si è diffusa la voce che «la festa era finita» e che bisognava fare i conti con la diminuzione delle risorse.

Eppure chi doveva lavorare aveva lavorato, nessuno dei grandi patrimoni o delle grandi imprese del mondo si era dissipato o consumato per avere pagato troppo chi lavora. Scandali e crolli sono venuti dopo, nell’epoca delle deregolamentazioni. Tutte le imprese forti e presenti sul mercato avevano moltiplicato di dieci o venti o cento volte le loro dimensioni iniziali. Le immigrazioni, anche clandestine, erano state assorbite dal moltiplicarsi di nuovi posti di lavoro non più coperti dai lavoratori delle industrie.

I cittadini avevano fiducia e compravano. È vero, i sindacati erano forti. Ma erano parte del mercato: riequilibravano, trattando tutti insieme, il peso irrilevante di ciascun lavoratore, impedivano i due grandi mali della società di massa, la solitudine e la prepotenza.
Il grande protagonista era l’impegno politico, quando i cittadini, in numero grandissimo, facevano sentire la loro voce in grandi mobilitazioni di massa. Poiché sto parlando dell’America, simbolo del mercato, ricorderò il movimento per i diritti civili, che ha salvato l’America da un pericoloso e costosissimo scontro sociale; l’opposizione di massa a Nixon dopo che le sue azioni vergognose erano diventate pubbliche e provate dai giudici, che ha tenuto dentro le istituzioni politiche un caso gravissimo; la mobilitazione contro la guerra nel Vietnam, che ha bloccato il più costoso e spaventoso errore americano prima della guerra in Iraq.

Per restare all’America-simbolo, chiunque ricorderà che «la festa è finita», almeno per i lavoratori, sotto la presidenza di Reagan. Ma il grande leader conservatore ha moltiplicato per tre il deficit degli Stati Uniti, impegnando cifre immense in armamenti e nella ossessione della «Scudo Spaziale»,e tagliando quasi tutta la spesa sociale. Ha dato avvio a quella strada in vertiginosa discesa detta «deregolamentazione».

Curioso che la festa sia finita mentre i compensi dei vertici delle aziende salivano a quote mai toccate nel mondo del capitale e della industria, e gli azionisti approvavano simili scatti in alto (che in molti casi hanno portato un danno mortale all'impresa) come premio a quei dirigenti che avevano operato «snellimenti», «modernizzazioni» e «liberalizzazioni». Significa sempre licenziamenti (ma si dice «mettere in libertà»). E hanno spesso privato le aziende di personale competente, prezioso, la cui formazione era costata ben di più, e aveva fruttato ben di più, del vantaggio di licenziare.
* * *

Tutto ciò è avvenuto perché, sotto la spinta della cosiddetta «modernità», lo Stato ha smesso di essere il garante dei cittadini (e certo anche il notaio irreprensibile di certezze essenziali per investire, avviare e sviluppare imprese). E si è attestato da una parte sola. Quella parte non era, come è stato detto, l’interesse delle aziende. Era la libertà di speculazione sottratta a ogni regola che ha danneggiato o cancellato moltissime imprese e il loro lavoro.
Le devastazioni crudeli avvenute nel paesaggio sociale, un vero e proprio abbandono dei cittadini a se stessi nelle grandi democrazie industriali, sono rimaste nascoste e frutto solo di nobili interventi accademici (suggerisco al lettore di vedere o rivedere due testi italiani recenti, «Un mondo di sofferenze» di Alberto Alesina, edito da Laterza, e «Le imprese irresponsabili» di Luciano Gallino, Einaudi) fino all’uragano Katrina, che ha scoperchiato il destino dei poveri dimenticati, nel Paese più ricco e più dotato di risorse del mondo.

Chi legge questo articolo avrà notato in questa pagina la fotografia di uno scheletrico ammalato trovato nudo in ciò che resta di un ospedale (era il Charity Hospital di New Orleans) e soccorso - dice la didascalia della foto del grande giornale americano - due settimane dopo l’uragano. Ma quella fotografia impressionante è accompagnata da un articolo (pubblicato del New York Times del giorno prima, 15 settembre) in cui un team di giornalisti ha posto domande e cercato risposte per un dramma così disumano.

È risultato che decine e decine di pazienti trovati morti negli ospedali, erano stati vittime di tre cause: mancanza di ventilatori (la temperatura era salita a 40-50 gradi dopo la tempesta, a causa del calore del mare), mancanza di ossigeno per chi respirava a fatica, interruzione delle dialisi.

Perché non hanno funzionato i generatori? Perché la scorta di carburante era minima benché l’uragano fosse stato meticolosamente previsto. Ma il proprietario non aveva voluto spendere per dotare gli ospedali di scorta. Perché nessuno è venuto a soccorrere i malati, benché i medici avessero creato un eliporto di fortuna sui tetti, usando assi di legno e lastre di metallo tolte da altri edifici distrutti? La risposta è a pagina 4 del quotidiano citato: «Il proprietario degli ospedali, «Tenet Healthcare», la seconda più larga catena di cliniche private degli Usa, aveva subaffittato i centri sanitari di New Orleans alla compagnia Lifecare Holdings, grande azienda del Texas. I sopravvissuti di New Orleans affermano: «Mai nessuno ha risposto alle nostre continue telefonate. I medici hanno provato con raffiche di e-mail. Nessuna risposta, mai. Nessun elicottero è stato noleggiato e inviato. Quando se ne è presentato uno della Guardia Costiera, il pilota ha detto: «Noi andiamo solo a Baton Rouge e non sappiamo se ci sono posti in quell’ospedale». E se ne è ripartito vuoto.

Inevitabile chiedere come mai tre grandi centri ospedalieri della città di New Orleans fossero controllati da grandi catene private dislocate in centri lontani del paese.

La risposta del quotidiano di quella città, il Times Picayune, interpellato, è questa: «Sono stati privatizzati. “Tenet Healthcare”, che ha il suo quartier generale nel Texas, si è fatta avanti dicendo: “Se si fa profitto li prendiamo noi”».

Il risultato è nella immagine di quel paziente di 74 anni, che si chiama Edgar Hollingsworth, che è miracolosamente sopravvissuto per due settimane senza medicine e senza soccorsi, ed è stato trovato nelle condizioni che il fotografo Bruce Chambers ci mostra. La gigantografia di quella foto dovrebbe essere esposta nell’ingresso delle maggiori «Business Schools» delle democrazie avanzate.

Serve per ricordare che un mercato senza regole e senza controlli crea un mondo selvaggio. Serve per dire che il ruolo della politica è quello di congiungere i pezzi di un mondo che ha interessi diversi e a volte divergenti, quello di obbligare i più forti a rispettare i limiti, quello di sostenere i deboli affinché non siano esclusi come è accaduto con spaventosa evidenza a New Orleans. Serve per proclamare che nessun affare è un buon affare se costruito sull’abbandono e il dolore, perché costa troppo. Costa il prezzo di tutto un percorso di civiltà.

«Non fermiamoci alle buone parole» ha detto Bill Clinton aprendo la controconferenza sui problemi e le ansie del mondo (a cui partecipano per l’Italia Romano Prodi e Massimo D’Alema), mentre alle Nazioni Unite si celebra il sessantesimo anniversario.

Vuol dire scegliere e votare per una politica che impedisca di buttar via il povero corpo di Edgar Hollingsworth non appena quel corpo diventa un peso per il bilancio di un’impresa.

Speriamo che comincino oggi i cittadini tedeschi, votando contro Angela Merkel e il suo progetto di prosciugamento della spesa sociale in Germania. Anche gli elettori tedeschi hanno visto impressionanti scene di mercato senza Stato a New Orleans. Hanno constatato le conseguenze dell’uragano Katrina in un Paese privato del tutto di ogni strumento di sostegno per una parte dei cittadini.

 

Venerdi, 4 Marzo, 2005

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Iraq. Al Jazeera: Liberata Giuliana Sgrena, ferita ad una spalla. Morto funzionario del Sismi

Giuliana Sgrena

Baghdad, 4 marzo 2005

La tv satellitare araba al Jazira, ha riferito questa sera che la giornalista italiana Giuliana Sgrena, rapita un mese fa in Iraq, è stata liberata. La tv satellitare del Qatar ha confermato che Giuliana Sgrena è stata liberata a Baghdad. Il direttore del Manifesto, Gabriele Polo, ha confermato la notizia. Polo che sta andando a Palazzo Chigi ha detto ai giornalisti: "Sappiamo solo che è viva". Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è stato informato da Gianni Letta ed ha espresso le sue più vive congratulazioni a tutti coloro che hanno collaborato all'esito positivo della vicenda. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha convocato a Palazzo Chigi il segretario del Cesis, prefetto Emilio Del Mese, e il direttore del Sismi, Niccolo' Pollari. La notizia della liberazione di Giuliana Sgrena e' stata subito comunicata a Giovanni Paolo II.. "Il Papa - affermano fonti vaticane - ha appreso con soddisfazione l'avvenuta liberazione della giornalista italiana". La notizia della liberazione di Giuliana Sgrena arriva al congresso di Rifondazione Comunista e viene accolto da un boato di gioia. Tutti i delegati scattano in piedi, applaudono, gridano il nome di Giuliana. Anche Bertinotti e gli altri dirigenti del partito si alzano per applaudire. Poi prende la parola Luciana Castellina, a nome del "Manifesto": "La prima cosa che si puo' dire - dice con voce commossa - e' che il congresso di Rifondazione ha portato fortuna". "E' una notizia che ci riempie di gioia. Una giornalista capace e autorevole è stata restituita al suo lavoro, alla sua famiglia e alla sua vita". Cosi' Piero Fassino ha commentato la notizia della liberazione di Giuliana Sgrena. "Sono proprio contento". Cosi' ha detto Romano Prodi durante una manifestazione elettorale a Pescara, Il vicepresidente del Consiglio Marco Follini dice "Una grande gioia e un’enorme soddisfazione". Gianfranco Fini, evidenzia il "ruolo centrale" svolto in questa vicenda dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e "le sinergie istituzionali che hanno prodotto questo splendido risultato". "La liberazione di Giuliana e' una gioia immensa ed e' una grande vittoria del popolo della pace". Lo ha dichiarato il Presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio. Applausi anche a Sanremo nella sala stampa dell'Ariston. Si respira un'atmosfera di gioia nella sede del quotidiano Il Manifesto dove pochi minuti fa e' giunta la conferma del rilascio di Giuliana Sgrena. I colleghi della Sgrena avevano appreso la notizia dalla televisione ma, fino al momento della conferma sono rimasti con il fiato sospeso. "Ora siamo piu' che felici - ha detto Vittorio Paterno', della redazione - io piango di gioia e come me anche i miei colleghi". C'è grande gioia ed agitazione a Masera, dove vive la famiglia di Giuliana Sgrena. Il telefono squilla di continuo nella villetta dove vivono i genitori, a rispondere è un cugino. "Siamo tutti molto agitati stiamo aspettando notizie ufficiali dalla Farnesina. Abbiamo in casa tre televisori tutti accesi, stiamo ascoltando quello che dicono e restiamo in attese di conferme ufficiali". "Siamo contentissimi, abbiamo sempre creduto in un esito felice". Il fratello di Giuliana Sgrena, Ivan, cosi' ha commentato la liberazione. "La fiducia che abbiamo riposto nelle istituzioni ci ha premiato - aggiunge - abbiamo sempre creduto ad un esito positivo e alla fine abbiamo avuto ragione" In tarda serata arrivano notizie che alla gioia della liberazione uniscono il dolore per la morte del funzionario del Sismi. Una truppa americana avrebbe aperto per errore il fuoco sull'auto che trasportava la reporter a Baghdad. Nella sparatoria è rimasto ucciso il funzionario del Sismi Nicola Calipari che aveva svolto un ruolo da mediatore per la sua liberazione.

Joyce Russo

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19 Novembre 2004

L'Iraq e le bugie di Bush


La guerra preventiva contro il terrorismo, come è stata definita la guerra in Iraq da George W. Bush, non solo non ha reso tl mondo più sicuro ma ha, al contrario, provocato un'escalation di violenza tale da compromettere la nostra sicurezza in qualsiasi posto ci troviamo.
Dopo l'11 settembre 2001, dopo la guerra contro l'Afganistan, sebbene le relazioni commerciali e di amicizia tra Bush e la famiglia Bin Laden, dimostrate in modo cosi' magistrale nel film documentario "Fahrenheit 9/11" dal regista americano Michael Moore, ci pongano interrogativi inquetanti, per quella guerra c'era almeno un "casus belli" che la giustificava
Il presidente americano, nei caso della guerra in Iraq, ha mentito, come è stato dimostrato, sul presunto possesso delle armi di distuzione di massa ("casus belli") da parte di Saddam Hussein. ed ha ha iniziato una guerra contro il mondo islamico che avrà consequela giustinze devastanti sul piano del terrorismo internazionale.
Il presidente americano, per giustificare la guerra in Iraq, disse che esistevano legami diretti tra il regime iracheno e Al Qaida.
Secondo fonti ufficiali, nel Febbraio del 2003 per gli attentati dell'11 settembre il presidente Bush non poteva affermare vi fossero legami diretti tra il regime iracheno e Al Qaida. L'ONU aveva detto il suo no, proprio perchè non esistevano quei legami. La "vecchia europa" attraverso il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, il 13 febbraio 2003, di fronte ai deputati del Bundestag, ritornando sulla posizione della Germania nei confronti del possibile attacco in Iraq, posizione comune con Francia, Russia, Cina, ed altri paesi - "la Germania continuerà a lottare per risolvere la crisi irachena con mezzi pacifici- diceva- è ancora possibile evitare la guerra. Chi vuole la guerra -diceva Schroeder- deve anche saper rispondere a una domanda fondamentale. Cosa accadrà dopo? Molti paesi musulmani stanno appoggiando la lotta contro il terrorismo. Un attacco farà avanzare questo impegno comune o minaccerà l'alleanza con i paesi musulmani?".
In quei giorni l'attesa relazione del capo dell'UNMOVIC Hans Blix lasciava aperto il dibattito. Per Blix, "i documenti forniti dall'Iraq facevano pensare che mancassero spiegazioni su 1000 tonnellate di agenti chimici. Non era detto che esistessero, ma tale possibilità non era esclusa.
La Francia, facente parte di un vecchio continente, come l'Europa, che aveva conosciuto la guerra, propendeva per dare agli ispettori più tempo per portare a termine lo loro missione." Le sue parole strapparono un lungo applauso, del tutto inusuale nel Consiglio di Sicurezza. Alla visione francese si contrapponeva quella del segretario di Stato americano Colin Powell1: "Piu' ispezioni? Mi dispiace, non è questa la soluzione. Abbiamo bisogno di cooperazione immediata. Non possiamo consentire che il processo sia protratto all'infinito come Saddam Hussein sta cercando di fare.
All'alba del 20 marzo 2003 tra l'indignazione dell'ONU, della vecchia Europa, della Cina, dei paesi non allineati George W. Bush attacca l'Iraq, la 'Decapitation attack': con 40 missili per Saddam ha inizio. Meno di un'ora dopo il lancio dei primi missili cruise su Baghdad, il presidente americano George Bush si rivolge alla nazione alle 4.15 italiane (le 22.15 a Washington), spiegando che "le forze della coalizione americana hanno iniziato l'intervento militare per disarmare l'Iraq, salvare la sua popolazione, e per difendere il mondo da un grande pericolo, oltre che per annullare la capacita di Saddam Hussein di lanciare una guerra". Anche se Bush ha assicurato che Washington "non accetterà altro esito che la vittoria", il Presidente ha ammesso che il conflitto "potrà essere più lungo e difficile di quanto alcuni avevano previsto".
Otto mesi dopo, la guerra, continua, le armi di distruzione di massa non sono state trovate e tutti siamo meno sicuri con l'escalation di violenza provocata da quella guerra. Bush continua a ripetere che la guerra è finita in quanto la resistenza delle frange armate sarebbe alla resa
Le notizie che si ascoltano o si leggono sono diverse e del tutto sconfortanti Secondo fonti ufficiali di euronews, le ultime stime del governo iracheno.e americano (18 Novembre 2004). milleseicento persone sono rimaste uccise in 10 giorni di combattimenti a Falluja.
Iil bilancio della battaglia è il seguente: 1600 «terroristi» uccisi, 39 marines caduti e 275 feriti, 5 soldati iracheni morti. Il fatto che il numero dei militari governativi caduti sia così contenuto si spiega col fatto che l'attacco è stato condotto dagli americani che usano la Guardia Nazionale solo come forza di rincalzo, da schierare quando il territorio è stato «bonificato».
Baghdad, 19 novembre 2004:- un'autobomba è esplosa in pieno centro a Baghdad. Obbiettivo dell'attentatore suicida un convoglio della polizia irachena. Almeno due poliziotti sono morti, mentre altri cinque sarebbero rimasti feriti.
Un'incursione americana e irachena nella moschea Abu Hanifah di Baghadad al termine della preghiera del venerdì ha provocato tre vittime. Lo hanno riferito alcuni testimoni oculari, aggiungendo che almeno 40 persone sono state arrestate. Cinque sarebbero invece

Gioccconda Russo

 

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16 novembre 2004

La guerra in Palestina e le speranze di pace

"Il sogno fondamentale dei Palestinesi è avere una nazione, per questo dobbiamo lavorare con loro per realizzare questo sogno"

Molte sono state le dichiarazioni dei leader politici del mondo l’indomani della morte di Arafat
Secondo Ariel Sharon la morte di Arafat potrebbe rappresentare una svolta per il Medioriente se i nuovi leader palestinesi dichiarassero guerra al terrorismo e ha aggiunto: "Continueranno gli sforzi per trovare un accordo politico con i palestinesi, il piú rapidamente possibile".
Il Medioriente e la morte del leader palestinese Yasser Arafat sono stati temi centrali anche dell'incontro a Washington fra il presidente americano George Bush e il premier Tony blair. Il britannico è il primo leader mondiale a incontrare Bush dopo la vittoria elettorale che lo ha riconfermato per un altro quadriennio alla guida dell'amministrazione statunitense. Bush intende usare questo tempo per "mettere a frutto" in Medioriente il peso politico degli Stati Uniti, per realizzare la visione di due Stati, uno israeliano e uno palestinese, vicini e in pace.
Mentre la tomba di Arafat diventa luogo di pellegrinaggio la diplomazia americana per il Medio Oriente entra subito nel vivo. Colin Powell intende incontrare i nuovi leader palestinesi ad interim. La data piu' probabile sembra essere il 22 - 23 novembre a Sharm El-Sheikh.
Nel giorno dell'ultimo addio al Rais Rawhi Fattuh, presidente ad interim dell'Autorità Palestinese, ha annunciato ufficialmente la convocazione di elezioni generali entro 60 giorni. A questo proposito la dirigenza palestinese ha invitato Israele a ritirarsi da Gaza e Cisgiordania per poter tenere libere elezioni.
. Il presidente statunitense George W. Bush e il premier britannico Tony Blair da Washington si sono detti determinati a far ripartire la "road map" rimasta finora lettera morta. Bush ha affermato di considerarla la priorità del suo secondo mandato.

Tra le visite ufficiali anche Javier Solana, alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell'Unione Europea. In sua presenza il premier Ahmed Qorei ha comunicato alla stampa che le elezioni presidenziali avverranno entro il 9 gennaio. Ai nuovi dirigenti ad interim Javier Solana : " la cosa piu' importante - ha ricordato - è trasformare il sogno in realtà, il sogno fondamentale dei Palestinesi è avere una nazione, per questo dobbiamo lavorare con loro per realizzare questo sogno"

English

The latest events could herald historic turning point in the Middle East- that was the message from Israeli Prime Minister Ariel Sharon following the death of Yasser Arafat. Speaking to reporters at his office, Sharon said Israel would continue its efforts to reach a political settlement with the Palestinians. But he added that a breakthrough would depend first and foremost on a cessation of terrorism.
EU's foreign policy chief, Javer Solana, who met Qurie and other Palestinian leaders shortly after Arafat's burial.
The Middle East was top of the agenda when British Prime Minister Tony Blair and American President George W Bush spoke earlier. Blair is the first world leader to visit since Bush was re-elected last week. Bush expressed his desire to see long-lasting peace in the Middle East and emphasised the necessity of a two-state solution: "Prime Minister Blair and I share a vision of a free, peaceful, democratic broader Middle East. That vision must include a just and peaceful resolution to the Arab Israeli conflict based on two democratic states, Israel and Palestine living side by side in peace and security.

Bush said lasting peace was possible within the next four years but refused to make it a commitment of his second term
US Secretary of State Colin Powell has said he hopes to meet Palestinian leaders soon as a part of a fresh diplomatic initiative.
He will be in Egypt in November 22 for a two day summit and White House officials have indicated he could meet the current and former Palestinian prime ministers, Ahmed Qurie and Mahmoud Abbas there, or even travel to the Palestinian territories

After the encounter Solana pledged the EU would offer assistance to the Palestinian Authority in elections to find a successor to the late President.
They have been provisionally marked down for January 9.
Among the world diplomats paying their respects was Javier Solana the EU's foreign policy chief.

He had talks with Palestinian leaders now sharing the burden of Arafat's presidential responsibilities.

"The sentiment we have is the sentiment of solidarity with the Palestinian people. The most important thing that we can ask is to make the dream become a reality and the fundamental dream is to have a state, and for that we have to work with the Palestinian people to make it a reality," he said.

Gioccconda Russo

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Stefano Stefani published an apology in Bild, the Germany best-selling newspaper

Stefano Stefani , the Italian minister resigned after a racial jibe at German tourists,

he described German tourists as hyper-nationalistic blondes and arrogant beer-guzzlers but Stefani's apology was a remarkable turn-around as he insisted he had not attacked the German nation - only certain stereotypes.

His Prime Minister Silvio Berlusconi is already in bad odour for comparing a German politician to a Nazi death camp guard last week.

Pressures from all sides eventually prompted him to resign, and Berlusconi's coalition partner Gianfranco Fini called Stefani a clown who should go.

Germans said they're gearing up for their holidays even if the Italian minister made a mistake and his comments have turned back on himself, they will naturally continue going to Italy."

Gioccconda Russo

ITALIAN

Stefano Stefani pubblica le sue scuse su Bild

A chiare lettere il quotidiano scandalistico tedesco Bild sabato ha titolato in verde, bianco e rosso: "Amo la Germania".Le parole sono quelle dell'ormai ex sottosegretario con delega al turismo Stefano Stefani. Le dimissioni di Stefani hanno apparentemente accontentato tutti, anche in Italia e non solo la sinistra. Stefani ha annunciato le dimissioni venerdí sera durante un comizio a Badia Calavena. Lo stesso Silvio Berlusconi gliene aveva fatto esplicita richiesta, anche perchè la settimana prima aanche il Premier aveva offeso un europarlamentare tedesco definendolo capo'. Il capogruppo dei socialdemocratici tedeschi, Martin Shultz, lo accusava di dilapidare il patrimonio italiano, Berlusconi ha reagito con una battuta proponendo il politico tedesco per il ruolo cinematografico di kapò di un campo di concentramento nazista.

Prima Stefani non aveva ceduto alle scuse, venerdí su Bild si è detto dispiaciuto se le sue parole hanno creato incomprensioni e ha aggiunto che l'Italia ha colpevolizzato "l'unico che ha usato la propria voce per lavare un oltraggio fatto nel parlamento europeo contro l'Italia".

Piera Nappi

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